Basterebbe il «Mefistofele,» credo, per fare il nome d'Arrigo Boito immortale: il «Mefistofele» dalla musica descrittiva, dalla parola melodiosa, il vero dramma musicale, l'unità profonda, indissolubile, sognata da Wagner. «Danse, Musique et Poésie forment la ronde de l'Art vivant» scrive Edouard Schuré in fronte ad un suo indimenticabile libro e il Boito nell'accolta armoniosa delle tre Muse sorelle è giunto a posare il piede vittorioso sul polo vergine dell'Ideale.
Ma non è di questo che volevo parlarvi, care amiche. Volevo scorrere con voi, oggi, qualcuno dei bizzarri canti del rubesto poeta al quale il Libro dei versi e la stupenda leggenda di Re Orso fruttarono già buona parte di gloria. Il Boito quantunque originalissimo fa parte di quella scuola che quando voi non eravate ancora arrivate al mondo chiamavano: dell'arte futura, e che ora, per la frettolosa [pg!241] evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere all'arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio. Egli non può appagarsi, come tanti, d'idee, di larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno di foggiare, di plasmare, d'incarnare subito la sua ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante, umana. Quando scriveva quei due famosi versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:
E non trovando il BelloCi abbranchiamo all'Orrendo
io credo che il bello lo cercasse dove non poteva trovarlo, dov'è soggetto a guastarsi, a immiserirsi: negli aspetti, non nell'anima delle cose. È sempre più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore. Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile; egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.
Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria, amara, scettica che traspare, ci ricorda il ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele. Anch'egli par preferire gli odori resinosi e le macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio, fra i quali non si raccapezza e la sua fibra s'indebolisce rischiando di dare nel banale o nel grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio del Praga, suo fratello d'arte, il quale non è mai così efficace e commovente come quando attinge alla semplice verità.
Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale scritto sotto la fotografia d'una signora:
[pg!242]
Arte nata da un raggio e da un velenoSu questo segno della tua potenzaMi si rivela appienoLa tua duplice essenza.O arcane curve, ombre soavi, tocchiLuminosi, divine orme d'amore!Sento il raggio negli occhiE il veleno nel core.
Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate, direi volentieri irrequiete, come una fiamma:
. . . . . .Il nome tuo tre secoliPassò ignorato e mero,Solo il trovâr le bicheDell'umili formicheE la pupilla inquietaD'un giovine poeta.Ed eri forse un genioA cui fallìa la gloria.Un pazïente anonimoSmascherator di storia.Un creätor d'orrendeRomantiche leggende,O del poema neroDi Faust o d'Assuero.Forse una ragna pendulaFra due cippi romaniTi rivelò il miracoloDei ponti americani,Forse per l'aura brunaVedendo errar la lunaDivinasti l'incautaMagìa dell'areonauta.[pg!243]Certo ti colse il torbidoProblema del futuroScavando i bei caratteriSovra l'antico muro;Eri certo un poeta!Eri certo un profeta!!(O, idea vulgare e trista)Eri forse un copista.
La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre, come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba di Re Orso. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani. A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica concezione, ma abbastanza spero per darvi un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro. Udite:
Per le bimbe, per i pargoliDalla fiaba impauriti,Per i nonni fra le tenebreDesti, pallidi, romiti,Cangerò la tetra nenïaIn un verso allegro e matto,Colla storia ed il ritrattoDel giullare Papïol.Fu il buffon da una mandragoraMesso al mondo, e appena natoEra al par d'un dito mignoloPicciol, magro, affusolato;Poi restò sempre rachiticoFin ch'ei visse ed infermiccio,E la crosta d'un pasticcioFu la culla di Papïol.[pg!244]Per cimiero ei porta un guscioDi castagna o di lumaca,Una pelle di lucertolaÈ sua calza ed è sua braca;Gli filava una tarantolaCinque corde al suo liuto;E non v'ha giullar più astutoDel gobbetto Papïol.Tien la vespa il fine aculeoDentro il corpo alidorato,Tal Papiolo entro la cintolaTiene un ago avvelenato,Con quell'ago ei fe cadaverePiù d'un Duca e più d'un Conte,Per quell'ago sir DrogonteVenne spento da Papïol,Perchè un dì, presente il Principe,Arse vivo uno scorpione.Fu Papiolo eletto al titoloD'uom di Corte e Centurione;Sulla terra ancor non videsiUn più gracile arfasatto.Ecco i fasti ed il ritrattoDel giullare Papïol.
Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del poeta:
Cessato è il nembo; — va volando intornoL'angiol del giorno — a spegnere le stelleE le fiammelle — che brillano sui fariDei marinari. — L'esule chiesettaDell'alta vetta — già si fa men brunaE ancor la lunaSplende sull'ermoBianca ed immota.Come una notaDi canto fermo.. . . . . .
[pg!245] Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha vinto il poeta.
In Re Orso colgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura di Tolosa:
Io di Provenza tenero trovieroVorrei cantarti nella mia loquela,Chè più soave mi parrebbe e meroL'inno amoroso che il mio spirto inciela,Per te sui voli dell'idea cavalco,Cacciando le colombe del pensier;Tu fai di me, siccome fa col falcoIl falconier.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploroTan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.. . . . . . .Ier notte oravo, il mio fervor blandiaQuasi un soffiar di celestiale avena,E mi si ruppe in cor l'Ave-MariaPerchè appena fui giunto al gratia plenaTu m'apparisti, angelicata donna,Tutta piena di grazia e di virtù.Certo salì la prece alla MadonnaEd a Gesù.Tale m'alletta amoroso martòroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.Ten vieni o Donna nel gentil paeseDove vibran le cetre e le mandòle,Dove nasce la vaga sirventese,Dove si parla in rimate parole,Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,Dai mali, dalle lotte e dai viventi,[pg!246]Qual si ripara colla palma un lumeIn mezzo ai venti.Tale m'alletta amoroso martôroChe giorno e notte vo cantando e ploro.Tan m'abelis l'amoros pensamanQue jorn et nuit jeu plore et vai chantan.
Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.
Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:
Conchiglia roseaDel patrio lidoPiccolo nido,Del vasto mar.Dell'alma VenereCulla e flottigliaRosea conchiglia.In te ricircolanoMille voluteChe fan che mormorinoFin l'aure mute.Tu canti e sfolgoriCoro fra i coriOro fra gli oriDel sacro altar.[pg!247]Entro ti palpitanoLe nettunineNinfe che avvincolansiD'aliga il crineE tutti i zeffiri,Pel cielo errantiE tutti i cantiDel pescator.Dimmi l'oracoloDi mia fortuna,Tu della dunaEco e splendor.Parla, la vergineCupida origlia,Rosea conchiglia.L'api che ronzanoFra gli oleandriNe' tuoi meandriOdonsi ancor.Un trillo eolioIn te bisbigliaRosea conchiglia.Parla... e che? turbinanoSconvolte l'onde!Crollan.... rigurgitano...Alte e profonde.E sull'equoreaTerribil iraPiomba la divaFuria del tuon.Orror profetico!Rombo bïeco!Terribil eco!Ria visïon!Fuggi! Ho una lagrimaSulle mie cigliaTetra conchiglia!
E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei pescatori.
[pg!248]