Questo mese può chiamarsi a giusta ragione, il mese infausto del popolo d'Israele; inquantochè in esso abbiano avuto compimento i terribili castighi già minacciati da Mosè e tante volte predetti, ma pur troppo invano, dai profeti che Dio suscitava in ogni secolo, e siano succeduti i luttuosi avvenimenti della distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme.
Il primo giorno di questo mese segna la morte di Aronne, avvenuta sopra il monte Hor nell'anno quarantesimo dell'uscita d'Israele dall'Egitto, e 123° della sua età.
La tradizione fissa al giorno ottavo di questo mese, il ritorno degli esploratori spediti da Mosè nel paese di Canaan.
Ci fermeremo a narrare diffusamente quest'avvenimento anch'esso luttuoso per parecchi motivi, per indi parlare della distruzione dei due Tempii di Gerusalemme, ma in particolare modo del secondo, maggiormente importante per noi. Infatti dal dì della sua caduta data non solo la cessazione della indipendenza politica d'Israele, ma il principio di quella lunga sequela di sofferenze e di persecuzioni inenarrabili, che se la mercè di Dio cessarono ora in quasi tutta l'Europa civile, e delle quali noi dobbiamo conservarne la memoria per solo rammarico di vedere distrutto quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge divina, e per ammirazione verso i nostri padri, che con invitta costanza verificarono alla lettera l'espressione di Davide: «Tutto questo soffrimmo ma non dimenticammo Te, (Dio) e non mentimmo al tuo patto», dobbiamo però constatare che pur troppo tali sofferenze e persecuzioni durano tuttavia in parecchie contrade, dove il sole della libertà e della universale fratellanza degli uomini, non potè ancora farvi penetrare i suoi raggi benefici.
Correva il secondo anno dall'uscita d'Egitto, e il popolo d'Israele, che toccava oramai i confini dell'Emoreo, si raccolse presso Mosè e lo richiese di mandare «innanzi [pg 66] a sè alcuni uomini ad esplorare il paese che doveva conquistare: onde sapessero indicargli «la via per cui doveva andare, e le città a cui doveva rivolgersi». La manifestazione di questo desiderio poteva interpretarsi come un atto di diffidenza verso lo stesso suo condottiero, che ripetutamente gli aveva assicurato il possesso immancabile di un «paese di frumento e d'orzo, di viti, fichi e melagrani; paese d'olivi (abbondanti) d'olio e di miele. Paese, ove senza scarsezza mangerebbe pane, ove non mancherebbe di cosa alcuna; paese di cui le pietre erano (dure come il) ferro, e dai cui monti ricaverebbe rame». Pure, anzichè adontarsene Mosè dichiara che «la cosa gli piacque»; e scelti a quest'uffizio dodici uomini, il capo di ciascuna tribù, con particolareggiate istruzioni li inviò a riconoscere tutto quel paese. Partiti il giorno 29 di Sivan, impiegarono quaranta giorni nel loro viaggio d'esplorazione, ed arrivarono all'accampamento ebreo il giorno 8 del mese di Ab.
Onde assecondare la raccomandazione fatta loro da Mosè, che desiderava dimostrare al suo popolo con prova evidentissima la verità delle sue dichiarazioni; gli esploratori portarono di colà alcuni frutti, che presentarono al popolo ansioso di conoscere il risultato delle loro osservazioni. Per una colpevole leggerezza o per un criminoso accordo, come pretendono alcuni commentatori, dieci di loro, dopo d'aver magnificato la, prodigiosa fertilità del paese visitato, ne esagerarono assai i difetti. Dissero, che la statura degli abitanti era gigantesca, e superiore all'ordinario la loro forza; che le mura che cingevano le città erano alte e forti e per loro indubbiamente inespugnabili; che il clima era tanto inclemente e micidiale, che quella terra poteva dirsi con tutta ragione, una madre divoratrice dei proprii figli. Queste false notizie spaventarono in modo straordinario i loro ascoltatori, i quali dimenticarono tutto d'un tratto i grandi miracoli operati da Dio in loro favore, e di cui furono testimoni essi stessi: rammaricarono amaramente di avere prestato fede alle [pg 67] lusinghiere ma fallaci promesse di Mosè; dubitarono stoltamente della potenza di Dio, e manifestarono il timore di vedersi destinati a morire di stenti in quell'inospitale deserto, o di divenire essi e i loro figliuoli facile preda di quei formidabili nemici. Nè le assicurazioni degli altri due esploratori Giosuè e Caleb, valsero a fare loro riconoscere la grave offesa che facevano a Dio con questo atto di ribellione, e a rinfrancare i loro cuori: che anzi arrivarono a tale punto di demenza, da concepire e manifestare altamente la iniqua e vilissima intenzione di lapidare quei due coraggiosi e intemerati uomini, e poscia darsi un capo che facesse loro ripigliare la via dell'Egitto. Ma la divina giustizia già offesa parecchie altre volte, non poteva lasciare impunito questo nuovo gravissimo atto d'ingratitudine per parte di quella nazione, che per ripetere l'espressione di Mosè, Dio «era andato a togliere da mezzo ad altre nazioni con prove, con miracoli, con prodigi, con battaglie, con potente mano, con braccio disteso e con grandi spaventi», nel solo intento di farla depositaria delle sue eterne verità, e di condurla a fruire i beni di quel paese promesso ai suoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe. La divina giustizia per quanto longanime e clementissima, non poteva permettere che quella generazione che in ogni occasione si dimostrò riluttante alla voce dell'Eterno e che la schiavitù aveva resa paurosa, vile ed ostinata, andasse a godere di «quei campi ch'essa non aveva dissodati e di quelle case piene d'ogni bene ch'essa non aveva fabbricate».
I dieci esploratori causa dell'enorme peccato morirono di morte improvvisa, e tutta la parte del popolo che già aveva oltrepassato i vent'anni di età il giorno dell'uscita dall'Egitto, e che pertanto non avrebbe dovuto mai dubitare della onnipotenza di quel Dio che aveva fatto a suo pro' tanti miracoli e in Egitto e nel deserto, fu condannata a morire nel deserto nel corso di quarantanni, epoca fissata allo ingresso della nuova generazione nella terra [pg 68] promessa. Due uomini soli furono esclusi da questo castigo, Giosuè e Caleb, perchè dice il testo «adempirono (ebbero fede) dietro Iddio». La morte di Mosè ed Aronne avvenuta parimenti nel deserto in sullo spirare dell'anno quarantesimo, fu occasionata dal peccato da loro commesso nel fatto delle così dette me merivà (acque della contesa).46
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E quasi la giustizia divina non si tenesse tuttavia paga del castigo inflitto a quella generazione, i nostri dottori vogliono ch'essa sia uscita in queste lugubri parole: «Voi piangeste questa notte senza verun motivo. Ebbene! sin d'ora io stabilisco in essa un pianto secolare pei vostri figliuoli». Nella caduta di Gerusalemme si trova la spiegazione di queste parole di colore oscuro.
Se pressochè in ogni caso la parola divisione è sinonimo di indebolimento, i suoi tristi effetti sono poi più funesti ed immediati, quando la divisione avviene tra individui o nazioni fra le quali esistono o possono svilupparsi germi di rivalità, per motivo d'interesse o di dominio.
Per quanto il regno di Salomone fosse stato glorioso, ed avesse portato la grandezza e la prosperità d'Israele ad un punto non mai raggiunto allora da nessun popolo dell'Asia, ciò malgrado uno scontento grandissimo serpeggiava nel popolo. Per sopperire alle ingenti spese causate dalle città che egli fece costruire in diversi punti [pg 70] del regno, e per la costruzione del tempio e dei sontuosi suoi palazzi; Salomone dovette imporre sul popolo pesi enormi. Sia quindi per questo motivo, e sia perchè offese gravemente Dio e il sentimento nazionale, erigendo templi dedicati agli idoli delle sue tante mogli nella Santa Città, lo scontento era tanto profondo e generale, che non attendeva che una favorevole occasione per prorompere in fatti. E questa occasione, pur troppo, non si fece attendere lungamente.
Morto Salomone, il popolo si raccolse in Sichem per la incoronazione del di lui figlio Roboamo; e si valse appunto di questa occasione per fare sentire al suo futuro re, come avrebbe desiderato un alleviamento ai troppo pesanti carichi che aveva dovuto sostenere lungo il regno del padre. Roboamo chiese tre giorni di tempo per riflettervi, e intanto si rivolse agli antichi consiglieri di suo padre. Questi nella loro prudenza ed esperienza, gli suggerirono una risposta mite e conciliante colle seguenti parole: «Se oggi ti mostri compiacente verso questo popolo soddisfacendo al suo desiderio, e parlando ad essi con buone parole, esso ti sarà soggetto per tutti i giorni». Ma sia che questo savissimo consiglio urtasse il suo orgoglio, o sia che gli facesse temere che scendendo a patti col popolo e annuendo alla sua richiesta, venisse a dare un cattivo precedente di debolezza e a menomare il suo prestigio e le prerogative reali; fatto sta, che ebbe l'infausta inspirazione di consigliarsi pure coi giovani suoi coetanei. E questi nutriti cogli stessi sentimenti d'alterigia, risposero colle seguenti insensate e crudeli parole: «Così devi dire a questo popolo, il quale ti parlò dicendo: Tuo padre ci ha imposto un grave giogo, ora tu ce lo allevia, così devi dire loro: il mio dito mignolo è più grosso dei lombi di mio padre. Ora dunque mio padre vi caricò di un grave giogo, ma io ci aggiungerò ancora: mio padre vi castigò colle sferze ed io vi castigherò con flagelli a punture».
Si capirà facilmente, che il popolo vedendo respinta in un modo tanto brutale la sua domanda, che riteneva e [pg 71] fors'anche era, opportuna e ragionevole, ne fu punto sul vivo, e fece una sedizione che ebbe per conseguenza la divisione del regno. Restarono fedeli alla dinastia Davidica le due sole tribù di Giuda e di Beniamino, le altre dieci tribù si elessero a re un certo Geroboamo figlio di Nebath. Costui fu già servo di Salomone, e ritornato da poco dall'Egitto ove erasi rifuggiato per sottrarsi all'ira del suo Signore, apparentemente informato del colloquio di lui col profeta Ahhià, che nel nome di Dio, gli aveva promesso sino d'allora, il dominio sopra dieci tribù di Israele.
Quantunque per opera d'un profeta, siasi per allora scongiurata la guerra fraterna che stava per iscoppiare tra queste due frazioni d'Israele, pure da questa divisione data il vero principio della rovina d'Israele, essendo stata causa di fare iniziare l'idolatria a religione dello Stato. Ed ecco in qual modo. Nell'intento d'impedire ai suoi sudditi di portarsi a Gerusalemme nelle tre solennità dell'anno, temendo che l'uniformità del culto religioso richiamasse sotto il glorioso scettro di Davide quelle tribù che se n'erano distaccate; Geroboamo fece innalzare due vitelli d'oro alle due città estreme del regno, Dan e Betel, e fece bandire al popolo: «Voi non dovete più salire in Gerusalemme: questi sono, o Israele, i tuoi dêi, che ti trassero dalla terra d'Egitto». La grande maggioranza del popolo si lasciò trascinare facilmente all'idolatria poichè, per isventura, vi aveva molta propensione; e d'allora in poi popolo e re si allontanarono sempreppiù dal retto cammino tracciato dalla loro legislazione religiosa, finchè la divina giustizia stanca dei loro tanti traviamenti, fece di loro aspro governo nel terribile modo ch'ora noi andremo a dire.
Gli esempi di questo regno, conosciuto nella storia col nome di regno d'Israele, furono ben presto imitati dai loro fratelli delle due altre tribù componenti il così detto regno di Giuda; e Roboamo anch'esso fece innalzare statue e quercie a dêi stranieri. Alla purezza dei costumi sottentrò una sconcia e ributtante licenza; [pg 72] si allentarono i legami domestici e sociali; e la decadenza politica vi tenne dietro sollecita; per cui sino dal quinto anno del regno di quest'ultimo troviamo già che un certo Sissac re d'Egitto prese Gerusalemme e la spogliò di tutte le cose preziose che contenevano il Tempio e la reggia. Si aggiunga poi che tra Roboamo e Geroboamo e la maggior parte dei loro successori, durò una quasi non interrotta lotta fraterna: per cui queste due parti d'un popolo solo, oramai in tutto discordi meno nello allontanarsi dal cammino della virtù s'indebolirono a vicenda, e necessariamente divennero facile preda ai loro comuni nemici, che s'ingrandivano a loro spese.
Per punire Acabbo che fu il più triste dei re d'Israele, e i cui peccati più lievi furono paragonati dallo storico sacro ai più gravi commessi da Geroboamo, Iddio suscitò contro Ioram figlio di lui e per nulla degenere da tale genitore, certo Jehù uno dei suoi capitani. Questi, ribellatogli l'esercito mandò a morte lui, settanta suoi fratelli, la madre, i parenti, gli amici della famiglia regnante e tutti i più noti adoratori del Baal. Ma neppure lui potè o volle sradicare intieramente l'idolatria, poichè lasciò sussistere i vitelli d'oro innalzati da Geroboamo e ne tollerò l'adorazione. Per cui Dio sdegnato permise che Hhazàel potente re della Siria mettesse a contributo il regno d'Israele, e durante il regno di Ocozia figlio e successore di Iehù, progredisse talmente colle sue vittorie, da non lasciare in Israele che poche migliaia d'armati e pochissimi carri da guerra. È bensì vero che Dio impietositosi dell'angustia in cui versava il suo popolo, gli fece poscia ritornare le città perdute per le vittorie accordate a Gioas figlio di Iohahhaz, e al belligero Geroboamo figlio di lui; pure sia per la licenza dei costumi ingenerata dall'idolatria che non venne mai abbandonata neanche dai rè migliori, e sia dalle continue scosse politiche; le piaghi erano tali e talmente profonde da fare prevedere prossima la totale rovina della nazione.
E la catastrofe si compì effettivamente regnando Osea [pg 73] figlio di Elà. Samaria fu presa dal giro Salman-Assar dopo un assedio che durò tre anni. Tranne i più poveri fra i cittadini che il vincitore lasciò nel paese per coltivare la terra, tutti gli altri, uomini, donne e fanciulli furono obbligati ad emigrare di là dell'Eufrate; e vennero dispersi in varie provincie dell'Assiria e della Media, nei lunghi più lontani dalla loro patria. Il paese rimase deserto per più di quarant'anni, finchè Assaphar Assar-Hhadon nipote di Salman-Assar vi mandò a popolarlo una colonia di Cutei.
Questo regno, agitato da non poche sedizioni e regicidi durò 255 anni. Ebbe 19 re, uno solo dei quali riuscì a conservare la successione al trono sino al quarto dei suoi discendenti, il quale però non tenne il regno che per soli sei mesi.
Cento trentadue anni dopo la caduta di Samaria, Gerusalemme cadeva essa pure in potere di Nabucodonosor re di Babilonia, dopo un assedio di circa due anni. La città fu abbandonata al furore delle soldatesche, che tutta l'empierono di sangue e di cadaveri, il Tempio fu saccheggiato e distrutto; Sedecia fu fatto prigione; sotto i suoi occhi furono scannati i suoi figli, indi fu egli stesso acciecato e condotto prigione a Babilonia. Furono pure uccisi il sommo Sacerdote Seraià e non pochi fra i principali cittadini. Gerusalemme fu disfatta, le sue mura demolite, i suoi tesori portati via; e tutti gli abitanti salvati dalla spada furono messi a fila e sotto buona scorta condotti di là dall'Eufrate, e dispersi nelle provincie dell'impero babilonese. Tutte le altre città del regno furono vuotate egualmente, e non si lasciarono in esse che pochi miserabili contadini e vignaiuoli, tanto perchè la terra non rimanesse affatto deserta. Nabo-Sar-Adan mandato ad eseguire questi ordini del re elesse un certo Ghedalià per Governatore di quel povero resto di un popolo già numeroso e potente. Ma [pg 74] come vedremo in altro mese (Tisrì), di lì a non molto esso fu assassinato da un traditore, che si fece strumento vile di un iniquo straniero: per cui gli Ebrei rifiutando di seguire, come per loro sventura fecero sempre, i consigli del profeta Geremia; soprafatti dal terrore di una nuova invasione di babilonesi, disertarono la terra natale e cercarono un asilo in Egitto. Ma non si fece attendere molto il pentimento. Invece della quiete sperata, vi trovarono la fame e la morte; e i pochi che sopravanzarono furono menati schiavi dai babilonesi, cinque anni dopo quando Nabo II conquistò anco l'Egitto.
Cinquant'anni dopo l'eccidio di Gerusalemme, la monarchia babilonese fu soggiogata da Ciro re dei Persiani, il quale nel primo anno del suo regno pubblicò un editto col quale permise agli Ebrei di ritornare nella loro patria, e riedificarvi il Tempio. Fece anco restituire una parte dei vasi sacri già portati via da Gerusalemme; ed onde sopperire alle spese assegnò una somma sulle rendite della Samaria. Ma erano 66 anni, da che varii Ebrei erano stati trasferiti di là dall'Eufrate nella prima invasione di Nabucco, erano 51 dacchè tutta la nazione fu trasmigrata nella invasione ultima, e pertanto erano trascorse due generazioni dacchè si trovava in terra straniera. Quasi più niuno dei vecchi esisteva, i più vecchi avevano abbandonato Gerusalemme nella loro giovinezza, o appena se ne ricordavano; gli altri erano tutti nati nella Caldea, ne avevano oramai adottato la lingua e molte usanze; vi avevano impieghi e beni, ed estranei allo entusiasmo patriottico che avrebbero provato i loro maggiori, si sentivano poco inclinati ad abbandonare una felicità presente per incontrare incerte sorti in una terra povera, derelitta, e per cercare frammezzo a sterpi e rovine quale fosse la casa, quale il podere dei loro avi.
Infatti, malgrado il generoso invito e le larghezze [pg 75] promesse da Ciro, pochi ne vollero approfittare. Tutta la colonia emigrante sommò appena a cinquanta mila individui d'ogni età, sesso e condizione. La terra che ricuperavano da ogni lato che si guardasse, non presentava se non squallore e rovine. Le città erano distrutte, l'ellera e il muschio ne coprivano le macerie, sotto vi stanziavano i rettili, i campi erano inselvatichiti: quindi bisognava ricostruire nuove abitazioni, sboscare il suolo e ridurlo a forma capace di coltura; bisognava scavare nuovi pozzi e nuove cisterne in luogo di quelle che il tempo aveva otturate; bisognava sopportare tutte le angustie che mena seco la povertà e l'odio di nemici accaniti. Ma la religione e l'amore di patria infusero coraggio agli emigranti. Dopo sei mesi di lavoro ebbero finalmente costrutto un altare e qualche rozzo fabbricato, e nel mese di Tisrì cominciarono ad offrire i sacrifizi e gli olocausti, e celebrarono la solennità dei Tabernacoli.
Il Tempio era però il voto principale degli Ebrei e ad esso posero mano. Infiniti furono gli ostacoli, i disagi e le molestie che incontrarono nella malevolenza e gelosia dei popoli vicini che in tutti i modi cercavano di attraversarne l'esecuzione. Parecchie volte si dovette sospendere il lavoro per ordine espresso dei re di Persia, insospettiti dalle maligne insinuazioni di quei tristi vicini. I poveri operai dovevano lavorare colle armi al fianco, per trovarsi pronti a respingere i loro continui assalti. Ma la ferrea tenacità e costanza di un proposito che era il sospiro dei loro cuori doveva trionfare di tutti gli ostacoli, e novant'anni dopochè i primi Ebrei erano partiti da Babilonia, l'opera fu compiuta, specialmente per merito del profeta Nehhemia che vi contribuì con tutti quei mezzi che gli vennero suggeriti da un ardente patriottismo, dal favore grandissimo che godeva alla Corte d'Artaserse, da una intelligenza non comune, e da un carattere imperterrito che prevede i pericoli e, o vi provvede con assennate disposizioni o sa superarli col coraggio. La dedica fu celebrata con una grande festa, quantunque parecchi vecchi piangessero a [pg 76] calde lagrime confrontando la meschinità di quel Tempio, colla vantata imponenza e maestà del primo.
Non essendo nostro pensiero di tessere qui la intiera storia del lungo, e certo non inglorioso, periodo che abbraccia oltre a cinque secoli, e che corse appunto dalla fabbricazione del secondo Tempio alla sua distruzione: ma semplicemente il luttuoso avvenimento della sua distruzione che noi commemoriamo con rigoroso digiuno e col canto di meste e lugubri elegie ai nove di questo mese, non faremo quindi che appena accennare quei soli fatti che si collegano intimamente a quell'infausto avvenimento.
Comincieremo quindi a notare, che la prima volta che i Romani compariscono sulla scena della Storia Giudaica si fu ai tempi di Giuda Maccabeo, il quale prevedendo che a lungo andare non avrebbe potuto tenere testa al re della Siria; mandò due legati a Roma per impetrare l'amicizia del Senato e la sua mediazione col re anzidetto, allora tributario dei Romani. L'ambasceria fu accolta con favore, e ottenne l'intento desiderato.
Accenneremo pure che Simone fratello e successore di Giuda fu il primo principe ebreo che coniasse moneta col proprio nome; e che Giovanni suo figlio, dichiarato indipendente dai Romani, trovandosi abbastanza potente da farsi rispettare dai suoi vicini, inquantocchè possedesse quasi tutto l'antico regno d'Israele e di Giuda, assunse il titolo di re, estinto appo gli Ebrei già da 580 anni. Ma questa indipendenza conquistata mercè lunghi anni di lotte eroiche, con prudenza finissima e con tali e tanti sacrifizii che riempiono i cuori di meraviglia ebbe la corta durata di ottant'anni. Pompeo assoggettò di bel nuovo ad annuo tributo questo regno, che per la sua posizione e prosperità, pareva destinato ad essere bersaglio della cupidigia e dell'ambizione dei potenti vicini; ed entrato in Gerusalemme ne fece demolire le mura, cambiò ad Ircano il [pg 77] titolo di re in quello di Etnarca, e dubitando che tali misure bastassero a domare quel popolo insofferente di giogo straniero, ne smembrò il regno, distaccandone parecchie provincie. Quanto mai sono fallaci le previsioni umane! Giuda Maccabeo non avrebbe giammai supposto, che l'alleanza coi Romani da lui tanto desiderata e ricercata per consolidare, come realmente consolidò allora, la libertà della patria, dovesse fruttare nel corso di un periodo di tempo relativamente breve e per l'opera inconsulta dei suoi nipoti, schiavitù e dispersione.
Accenneremo ancora che finito il regno degli Asmonei 116 anni dopocchè Gionata fu riconosciuto dai re di Siria Nassì e Pontefice degli Ebrei, titolo che equivaleva a quello di Principe indipendente; Erode ottenne anch'esso dal Senato Romano il titolo di re. Costui che la storia ci tramandò col titolo di grande rabbà47 seppe bensì con manovre astute, con incontestabile abilità militare e con una fortuna poco comune afferrare il potere, ricuperare le antiche frontiere del regno, e renderlo più prospero e ricco di quanto fosse mai stato prima d'allora; fece bensì rifabbricare il Tempio con tanta magnificenza e splendidezza che venne dichiarato dai nostri Dottori: «una delle meraviglie del mondo»; ma ciò non ostante non gli fu possibile conseguire l'amor del popolo, sia pel suo procedere sleale, e vuolsi anche crudele, verso gli ultimi superstiti della famiglia dei Maccabei e sia per essere egli di origine straniera.
E una solenne prova di questa invincibile antipatia l'abbiamo nel fatto che appena lui morto, quel popolo, che in ogni epoca della sua storia si dimostrò sempre svisceratamente amante della libertà; chiese ed ottenne da Varo di poter mandare una ambasceria ad Augusto, perchè il Governo della Giudea venisse tolto ai figli del morto re, e ridotta [pg 78] questa a provincia Romana. Pareva loro di dovere vivere più quieti, e di potere essere meglio governati da un Preside Romano, che non da deboli e cattivi principi figli di un tiranno tanto temuto quanto odiato, sempre in dissensione tra loro, ed in balia dei favoriti. Augusto non credette di aderire immediatamente alla loro richiesta, ma nove anni dopo depose Archelao, e aggiunse la Giudea alla Siria. Mandò a governarla un procuratore che pose sua sede in Cesarea, e che fu investito della potestà civile e militare e incaricato di esigere i tributi. Però, a Gerusalemme come città santa, si conservarono gli antichi suoi privilegi. Noi vedremo or ora, come questa mutazione invocata dagli Ebrei medesimi colla speranza di un viver più riposato, sia stata la causa prima degli estremi mali toccati alla nazione.
Pare però che sino d'allora si trovassero cittadini giudiziosi e previdenti che pronosticarono l'esito esiziale di quell'imprudente passo, inquantocchè noi troviamo nel commento di Ionathan Ben Uziel la seguente invettiva, che sventuratamente fu profetica: «L'aiuto che speravamo dai Romani si svanì in fumo, perchè i Romani non sono un popolo che salva; anzi dissiparono le nostre vie, onde noi ben veggiamo che sono compiuti i nostri giorni, e che si avvicina l'estrema nostra catastrofe».
Non tardarono infatti a scoppiare torbidi48. Le iniquità che commetteva Albino per estorcere danaro dai poveri [pg 79] suoi amministrati, e quelle ancora maggiori del tristissimo Floro, infiammarono gli animi di giustissimo sdegno e stancarono talmente la pazienza degli Ebrei, che non era difficile pronosticare che un terribile incendio era prossimo a scoppiare. Nè l'occasione si fece attendere lungamente.
Correva l'anno 11 di Nerone, quando tra gli Ebrei e i [pg 80] Greci di Cesarea s'impegnò una zuffa, perchè uno di questi ultimi trovandosi possessore di un terreno situato presso la Sinagoga dei primi, un sabbato, per far loro onta, dispose tutti gli apparecchi necessarii, per compiere ivi un sacrificio di uccelli, cosa che gli Ebrei volevano impedire assolutamente. Questa fu la scintilla che produsse la guerra giudaica: guerra intrapresa nei santi nomi di Dio e della patria da un pugno d'uomini contro quella sterminata potenza che aveva esteso il suo dominio su tutto il mondo allora conosciuto: guerra di cui la storia non ha la seconda, e che certo avrebbe avuto un esito ben diverso, se pel compimento dei suoi imperscrutabili ed eterni consigli, Dio non avesse permesso la guerra civile49. L'indole del nostro lavoro non ci permette di seguire passo a passo tutte le fasi di questa guerra da leoni, sostenuta per oltre tre anni contro la potente monarchia dei Cesari; ci limitiamo pertanto a riassumerne gli avvenimenti principali.
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Il primo avvenimento che presentasi al nostro esame è la rotta che gli Ebrei fecero subire a Cestio Gallo, e che fu tanto grande da mettere in pericolo l'impero dei Romani nell'intiero Oriente.
Viene dopo l'assedio di Iossafat di Gàmala che fu sostenuto dagli Ebrei con un eroismo più che umano, e i cui difensori vista perduta ogni speranza di scampo, per isfuggire alla ignominia di cadere vivi nelle mani del feroce vincitore, scannarono le mogli e i figli; incendiarono la roba e gli edificii: indi tirarono a sorte dieci fra loro che dovessero essere i carnefici degli altri; i quali sdraiati ciascuno presso i corpi dei suoi cari, attesero con tranquilla indifferenza la spada che doveva accompagnarli agli estinti. Compiuto questo orrendo uffizio anco i dieci si uccisero.
Quantunque il terreno fosse disputato palmo a palmo ai superbi invasori con un accanimento fierissimo, il nemico avanzava sempre; poichè è innegabile che oltre ai grandi mezzi di cui esso poteva disporre, spiegò in questa guerra, che per lui valeva il dominio o l'abbandono dell'Oriente, una costanza, un'abnegazione ed un eroismo a tutta prova. La guerra si ridusse pertanto alle porte della Capitale. E fu qui, assai più che nei precedenti combattimenti, dove il Romano si trovò di fronte non uomini, ma leoni indomabili, che si battevano colla tenacità e ferocia della disperazione, unita alla calma di una risoluzione bene pesata e ponderata. L'entusiasmo che inspira una causa santissima; l'odio legittimo verso chi non offeso traversa l'oceano per rapirvi o contaminarvi ogni più puro e santo affetto dell'anima per libidine d'impero e per sete d'oro, era temperato e guidato dalla calma più fredda e dalla più fina prudenza. Le abili operazioni militari dei Romani trovavansi oppugnate da manovre altrettanto abili e giudiziose da parte degli Ebrei.
Ma a lottare contro il destino l'uomo non vale, per quanto s'impieghi la più ferrea ed imperturbata costanza, l'eroismo il più sublime, i sacrifizii i più penosi.
[pg 82] Scoppiò la guerra civile capitanata da tre facinorosi50 che, se per un lato la storia severa ne segnò i nomi con nota d'infamia, dall'altro giusta ed imparziale dovette concedere, che alla libidine di comando era pari in essi, l'amore di patria e l'indomito valore. La prima funesta conseguenza della guerra civile fu lo sperpero e l'incendio di molti granai, per cui la fame non tardò a farsi sentire in tutta la sua orridezza51. Ma nè la fame, nè il ferro, nè il fuoco, nè le epidemie che mietevano le vittime a migliaia, valsero a scuotere la costanza degli strenui difensori dell'ultimo baluardo della patria, e ad inclinarli ad accettare le proposte di pace, fatte loro da Tito per mezzo di Giuseppe Flavio già governatore di Iossafat52, [pg 83] e poscia storico illustre delle guerre giudaiche e delle sue antichità. Nè gli uomini soli prendevano parte a quei micidialissimi combattimenti, ma bensì ancora le donne e i fanciulli; e questi ultimi con tanta bravura ed astuzia da meritarsi l'ammirazione degli stessi nemici.
Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la caduta di Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.
Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi, ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l'orgoglio dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo uccidere.
«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della nazione ebrea di cui l'eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto l'Oriente, umiliò l'orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo. Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai nella sua magnificenza. I fieri [pg 84] romani dovettero ammirare il coraggio invincibile degli ebrei, e quell'ardente amore della patria che faceva loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal suolo paterno».
Il numero delle vittime dell'assedio e della presa di Gerusalemme fu immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a novantasette mila prigionieri53. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così enorme, che l'oro perdette in Siria la metà del suo valore.
Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in Cesarea a dare grandi feste per celebrare l'anniversario di suo fratello Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell'Asia Minore, ove gli ebrei trascinati d'uno in un altro luogo, nudriti come animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo facevano le veci dei nostri fuochi d'artificio. Le loro membra palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai [pg 85] posteri fregiato col sublime epiteto di: «delizia e bellezza del genere umano54».
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«Tito, scrive un autore cristiano55, la delizia del genere umano, la cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell'occidente, è singolare modello di bontà e di clemenza nell'assedio e presa di Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null'altro colpevoli che di cercare intorno alla città un po' d'erba per ammorzare la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò a far tagliare le mani alle povere genti rimandate nella città!.... Questi Romani che Mitridate denominava il flagello dell'universo, eran pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».
Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le voci con colpevoli adulazioni. L'eloquenza dei fatti, prova che la verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell'uomo Titóss Arassanh (l'empio Tito), poichè non si troverà sicuramente anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di chi ordinava tali inutili [pg 87] macelli. In questo caso poi il nostro animo è doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle con quell'indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!
A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d'indipendenza e quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro patria al potente impero che l'aveva soggiogata.
Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra devastatrice.
I romani conoscendo che l'indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a giusta ragione, ch'essa ridiventasse per loro un centro di riunione.
L'imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò tanto gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch'egli [pg 88] desse ordine di scoprire tutti i superstiti della famiglia di Davide onde averli nelle mani, e colla loro morte togliere agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita per essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora più fieramente: e le asprezze che venivano loro usate dal governatore romano li esasperò talmente da farli ricorrere alle armi in parecchi punti dell'Impero. Ma se tali insurrezioni parziali non ebbero altro effetto, all'infuori di quello di causare la morte di parecchie migliaia di ebrei e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati dalla spada; nullameno bastavano a dimostrare come essi non avessero ancora rinunciato a sostenere colle armi il diritto che avevano di vivere e morire liberi nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro innumerevoli martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo progetto.
Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione onde effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle stolte e crudeli prescrizioni dell'imperatore Adriano. Quantunque si creda che in principio del suo regno costui non fosse tanto ostile agli ebrei quanto i suoi predecessori, pure è un fatto ch'egli richiamò in vigore un decreto di Traiano col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la circoncisione; d'osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni risolse di rifabbricare Gerusalemme, per farne una città pagana popolata di Romani e di Greci: e così togliere agli ebrei qualunque speranza di una ristorazione politica.
Non si può certamente negare che tali esorbitanze sarebbero bastate per esacerbare gli animi i meno infiammabili: pensiamo poi quale effetto dovessero produrre in uomini agitati da un amore ardente per la loro patria e da un odio profondo verso i loro dominatori che la profanavano in tutti i modi. Tra l'apostasia e la morte, non poteva nascere dubbio che gli ebrei non scegliessero la morte. L'insurrezione fu generale in Giudea.
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Un uomo coraggioso e intraprendente detto Bar-Cozibà (figlio della menzogna)56 si pose a capo degli insorgenti, si dichiarò l'aspettato Messia, prese il nome di Bar-Cochebà (figlio della stella), e profittando dell'assenza delle legioni romane radunò numerose truppe; si impadronì di cinquanta piazze forti, e di molti villaggi e città aperte; debellò parecchie volte i battaglioni romani comandati da Tinnio Ruffo: si condusse da re e fece coniare moneta.
Adriano, che a tutta prima aveva dato assai poca importanza a tale movimento, dovette ben presto ricredersi e spedire in Giudea Giulio Severo, il migliore dei suoi capitani, con buon numero di truppe. Costui non osando dare battaglie campali, si limitò a stancare e a dividere i rivoltosi con piccole scaramuccie, e col tagliare loro le comunicazioni e i viveri. Questo astuto maneggio gli riuscì a meraviglia: ad una ad una prese tutte le città fortificate.
Bar-Cochebà si chiuse in Biter e assediato dai Romani vi resistette tre anni e mezzo. Secondo la tradizione, anche questa città cadde in potere del nemico ai 9 del mese d'Ab l'anno 136 dell'E. V.; e si videro rinnovate in essa le scellerate ed orride scene di barbarie commesse nella presa di Gerusalemme, ai tempi di Tito. Bar-Cochebà trovò nella mischia la morte dei prodi; e il misero Rabbino Akibà, caduto in potere dei nemici in principio della guerra, fu da quelle iene in sembianza umana scorticato vivo; e senza emettere un lamento spirò calmo e sereno ripetendo il verso: «Ascolta Israele l'Eterno Dio nostro, l'Eterno è unico!».
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Sulle ruine di Gerusalemme Adriano fece fabbricare una città novella, che chiamò ÆLIA: e dove una volta trovavasi il santuario degli ebrei fece alzare un tempio a Giove Capitolino.
Proibì agli ebrei, sotto pena di morte, di entrare nella città o solamente di avvicinarvisi: e quegli infelici rimasugli di un popolo tanto grande e potente, quegli infelici martiri di una causa nobile e santa, si rassegnarono a comprare dal dominatore a peso d'oro il permesso di entrare una volta l'anno, il giorno anniversario della sua caduta, nella già capitale del loro florido regno, per deplorarne la perdita e baciarne la sacra polvere.
A corollario degli importantissimi avvenimenti da noi raccontati in questo mese, crediamo cosa opportuna il fare seguire una breve descrizione della Gerusalemme antica ed un'altra del Tempio di Salomone, in sostituzione alle nozioni di Archeologia biblica che ripiglieremo nel mese venturo.
Gerusalemme, come era quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge divina, così ell'era eziandio la metropoli di tutti gli Ebrei. Questa città collocata frammezzo ad adiacenze povere di erba e di alberi, a guisa di un edificio aereo s'innalzava 3,000 piedi sul livello delle pianure del Giordano; ed era piantata sovra quattro monti o colli di natura calcarea che la dividevano come in tre parti: la città alta, la città bassa e la città nuova. La prima, detta anche città di Davide, era situata sul monte Sion il più eminente degli altri. A scirocco (sud-est) del monte Sion era il Moria, o monte del Tempio, congiunto alla città superiore col mezzo di ponti.
La città inferiore sorgeva sopra un colle detto l'Acra a tramontana del Sion, ad occidente del Moria, ma alquanto più basso di loro; e più lunge, sempre verso a tramontana, alzavasi il quarto colle detto dagli Ebrei Bèzeta e dai Greci Henopoli, o città nuova, che una [pg 91] profonda fossa artificiale separava dalla Torre Antonia, sorgente dirimpetto.
A levante di Gerusalemme era il monte Oliveto, e uscendone, verso mezzogiorno aprivasi la deliziosa valle dei figliuoli di Hinnom ov'erano case, giardini, boschetti ed anco sepolcri, e girando verso ponente si entrava nella valle di Ghihhon. Da queste tre parti la città elevavasi sopra il dorso di rupi scoscese ed inerpicabili che la garentivano da nemici assalti: inoltre la cima era crestata di muri e di torri per cui il nemico, che voleva assalirla, prima di penetrare fino alla città alta era pur sempre obbligato a superare tre giri di mura. Le prime e più forti erano quelle fatte costruire da Agrippa onde chiudere la città nuova; avevano merli e 60 torri; la città inferiore aveva una linea di mura con 14 torri, indi altre mura ed altre torri più interne garantivano la città superiore. Altra fortezza era il Tempio, accessibile soltanto dal lato della città alta, perchè da levante presentava i dirupi del Moria, e dalle altre parti era protetto dalle fortificazioni interiori della città.
Ecateo, due secoli prima dell'Era volgare, dava a Gerusalemme 50 stadii di circuito e 120000 anime. Tacito conta che durante l'assedio vi fossero chiuse di dentro 600000 persone; ed il suo commentatore Brotier crede che parli della popolazione ordinaria senza contare gli Ebrei di fuori, che in quell'occasione si affollarono a Gerusalemme.
Plinio attesta che Gerusalemme era la più bella città non della Giudea soltanto, ma di tutto l'Oriente; ma questa magnificenza era dovuta in gran parte agli Erodi. La reggia degli Asmonei sopra la città alta era stata rifatta a nuovo da Erode il grande ed era non pure un palazzo reale con tutti i comodi e le delizie che si potevano desiderare da un gran principe, ma anche un castello; altre case reali e fortezze erano le torri d'Ippico, Fasaele e Marianna fatte fabbricare egualmente da Erode.
Gerusalemme era considerata come una città comune a tutti gli Israeliti e nella sua qualità di santa, non [pg 92] doveva contenere niente d'impuro. Era pertanto vietato l'introdurvi animali che la legge dichiarava immondi; erano vietati i mestieri che tramandavano fetore o impurità, ed erano persino espulse le galline a cagione del puzzo che lasciavano nelle case o nei pollai. I cadaveri dovevano essere trasportati fuori prima di notte; non doveva esservi letame, e per conseguenza non orti, non campi perchè sarebbe bisognato di coltivarli; gli alberi, fruttiferi dovevano essere piantati lontani almeno 25 cubiti, e gli sterili a 50; era però lecito di coltivarvi qualunque specie di fiori.
Non si saprebbe dire precisamente in quale tempo questa, città ricevesse il nome di Gerusalemme (abitazione o eredità della pace), che si trova per la prima volta nel libro di Giosuè. Forse era l'antica Salem (la pacifica), ove ai tempi di Abramo regnava un certo Melchisedecco il sacerdote di Dio altissimo. Essa fu conquistata da Davide che ne fece la capitale del regno.
Venendo ora a parlare del Tempio di Salomone, dobbiamo avvertire anzitutto essere cosa quasi impossibile il darne una descrizione esatta: inquantochè siano assai incomplete le nozioni che ci vengono somministrate dal primo libro dei Re, e dal secondo delle Cronache; e non si accordino totalmente quelle che troviamo nei libri di Geremia e di Ezechiele. È bensì vero che ne troviamo una bellissima descrizione in Giuseppe Flavio, ma essa è più probabilmente la descrizione dei Tempio di Erode che non quella del Tempio di Salomone. Ad ogni modo noi ci studieremo di dare qui quei dati, che a noi paiono i meno incerti.
Tutto l'edificio, che era disegnato sul modello del Tabernacolo fatto erigere da Mosè nel deserto, tranne nelle dimensioni che erano in proporzioni assai maggiori, si componeva del Tempio propriamente detto e di due cortili.
Il Tempio fabbricato in pietra era intieramente coperto [pg 93] di legno di cedro, aveva 60 cubiti di lunghezza, 20 cubiti di larghezza e 30 cubiti di altezza. Innanzi all'entrata del Tempio, all'Est, si trovava un portico detto ulam, la lunghezza del quale copriva tutta la larghezza dell'edificio. Innanzi a questo portico, si posero due colonne di rame vuote al di dentro, ciascuna delle quali aveva l'altezza di 18 cubiti con 12 cubiti di circonferenza. Lo spessore del metallo era di 4 dita. La colonna che guardava al mezzodì ebbe il nome di Iachin, e quella che guardava il Nord portava il nome di Booz. Queste due colonne unitamente a tutti gli altri oggetti in rame, furono lavorati sotto la direzione di un artista fenicio nomato Hhiram, chiamato espressamente da Tiro, e che era figlio d'un Tiro e di una donna ebrea, della tribù di Neftali. Il portico e le due colonne formavano la facciata del Tempio. Ai due lati e al di dietro dei muri del Tempio, cioè a nord, mezzodì e ovest si addossarono tre piani composti di camere che comunicavano tra loro per mezzo di porte. Questi piani erano destinati al tesoro e alle provviste del Tempio.
Il Tempio era diviso in due parti. La parte anteriore ricevette il nome di Hechal (palazzo) e la parte posteriore ricevette il nome di Debir (Tempio) o Kodesc akodascim (santo dei santi). Quest'ultima parte di forma cubica situata all'occidente, misurava la terza parte dello spazio compreso dal Tempio. Per tutto il tempo che durarono i lavori, 7 anni, non si sentì a battere nè martello nè chiodo entro il Tempio (nel § delle Arti se ne troverà la spiegazione). Tutto il materiale necessario all'edificio veniva preparato altrove nella giusta misura. L'intonaco di legno di cedro che copriva i muri era scolpito di cherubini, di rami di palmizio, di coloquintida e di fiori sbuccianti. Il soffitto era pure fatto intieramente in legno di cedro e il pavimento in legno di cipresso. Tanto l'intonaco che copriva i muri quanto il pavimento erano coperti di una tenace e spessa indoratura. Sopra la parete d'occidente, la quale separava il luogo santo dal santo [pg 94] dei santi, vi era un ornamento d'oro fatto a catena. L'intonaco, gli ornamenti e le indorature del Debir non differenziavano in nulla da quelli dell'Hechal tranne nel pavimento che era in legno di cedro.
L'entrata del Debir era chiusa da una porta a due battenti e fatta di legno d'olivo selvaggio, scolpita ed indorata come l'intonaco dei muri. Una porta uguale chiudeva l'entrata dell'Hechal però in questa i soli battenti erano di legno d'olivo: le tavole erano di legno di cipresso e ciascuna banda era formata di due pezzi che si ripiegavano e si volgevano sopra arpioni d'oro massiccio.
Nulla sappiamo di positivo relativamente alla disposizione del portico. Abbiamo detto che il Tempio era circondato da due cortili o atrii. Quello interno, il solo menzionato nel primo libro dei Re, era circondato d'un muro di tre piani di pietre d'intaglio sormontate da una balustra di legno di cedro. Le sue dimensioni non ci sono note: probabilmente era una specie di rettangolo che circondava tutto il Tempio; ma che era assai più inclinato verso l'Ovest che all'Est.
La parte anteriore di tale atrio doveva essere vastissima, per poter contenere gli oggetti che in esso si trovavano deposti. Nel secondo libro delle Cronache viene chiamato l'atrio dei sacerdoti, appunto perchè i sacerdoti vi esercitavano le loro funzioni; e in Ezechiele si menziona pure una corte grande ossia un atrio esterno che circondava l'atrio interno. L'entrata dei due atrii era chiusa da porte coperte di rame. In questo stesso atrio noi troviamo più tardi parecchie porte in diverse direzioni, e un gran numero d'appartamenti destinati al tesoro, ai sacerdoti e ai leviti di servizio. Una parte di queste porte e di questi appartamenti rimontavano indubbiamente alla costruzione primitiva di Salomone; specialmente poi un portico verso l'Oriente chiamato più tardi: il portico di Salomone.
In mezzo all'atrio interno vi era il grande altare di rame. Il bacino che si trovava al S. O. dell'altare in grazia della [pg 95] sua immensa grandezza, fu chiamato il mare di rame, e riposava sopra dodici buoi egualmente di rame. I fianchi del bacino erano lavorati a forma di calice di fiori di giglio e ai suoi orli correvano due ordini di coloquintida.
Oltre a questo bacino immenso, ve n'erano dieci altri di dimensioni minori che dovevano servire a lavare le differenti parti dei sacrifici, ed erano posati sopra piedistalli di rame ornati di figure di leoni, di buoi e di cherubini.
Nell'Hechal innanzi all'entrata del santo dei santi si trovava l'altare degli incensi, in legno di cedro coperto di lamine d'oro. Il candelabro a sette bracci, e la tavola dei pani di proposizione occupavano il posto identico a quello che tenevano nel Tabernacolo di Mosè, colla differenza che qui si avevano per ciascun lato cinque altri candelabri e cinque altre tavole parimenti d'oro, con sopravi gran numero di tazze, di molle, di pallette, di vasi e di varie altre suppellettili tutti d'oro massiccio.
Entro al Debir non v'era altra cosa all'infuori dell'Arca santa, che probabilmente poggiava sovra un piedistallo, e nella quale stavano racchiuse le tavole della Legge. Due cherubini di legno d'olivo selvaggio coperti d'oro, venivano a congiungersi nel mezzo dell'Arca partendo dalle due sue estremità. Ciascuno d'essi aveva dieci cubiti di altezza, e colle loro ali occupavano tutta la larghezza del Debir e coprivano l'Arca santa. Questa veniva così nascosta a tutti gli sguardi, ed anche quando veniva aperta la porta del Debir non potevasi discernere veruna delle sue parti tranne le estremità delle sbarre che servivano a trasportare l'Arca, e la cui lunghezza superava l'ampiezza della tenda.
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