Ahasvero

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I.

L'Olocausto eterno.

   E l'età rea17 non tramontata è ancora!
Mille passar sulla mia fronte indomita
Ed anni novecento, e ad ogni etade
Sul carro da rabbiosi lupi tratto
E luridi sciacalli, ed ogni giorno
Mi flagellar, più sempre imperversando,
Con dardi, con torture e spasmi atroci.
Ed io pur sempre in mio pensiero chiuso,
Qual dentro inoppugnabile fortezza,
Che per furror di torbini non crolla,
Sotto il talon del vil che mi calcava,
[pg 50]
Mi rialzava, in mia fè securo,
Più giovane e più forte. E fu mio sprezzo
A miei tiranni rabbia, a me vendetta.
 *
 *   *
   Or qui, nella ferale isola, sacra
Al nume loro, squallida, deserta
Da ogni consorzio umano, e tomba ai vivi,
Chiusa tra roccie e l'onde dell'averno,
Mi gettaro, e gravandomi di ferri,
Sussuraro con vil ghigno ferino:
«Dispera e muori».
Ed una vil plebaglia
Di briachi in cenci, di vendute lanze,
Di sicofanti a prezzo e di segugi,
Gavazzanti in bordelli ed in mercato,
Ove si vende e si baratta a prezzo
Giustizia e libertà, uomini e Dio,
Pur di bruttarmi d'odi e di calunie,
Ordita un'infernal trama nel buio,
Ghignando, ripetêr: «Dispera e muori.»
 *
 *   *
   E tu l'udisti, o mar che mi circondi,
E voi l'udiste, tormentate roccie,
Algide, algose; e tu l'udisti, o terra,
Che di miasmi pestilenti pregna,
Sotto i miei piè ti stendi e mi ravvolgi,
Qual funereo lenzuolo,  e non mi uccidi.
E voi, rupi, e voi, monti ancor l'udiste,
[pg 51]
Nè vi siete dai cardini divelti,
Tal ch'io sparissi, fra i rottami vostri,
Sepolto? E tu non ti levasti, o mare,
A denunziar l'empia calunia ai venti,
E i venti a piaggie, ad isole lontane;
Tal che, qual ripercosso suon sì spanda
Di cielo in cielo, e grïdi ad ogni popolo:
«Non grazia, non pietade,  ma giustizia.
«  Si regge sol per la giustizia il mondo».
 *
 *   *
   E qui tutto è silenzio. Anch'essi i venti
Posan su l'ale. E se pur han sussurri,
Quei sussurri si cangiano in singulti,
Ed il singulto in gemito,  e s'estingue:
Tomba non soffre che la turbi il pianto.
Cupa qui regna, faticosa, eterna,
Solitudine muta,  e mi domando:
Vivo od estinto io son? e questo loco
È bolgia di dannati o cimitero,
E bara, che le spoglie algide sface?
Cade pei vivi il sole, e doman sorge
Per essi ancor. Per me non v'ha domani.
Brancolo d'ombra in ombra, ed io pur ombra.
E pur, fra tanta tenebra che aghiaccia,
Tremulo un lume,  vagola, e una voce
Vibra, e mi scende in core.  E che? fia vero?
O non è questa, illusion de' sensi
Egri, fallaci? O non è vacua bolla,
Cui l'aria allarga, ed incolora, e rompe?
[pg 52]
Pur quel lume s'avanza. Pari a raggio,
Che dagli ultimi cieli giù calato,
I secoli e gli spazi valicando,
Dopo lungo cammin, la terra attinge,
A me s'appressa. Illumina la mente,
E penetra nel cuor.  È la parola
Degli arciavoli miei? Oh! parla, parla!
  «Assorgi, o imbelle, schiudi gli occhi e mira».
Ed una visïone a me s'apria.

II.

Le due visioni.

   In mezzo a vasta, popolosa piazza
sorgeva un circo, e in mezzo al circo un rogo.
Turba d'uomini, donne, popolani,
S'affannano, da pio zelo sospinti,
A portare sugli omeri ricurvi
Rami stroncati, ed aride fascine.
E all'opra li sospingono i chiercuti
Monaci e sacerdoti, a ciò che sorga,
Degna del Dio d'amor, l'ampia catasta,
Che manda il reo fra demoni combusto.
Corrono intorno in lungo ordine, fila
Di palchi, di loggiati, da pomposi
Drappi coperti e adorni. In alto brilla
L'iberica corona, colla croce
Di quel Dio, che redime e che perdona.
Nella piazza, appo il circo, in ogni via,
[pg 53]
S'accalca e ondeggia rumorosa folla
D'ogni età, d'ogni sesso e d'ogni gente,
Qui ritta, colà incurva, qui prostesa,
Lì sui tetti erpicata e sulle torri,
Del promesso spettacolo in attesa.
Il Re, le dame, i prenci, i cavalieri
In ricche vesti seriche, dorate,
Assisi in aurei seggi, sorridenti,
Attendono che il sacro ludo s'apra.
Entran gli araldi, suonano le trombe;
Indi silenzio.  Avanzano gli attori.
Deh! Cesare dov'è?, fra me dicea,
Ove gli edili, i gladiatori? Donde
Le belve irromperranno in mezzo al circo,
I chiomati lioni, le pantere,
Che fean grandi e terribili le arene
Dell'Impero e di Roma?  L'età nuova
È mansueta e pia; dal sangue abborre,
Ed incruente è il rito. Lunghe fila,
Sacre a Maria, di vergine sorelle,
Procedean lenti e umili; indi il corteo
Di tonsurati, in tunica, osannando:
Il divin sacramento, i baldacchini,
Il gran Labaro, ondeggiano per l'aure,
Al lor passaggio, cadono le turbe
Inginocchiate, ed alle sacre laudi
Rispondon salmeggiando. In mezzo a questa
Santa milizia chiusa, taciturna
Schiera procede, con fronte dimessa,
Di vecchi, adulti, femmine e bambini.
[pg 54]
Han scalzi i piedi, nuda la persona,
Se non che le ravvolge un saio nero
Di fiamme e rossi demoni dipinto,
Che lor dal collo sino al piè discende.
Birri, aguzzini a lor stan stretti al fianco.
Chi pur s'indugia nel cammin dolente,
Col pungiglion, con uncinate verghe,
Il birro ad intimargli: «Avanza, avanza!»
Torta al collo una corda, e ciascun reca
Un cero acceso in mano.
Al circo giunti
Le madri spasimanti, che il bambino
Tengono stretto al sen, gli adulti, i figli
Che all'egro padre, all'avolo cadente
Reggono il passo, floride fanciulle,
Raggiante il volto di bellezza e vita,
Si collocàro al tetro rogo intorno.
Vider gli sgherri, che piantar le travi
Sulla catasta preparata; videro
Soffiar sul rogo, e cumular carboni
Di resina cosparsi; e i primi crepiti
Inteser delle legna arse, fumanti,
E gli urli delle plebi: «Al foco, al foco!»
Dagli sgherri le vittime sospinte
Furon cacciate entro la pira ardente;
Nel volto si guardar senza far motto.
Negro un lenzuol di fumo in pria gli avvolse,
Poi sugl'arsi carbon, gli aridi rovi
Serpeggiaron le fiamme, e crepitando,
Rosolavan le piante: Ed essi, ritti,
[pg 55]
Assorti in Lui, non dier crollo, nè lagno.
Poi divampando, vibrano le lingue
Di fuoco, crescon rapide, comburono
Le polpe, ne ghermiscon le ginocchia,
E quai branchi di vipere, con spire
Tortuose, s'avvolgono ai lor fianchi,
Succhiando carni ed ossa. In mezzo ai sibili
Dei venti, che fra vortici coruschi
Fischian sbattuti, pïetose voci
Emergon fuori e l'aure empion di lai:
«Dai profondi, Signore, dai profondi
A te clamo...»
e ricascon soffocate...
«Osanna, osanna», intuonano le turbe,
Ed i prelati, mentre che i lacerti,
Delle abbruciate vittime sul rogo,
Con roco tonfo, cascono disfatti.
La pira s'adimava: Tutta intorno
Taceva, allor che subito per l'aure
Correre udissi, misterioso, un grido.
«In te, Signore, in te, tutto m'immergo,
Teco m'accogli,  e sulla terra pace!»
Onde il flebile sorse grido eccelso?
Da quel mucchio di cenere e cadaveri
Che dal truce martir santificati
Già s'ergevano in alto?  o fu parola
Dal ciel discesa, verbo dell'Eterno,
Che dalla morte suscita la vita?
Echeggiò sulla piazza,  Come lampo,
Le menti rischiarando ottenebrate,
[pg 56]
Popolo e grandi scosse. Esterrefatti,
«Miserere, gridaro, miserere».
Poi caddero in ginocchio,  si segnaro...
I prelati riprendere tentarono
Le cantiche, gli osanna,  Niun rispose.
Di quà, di là, si spersero le turbe
Sgomente e silenziose. Ed io sentia,
Sentia per l'aure, qual dall'ampie arcate
Del Tempio, allor che il divo sagrifizio
Dell'ostia consacrata si rinnova,
Si confondon più note in un concento,
Qual s'uniscon più raggi in una luce,
Così quei salmi, gemiti e preghiere
Poggiando in alto, a sfere ognor più pure,
S'ergean, congiunte in un sol inno, in Dio.
 *
 *   *
La visïone sparve.
In me raccolto
Stava pensoso ed atterrito,  quando
Una voce degli avoli, che intorno
M'alleggiavan pietosi,  mi riscosse;
«Sorgi, tuonò: L'istoria eterna è questa.
Apri gli sguardi della mente,  e mira...»
Novella visione a me si schiuse.
 *
 *   *
Era in Sion,  sul monte di Morìa,
Nel cortile del Tempio.  A me di fronte
S'ergeano ancora, come ai tempi antichi,
[pg 57]
Iachim e Boas, le mistiche colonne;
E spaziava in mezzo a lor tuttora
Il vasto mar di bronzo,  e presso al mare,
A modo dell'altar del sagrifizio,
S'alzava un'arca.
E su di lei che vidi?
Stava sull'ara steso un gran vegliardo;
Bianca e lunga la barba, giù dal mento
Sino a terra scendeva,  quai viticci
Attortigliati d'edera, girava
Intorno all'arca,  e tutta la copria;
Aspre catene aveva al collo attorte,
E dal collo pendenti, ai fianchi, ai piedi,
Tenevan la persona immobilmente
Al duro marmo e alle pareti avvinta.
 
Avea quel veglio ambo le braccia stese,
L'una ver l'ostro e l'altra ver l'occaso,
Sì che 'l capo, e il tronco, e le due braccia,
Porgean l'immago di vivente croce.
 
Tutto era buio.  Ma dagli occhi suoi
Partiva ad ora ad or luce sì fulgida
Che, qual di notte subito baleno,
Tempio, cortile, altare illuminava.
Io stavo fisso in esso con arcano
Senso d'affetto e di pietà,  quand'ecco,
Con subito fragor, si spalancaro
Le porte del vestibolo, ed irruppe
Un guerrier. Avea d'elmo sfolgorante,
Con l'aquila imperiale, il capo cinto,
E brandendo l'acciar s'appressa all'ara;
[pg 58]
Sul vegliardo calatolo, ne fende
Il destro braccio,  e ne sega le vene:
Caldo proruppe il sangue,  e qual fiumana
Gorgogliando,  giù scese dal Morìa.
Poi crebbe nel cammin, s'aprì in torrente,
Pei colli dilagando e piani aperti,
Ovunque di quell'onda fecondante
Passa il tesoro,  germina la terra.
Scorre sul Morto Mar, di messe ondeggia;
Si stende sul deserto, e l'arse sabbie
Fioriscono qual rosa, e nel suo corso
È tutto moto e vita.
Un altro ignoto
Penetra nel vestibolo del Tempio;
Tacito e cauto sguiscia appo l'altare:
A la sembianza appar faccia d'uom giusto,
Maestoso è l'aspetto; L'Efod sacro
Ed il pontifical paludamento
Crescon decoro a quell'aspetto augusto.
S'appressa all'ara... Tien dentro le pieghe
Della vesta, un pugnal nudo celato,
L'afferra,  e ratto nel sinistro braccio
Della vittima eterna, sino all'elsa,
Tre volte e tre lo immerge.  Sprizza il sangue,
Del sacerdote sopra il volto balza,
Tocca appena quel volto, si trasforma
In fiele ed in veleno. Egli compreso
Da subito terror, fugge, si asconde
Nei velami dell'ara. Il sangue scorre
Dall'arca nel cortile,  e dal cortile
[pg 59]
All'occaso si spande, a flutti, a fiume,
E si scava una foce, scende al mare,
Sposando le spumanti onde vermiglie
Al vivo azzurreggiar dell'Oceàno,
Lontane isole attinge e continenti;
E cittadi obliate e città spente,
Scote, ridesta, suscita alla vita.
Altre non note scopre,  e splenderanno
Faro di luce e libertade al mondo.
 *
 *   *
   E già la mente mia correr sentiva
Il soffio animator dell'aspettata
Aura primaveril, che farà sgombri
Di pregiudizi i popoli venturi...
Quand'ecco giù, lontan, cupo, un sussurro,
Strepito d'orgie, d'ululi, minaccie,
D'armi di guerra.  Una perduta gente
Di sicari, di sgherri, di lenoni,
Da postriboli uscita e da taverne;
Un'accozzaglia senza onor, nè fede,
Di sacerdoti e nobili impinguati
Per furto, per mendacio, per versato
Nella guerra civil sangue fraterno,
Or stretti in lega insiem, per opre infami,
Irrupper nel vestibolo del Tempio.
Di leve, picche, di pugnali armati
Nè scardinar le mistiche colonne,
Sul veglio s'avventar, imbavagliarlo
Tentaro, e soffocarne entro le fauci
[pg 60]
La parola, il sospir, sì ch'ei si spenga
Senza traccia lasciar sopra la terra,
Sdegnoso li guardava e non moriva:
E raddoppiar gli strazi e le torture...
Ed ei sereno e fiero,  non moriva.
Anzi più forte per crescente vita...
Fatti allor più furenti, altri supplizi
Inventar contro il veglio intemerato;
Avventar sozza e lurida canaglia,
Che di rapine cupida e di sangue
Accaneggiaro con sacrileghe arti
Di mendacie e calunnie. A lapidarlo
Si dier furenti in cenere converse
Abbandonarne poi le membra ai venti.
Allor, siccome suol igne compresso
Nei convulsi crateri, spalancossi
La terra, e le colonne svelte e l'arca
Col veglio, entro gl'aperti gorghi accolse
Nel sen materno, e li coprì pietosa...
Colà staranno, inviolati, sino
Che il giorno atteso spunti,  e la parola
Smarrita si ritrovi,  e splenda alfine,18
Messaggiera d'amor, di pace, ai mondi...
«E tu, dubiti, imbelle?  Sorgi e spera!»

[pg 61]

Grido d'Ambascia.

Sperar! Sperare ancora? E che giovommi
Stancare, logorar le mie pupille,
La tua luce cercando? Che mi valse,
Le notti, i dì, scrutar le tue parole,
Nei libri tuoi, nel ciel, nell'universo?
[pg 62]
Che la vita incolpabile? Che valse
Di te, di te lo spirto sitibondo,
Adorarti, cercarti, e le mie carni
Macerar nei digiuni e nei flagelli?
A te, per tante etadi, supplichevole
Prostendere le mani?  E tu, silente...
E ricadevan sempre le preghiere
Ai piedi miei, qual foglie inaridite
Che disperdono i venti. Te cercai
Nella gloria e splendor dell'universo,
E tu, nel manto di tue glorie avvolto,
Impassibile, muto. All'uom mi volsi;
Che mi diè l'uomo? Secoli d'ambascie,
Cruenti orgogli, errori, odio e delitti.
La terra, il cielo, sono immersi ancora
Nell'antico caosse. Atro l'abisso
All'abisso risponde,  il nulla al nulla:
A me Calvario è il mondo. Sulla croce,
Come olocausto eterno, io son confitto;
Da mille etàdi, flagellato, io clamo
Invocando giustizia... E che risponde
La terra e il ciel? M'irridono le genti,
E la giustizia han qui con me sepolta.
«Perchè, per chi tu t'immolasti, o Cristo?»

[pg 63]

IV.

Nemesi!

   Così parlava il prigioniero, stretto
In catene, nell'Isola del Diavolo.
E lo sfurìar dei turbini fuggenti,
Rifischiando dall'una all'altre roccie,
Tra gli alberi sbattuti, e forre ed antri,
Disperdevano i gridi e le preghiere
Del solitario inascoltato. L'eco,
Messeggiera del ciel, ne accolse il grido,
Consegnandolo ai venti,  e i venti al mare,
E il mar, coi larghi, impetuosi flutti
A le correnti, e queste, che solcavano
L'ampio per gli ocean cammin segnato,
Le portavan, coi suoni ripercossi
Dei marosi, dall'una all'altra sponda,
Con voci ognor crescenti. Sì chè pari
Al tuon che, al dì nuovissimo, riscuota
I morti dal sepolcro, ad ogni gente
L'alto dolor gridava e il gran misfatto,
Tal ch'a pietade i popoli commossi
Invochino giustizia.  E ripeteva
Il mar sonante al cielo, all'Universo:
«E tu perchè, per chi moristi, o Cristo?»

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Note

[1]

Il nome di Pierre Leroux è abbastanza noto per le opere da lui pubblicate. Lo è meno quello di Charles Fauvety, morto a Asnières, l'11 febbraio 1894 all'età di 80 anni, circondato dall'affetto di tutti i cittadini.

Scrittore elegante e profondo, era modestissimo. Non scriveva per vaghezza di rinomanza e di popolarità, ma per propagare le sue idee. Era l'apostolo del pensiero; faceva il bene pel bene. Filosofo spiritualista d'alto valore intellettuale e morale, apparteneva alla scuola socialista, che prevalse in Francia dal 1832 al 1851, la quale non mirava solo alle questioni materiali, al ventre, come il Socialismo attuale, ma si preoccupava sopratutto a formare l'uomo morale: Scuola, che fu via via rappresentata dal Phalanstere, la Phalange, la Democratie pacifique, fondò Le rappresentant du Peuple poi la Voix du Peuple e altri giornali. Collaborò coi suoi amici Michelet, Renouvier, l'Abbé Constant, Erdan in varie riviste, fondò il giornale La Solidarité, in cui espose più chiaramente le sue idee religiose, sociali, che interrotto dalle guerre del 1870 fu ripreso e continuato nel 1876 dalla Religion Laique, che divenne nel 1890 e sotto la direzione del suo discepolo, P. Verdad (Lessard) La Religion Universelle. Mandava nello stesso tempo importanti articoli al Giornale Italiano, La Ragione, in cui io collaborava con Ausonio Franchi. Degne di nota sono le sue opere intitolate Nouvelle Rivelation, La Vie, e l'altra Théonomie, Démonstration de l'Existence de Dieu.

La sua dottrina egli riassunse nel suo Testamento morale con queste parole: Credo alla solidarietà Universale. Voglio la Giustizia e fratellanza umana. Aspiro alla Perfezione. Dio unità suprema, legge universale, Ragione cosciente dell'Universo.

Fu la sua vita, come quella di Benedetto Spinoza, la vita di un santo; ed io sono lieto di poterlo ricordare ancora alla Francia e all'Italia, e rendere un supremo omaggio all'amico, all'uomo integerrimo e al pensatore.

[2]

Ecco alcuni brani del programma di questa società fondata da Mazzini e da altri emigrati Tedeschi, Polacchi, Ungheresi e liberali Francesi nel 1835-1840 e che aveva il centro attivo in Parigi:

«1. La Giovane Europa è l'Associazione di tutti coloro, i quali credendo in un avvenire di libertà, d'eguaglianza, di fraternità per tutti gli uomini, vogliono consacrare i loro pensieri e l'opera loro a fondare l'avvenire.

Principî comuni.

2. Un solo Iddio.
        Un solo padrone: la legge.
        Un solo interprete della legge: l'Umanità.

3. Costituire l'umanità in guisa che essa possa avvicinarsi il più rapidamente possibile, mercè un continuo progresso, all'applicazione della legge che deve governarla. Tale è la missione della Giovane Europa.

17. Ogni popolo ha una missione sociale, per cui coopera al compimento della missione generale dell'Umanità. La Nazionalità è sacra.

18. Ogni signoria ingiusta, ogni violenza, ogni atto di egoismo, esercitato a danno di un popolo è violazione della libertà, dell'Eguaglianza, della fratellanza dei popoli. Tutti i popoli sono solidari, e devono aiutarsi a vicenda, perchè tale abuso finisca.

19. L'umanità non sarà veramente costituita, se non quando tutti i popoli che la compongono, avendo conquistato il libero esercizio della loro Sovranità, saranno associati in una confederazione per indirizzarsi, sotto l'impero d'una dichiarazione di principî e di un patto comune, allo stesso fine proclamando, e applicando la legge morale universale...». Tali i principî sopra i quali, Italiani, Francesi, Tedeschi, Ungheresi, Polacchi, sino dal 1835, gettavano le basi della Nuova Europa. Ora dopo lotte combattute per oltre cinquant'anni, il principio della Nazionalità ha trionfato, e alla Monarchia per diritto divino è succeduto il Monarcato per diritto del popolo e dei plebisciti. Ciò che allora sembrava un sogno di pochi entusiasti.

Quando potrà realizzarsi l'altro sogno: la federazione Europea? Fata trahunt.

[3]

Nel discorso pronunziato dal conte de Mun, ricevuto all'Accademia il 12 marzo, sembra che secondo gli Apostoli della sacrestia, la Francia avanzi sempre di grado nella armata pontificia. Prima era semplice figlia della Chiesa, poi divenne soldato, ora, secondo le parole del Conte, è promossa a Sergent de l'Église.

[4]

L'Ebreo, dice Renan, è meno il prodotto di una razza, che quello di una tradizione, è meno l'opera della carne, che dello spirito; venne formato e fabbricato da suoi libri e da suoi riti. E Anatole Leroy-Beaulieu scrive, che l'Ariano e il Semita sono fratelli, ambo appartengono alla grande razza caucasica mediterranea, che aspira al Governo del mondo.

(V. Revue des deux Mondes. Maggio 1891).
[5]

Israel, diceva il padre Giacinto in una sua predica, è il primo popolo che siasi elevato alla conoscenza dell'unità di Dio. Da quel giorno Israel è divenuto padre della religione-umanità. Il cristianesimo non è che un ramo innestato sopra il suo tronco. E Renan scrive: L'ebreo ha fondato Dio: pure nessun popolo si occupò meno di lui nel disputare intorno a Dio: e fu quello un tratto non solo di buon senso, ma di genio, scegliere a fondamento della comunione religiosa la pratica, non il domma.

[6]

«Pure sono le sue opere, tutte le sue vie sono Giustizia, nè in lui è fallacia. Giusto e retto egli è». Questo è il domma e riassume l'intero catechismo dell'Ebreo (Deut. XXXII).

[7]

Ecco le parole, colle quali questa uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge fu, da oltre tre mila anni, proclamata dal legislatore Ebreo: «Vi sarà una stessa giustizia, una sola legge per voi e per lo straniero che dimora in mezzo a voi. Egli è il vostro uguale innanzi a Dio». (Esodo 23,5  Levitico 15,34  Deut. Cap. 21-V-I).

[8]

Angebat iras, scrive Tacito, quod soli Judaei non cessissent.

[9]

Purgatorio c. 32, v. 125 e segg.

[10]

Id. c. 32, v. 149 e segg.

[11]

Il Sig. Brunetière, in un articolo inscrito nella Revue des deux Mondes intitolato Après le procès, nel quale però si guarda dal parlare del processo, attribuisce alla scienza l'origine dell'antisemitismo.

Questo, in buon italiano, si chiamerebbe gettare nel podere altrui i sassi che fanno inciampo nel proprio; quali le vere cause dell'antisemitismo già accennammo e meglio chiariremo in questo stesso capitolo. Il nuovo direttore della Revue riportò poscia poche linee di Renan in appoggio della sua tesi sull'inferiorità della razza semitica. Con sofismi sifatti tentò ingannare, sviare le menti, per coprire e scolpare i delinquenti veri, come accadde nel processo Dreyfus. Nè l'antropologia, nè l'etnografia e la linguistica sono causa di brutture siffatte.

Antico amico del grande scrittore Renan, io lo sentii parlare sempre con ammirazione degli Ebrei, della loro forza nella lotta secolare, intelligenza e attività. Ripetendo la frase biblica, egli dice nell'Histoire d'Israel: «Le Juif était destiné plutôt à servir de levain au progrès dans tous les pays, qu'à former une patrie séparée dans un point du globe».

Lo stesso illustre pensatore Brunetière, parlando della Bibbia, il libro in cui vive Israelle, così si esprime: «Il y a quelque chose dans l'Histoire du peuple de Dieu qui ne se trouve dans aucune autre; quelque ambition qu'on ait affectée de la rabattre sur le plan des autres histoires, elle y résiste, elle en a triomphé».

(Revue des deux Mondes, 1 febbraio 1895).
[12]

Dopo Antiochio Epifane, scrive Renan nell'Histoire d'Israel, l'Ebreo ha la febbre del Messia, partorisce il Cristianesimo, sospiro dei secoli.

Vedi Renan: Le Juif comme race et comme religion, Revue des deux Mondes, 1 maggio 1883.

[13]

Intorno ai doveri dei Cristiani verso gli Ebrei, giovami ricordare alcuni brani del discorso pronunziato da Disraeli, discutendosi nel Parlamento Inglese la mozione per accordare agli Israeliti i diritti politici.

«Io mi levai, diceva, in ogni occasione, a difendere gli Ebrei, perchè secondo me, la razza ebrea è quella verso cui il genere umano ha maggiori obblighi e doveri.

«Allorchè io sento oppormi che l'ammissione degli Ebrei distruggerebbe il carattere cristiano di questa assemblea, io dico che appunto per essere voi un'assemblea cristiana, voi dovete accoglierli in mezzo a voi. Quando io considero ciò che noi dobbiamo ad essi, che colla loro storia, le loro leggi, le loro poesie, noi fummo educati, consolati, ordinati; quando io mi sollevo col pensiero ad altre idee d'un carattere più sacro che qui non giova esaminare, io dichiaro, che come Cristiano non posso respingere le istanze di una razza, alla quale i Cristiani sono debitori di tanti benefizi.

«Vi ha un'altra ragione per cui io desidero, che i diritti degli Ebrei sieno riconosciuti in Inghilterra; ed è che tutti quei paesi nei quali essi furono perseguitati, furono alla loro volta colpiti nella loro potenza ed energia. Ed è cotesto per me un segno visibile della protezione che Dio concede a questo popolo.

«D'altronde, questa è tale una razza, che può aspettare; e se i suoi diritti non sono riconosciuti oggi, non sparirà domani. È un popolo antico, popolo famoso, che perdura e terminerà sempre per raggiungere i suoi scopi».

[14]

Chi possiede il bandolo di questa matassa e potrebbe portare piena la luce in mezzo a tanta oscurità, che si tenta, con ogni arte, d'infittire, sarebbero alcuni diplomatici. Ma vorranno o potranno essi osare? Vorranno essi obbedire, meglio che alle riserve imposte, ai calcoli, o interessi della professione, alla voce della propria coscienza, al grido della giustizia? Ad essi spetta indicare il vero colpevole, rompere il silenzio con cui, ora più che mai, si tenta di avvolgere e sepellire la verità.

Ogni viltà convien che qui sia morta.
Dante Inf. II.
[15]

Ecco il quadro, che traccia della Francia in questo momento angoscioso per quanti amano questo nobile paese, uno dei suoi scrittori più elevati e indipendenti, il Guyot, nel giornale Le Siècle:

«Nemici mascherati, velati divengono ogni giorno più baldanzosi, più impudenti, più provocatori. Senza osare di attaccarci a fronte aperta, essi si ricercano, si coalizzano, si riconoscono come antichi allievi dei Gesuiti. I circoli cattolici danno la prima scossa e procurano di agitare la piazza, raccolgono e trovano complici per quest'opera nefasta uomini, che sotto pretesto di patriottismo, tentano di ricostituire l'esercito boulangista, cotesta banda la quale, or sono qualche anno, tentò di rendersi padrona di Parigi; questioni di religione ci fanno retrocedere d'oltre cento anni e sono un vitupero per la civiltà e per lo spirito umano. Morte all'Ebreo, si grida nelle strade e nel palazzo di giustizia, nel santuario della legge, in Parigi, nella città-Luce, senza che la coscienza pubblica ne sia sorpresa e turbata! Domani si griderà: morte ai protestanti. Perchè no? Già lo hanno tentato.

[16]

Isaia, cap. 54, 55.

[17]

Età rea, soleva appellarsi dai nostri scrittori e poeti del medio Evo e del Rinascimento, come Dante, Petrarca, Cecco d'Ascoli, Boccaccio, Macchiavelli, l'èra nuova e cristiana, contrapposta all'èra antica e romana, la quale appellavano età buona.

Soleva Roma che il buon tempo feo.
Dante, Purg. XVI.
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Due croci, secondo un'antica leggenda ebraica, si sono innalzate sopra Gerusalemme, negli ultimi tempi della sua lotta contro Roma. L'una sorse sulla vetta del Calvario, parola che significa monte Calvo, od arido; l'altra sulla vetta del Morìa, ossia monte di Dio, monte delle visioni, o dell'avvenire.

Esse simboleggiavano la vita d'Israello nei secoli. La prima, l'Era del Paganesimo che finiva; la seconda, l'Era nuova che stava per aprirsi.

Due croci, due olocausti. Gli Ebrei, per la loro origine, la loro legge e avversione agli idoli e alla divinità di Cesare, erano tacciati di deicidio. Avendo essi rifiutato di adorare Cesare come dio. Perciò i Romani in un solo giorno fecero inchiodare due mila Ebrei, nelle varie provincie della Siria, sopra la Croce. Ma non potendo uccidere il dio ebreo, perchè tutto spirito, si vendicarono col crocefiggere Cristo che lo rappresentava, e voleva elevarsi come mediatore tra il Paganesimo e il Monoteismo. Infatto, alla morte di Cristo, corse un grido sopra tutto il mondo pagano: «Il gran Pane è morto». Inoltre Cristo contrapponeva a Cesare-dio, che rappresentava la violenza, l'arbitrio, la guerra, un nuovo ideale del divino, concepito e nato dal seno del popolo ebreo, il Dio di carità, di rassegnazione, di conciliazione e d'amore.

La sua croce significava il sacrificio individuale; quella elevata sul Morìa, il sacrifizio collettivo, quello di un popolo: l'una il deicidio, l'altra il popolocidio.

L'uno durò poche ore di passione e di sofferenze; l'altro dovrà durare per secoli come ad espiare le colpe dell'intera umanità, in ogni parte della terra, significa e porta in sè il sacrifizio universale.  Il Cristo-popolo, allargato all'Umanità. Cristo aveva detto sul Calvario: consummatum est; Israel, il popolo, sul Morìa, sotto le macerie di Gerusalemme, esclamò: Non tutto è finito, tutto è da ricominciare. Esso non volle morire del tutto, ma si sottrasse a' suoi carnefici, entrando nel sepolcro, simile ad Hiram, simbolo dell'operaio eterno, l'operaio intelligente, il quale portò seco nel sepolcro aperto sotto il limitare del Tempio, la parola smarrita; la quale dovrà essere svelata a suo tempo, come parola di redenzione per tutti gli oppressi e i deseredati.

Ricercare la parola smarrita è l'enimma forte che, nella nuova Era, si sono proposte molte eresie e i sodalizi secreti, come i Gnostici, i Manichei, gli Albigesi, i Templari, le diverse Massonerie nei loro riti.

Qual'è quella parola misteriosa?

Secondo l'avviso di alcuni, sarebbe Giustizia. Ma l'idea dovrà divenire realtà: la realtà è l'idea fatta uomo; incarnata in un popolo; per assurgere a forza. Ora, il mezzo per tradurla in forza, sarà l'associazione. Questa la forza per ottenere, con la giustizia il miglioramento fisico, morale, intellettuale di tutte le classi, di tutti i popoli. I due termini, Giustizia, mercè l'Associazione, si compenetrano, si concretano in un solo, che omai domina l'età nuova; Verbo sul quale passando l'afflato del Divino che purifica, innalza ed avviva, divenuto passione e sentimento, potrà sollevarsi come formula, simbolo e labaro di religione futura.

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