Onoriamo l'altissimo poeta, il nostro Carducci — una gloria vivente d'Italia.8 Dopo, direte addio al mio verziere e ho caro che nelle vostre menti giovinette rimanga più a lungo l'immagine sua. Voi dovete essere, lo ripeto, fanciulle, le vestali dell'ideale, le custodi dei sentimenti grandi e buoni, è a voi di ricordare che ancora al mondo ne rimane la diva scintilla: a voi di ridestare i già spenti, di bandire crociate contro gli apostata dei primi obblighi sacri delle giovinezze studiose: la riverenza e la gratitudine. In ogni tempo e in ogni luogo la superiorità dello spirito o del cuore si pagò e si paga assai cara; è intorno alle roccie titaniche che i flutti si frangono con più sonante rimescolìo — sulle basse scogliere l'onda passa tranquilla, obliosa, irridendo. La vita dei grandi è travagliata, infelice — ma quante amarezze che la gloria non lenì, raddolcirono bianche mani femminili null'altro che col posarsi su di una fronte! Ricordatelo, voi, che siete la primavera che promette e l'avvenire che si sogna.
Lasciando da parte, dunque, le opere più note del poeta, — che a scuola o a casa persone assai più valenti di me vi hanno commentato — rivolgeremo [pg!249] la nostra attenzione alle creazioni minori, nelle quali pure le qualità adamantine del padre rifulgono in tutta la lor classica purezza. Io ho un po' di manìa per le opere minori in genere, che non di rado preferisco alle altre perchè, mentre serbano l'aria di famiglia, hanno quasi sempre un abbandono più ingenuo e più grazioso. Sono belle bimbe vestite da casa al confronto delle sorelle già al vertice della giovinezza rigogliosa, abbigliate per una comparsa ufficiale nel mondo. C'è il fàscino dell'inesplorato, del romito e della brevità come nelle scorciatoie in confronto alle vie maestre — l'attrattiva d'un salottino intimo e abitato, in paragone ad un salone per i ricevimenti di parata — la promessa vaga di una quantità di piccoli incidenti impreveduti, di cento piccole meraviglie inattese, di mille suggestioni insperate — come in un'escursione a piedi invece di un viaggio in ferrovia. E così potrei moltiplicarvi gli esempi all'infinito. Ma già voi mi avete intesa a volo. L'anima del poeta pare riguardare in sè stessa senz'altra cura che di meriggiare, e di questo riposo viene a noi pure un refrigerio soave. Se è addolorato, il suo dolore è dimesso — se gaio, la sua gaiezza è infantile. Così è il Canzoniere che mi rivela più lucidamente lo spirito di Dante, il Rinaldo che rende la freschezza d'immaginazione del Tasso intorpidita nella sua celebre Gerusalemme: e uno dei più schietti modelli di poesia italiana ci viene offerto da una produzione tutta intima della quale l'autore — il Petrarca — quasi si vergognava.
Ma qui regna Carducci. Parliamo di lui.
Si può ammirarlo, il Carducci, con più o meno entusiasmo, ma il suo ingegno non si può discutere. È classico, determinato, possente, qualche volta [pg!250] formidabile: — efficacemente sintetico sempre — condizione essenzialissima per una forte vitalità poetica. Come da un terso blocco di marmo pario, egli cava dalla sua mente ogni sorta di capolavori, che il sole dell'arte illumina e riscalda. Monumenti colossali e statuette da salotto — gruppi armoniosi e bassorilievi purissimi — arche d'una divina sobrietà trecentista su cui il simulacro del guerriero, come stanco, riposa colle mani in croce tutto armato, e guglie aguzze di qualche magnifico edificio che sfida il tempo. Qualche volta non ne ricava che una lapide nuda, fredda, ma ci scolpisce su qualche parola che infiamma. Quando narra di storia, diletta come se ci facesse passare dinanzi agli occhi una serie di quadri dei floridi pittori veneti del cinquecento — quando fantastica, ci trasporta sulla poderosa ala d'aquila fino al sole — quando ricorda o rimpiange, ha l'abbandono pieno di pietà d'una querce abbattuta — d'un rudero invaso d'edera — di qualche cosa di grande e di già vittorioso piegato e vinto.
Ma meglio che le mie sbiadite parole vi cesellerà egli medesimo l'immagine propria. Tolgo molto dalle Rime Nuove, raccolta de' suoi versi che io preferisco.
Ecco come questo spirito di titano intende il poeta:
. . . . . . .Il poeta è un grande artiere,Che a 'l mestiereFece i muscoli d'acciaio:Capo ha fier, collo robusto.Nudo il busto,Duro il braccio e l'occhio gaio.Non appena l'augel pìaE giulìaRide l'alba e la collina,[pg!251]Ei co 'l mantice ridestaFiamma e festaE lavor ne la fucina;E la fiamma guizza e brillaE sfavillaE rosseggia balda audace,E poi sibila e poi ruggeE poi fuggeScoppiettando da la brace.Che sia ciò non lo so io;Lo sa DioChe sorride a 'l grande artiero.Ne le fiamme così ardentiGli elementiDe l'amore e de 'l pensieroEgli getta, e le memorieE le glorieDe' suoi padri e di sua gente.Il passato e l'avvenireA finireVa ne 'l masso incandescente.Ei l'afferra, e poi de 'l maglioCo 'l travaglioEi lo doma su l'incude.Picchia e canta. Il sole ascende,E risplendeSu la fronte e l'opra rude.Picchia. E per la libertadeEcco spade,Ecco scudi di fortezza:Ecco serti di vittoriaPer la gloria,E diademi a la bellezza.[pg!252]Picchia. Ed ecco istoriatiA i penatiTabernacoli ed a 'l rito:Ecco tripodi ed altari,Ecco rariFregi e vasi pe 'l convito.Per sè il pover manualeFa uno straleD'oro, e il lancia contro 'l sole:Guarda come in alto ascendaE risplenda,Guarda e gode e più non vuole.
Oh così, così mie fanciulle, erano i bardi dell'età passata — così confidiamo che siano quelli dell'avvenire! Avete sentito che gagliardìa d'ispirazione e di tocco, che nitidezza di espressione — come il Carducci è padrone della lingua, del verso, della rima, come è poeta in essenza e artefice nella manifestazione? Oh sì, il rude artiero che doma la materia e col robusto braccio foggia cose sì gentili baciato dal sole levante è lui — ahimè, forse solo.
Il Carducci ha radicato e vigile l'amore della sua terra al cui pensiero fra il tempestar delle passioni spesso ricorre come a un ritornello blando e addormiente. Questo sonetto è una particella viva di cuore:
Dolce paese, onde portai conformeL'abito fiero e lo sdegnoso cantoE il petto ov'odio e amor mai non s'addorme.Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.Ben riconosco in te le usate formeCon gli occhi incerti tra 'l sorriso e il pianto,E in quelle seguo de' miei sogni l'ormeErranti dietro il giovanile incanto.[pg!253]Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;E dimani cadrò. Ma di lontanoPace dicono a 'l cuor le tue collineCon le nebbie sfumanti è il verde pianoRidente ne le pioggie mattutine.
Eccovi, giovinette, una Mattinata tutta giovine, tutta rugiadosa. Mi piace trascriverla perchè è uno stupore di bellezza, poi perchè la mia anima ode insieme a quelle parole l'eco d'un'armonia e d'una voce ora mute per sempre....
Batte alla tua finestra, e dice, il sole:Levati, bella, ch'è tempo d'amare.Io ti reco i desir de le vïoleE gl'inni delle rose a 'l risvegliare.Da 'l mio splendido regno a farti omaggioIo ti meno valletti aprile e maggioE il giovin anno che la fuga affrenaSu 'l fior de la tua vaga età serena.Batte a la tua finestra, e dice, il vento:Per monti e piani ho viaggiato tanto!Sol uno de la terra oggi è il concento,E de' vivi e de' morti un solo è il canto,De' nidi a i verdi boschi ecco il richiamo:— Il tempo torna: amiamo, amiamo, amiamo —E il sospir de le tombe rinfiorate:— Il tempo passa: amate, amate, amate. —Batte a 'l tuo cor, ch'è un bel giardino in fiore,Il mio pensiero, e dice: Si può entrare?Io sono un triste antico vïatoreE sono stanco e vorrei riposare,Vorrei posar tra questi lieti maiUn ben sognando che non fu ancor mai:Vorrei posar in questa gioia piaSognando un bene che giammai non fia.
[pg!254] Come questa perfezione di leggiadria sfavillava nei tuoi canti, povero e caro ragazzo! Come mi fa male, ora, il ricordo di quell'accento quasi nostalgico con cui pronunziavi le parole sovrumane... con cui dicevi di voler riposare sognando un bene che nel nostro mondo non c'è...
Fanciulle mie, siamo oramai alle soglie del verziere, perdonatemi questo ultimo indugio. Vedete, si delinea già come un miraggio una vignetta delicatissima:
La stagione lieta e l'abito gentileAncor sorride a la memoria in cimaE il verde colle ov'io la vidi prima.Brillava a l'aere e a l'acque il novo aprile,Piegavan sotto il fiato di ponenteLe fronde a tremolar soavemente.Ed ella per la tenera forestaBionda cantava a 'l sole in bianca vesta.
Ecco in otto versi la manifestazione più ampia e più profonda della primavera.
Ora udite come parla Giosuè Carducci del mio paese. Dovreste saperla tutte a memoria la seguente poesia, forti fanciulle che guardate cogli occhi bruni e fieri riflettersi le stelle nel piccolo Reno: piccolo d'onde e di valor gigante; il Monti dice.
Il Carducci si rivolge a Severino Ferrari — un simpatico poeta celebratore della sua nativa campagna emiliana:
O Severino, de' tuoi canti il nido,Il covo de' tuoi sogni io ben lo so,Ondeggiante di canape è l'infidoPiano che sfugge a 'l curvo Reno e al Pò.[pg!255]Da gli scopeti de la bassa landaPigro il pizzaccherin si drizza a volo:Con gli strilli di chi mercè dimandaLevasi de le arzàgole lo stuolo,Stampando l'ombra su per l'acqua lentaOve l'anguilla maturando sta.Oh desìo di canzoni, oh sonnolentaSmania di sogni ne l'immensità!Oh largo su gli alti argini del fiumeRisplender rosso de l'estiva sera!Oh palpitante de la luna a 'l lumeTenero verdeggiar di primavera!Quando i pioppi contemplano le stelleInnamorati con lungo sospir,Ed un lontano suon di romanelleViene da' canapai lento a morir!Allor che agosto cada, o Severino,E chiamin l'acqua le rane canore,Noi tornerem poeti all'Alberino,Tutti solinghi in bei pensier d'amore.Ed a' tuoi pioppi ne le notti cheteNoi chiederem con desiosa fè:O alti pioppi che tutto vedeteDitene dunque: Biancofiore ov'è?Siede in riva a un bel fiume? o il colle varcaTessendo a 'l capo un cerchio agil di fiori?O dentro una sestina de 'l PetrarcaBeata ride i nostri vani amori?
Anch'io saluto ancora una volta passando, la vostra immagine, o alti pioppi che tutto vedete — che vi incurvaste, giganti benigni, alla mia debole [pg!256] infanzia; — alti pioppi dalla rude base frondosa nell'ombra, dalla cima esile intrisa di luce, come un grandioso sogno umanitario! Quando l'anima è di poeta, da ogni più insignificante episodio, da ogni più arida pagina di storia sbocciano fiori. Il comune rustico per andamento di verso, per l'elegante semplicità quasi ingenua che vi spira dentro e che si modella meravigliosamente all'idea, per efficacia di rappresentazione, è una gemma. Un simbolista direbbe: uno smeraldo.
O che tra faggi e abeti erma su i campiSmeraldini la fredda ombra si stampiA 'l sole de 'l mattin puro e leggero,O che foscheggi immobile ne 'l giornoMorente su le sparse ville intornoA la chiesa che prega o a 'l cimiteroChe tace, o noci de la Carnia, addio!Erra tra i vostri rami il pensier mioSognando l'ombre d'un tempo che fu.Non paure di morti ed in congregheDiavoli goffi con bizzarre streghe,Ma de 'l comun la rustica virtùAccampata a l'opaca ampia frescuraVeggo ne la stagion de la pasturaDopo la messa il giorno de la festa.Il Consol dice, e poste ha pria le maniSopra i santi segnacoli cristiani:— Ecco, io parto fra voi quella forestaD'abeti e pini ove a 'l confin nereggia.E voi trarrete la mugghiante greggiaE la belante a quelle cime là.E voi, se l'unno o se lo slavo invadeEccovi, o figli, l'aste, ecco le spade,Morrete per la nostra libertà. —[pg!257]Un fremito d'orgoglio empiva i petti,Ergea le bionde teste, e de gli elettiIn su le fronti il sol grande feriva.Ma le donne piangenti sotto i veliInvocavano la Madre alma de' cieli.Con la man tesa il Console seguiva:— Questo, a 'l nome di Cristo e di Maria,Ordino e voglio che ne 'l popol sia,A man levate il popol dicea: Sì.E le rosse giovenche di su 'l pratoVedean passare il piccolo senato,Brillando su gli abeti il mezzodì.
Termino con un sonetto giovanile non molto conosciuto, credo. È classicamente severo, è mesto, eloquente. S'indirizza in fine alla giovinezza — così amo ripeterlo associandovi nel mio pensiero a una memoria cara mentre la vita che ancora per voi non è che un dolce ritmo di danza vi attira fuori dal mio verziere. Io ci rimango a far l'ortolana, faticosamente, placidamente:
Se affetto altro mortal per te si cura,Spirto gentil cui diamo il rito pio,Pon dal ciel mente a questa vita oscuraChe già ti piacque e al bel nido natìo.Vedi la patria come sua sventuraDi tua candida vita il fato rioPiangere, e 'l fior degli anni tuoi cui duraPreme l'ombra di morte e il freddo oblìo.Quindi ne impetra tu che a te simileDritta all'oprar, modesta alla parola,Cresca la bella gioventù virìle:E senta come a fatti egregi è scolaAnco una tomba cui pietà civileE largo pianto popolar consola.
| [1] | Autore d'un articolo provocante: «Contro le donne che scrivono». (Vita Moderna, Milano, Gennaio 1892). N. d. A. |
| [2] | Carlo V. |
| [3] | Questo scritto apparve la prima volta nel «Bios» di Napoli (Ottobre 1891). Il Sanfelice ha pubblicato ancora: Il Guercino — Ercole — discorsi (Bologna, Azzoguidi 1991). — I Cenci, trag. di P. B. Shelley — Traduzione (Verona, Tedeschi 1862). — Prometeo liberato, dramma di P. B. Shelley — Traduzione (L. Roux, Torino-Roma 1894). — Adorazione, Poema, (Parma, Ferrari e Pellegrini 1894). — Dalla Neve alla Rosa (Velletri, Pio Stacca 1895). — Thomas, dramma (Parma, Ferreri e Pellegrini 1895) ed altro ancora. Il Sanfelice, purtroppo, va spegnendosi per una implacabile infermità che lo ha tolto completamente alla conoscenza della vita e alla sua arte. N. d. A. |
| [4] | Gli ha raccolti sotto il titolo: Il Convegno dei cipressi. (Milano, Chiesa e Guindani, 1895) e fecero già il giro dell'Italia meritatamente apprezzati e applauditi. N. d. A. |
| [5] | La Divina Commedia presentata senza il sussidio dei commenti. L. Cappelli edit. Rocca S. Casciano — L. 1,50. |
| [6] | Idea liberale (Milano 1892). |
| [7] | Parole del decreto col quale la Repubblica comandò si facesse il campanile. |
| [8] | Quando fu scritto questo capitolo l'illustre poeta viveva ancora. |
Tutte le pagine di questo romanzo sono ispirate ai sentimenti di Fede, di Famiglia, di Patria e condotte sempre con quella lucidità di concetto, con quella finezza di sentimento, con quell'eleganza di forma che tanto distinguono ormai l'illustre scrittrice. Così tutto il romanzo s'intesse su di un soggetto semplice ed elevato: la vita domestica, cioè, di tre giovinette, Le Tre Marie, che, diverse tra loro per indole, per educazione, per condizione sociale, offrono uno studio variato, gentile di anime e di sentimenti, di lotte e doveri, di sofferenze e di dolcezze, di leggerezze, di cuori, di sentimenti. Tutto si svolge con la più appropriata naturalezza, mentre l'amore vi aleggia sempre or umile e confortato, or grande e soave, ora appassionato e ardente.
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Fiamma di sdegno, per tutto quanto è inganno e perfidia, fiamma d'amore per ogni cosa dolce e bella, ecco l'intima essenza di questo nuovo libro della già nota poetessa emiliana.
L'elegantissimo volumetto rivela una veemenza, un ardimento, una vigorìa insolita nella lira già languida e soavemente mesta dell'autrice dei Canti di Capinera e de L'ermo sentiero.
Veramente nelle cinquanta liriche che compongono il volume arde una fiamma nascosta che le colorisce e le anima infondendo loro un soffio di passione, a molte tragicamente selvaggia! Ma, ecco passato il turbine, l'armonia soave dei canti ispirati alla bellezza della natura, alle gioie dell'amicizia, al bagliore di un sogno fuggente, dilaga e carezza l'orecchio, come suono di liuto nella tranquillità d'una notte lunare.
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Una questione importantissima, intorno a cui la società non riesce a dire l'ultima parola, il duello, ha ispirato alla nota scrittrice un romanzo che è un fino studio psicologico, e che, pur mirando a uno scopo, non ha nulla di comune con la monotona pesantezza degli antichi romanzi a tesi. Un intreccio semplice, uno di quei casi che possono sembrar strani, ma di cui la vita vissuta ci offre a mille gli esempi; un profondo studio delle anime; smaglianti ed evidenti descrizioni prese dal vero, in cui palpitano dinanzi ai nostri occhi varie scene dell'incantato mar Ligure, ecco il libro che oggi la signora Albertoni-Tagliavini ci offre. Il romanzo ha in sè doti capaci di attirargli l'attenzione di ogni genere di lettori, ma è specialmente destinato a incontrare la simpatia delle signore e signorine, a cui non è dato ogni giorno di trovare un libro bello e interessante, che si possa leggere.... senza arrossire.
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La protagonista è — Clara — una giovine nata e cresciuta in un ambiente freddo e diffidente. Le stagioni e gli anni si succedono per essa uniformi, e, quando s'accorge ch'è primavera e che il cuore palpita — le espressioni dubbie e le diffidenze paurose della madre, come una doccia fredda, le gelano l'anima, le attutiscono il cuore. — Ma il tesoro grande d'amore, di cui è pieno il suo cuore gentile, erompe dopo la morte de' genitori, quando, ricca e sola, il bacio di un fanciullo, di un cherubino — abbandonato — la conquide, e Clara passa rapidamente da la desolazione a la felicità ch'è duratura, che tutto irrora e tutto inonda di gioia, di bello, di bene. E il Dottor Alberoni? Che bell'anima! E sua sorella? E tutto l'intreccio così naturale, così ben condotto? Ma dopo l'amaro il dolce, dopo il dolce ancora l'amaro per Clara ma questo ultimo è frutto de l'amore puro, sovrumano che adduce al sacrifizio, sodisfazione ambita da le anime elette, fine ultimo di ogni loro dedizione.
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Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (leggiadria/leggiadrìa, suicidi/suicidî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DAL MIO VERZIERE ***