Nulla di veramente importante registra la nostra storia in questo mese, se si esclude il fatto del compimento delle mura che dovevano cingere Gerusalemme attuato dai reduci della cattività babilonese. Com'ebbimo a dire nel [pg 96] mese scorso per l'erezione del Tempio, il cui lavoro fu più volte interrotto per l'opposizione dei popoli circostanti che lo avversavano accanitamente, considerandolo, come lo era infatti, un primo passo verso il riacquisto della primitiva indipendenza; lo stesso dobbiamo ripetere ora relativamente all'erezione della muraglia di cinta. Ma grazie alla protezione divina, e alla energia e costanza degli stessi Ebrei, codesto lavoro fatto sotto la direzione del principe Zorobabele ebbe il suo termine ai 25 di questo mese. Non passeremo sotto silenzio che anche in questa occasione tornò indispensabile la validissima cooperazione prestata dal profeta Nehhemia, il quale per l'instancabile operosità, per le abnegazioni e pei sacrificii d'ogni genere di cui fu esempio, acquistò un titolo immortale di patria benemerenza.
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Persuasi di fare cosa nonchè utile, ma altresì grata ai nostri giovani lettori, alla continuazione degli studii di Archeologia biblica, noi facciamo precedere alcuni schiarimenti sull'uso che tuttavia si segue in questo mese di suonare lo sciofar, e poichè ci troviamo sull'argomento aggiungeremo alcune parole sui diversi motivi che inspirarono a Mosè le due notevolissime instituzioni dell'anno sabbatico e dell'anno del Giubileo; per la cui solenne e pubblica annunciazione si faceva appunto uso di quello strumento musicale.
Lo sciofar si suona in tutti gli Oratorii e in tutti i giorni di questo mese tranne i sabbati, dopo l'orazione mattutina, tefilà, e in certe località anche dopo l'orazione antivespertina, minhhà. Tale suono viene limitato a quattro sole voci (tekiód) distinte colla parola tasrad57.
Per insegnamento tradizionale noi sappiamo che questo uso deve la sua esistenza al pensiero di commemorare la [pg 97] seconda ascensione sul Sinai fatta da Mosè per prendere le seconde tavole della legge: importantissimo avvenimento che si vuole successo appunto il primo giorno del mese di Ellul. Forse non si ignora che le prime tavole della legge, che per ordine di Dio Mosè salì a prendere immediatamente dopo la proclamazione dei 10 comandamenti, furono da lui stesso spezzate in un istante di giustissima ed irrefrenabile ira, quando cioè disceso dal monte vide gli insani tripudii del popolo intorno al vitello d'oro fatto da Aronne. La tradizione crede adunque che prima di assentarsi di nuovo per quaranta giorni, Mosè edotto dalla esperienza della leggerezza ed incostanza del popolo abbia voluto rendernelo avvisato facendo suonare lo sciofar, e ridisceso il dieci di Tisrì, abbia consacrato quel giorno alla penitenza e al perdono, chiamandolo ìom achipurim (giorno dell'espiazione o del perdono). Secondo questa credenza la tekià, o le tekiód, secondo l'usanza delle Comunioni, che chiudono quel santo giorno, sarebbero state stabilite in memoria appunto del suono dello sciofar, che Mosè fece ripassare nell'accampamento quello stesso giorno per annunziare al popolo il suo ritorno.
Vedremo in seguito quanto fossero famigliari agli Ebrei il canto e la musica: diremo qui che lo sciofar tradotto dalla Vulgata in buccina, nella Bibbia viene pure appellato keren aiovèl espressione che a detta dei Rabbini significa corno di montone, locchè ci può fare convinti che questo istrumento era fatto effettivamente con un corno di montone, o ne aveva almeno la forma.
Nella Scrittura si parla spesso di codesto istrumento musicale, che si adoperava specialmente nelle guerre e per annunziare pubblicamente l'anno dell'iovel (Giubileo). È cosa probabilissima che la denominazione data a quell'anno abbia avuto origine dall'istrumento che era adoperato per annunziarlo solennemente. Per dovere di esattezza dobbiamo però aggiungere, come taluni opinino invece che la parola iovel derivi dalla radice iaval che significa apportare; perchè tale anno apportava ad ogni [pg 98] cittadino la gioia di rientrare in possesso dei beni forzatamente alienati, e ad ogni schiavo una libertà completa. Ecco come si esprime la legge sul modo di annunziare tale anno alla nazione e sulle importanti specialità che lo distinguevano: «Numererai poi sette ebdòmade di anni (cioè) sette anni sette volte; e quando il corso delle sette ebdòmade di anni ti avrà dato quarantanove anni, nel mese settimo ai dieci del mese suonerai buccina clamorosa; nel giorno dell'espiazione suonerete la buccina in tutta la vostra terra. Consacrerete l'anno cinquantesimo e proclamerete franchigia nel paese a tutti i suoi abitanti. Quello sarà per voi giubileo (iovél), e ciascheduno di voi farà ritorno alla sua possessione, e ciascuno tornerà alla propria famiglia».
I principali motivi che inspirarono le due istituzioni dell'anno sabbatico e dell'anno del giubileo furono i seguenti: 1º Il progresso dell'agricoltura; 2º l'inalienabilità dei possedimenti prediali; 3º la libertà degli schiavi. Quantunque le disposizioni di cui noi parliamo non si accordino guari colle idee perdominanti ai giorni nostri sia sul commercio, quanto sulla proprietà e sulla agricoltura; pure non furono solo possibili allora, ma altamente commendevoli. E la prova si è che non fu solo Mosè che concepì l'idea della parità di averi per ogni cittadino, e per conseguenza della inalienabilità delle terre. Però è per noi gradito dovere quello di potere asserire colla testimonianza della storia, che fra quanti antichi Legislatori tentarono d'incarnare tale concetto, nessuno seppe concepire un piano tanto semplice, e di così facile attuazione quanto quello ideato dal Legislatore ebreo.
Intimamente persuaso Mosè che la durata e la felicità delle nazioni dipende dalla bontà delle istituzioni che la reggono, dall'abbondanza d'annona e dal forte vincolo che lega il cittadino al patrio suolo, più che da estese relazioni commerciali che spesso apportano la corruzione col lusso e colle ricchezze, o dalle imprese guerresche e dalle micidiali conquiste che spandono bensì sprazzi di [pg 99] luce viva ed abbagliante, ma quasi sempre passeggiera e d'una utilità piuttosto apparente che reale; dopo di avere dati al suo popolo un codice di leggi «giuste e rette», cercò d'inspirare nei loro animi il massimo amore per le due innocenti ed utilissime professioni dell'agricoltura e della pastorizia. A questo fine cominciò a nobilitarle cogli esempi dei patriarchi e suoi, poscia annunziò al suo popolo che esso non era il vero proprietario della terra, ma niente più di un semplice vassallo e coltivatore a cui Dio assegnò una parte del suo terreno affinchè la custodisse e la coltivasse con amore. «La terra è mia, dice il Signore, e pertanto non sarà definitivamente venduta. Voi non siete con me se non forestieri ed abitanti».
Stabilita questa premessa, dopo di aver dichiarato che i componenti la sua repubblica erano tutti eguali al cospetto del Signore, perchè tutti «suoi figli e suoi servi che trasse dalla schiavitù d'Egitto», doveva naturalmente conseguire un diritto indiscutibile per ciascuno di essi di partecipare nella stessa misura al suolo da conquistarsi58. Ma oltre alla sanzione della perfetta eguaglianza di tutti i cittadini in faccia alla legge, è fuor di dubbio che tale disposizione, serviva mirabilmente ad inspirare in ciascuno d'essi un fortissimo amore di coltivare bene, e di difendere strenuamente quei campi e quelle case a cui erano legati da tante care memorie e dai più gentili affetti; e che come formarono il patrimonio dei loro padri, così dovevano venire tramandati ai loro figli; com'è fuor di dubbio che la parte toccata in eredità a ciascun cittadino, doveva bastare ad assicurare un vitto abbondante alla propria famiglia. «Quando voi sarete in possesso della terra che Dio promise ai padri vostri, dice il Legislatore, voi la [pg 100] dividerete col mezzo della sorte, per famiglia e per tribù, per modo che ciascuno abbia la sua parte conveniente; dando (cioè) una porzione più grande a quelle (tribù o famiglie) che saranno in numero maggiore, e una porzione più piccola a quelle che saranno in numero minore».
Uniformandosi a questa prescrizione, dopo le sue splendide vittorie, Giosuè invitò l'assemblea del popolo raccolta in Silo, a scegliere tre uomini abili per ciascuna tribù, di dare loro l'incarico di percorrere il paese in tutti i sensi, tracciarne il piano e dividerlo in porzioni.
E a questo proposito non possiamo trattenerci di fare rimarcare il seguente fatto degno di nota. Ammettendo anche inesatta l'opera di quegli uomini, non ci deve recare meno stupore la considerazione che 3500 anni fa, al loro ingresso nella terra di Canaan, gli Ebrei abbiano già potuto avere ciò che i popoli più inciviliti ottennero da non molti anni, con grandi sforzi e gravi dispendii, il piano cioè del loro paese, il cadasto della proprietà pubblica.
Ma se queste prescrizioni erano di tale natura da fare avvanzare l'agricoltura59, non valevano tuttavia ad [pg 101] assicurarne una fertilità duratura; inquantochè la terra possa isterilirsi tanto per l'indolenza e l'incuria del proprietario, quanto per la sua insaziabile ingordigia. Prevenuto il primo di questi due pericoli conveniva pensare a scongiurare il secondo. Oggi giorno si usa di alternare le seminagioni: ma allora o non si conosceva questo sistema o non si credeva bene di praticarlo. Aggiungeremo ancora, che per motivi che qui non occorre cercare, Mosè proibì la simultanea mescolanza dei vegetabili nello stesso campo. Occorreva dunque cercare uno spediente; e fu egregiamente [pg 102] trovato coll'istituzione dell'anno sabbatico, che era un anno intiero di riposo alla terra. Ecco come si esprime la legge a questo riguardo: «Sei anni coltiverai il tuo campo, e sei anni poterai la tua vigna, e ne ritirerai il prodotto. Ma nell'anno settimo la terra avrà sabbato di riposo, sabbato ad onore del Signore: il tuo campo non seminerai, e la tua vigna non poterai. La raccolta che ti nascerà spontanea (dai grani caduti), non mieterai; e l'uva delle tue viti incolte non vendemmierai: egli sarà per la terra un anno sabbatico. Il (prodotto del) sabbato della terra sarà vostro da cibarvene: tuo (cioè), e del tuo schiavo e della tua schiava, e del tuo mercenario, e del tuo avventiccio, dimoranti teco. Ed (anche) al tuo bestiame, ed alle fiere esistenti nel tuo paese, sarà lasciato mangiare ogni suo prodotto».
E quasi superfluo che noi facciamo notare, come il Legislatore ebreo non siasi lasciato sfuggire neanche questa occasione onde disporre il cuore del suo popolo alla bontà e alla misericordia. L'avvicinarsi dell'anno settimo poteva impensierire i meno abbienti pel timore di mancare del necessario; ed ecco il Legislatore che anticipatamente viene in loro soccorso, li libera di un pensiero angoscioso, prescrivendo che i prodotti spontanei di quell'anno fossero lasciati a loro favore. Solenne prova di un cuore nobilissimo e di un sentimento squisitamente gentile!
La terra abbandonata a se stessa pel corso di un anno riparava alle sue forze stremate pei sei ricolti consecutivi: e le numerose mandre che ricondotte dal deserto vi pascolavano in libertà, ne aumentavano d'assai la fertilità.
E posciacchè questa istituzione potrebbe sollevare qualche difficoltà nell'animo dei nostri lettori, non sapendosi rendere ragione che uno stato possa seriamente rinunciare all'intiero raccolto di un'annata, e particolarmente poi in quei tempi che presentavano tanti ostacoli a provvedersene altrove per la difficoltà di comunicazione; noi rapporteremo le parole colle quali Mosè rassicurava il suo popolo a questo riguardo: «E se voi mi chiederete, cosa [pg 103] mangeremo noi nell'anno settimo, se non faremo seminagioni, e non potremo perciò raccogliere verun prodotto?»—«Io comanderò su voi la mia benedizione nell'anno sesto, e la terra vi darà un prodotto bastevole per tre anni». Ma senza pregiudicare minimamente questa divina promessa, subordinata alla osservanza delle sue leggi; non v'ha dubbio che questa instituzione serviva altresì a inspirare e a sviluppare in loro il sentimento della previdenza e dell'economia. Le terribili carestie dei tempi d'Abramo e di Isacco ci fanno fede che i mezzi di conservare i generi alimentarii erano affatto sconosciuti o assai negletti. Invece per questa legge gli Ebrei erano appunto obbligati ad inventare ed a perfezionare diversi mezzi per conservare il grano, le frutta, il vino e l'olio; e ad abituarsi a sagaci approvigionamenti. Con queste lodevolissime precauzioni essi venivano a premunirsi contro il flagello delle carestie che in quei tempi erano tutt'altro che rare, e che ancora più che dalla inclemenza delle stagioni, erano prodotte dalle guerre comunissime allora e di carattere selvaggio.
Ma i benefici effetti dell'anno sabbatico si estendevano pure alla derelitta classe degli schiavi. Parlando della costituzione della famiglia ebrea, noi ebbimo già occasione di constatare le sollecitudini di Mosè per quelle infelici creature, che la sventura o il bisogno assoggettava ai loro simili.
Nessun'anima gentile potrà non convenire con noi che al dissopra della triste condizione in cui lo schiavo gemeva giornalmente, era senza dubbio straziante il pensiero che gli fosse tolto definitivamente ogni speranza che ritornasse a rilucere per lui un raggio di libertà, che valesse a riabilitarlo nei suoi diritti di uomo e di cittadino. La schiavitù non gli presentava che un immenso ed indefinito orizzonte di sofferenze e di dolori che faceva capo alla tomba. Togliere questo strazio inesprimibile dal cuore dello schiavo ebreo, era una delle prerogative dell'anno sabbatico. «Quando tu acquisterai [pg 104] uno schiavo ebreo esso ti servirà sei anni, e nel settimo se ne sortirà liberamente60. Questa legge ammetteva però un'eccezione concessa per un lodevole sentimento di tenerezza supposto nello schiavo verso il proprio padrone, verso la propria moglie e verso i figli. Ecco come si esprime la legge a questo riguardo: «E se lo schiavo dirà: Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli e non voglio andarmene libero»; allora il padrone lo farà presentare ai giudici, e questi lo faranno avvicinare ad un battente, o allo stipite della porta della città (luogo, come vedremo più innanzi ove risiedevano in quei tempi i tribunali composti ordinariamente dei vecchi della città, ed ove per conseguenza amministravano pubblicamente e gratuitamente la giustizia) e colà, lo stesso padrone, gli buccherà il lobo dell'orecchio..... e lo schiavo lo servirà leolàm, [pg 105] vale a dire sino all'anno del Giubileo, come intendono, tutti i commentatori.
I nostri Dottori interpretano così questo atto che sembra strano: «Per quale motivo la legge ordina di offendere l'orecchio a preferenza di qualunque altro membro?—Disse Dio: «Quell'orecchio che intese la mia voce sul Sinai, quando proclamai: che tutti i componenti l'Assemblea di Giacobbe sono ugualmente miei schiavi che trassi dalla terra d'Egitto, e ciò non pertanto si sottomise volontariamente al giogo d'altro schiavo, porti esso il marchio dell'ignominia e del disonore».
L'anno del giubileo differenziava dall'anno sabbatico per la prescrizione d'una libertà intiera, assoluta ed inesorabile per la terra e per tutti i suoi abitanti. Imperocchè, nella guisa istessa che nell'anno sabbatico s'era fatta un'eccezione alla legge relativa agli schiavi, così se ne ammise una riguardo alla legge sulla proprietà permettendone l'alienazione in dati casi. Ma questa concessione non era che temporanea anch'essa: inquantochè oltre al permettere al possessore stesso di ricuperare in qualunque momento la possessione alienata; oltre al raccomandare questo misero decaduto alla pietà dei suoi parenti, facendo loro quasi un dovere di ricuperare per lui la già sua possessione; statuì che in qualunque caso all'anno del giubileo, egli ritornasse di pien diritto al possesso dei suoi beni. I debiti di qualunque specie essi fossero venivano pure rimessi61.
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Così ad ogni mezzo secolo tutto rientrava nell'ordine primitivo: lo stato ricuperava i membri per lui perduti nella schiavitù; e questi miserabili resi alla patria e ristabiliti nei loro fondi, riprendendo il titolo di cittadino si trovavano alla portata di adempirne le funzioni e di sopportarne i carichi.
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Dopo d'avere parlato nei mesi precedenti sulla società domestica degli antichi Ebrei, comincieremo in questo la descrizione dei loro usi sociali, facendovi precedere alcune considerazioni sul loro carattere in generale.
È cosa innegabile che il carattere degli ebrei antichi teneva alcun che di singolare, e distinguevasi da quello degli altri popoli per virtù e vizi proprii. Se è vero che essi non erano affatto scevri dei vizi propri degli Asiatici quali: l'arroganza, l'indocilità, la caparbietà, la mollezza, l'amore del lusso e delle pompe; se è vero ch'essi ebbero una tendenza invincibile verso l'idolatria fino all'epoca del primo esiglio; non è men vero che in parecchi periodi della loro storia noi li riscontriamo sobrii e semplici nei costumi, modesti nelle glorie, attribuendone maggior merito alla protezione di Dio che al loro proprio valore; li riscontriamo ammirabili per fede religiosa e per isviscerato amore al patrio suolo; schietti, mantenitori delle promesse, chiari per umanità, giustizia ed affabilità.
Gli sforzi di Mosè per insinuare nei loro cuori una forte passione per l'agricoltura e per la pastorizia non furono vani, perchè essi vi si mostrarono cotanto propensi e vi si dedicavano con tanto amore, che la massima prosperità della nazione veniva figurativamente espressa dai profeti colle parole che: «ciascuno condurrebbe la sua vita sotto la sua vite e sotto il suo fico»: per quanto ciò non abbia minimamente impedito che ogni qualvolta la loro patria reclamava l'aiuto dei suoi figli, questo popolo non abbia saputo cangiare con prestezza ammirabile e con uno slancio insuperabile gli strumenti di pace in quelli di guerra.
[pg 108] Vediamo ora come il loro carattere si manifestasse in pratica nelle diverse congiunture della vita.
Non è mestieri di essere molto versato nel Pentateuco, per sapere quanto già dicemmo e ripetiamo ora, che cioè il suo autore si studiò di ingentilire l'animo del suo popolo, e di insinuare nei loro cuori urbanità e delicatezza62. [pg 109] E noi ci sentiamo ben orgogliosi di potere asserire senza, tema di smentita, che da questo lato gli ebrei si uniformarono sì bene all'intenzione del loro Legislatore, che lasciarono una prova indubbia della più alta civiltà.
L'atto più comune di urbanità essendo il saluto che viene scambiato tra amici e conoscenti; è perciò naturale che si presenti primo al nostro esame.
Presso gli ebrei, la locuzione che esprimeva il saluto, conteneva una benedizione. Il saluto più ordinario era infatti: Dio (sia) con te: al quale veniva risposto: benedica te Iddio. Si usavano però altre formule quali sarebbero: Dio ti sia benigno: la benedizione di Dio (sia) sopra di te; io ti benedico nel nome di Dio. Volendo informarsi del benessere dell'amico, gli si indirizzava la seguente interrogazione: aschalom lach? a cui ordinariamente veniva risposto: schalom. Gli amici, i parenti e quelli che erano di un rango eguale per lo più facevano seguire un abbraccio al saluto e specialmente poi quando non si erano visti da lungo tempo. Incontrando o accomiatandosi da persone di un rango più alto facevano una profonda riverenza, che la Bibbia esprime colle parole: si prosternò colla faccia a terra.
Da quanto si rileva dal fatto di Rebecca verso Isacco e da quello di Abigaille verso Davide, si può conghietturare, che l'inferiore si affrettava a scendere dalla sua montura, quando vedeva arrivare l'uomo di distinzione al quale voleva presentare i proprii omaggi.
Nel corso della conversazione, l'inferiore dava al superiore il titolo di signore, e a se stesso si attribuiva quello di servitore, senza però lasciare di parlargli direttamente in persona seconda, formula che si usava quasi esclusivamente. Anche le donne parlando a uomini a loro superiori davano a se stesse l'epiteto di serventi. Pare che gli uomini non usassero salutare in pubblico le donne, ma che all'incontro queste si mostrassero molto sollecite ad usare verso gli uomini quest'atto d'urbanità. Tale uso si conserva ancora oggi giorno tra gli Arabi.
[pg 110] Stando a quanto scrisse un celebre viaggiatore63 sugli Orientali, i quali, dice esso, «conservano talmente le usanze antiche menzionate nella Storia Sacra e profana, che salvo la religione, si può dire che è ancora lo stesso popolo di due mila anni fa», noi siamo portati a conghietturare che quando si andava a fare visita a un grande personaggio sì usava farsi annunziare: ma che volendo invece entrare in una casa ordinaria si bussava alla porta, e si attendeva che sortisse il padrone per esservi introdotto. Partendo dalia stessa supposizione si ha fondamento a ritenere che, come si usa attualmente dagli Orientali, si usasse anche fra gli Ebrei di abbruciare incensi in onore degli ospiti e di complimentarli con rinfreschi che consistevano allora in vino mescolato d'aromi, in sciroppo di melagranate, ecc.
Nel rispondere al saluto di commiato del visitatore, il padrone di casa gli diceva: lech leschalom (va in pace) augurio questo che si adoperava anche pel viaggiatore.
Fra gli scambievoli atti d'urbanità a cui ci obbliga la vita socievole, dopo il saluto e la visita vengono i regali, e di essi la Bibbia ci offre pure molti esempi. È quasi superfluo dire che i regali, i quali sono forse ancora più che il saluto e la visita una manifestazione d'una reciprocanza non dubbia di affetto, di stima e di devozione; dovevano necessariamente variare a seconda dei vincoli di parentela e di amicizia che legavano tra loro chi li offriva e colui a cui venivano offerti, e a seconda della differenza della loro condizione sociale64. Essi consistevano in armi, [pg 111] in vestiti, in danaro e in derrate, fra le quali devesi particolarmente notare il grano secco, il pane e il miele. Naturalmente non v'era epoca fissa per tale scambio di regali, poichè gli amici se ne scambiavano nei giorni di allegria per qualsivoglia festività domestica; e in tali giorni, come pure nelle ricorrenze delle solennità religiose, se ne distribuivano generosamente al levita, al forestiero, all'orfano e alla vedova: onde anch'essi, secondo il detto Mosaico «potessero partecipare alla comune letizia».
Si offrivano pure regali ai grandi, dei quali volevasi acquistare la protezione. Talvolta anche i grandi ne offrivano ai loro inferiori, locchè veniva stimato un segno di favore e di protezione. Anche ai re si offrivano regali, ma probabilmente altro non erano se non un'imposta [pg 112] mascherata. È però dovere di giustizia il soggiungere che anche i re dal canto loro si dimostravano liberali verso quei loro sudditi che ritenevano degni di particolare distinzione, e che nei tempi di pubblica esultanza facevano distribuire viveri al popolo radunato.
Un altro genere di urbanità consistente nei pranzi era pure in uso allora. Si davano pranzi per festeggiare l'arrivo di qualche parente od amico che non s'era visto da gran tempo; alla tosatura delle pecore; alle vendemmie; allo spopparsi dei bambini e in occasioni di matrimoni; presso i principi si davano pranzi anche nelle neomenie e nei giorni loro natalizi ecc. Questi festini vengono indicati colla parola misthè, che letteralmente significa tempo di bere, probabilmente per la larga parte che si lasciava al vino in quei tempi in compenso alla scarsità delle pietanze, che erano certamente ben lungi di raggiungere o anche di solamente avvicinarsi al numero di quelle che s'imbandiscono attualmente nelle mense dei grandi. Portavano pure il nome di lehhem che vale pane, quasi ad atto di ossequio al primo e più importante alimento. Da quanto si legge in Samuele, pare che il pasto fosse preceduto dalla benedizione del capo dei convitati.
Nei diversi festini di cui parla la Bibbia non si fa mai cenno sull'intervento delle donne, per cui siamo portati a conchiudere che anche fra gli ebrei, le donne tenessero festini nei loro appartamenti separati come si usava in tutto l'Oriente; quantunque dall'importanza che aveva la donna nella famiglia ebrea, debba mettersi fuor di dubbio che esse venivano ammesse nei pasti famigliari. Tutto lascia credere che tali festini fossero rallegrati da concenti musicali e da canti di gioia.
Nel conversare il loro contegno era misurato e grave, come lo è quello degli orientali in generale, e specialmente quello degli arabi. Si parlava poco, e con parole convenienti. Le espressioni lubriche, disoneste od anche solo equivoche non solo erano bandite dal loro parlare, ma venivano colpite dalla riprovazione universale: i buffoni [pg 113] erano tenuti in tale pessimo concetto, che Davide li assimila ai malfattori e ai reprobi.
Crediamo fare cosa utile rapportando su questo argomento alcune osservazioni giudiziose e spassionate dell'abate Fleury, nel suo pregiato lavoro Mœurs des Israélites: «Essi, gli ebrei, usavano volontieri nei loro discorsi allegorie ed enigmi ingegnosi. Il loro linguaggio era modesto e conforme al pudore. Essi dicevano per esempio: «L'acqua dei piedi» per sott'intendere l'orina: «Coprire i piedi» per soddisfare agli altri bisogni naturali, perchè in tale azione si coprivano dei loro mantelli dopo d'avere scavato la terra..... D'altra parte se essi hanno certe espressioni che a noi sembrano piuttosto dure quando parlano del concepimento e della nascita dei bambini; se nominano senza riguardo certe infermità segrete dell'uno e dell'altro sesso, ciò avviene per la distanza dei luoghi e dei tempi...»
Sull'argomento dei loro piaceri lo stesso autore così si esprime: «La loro vita agiata e tranquilla unita alla bellezza del paese li rendeva inclinati al piacere: ma i loro piaceri erano semplici e facili non avendone guari oltre il buon vitto e la musica. I loro festini erano imbanditi di vivande assai semplici e la maggior parte di loro sapeva cantare e servirsi degli strumenti musicali». Quantunque in verità noi riteniamo che gli ebrei godessero altri piaceri oltre ai due summentovati; è però vero che il vecchio Barzilai non enumerò che questi due, che certo erano per loro i principali, quando invitato da Davide a volere dimorare nella sua Corte, rispondeva di non potere accettare perchè la sua grave età non gli permetteva oramai di gustarne il diletto. L'ecclesiastico poi paragona questi due piaceri nella vita dell'uomo, all'effetto che produce alla vista uno smeraldo incastrato nell'oro. Per godere il fresco e l'aria libera, essi mangiavano volentieri sotto gli alberi e sotto capanne.
Due altri generi di divertimenti, il giuoco e la caccia, sono ai tempi nostri annoverati tra i principali. Riguardo al giuoco possiamo affermare che nella Bibbia non se ne [pg 114] ha traccia veruna. Solo nella legge tradizionale si parla di giuochi d'azzardo e non solo vengono dichiarati proibiti, ma si aggiunge che coloro che vi si davano non potevano deporre come testimoni innanzi ai tribunali.
Riguardo poi alla caccia, che in origine dovette formare una delle occupazioni essenziali tanto dei nomadi, quanto dei pastori della Palestina, pel bisogno che avevano di difendere le loro greggie dalle bestie feroci; pare che fosse esercitata anche dagli ebrei, sia per lo stesso motivo e sia perchè poteva fornire i loro pasti di buone vivande. Nessuno ignorerà probabilmente che il potente Nembrotte era chiamato «cacciatore forte al cospetto dell'Eterno»; e che la selvaggina tornava tanto gradita al palato del Patriarca Isacco, da ispirargli maggior tenerezza pel figlio Esaù che spesso gliene provvedeva.
Da parecchi passi della Bibbia risulta che la Palestina era ricca in selvaggina, e la legge non opponeva alla caccia che una sola restrizione, che a noi pare bene trascrivere nella sua interezza: «Se per la via s'affaccia innanzi a te, in qualche albero, o per terra un nido d'uccelli (ove siano), pulcini o uova, colla madre coricata sui pulcini o sulle uova; non devi pigliare la madre coi figli. Manderai via la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del bene, e vivrai lungamente65».
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I cacciatori si servivano di diverse armi da guerra e particolarmente dell'arco, delle freccie, del romahh (picca o lancia), dell'hhanid (asta o lancia) e dell'hherev (spada). Le bestie feroci e specialmente i leoni si prendevano nella sciuhhà (fosso), col mochesc (trappola) e col pahh (laccio). Era molto ingegnoso il modo di preparare i fossi. Finita l'escavazione, se ne copriva l'orifizio di canne o ramoscelli d'alberi, e nel mezzo si fissava un palo piuttosto rilevato al quale si attaccava un agnello vivo. I belati dell'agnello attiravano la bestia feroce, la quale si slanciava con furia sulle canne per impadronirsi della preda; ma queste cedendo al suo peso, lo traevano seco nella fossa. Questi fossi, vengono spesso usati nella Bibbia per dare l'immagine d'imboscate e di pericoli.
Per completare questi nostri brevi studii sulla vita domestica e sociale degli antichi Ebrei, ci crediamo obbligati a consacrare alcune parole sul trattamento che trovavano presso di loro i poveri ed i forestieri.
Sui primi diremo: che per quanto Mosè considerasse eccellenti le disposizioni da lui prese, e da noi in parte esaminate, onde tutti i componenti della repubblica da lui fondata potessero vivere in condizione agiata ed indipendente; tuttavia non poteva illudersi, come veramente non si illuse, sulla possibilità che la infingardaggine e i vizii degli uni, e la vile ingordigia degli altri non avessero in un tempo più o meno lontano alterato lo stupendo equilibrio sociale da lui stabilito. Ecco con quali parole dimostra questa possibilità ed ordina di venire in soccorso ai bisognosi: «Perocchè non suol mancare in un paese qualche bisognoso, perciò io ti comando con dire: Apri la tua mano al tuo fratello povero e bisognoso, nel tuo paese».
La lingua ebraica ha tre vocaboli per designare questa classe di diseredati: 1º Evion, derivante dal verbo avà, che significa desiderare, volere; 2º anì, da óni, afflizione, miseria; 3º dal, che deriva dal verbo dalal, e che vale impoverire, mancare, scarseggiare. Questo vocabolo viene [pg 116] usato indistintamente tanto rapporto alla salute fisica e allo stato dello spirito, quanto in rapporto ai beni di fortuna e alla condizione sociale.
Se portati dall'argomento noi dovemmo occuparci di questa classe sfortunata, ciononpertanto ci riteniamo dispensati di allungarci a dimostrare con quanta premura ed amorevolezza venisse essa raccomandata alla pietà dei ricchi, sia da Mosè stesso e sia dai Profeti. I nostri Dottori poi eccedettero talmente nelle loro raccomandazioni delicate e previdenti da quasi rasentare l'esagerazione. A degno complemento dei loro ammaestramenti definirono il popolo d'Israele per rahhamaním benè rahhamaním, misericordiosi figli di misericordiosi, inquantochè, conchiusero essi, sia cosa indubitabile che colui che non ha misericordia verso i sofferenti non può essere (degno) discendente di Abramo66.
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Forse ancora più che pei poveri, Mosè ebbe commoventi raccomandazioni verso gli stranieri. Non sarà forse mestieri che noi notiamo, che presso tutti i popoli antichi i forestieri venivano tenuti quali altrettanti nemici. Ma quale diverso trattamento impone Mosè verso di loro! Oltre di autorizzarli a raccogliere in comunione dei regnicoli poveri le spighe cadute al mietitore, i grappoli d'uva, le olive che il proprietario doveva lasciare non raccolte, e quasi dimenticate, in un angolo del campo e della vigna; la produzione spontanea degli anni sabbatici; in faccia alla legge concedeva loro gli stessi diritti dei cittadini. Quanto sono ammirabili le parole colle quali sancisce questo loro diritto! «Come un cittadino tra voi sarà (considerato) il forestiero che verrà a stanziare tra voi; voi lo amerete come voi stessi, inquantochè voi conoscete l'anima (le sofferenze morali) del forestiero, che forestieri voi foste nella terra d'Egitto». Ed altrove fissando le norme per cui la giustizia riescisse amministrata con imparzialità, equità e fermezza, così si esprime a riguardo del forestiero: «Una sola giustizia, una sola legge regnerà tra voi sia pel cittadino quanto pel forestiero».
E convinto della efficacia che hanno gli esempi sugli animi, e che è a cento doppi maggiore di quella dei freddi precetti; dimostrò tradotti in pratica questi generosi e nobili sentimenti cogli esempi di ospitalità dati da Abramo e da Loth quando vennero visitati dagli angeli in forma d'uomini; dall'esempio di Batuele verso Eliezer; da quello di Labano verso Giacobbe fuggitivo dalla casa paterna; dell'ospitalità da lui stesso ricevuta in Madian da Ietro, [pg 118] e che a sua volta gli restituì nel deserto, nell'occasione che gli accompagnò colà la moglie e i figli.
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