THAMUZ (giugno-luglio)

 

Verso la metà di questo mese cominciano i giorni nefasti ad Israele. Sei sono i digiuni stabiliti nel corso dell'anno. Quello della espiazione chipur l'unico comandato da Mosè; quello di Ester il giorno precedente a Purim, istituito in commemorazione del digiuno raccomandato da quella Regina agli Ebrei di Susa, onde implorare da Dio la sua protezione prima di esporsi al pericolo di morte, presentandosi non chiamata ad Assuero; e quattro ordinati dai Profeti.

Il primo di questi quattro digiuni per ordine di tempo è quello che accade il giorno 17º di questo mese. In origine esso si faceva ai 9 di questo stesso mese, per commemorare il triste avvenimento della breccia aperta nelle mura di Gerusalemme, dalle armi di Nabucodonosorre re dell'Assiria; ma fu posteriormente trasportato ai 17 sia per commemorare l'altra breccia che in tale giorno fu aperta nelle medesime mura dai Romani, i quali in tale congiuntura si impadronirono della parte bassa della santa città; e sia per commemorare altri quattro luttuosi avvenimenti che si credono successi in tale giorno. Questo avvenimento fu il triste preludio della caduta di Gerusalemme, e dello sfacelo della politica esistenza della nazione di Israele che non tardò a verificarsi, e di cui tratteremo diffusamente nel mese venturo: e il principio per la nostra sventurata nazione di quella lunga serie di mali non ancora chiusa, pur troppo, in certe contrade dopo oltre 18 secoli.

§ 5.—Fanciulli.

L'onore attribuito alla fecondità e l'obbrobrio di cui erano coperti nell'opinione nazionale il celibato e la sterilità, influivano assai sull'accrescimento della popolazione degli Ebrei. La tradizione poi colle sue speranze e le sue [pg 57] promesse tendeva come le loro instituzioni a produrre questo effetto. La posterità di Abramo doveva essere numerosa come le stelle del cielo e come l'arena del mare; e nella benedizione del padre non mancava mai l'augurio di numerosa prole. «Non sarà in te nè uomo nè donna sterile, dice Mosè al popolo d'Israele, fra le promesse di premii, che fa loro per l'osservanza delle leggi di Dio». Era pertanto naturale che una famiglia numerosa fosse tenuta quale benefizio e benedizione di Dio ed un titolo di gloria in Israele, come la privazione di prole un castigo celeste ed una vergogna. «Oh dammi dei figli, esclama con amarezza la dolente Rachele a suo marito, altrimenti io mi muoio». E quando finalmente Dio esaudì le sue supplicazioni e le concesse il figlio tanto ardentemente desiderato, ella lo chiamò Giuseppe (aggiungerà), pregando Dio che gliene volesse concedere un secondo. «Oh questa volta io debbo ringraziare e lodare Iddio che mi concesse un quarto figliuolo», diceva lietissima la sua sorella Lia. E la povera Anna? Benchè teneramente amata dal marito, noi la troviamo ai piedi dell'altare di Dio supplicandolo a toglierla all'onta della sterilità, e promettendo di consacrare al suo servizio il figlio che sarebbe per concederle. E tanto profonda era l'amarezza del suo cuore, e così assorta essa era nel pregare da rimanere insensibile a quanto la circondava; sicchè il vecchio Elì ingannato la rampognava qualificandola ebbra.

«La moglie tua, dice Davide, sarà qual vite feconda nell'interno di tua casa, i figli tuoi quali rampolli d'olivo intorno alla tua mensa. Così è benedetto l'uomo temente Dio.... E tu vedi i figli dei figli tuoi, pace su Israele».

§ 6—Circoncisione.

In origine pare che fosse la madre quella che designava il nome del figlio e che glielo si imponesse al momento della nascita. Così si rileva da diversi passi della Genesi. Però in seguito il nome si imponeva ai figli maschi all'atto della circoncisione, e si solennizzava tal giorno con [pg 58] un banchetto e con altri segni di giubilo: costume che si segue ancora oggigiorno ovunque.

Dio comandò ad Abramo di circoncidere ogni fanciullo maschio nel giorno ottavo dopo la sua nascita. Pertanto, la circoncisione, specie di suggello impresso sulla stessa nostra carne, era ed è destinata a distinguere il popolo d'Israele da ogni altra nazione e a ricordargli continuamente il patto conchiuso tra lui e Dio. Ma a questo motivo principale bisogna aggiungerne altri di minor importanza, quali sarebbero la preservazione di alcune malattie spesso mortali nei paesi caldi.

Nulla determina la legge nè sul ministro, nè sullo strumento della circoncisione. Zèfora moglie di Mosè, vedendo in pericolo la vita del marito nel loro viaggio verso l'Egitto per la trascuranza44 di tale precetto, ella stessa circoncide suo figlio con una pietra affilata. Ed è pure con un tale strumento che appena passato il Giordano, Giosuè fece circoncidere tutti i maschi nati nei quarantanni che Israele errò nel deserto e che non vennero circoncisi. Secondo il Talmud è il padre stesso che dovrebbe circoncidere il figlio: ma richiedendosi per tale operazione speciali cognizioni e perizia, per schivare quei pericoli che potrebbero risultarne pel circonciso, essa viene praticata o da chirurghi o da persone che vi si dedicano dopo fatti gli studi necessari.

Fra tutti i popoli antichi il padre poteva trasferire i diritti di primogenitura, che erano immensi, su qualunque dei suoi figli. Mosè tolse ai padri questo diritto che era indubitabilmente fonte di ingiustizie, di discordie, e di delitti; e limitò il diritto del primogenito a una doppia parte nella eredità paterna sui fratelli. Il primogenito era pure l'erede presuntivo del trono paterno, quantunque la [pg 59] legge lasciasse in facoltà del padre di destinare qualunque altro figlio a suo successore.

§ 7.—Educazione.

Gli studi dovevano avere per oggetto peculiarissimo la cognizione della legge di Dio: che secondo il Legislatore era per Israele un titolo di sapienza e di prudenza al cospetto delle nazioni, e la unica e immancabile sorgente della sua materiale e morale grandezza e felicità. I principi ed i grandi pare che avessero in casa maestri che educavano ed istruivano i loro fanciulli sotto i loro proprii occhi. In origine oltre alla legge di Dio, ai doveri e ai diritti del cittadino, l'educazione tendeva probabilmente all'agricoltura e alla guardia del gregge: ma coll'estendersi e prosperare del regno, i fanciulli venivano generalmente pure istruiti nelle arti, nei mestieri e nelle scienze. Nella Scrittura e nei libri posteriori non si scorge che vi fossero Scuole propriamente dette, prima della dipendenza politica degli Ebrei ai Romani (esclusa quella dei profeti che era diggià fiorente all'epoca di Samuele); poichè il primo che ne abbia instituito fu il figlio di Gamlà, la cui memoria ci fu perciò tramandata dai nostri dottori fregiata dal titolo di benemerito dell'istruzione.

Prima d'allora era il padre stesso che impartiva l'istruzione religiosa ai suoi figli, uniformandosi al precetto Mosaico che nel Semanh (che è un sublime compendio delle verità della nostra Religione) costituisce il padre maestro dei suoi figli: «Sulle cose ch'io ti comando oggi, dice egli, ragionane ai figli tuoi nello stare in casa, nello andare per la via, nel coricarti e nello alzarti».

Vi erano pure (nei sabbati) pubbliche accademie, ma il loro scopo era unicamente quello di trattare materie religiose e morali pel bene dello stato in generale.

L'educazione delle ragazze variava naturalmente secondo la condizione e la qualità delle persone. Erano però anche esse istrutte nella legge e nella letteratura, come ci attestano le ammirabili cantiche di Debora e di Anna. Però [pg 60] venivano precipuamente ammaestrate in ogni cura domestica.

Quanto potente fosse il sentimento della dignità che la educazione inspirava alle ragazze, e quale la purezza dei loro costumi possiamo argomentarlo dalle parole che Thamàr figlia di Davide rivolge al fratello Amnon che tentava di indurla a cosa disonesta: «Deh! o fratel mio non farmi ingiuria che tali cose non s'usano in Israele. Deh! non volere commettere una tale ignominia. Ove potrò io nascondere la mia vergogna? E tu potrai soffrire di venir considerato tanto vile in Israele?» Nè avrebbe potuto succedere diversamente quando la legge ordinava che una donna maritata convinta d'impudicizia prima delle sue nozze, venisse lapidata innanzi la porta della casa paterna per la colpa, dice la legge, «di aver fatto cosa laida in Israele.» Quale terribile minaccia si fa con tale disposizione alle ragazze, ma alle madri specialmente onde agli ammaestramenti e agli esempi accoppiassero un'indefessa ed oculata sorveglianza! Anche le ragazze di famiglie agiate non isdegnavano di occuparsi in ogni sorta di lavori campestri; poichè il Pentateuco ci rappresenta Rachele, Lia e le figlie di Ietro conducenti le greggie al pascolo colle loro secchie sulle spalle.

§ 8.—Schiavi.

«In niun luogo, dice uno scrittore cristiano, gli schiavi furono trattati così umanamente come presso gli ebrei». In principio la virtù dei patriarchi rese loro sempre sopportabile e dolce il dispotismo che avevano sopra di essi; e poi Mosè si occupò con tanta sollecitudine della sorte loro, che la saviezza dei suoi precetti doveva impedire assolutamente anco ai supposti cattivi padroni di abusare del proprio potere. La dolcezza delle disposizioni Mosaiche verso gli schiavi, risplende meglio qualora noi ci facciamo a paragonarla all'inumanità colla quale venivano trattati quegli infelici, non diremo in quei tempi di universale ignoranza e barbarie, ma presso quei popoli che in tempi più prossimi [pg 61] a noi levarono di sè tanta alta fama, vogliamo dire i Greci ed i Romani. Presso costoro gli schiavi erano considerati meno dei bruti, e col consenso della legge venivano massacrati per semplice passatempo, dati pascolo alle fiere dei loro circhi, e gettati pascolo a certi pesci carnivori, quali le murenne, che si allevavano in appositi serbatoi, onde riescissero più graditi ai palati di quegli inumani Sardanapali. È triste, e quasi ripugna il dirlo, ma è storia. Dame romane dimentiche di ogni elementare principio di quella delicata bontà che forma il più bel pregio del loro sesso, e divenute insensibili agli strazii delle loro vittime; percuotevano a sangue le loro schiave per la menoma negligenza usata nella disposizione della loro teletta: e i seni di quelle sventurate servivano a ricettacolo degli aghi e degli spilli dei loro lavori, o dei loro abbigliamenti! Ma lasciamo queste tetre descrizioni che rattristano il cuore; e ritornando al nostro proposito, esaminiamo alcune di quelle disposizioni.

La legge dichiarava reo di omicidio quel padrone che in seguito a percosse causava la morte a un suo schiavo: e bastava il mutilarlo anche di un dente o di un occhio solo perchè venisse dichiarato libero. Come il padrone, lo schiavo fruiva del riposo sabbatico. Non solamente era proibito di molestare o consegnare al padrone quello schiavo che per i maltrattamenti sofferti fossesi indotto a ricoverarsi presso di loro in cerca di un asilo, ma si doveva permettergli di prendere stanza in quella città che sarebbe stata di suo piacimento.

E si noti che queste ordinazioni sono tutte relative agli schiavi non ebrei, perchè riguardo a questi ultimi il nome di schiavi è affatto improprio, poichè la loro condizione era tanto mite, tanti doveri di umanità e di delicati riguardi erano imposti al padrone verso di loro, da inspirare ai nostri dottori il seguente adagio: «Colui che si prende un domestico, da a sè stesso un padrone».

Esaminata partitamente la costituzione della famiglia ebraica, ci piace aggiungere alcune considerazioni generali sullo spirito delle ordinazioni che la reggevano.

[pg 62] Presso tutte le nazioni antiche la donna era considerata quale oggetto di sensuali diletti, e sempre schiava del padre o del marito. La sua condizione era tutt'altro ohe invidiabile persino presso i Romani e i Greci, tanto celebrati nella storia per civile sapienza e per politica grandezza. La patria potestà poi non aveva limiti. Il padre era padrone assoluto dei suoi figli: poteva incarcerarli, venderli od ucciderli qualunque fosse la loro età e il loro grado. Pensiamo ora noi quale moralità, quale confidenza e dolcezza in tale consorzio di schiavi sottomessi all'autorità e al capriccio d'un padrone che la certezza dell'impunità, l'altrui esempio, e l'abitudine del comando potevano rendere ciecamente feroce.

Ma quale e quanta differenza nelle famiglie ebree! In esse non esistevano nè padroni nè schiavi. La legge e la religione sancivano la perfetta eguaglianza dei due sessi, poichè dalle stesse prime pagine del loro libro venerato risultava: 1º Essere stato Dio stesso che aveva instituito il matrimonio e benedetto i primi sposi; 2º Non essere la donna inferiore al marito, poichè dopo che Adamo ebbe imposto un nome a tutti i viventi fra i quali non ne trovò alcuno simile a lui; quando gli fu presentata la donna da Dio stesso, egli esclamò: «Questa è finalmente, osso delle mie ossa, e carne della mia carne; questa deve chiamarsi Hiscà (donna) poichè dall'Hisc (uomo) fu tratta». Ammirabile insegnamento! La donna non è la schiava dell'uomo, ma la sua compagna, un aiuto analogo a lui. Le unioni erano contratte liberamente e per conseguenza precedute spesso dall'amore, o almeno da una reciproca stima e simpatia che facevano sperare armonia e concordia. I soavi pensieri, le dolci cure di una prole desiderata e carissima, dovevano rendere quei legami ammirabili per moralità e piacevolezza. E tali furono sicuramente finchè il popolo si mantenne fedele alla parola di Dio.

Da queste teorie ne veniva per naturale conseguenza il fatto, che nello stato e nella famiglia, i diritti della donna per quanto potevano conciliarsi coi riguardi dovuti alla [pg 63] sua maggiore sensibilità, alle sue domestiche occupazioni, agli altri doveri speciali al suo sesso, erano pareggiati a quelli dell'uomo.

Hulda è profetessa; Debora profetessa e guerriera. Marianna a capo delle donne intuona l'inno della vittoria sulle sponde del mar Rosso; e alla caduta di Golia son le donne che colle loro patriottiche laudi al guerriero vincitore, feriscono al vivo l'invido cuore di Saulle.

Salomone, che qualifica la cortigiana o la moglie infedele allo sposo coi nomi di Zarà o Nocrià (straniera) quasi temesse di offendere la suscettibilità della donna indigena, descrivendone i liberi costumi e i colpevoli inganni verso l'inesperta gioventù; dice valere meglio di qualunque cosa una buona moglie; la donna sapiente rialzare la sua casa, distruggerla colle proprie mani la dissennata. La dipintura che egli fece della donna forte è tutto quanto si possa immaginare di stupendo nel suo genere. È un modello della donna libera, laboriosa e sapiente; l'affermazione della fiducia sconfinata che colle sue nobili doti seppe acquistare dal marito e dell'immenso e meritato ascendente che ha sulla famiglia intiera. «Ed ecco grida Malacchia, altra cosa tristissima che voi fate e per la quale Iddio non si rivolge ai vostri presenti perchè il suo altare è coperto di sospiri e di lagrime. Ma perchè dite voi?—Perchè voi tradite iniquamente la donna alla quale vi lega un patto solenne».

Tutta la legge fa fede dei principii suesposti. Anche le donne assistettero alla rivelazione del Sinai; anche le donne dovevano trovarsi nella radunanza che la legge prefiggeva di tenere in capo ad ogni settimo anno nella festa dei Tabernacoli, e ove si leggeva tutta la legge all'udienza del popolo; anche le donne al ritorno dalla schiavitù babilonica prestarono il loro giuramento d'adesione al nuovo ordine di cose. Ambi i genitori hanno gli stessi diritti alla riverenza dei figli. «Onora tuo padre e tua madre se vuoi vivere lungamente» sta scritto nel Decalogo. Ed altrove così si esprime il Legislatore: «Ciascuno di voi abbia timore della madre e del padre». «Chi maledice [pg 64] suo padre o sua madre sarà fatto morire». «L'occhio che si fissa irriverentemente torvo sul padre o sulla madre, dice l'Ecclesiaste, merita di essere acciecato dai corvi». Le manifestazioni di rispetto dovuto ai genitori vengono così definiti dai nostri dottori. Non sedersi nel posto da essi ordinariamente occupato; non contraddirli nè ascoltare i loro discorsi con irriverenza o impazienza; averne ogni cura nella loro vecchiaia, e fare quanto può loro tornare utile o gradevole.

L'unico dovere imposto al padre45 era quello d'addottrinare il figlio nella religione e nella morale: parlandogliene, come dicemmo, nel suo stare in casa, nel suo andare per viaggio, nel suo coricarsi e nel suo alzarsi.

Qui poniamo termine alle nostre brevi considerazioni sulla famiglia Israelitica, colla ferma convinzione, che per quanto poco noi abbiamo detto su tal soggetto, pure debbano risultarne le due seguenti verità: 1º Essere stata la legislazione Mosaica la prima, che diede alla donna la somma di tutte quelle libertà consentanee al suo sesso, e regolate per modo che non avendo esse altro limite oltre quello segnato dal pudore e dalla sua speciale costituzione, non servissero ad arma di licenza e venissero a menomare quelle soavi prerogative che fanno di lei l'angelo tutelare della famiglia; 2º Essere stata la legislazione Mosaica la prima, che seppe fondare la famiglia sopra le sue naturali e vere basi: moralità, stima ed affetto. [pg 65]