Coll'intervento divino manifestatosi coi grandi prodigi di cui noi parlammo nel mese di Nissan, Israele infrange le sue ritorte; con mano alta esce da quella terra che fu tanto inumana per lui, e si accinge a conquistare il paese di Canaan promesso ai suoi antichi patriarchi, che già avevano avuto in esso lunga dimora.
Ma colla libertà è indispensabile a tutti i popoli una educazione religiosa, civile e politica atta ad illuminare la mente di ogni singolo cittadino, e a fortificarne il cuore: onde quella stessa libertà, ch'è il più caro tesoro dell'uomo, non degeneri in licenza alterando il morale equilibrio della società e preparandole spensieratamente disordine e rovina.
Egli è per questo che quasi appena data la libertà al suo popolo, Iddio stesso volle proclamare al suo cospetto, i principii fondamentali di quel codice eterno che col mezzo del suo servo fedele, Mosè, intendeva elargirgli.
Ed ecco come avvenne questo fatto grandioso.
Correva il terzo mese dacchè Israele era uscito dall'Egitto, ed era precisamente il giorno sesto di Sivan, quando frammezzo a spessa nuvola, preceduto ed accompagnato da spaventoso fragore di tuoni e da terribili lampi; Iddio stesso proclamava sul Sinai il Decalogo27: compendio [pg 43] religioso-morale non solo d'Israele, ma della intiera umanità; inquantocchè esso racchiuda i principali e massimi doveri che la religione e la morale reclamano imperiosamente da ogni individuo. Il solo primo di questi precetti ha un carattere tutt'affatto speciale verso al popolo d'Israele; perchè con esso Iddio, si dichiara tale per lui, per averlo tratto dalla schiavitù d'Egitto.
Preparato tre giorni innanzi a santo raccoglimento con corporali astinenze purificatrici del corpo e dello spirito, il popolo intiero, uomini, donne e fanciulli furono testimonii di questo grande avvenimento. «Domanda alle generazioni che furono, dice Mosè a Israele, dall'una all'altra estremità della terra, dal dì che Dio pose l'uomo sulla terra sino al giorno d'oggi, se mai abbia avuto luogo ciò che successe a te; che Dio stesso siasi rivelato ad un popolo intero circondato da un fuoco avvampante ed abbia proposto direttamente a lui le basi del suo patto!28» È Dio stesso che col primo precetto abolisce in massima ogni sorta di schiavitù29 e di caste30; proclama colla sua Unità la eguaglianza fra tutti gli uomini componenti l'Assemblea di Giacobbe, perchè tutti indistintamente trasse dall'Egitto da casa di schiavi. «Presso di loro (gli Ebrei), [pg 44] dice a questo proposito l'abate Gúenée, nissuna di quelle ingiuriose distinzioni di casta stabilite presso gli Egiziani ed i Romani; nè quell'oltraggiante disdegno d'un ordine di cittadini per l'altro; nissuna di quelle barbare istituzioni che altrove riuniscono in una parte della nazione i privilegi e l'autorità.... Tutto conduceva all'eguaglianza naturale». E D. Calmet diceva a questo proposito: «Tutta la legge è nell'interesse della nazione intiera, e non del tale o tal altro privato. Le distinzioni sociali non possono essere basate che sull'utilità comune».
Col secondo precetto Iddio raccomanda di non adorare idoli, di non fare immagini nè figure di qualunque oggetto esistente nel cielo, nella terra e nelle acque; poichè egli, Dio geloso, punisce i peccati dei padri sui figli sino alla terza e quarta generazione, ed usa con benevolenza coi suoi amici sino alla millesima generazione. Come! esclamarono in ogni tempo ed esclamano tuttavia i detrattori della Bibbia. Il Dio di Mosè partecipa dunque a tutte le umane passioni? Sente gelosia, serba rancore, prova il bisogno di vendetta? Nè basta ancora che punisce i figli per le colpe dei loro padri e dei loro avi?—Eppure niente di più erroneo di questo ragionamento. Dopo la fatta proibizione di tracciare immagini, che per le impressioni portate seco dall'Egitto e per l'esempio di tutte le nazioni da cui erano circondati sarebbero stati immancabilmente condotti ad adorarle; Iddio proclama una verità naturale, un fatto che si rinnova ogni giorno31. Daltronde la Bibbia intiera [pg 45] protesta contro una tale supposizione. Ne citeremo alcuni esempi: Tra i consigli e gli ordini che Mosè stesso impartisce ai giudici onde non si lascino influenzare da verun sentimento di debolezza verso il potente, di commiserazione verso il povero ecc.; troviamo la seguente raccomandazione: «Non saranno fatti morire i padri per i figli nè i figli per i padri: il colpevole solo sarà fatto morire». Ed è inspirato a questo principio di giustizia che Ezechiele rivolge le seguenti parole agli abitanti della terra d'Israele: «Che andate voi ripetendo questo proverbio: i padri mangiarono l'agresto e i denti dei figli sono allegati? L'uomo giusto vivrà; se il figlio è tristo, quel figlio morrà; se il figlio d'un uomo tristo non imita il padre vivrà sicuramente. La probità del giusto starà sopra di lui, e la malvagità dell'empio sopra di lui resterà. Quando il giusto si ritrarrà dalla sua probità e commetterà inique azioni, egli perirà a cagione di quelle. E quando l'empio si ritira dalle malvagità che commetteva e pratica giustizia ed umanità, egli si procura la vita».
Nel libro dei re vediamo l'adozione pratica di questa equa disposizione. Il cronista sacro dopo avere raccontato come il re Amassià abbia punito colla morte gli uccisori del proprio genitore; aggiunge la seguente considerazione: «E i figli degli uccisori non fece morire, uniformandosi a quanto sta scritto nel libro della legge di Mosè comandata da Dio: «Non saranno fatti morire i padri pei figli nè i figli pei padri: il solo colpevole subirà la morte».
Col terzo precetto si proibisce di proferire il nome del Signore per cose vane. Quel santo nome che ci richiama [pg 46] alla mente quell'Essere infinito centro di ogni perfezione, amore e delizia di ogni anima pia; non può e non deve venire pronunziato che nelle nostre preghiere e per motivi gravi, e con quel rispetto e con quella venerazione che per noi si può maggiore.
Col quarto ordina la santificazione del sabbato in memoria della creazione del mondo. Conviene però avvertire che la santificazione del sabbato non consiste unicamente nel riposo fisico, che anzi questo non deve servire se non quale mezzo onde elevare a Dio il nostro cuore e la nostra anima mercè la preghiera, la vita in famiglia e l'istruzione.
Nella stessa guisa che dopo sei giorni di lavoro attivo il corpo necessita di un giorno di riposo, così l'anima dopo i pensieri che la tennero più che occupata, diremo quasi totalmente assorbita, negli interessi materiali per tutta la settimana; ha bisogno di un giorno di riposo, onde poterlo dedicare al suo perfezionamento ed acquistare la cognizione esatta dei proprii doveri religiosi e morali. È questo appunto il doppio benefico fine dell'instituzione del sabbato, assai bene definito dai nostri dottori colle parole: hhassì l'Adonai (metà a Dio per l'istruzione religioso-morale) vehhassì lachem (e metà a voi pel riposo del corpo e pei leciti passatempi).
Gli altri sei non sono che principii di morale e di giustizia e quindi universali per tutti gli uomini. Onora tuo padre e tua madre; non commettere omicidio; non commettere adulterio; non rubare; non attestare il falso; non desiderare cosa alcuna che appartenga al tuo prossimo.
Questo decimo precetto, dice il Medrass, controbilancia tutti gli altri. Il desiderio delle cose altrui, l'avidità di possederle è la principale sorgente di tutti i misfatti. Non rivolgiamo mai la nostra bramosia su qualsiasi oggetto che appartenga al nostro prossimo, siamo moderati nei nostri desiderii i quali non debbono mai oltrepassare la nostra possibilità di appagarli; padroneggiamo le nostre passioni e non lasciamole mai sortire dai limiti consentiti [pg 47] dall'onestà e dal dovere; contentiamoci dello stato in cui ci pose la Provvidenza: e collo spirito calmo, col cuore soddisfatto riconosceremo allora la profonda sapienza che dettò ai nostri dottori il seguente aforisma: «Essere vero ricco colui che è contento del proprio stato».
Fu appunto per solennizzare questa divina rivelazione che venne instituita la festa del mathan torà (proclamazione della legge) o savuod (delle settimane), perchè accade sette settimane dopo il primo giorno di Pasqua. S'intitola pure, iom abicurim (giorno delle primizie): poichè in tale giorno si rendevano a Dio solenni azioni di grazie per la messe con apposite offerte e sacrificii. Questa festa stabilita un sol giorno si portò a due pel motivo già indicato nella festa di Pasqua.
«Corrotti i costumi, dice un giudizioso autore32, non v'ha più famiglia, non affetti domestici, non più pace e confidenza nel commercio della vita; ma solamente mistero e perfidia sotto il medesimo tetto paterno». Il matrimonio quale venne stabilito da Dio all'aurora del mondo, era naturalmente contrario ad ogni specie di disordine e di licenza: pure, malgrado il diluvio, la corruzione generale fece di bel nuovo sì rapidi progressi, che al tempo di Mosè non solamente si commettevano laidezze brutali, ma gli atti più osceni erano divenuti presso molti popoli parte essenziale del loro culto religioso.
Temendo Mosè che il popolo ch'egli voleva santo e modello a tutti gli altri tanto per civile e religiosa sapienza quanto per la purezza dei costumi, si lasciasse sedurre dallo esempio dei popoli vicini, non lasciò intentato nissun mezzo onde premunirlo contro la corruttella e la licenza dei costumi. Statuì il maggior riparo alla seduzione, prescrisse [pg 48] severissime pene per l'oltraggio al pudore, per l'infedeltà delle mogli e l'adulterio dei mariti. In più luoghi poi non cessa di ricordare che la distruzione totale dei Cananei, comandata da Dio, era appunto la punizione delle loro stomachevoli e laide azioni per le quali la terra stessa contaminata e polluta, ne li rigettava dal suo seno.
La monogamia, ovverosia l'unione di un solo uomo con una sola donna, è l'instituzione primitiva del matrimonio. Lamech fu il primo che contravvenne a questa disposizione sposandosi a due donne Adà e Sillà.
Quantunque Mosè non abbia abolito di fatto la poligamia, sia perchè vi trovò un ostacolo nel clima per cui quell'uso si era generalizzato (e dura tuttavia oggigiorno in quelle contrade), e sia per non dare accesso ad altri mali maggiori; nulladimeno ne dimostrò le fastidiose conseguenze con esempi pratici, e tentò di impedirla con savie disposizioni.
Egli ricordò: 1º che la monogamia era d'instituzione divina e che Noè e i suoi tre figli, i patriarchi33, Giuseppe, lui stesso34 ed Aronne suo fratello, erano monogami; 2º espose i disordini, le contese, le dissenzioni che spesso provengono dalla poligamia; 3º proibì ai monarchi futuri la grande copia di mogli onde «non abbiano a corrompere i loro cuori».
Da parecchi passi della scrittura si raccoglie che la richiesta in matrimonio era fatta dal padre stesso del giovine. È Abramo che manda Eliezer a chiedere Rebecca in moglie ad Isacco suo figlio. Sansone avendo vista in Timnà [pg 49] una ragazza Filistea che gli piacque, ne rese consapevoli i proprii genitori; e li pregò a volersi portare colà e richiederla per lui in moglie.
Tra gli sponsali eresc, e la ceremonia delle nozze vi correvano per lo più, secondo quanto insegnano i Rabbini, sei mesi od un anno. Quest'opinione si fonda sulle parole che Labano rispose ad Eliezer dopo la conclusione degli sponsali tra la sua sorella Rebecca ed Isacco. Insistendo quegli per l'immediata partenza, Labano gli rispose: «Stia la ragazza presso di noi un anno o dieci mesi e poscia se ne andrà». Checchè ne sia, il matrimonio avevasi per conchiuso dal dì degli sponsali. Egli è perciò che qualora il fidanzato, dopo gli sponsali, si fosse rifiutato di contrarre matrimonio definitivo, era obbligato di dare lettera di divorzio alla sua fidanzata; e se per altra parte la fidanzata fosse caduta in fallo con altr'uomo, veniva trattata siccome adultera. La ragazza, raggiunta la sua età maggiorenne, 12 anni35, non poteva in niun modo venire obbligata ad accettare uno sposo suo malgrado, e a sua istanza i tribunali annullavano qualunque impegno preso da suo padre anticipatamente. L'unico caso in cui la fanciulla non godeva piena libertà di sposarsi a chi meglio le talentava, era quando mancando di fratelli essa veniva dichiarata l'ereditiera del patrimonio paterno; perchè in questo caso la sua scelta doveva cadere su un giovine della stessa tribù, alla quale apparteneva ella stessa.
Da principio la celebrazione del matrimonio non era considerata che quale contratto puramente civile, epperciò spoglio di qualunque ceremonia religiosa. Il padre o il più autorevole dei parenti impalmava i giovani sposi, impartiva loro la benedizione nuziale, ed invocava su loro i favori divini. Ai giorni nostri è il rabbino quello che ordinariamente benedice la giovine coppia, e legge l'atto del [pg 50] contratto redatto in lingua rabbinica (ebraico-caldaica)36 scritto sopra un foglio di pergamena e da consegnarsi poscia al padre della sposa.
Sette erano i giorni dedicati a festeggiare gli sposi come pare che risulti dalle parole di Labano a Giacobbe, dalla storia di Sansone, e dall'uso costantemente mantenutosi sino ai giorni nostri. E non erano i soli parenti ed amici che partecipavano alla loro letizia, ma lo Stato medesimo prendeva sensibile interesse alle gioie degli sposi; poichè Mosè ordinò: «che qualunque novello sposo non fosse soggetto alla leva nè venisse sottoposto a verun carico pubblico per un anno intiero; onde se ne stesse a casa sua occupato a rallegrare la moglie che prese».
Il vocabolo pileghesc, che si trova tanto spesso nella scrittura, viene tradotto in italiano impropriamente per concubina poichè il suo valore è tutt'altro. La pileghesc era moglie legittima ma inferiore alla padrona di casa. Ciò che la distingueva dall'Hissà (moglie), era la non celebrazione a di lei riguardo delle cerimonie di sposalizio.
Il levirato, Jibum, è una legge in forza della quale il fratello doveva sposare la vedova del fratello rimasta tale [pg 51] senza prole; attribuire legalmente al defunto il primogenito dei figli che avrebbe procreato da quella donna, e trasmettergli la eredità dello stesso37. Questa legge era antichissima poichè noi la troviamo già praticata da Giuda in favore di Thamar sua nuora. Mosè adottandola non ingiunse che venisse applicata inesorabilmente in tutti i casi.
E ciò con molta ragione perchè se da un lato essa aveva per oggetto di procurare uno stato alla vedova, di trasmettere ai posteri il nome di un caro parente, di moltiplicare le famiglie e favorire l'accrescimento della popolazione; non v'ha dubbio che dall'altro lato essa poteva cagionare molestie ed inconvenienti: sia nuocendo alla libertà dei maritaggi, sia danneggiando gli interessi delle famiglie. Fu per quest'ultimo motivo appunto che Ruth venne rifiutata in moglie dal più prossimo di lei parente. Mosè lasciò pertanto piena libertà al cognato di rifiutarsi di contrarre tal legame, ma lo sottomise alla seguente cerimonia.
La donna presentavasi agli anziani della città ed esponeva loro il rifiuto avuto dal cognato colle seguenti parole: «Il mio cognato ricusa di far risorgere in Israele il nome di suo fratello, egli non vuole compiere verso di me il dovere di cognato». Gli anziani facevano venire quell'uomo alla loro presenza, e lo consigliavano ad adempiere al suo dovere, ma se egli persisteva nel suo rifiuto e ripeteva: «Non voglio pigliarla»; allora la sua cognata gli si appressava e in presenza degli anziani e di molti assistenti, gli levava la scarpa dal piede, gli sputava in faccia e gli diceva: «Così si fa all'uomo [pg 52] che non vuole edificare la casa del proprio fratello38». Ed egli veniva chiamato in Israele: «La famiglia dello scalzato39».
Naturalmente si redigeva un atto col quale la donna era dichiarata libera di sposarsi ad altro uomo. Il Talmud ci trasmise copia di tale atto che noi non accenniamo per la sua lieve importanza.
Dissero i nostri dottori: «L'adulterio genera la maledizione ai padri. La donna infedele allo sposo mentisce a lui e mentisce a Dio; perchè è il Signore che ha accolto il suo giuramento e le fa legge di osservarlo».
Per quanto Mosè non abbia trascurato veruna occasione per raccomandare la illibatezza dei costumi; per quanto egli ne abbia promossa la realizzazione con prescrizioni eccellenti; cionullameno ben prevedendo che non sarebbero bastate le persuasioni per impedire il mal fare per quelle perverse nature che non difettano mai, neanche nelle società le meglio ordinate, fece pure appello al rigore statuendo la morte per pena dell'adulterio. Ma come pur troppo può succedere che certe nature sospettose si lascino acciecare dalla passione, e sognino il male ove esso non esiste veramente; per questo Mosè nell'intendimento di sottrarre la moglie sospetta dall'ira del marito, [pg 53] la sottopose ad un rito che può appellarsi giudizio di Dio, poichè a lui solo scrutatore delle reni e dei cuori, se ne lasciava appunto la decisione.
Ed ecco in che consisteva questo rito.
La donna sospetta veniva condotta dal proprio marito al cospetto del sacerdote con un'offerta detta di Gelosia, e nella quale non mettevasi nè olio nè incenso come usavasi per le altre offerte. Il sacerdote poneva tale offerta tra le mani della donna: quindi dopo di avere preso in una delle sue proprie mani un vaso di terra con entro dell'acqua consacrata, rivolgeva la parola alla donna stessa e le presagiva i mali orribili che le avrebbe causata quell'acqua, qualora essa si fosse trovata colpevole. Scriveva in un Sefer (libro) tali sue dichiarazioni, le cancellava nell'acqua40, e poscia porgeva quell'acqua alla donna affinchè la bevesse.
Lo scritto era del seguente tenore: «Se tu sei innocente e pura della colpa che si sospetta in te, sarai esente della malefica virtù di quest'acqua amara e maledetta; ma se invece sei colpevole, e tradisti la fede giurata a tuo marito, Iddio farà sì ch'essa ti apporti una morte pronta e crudele e la tua memoria resterà ignominiosa frammezzo al tuo popolo». La donna era obbligata a rispondere: «Amen, amen».
I talmudisti riferiscono che quest'uso venne abolito alcuni anni prima della distruzione del Tempio: poichè posta in dimenticanza la legge di Dio, corrotti i costumi e fattosi comune l'adulterio fra gli stessi mariti, Iddio aveva privato d'efficacia una simile prova.
«Allorquando il consorzio coniugale è ordinato, concorde e puro la divinità aleggia su di esso, se no se ne diparte [pg 54] lasciandovi lo spirito del male ad esercitare la sua triste influenza»41. Come nell'ordine fisico gli uomini diversificano l'uno dall'altro per la Conformazione delle membra e per la regolarità e venustà della loro disposizione, altrettanto avviene nell'ordine morale: differenziando essi l'uno dall'altro per istinti, per indole, per passioni, per coltura dell'ingegno e per la sensibilità dell'animo. Supponendo ora l'unione di due persone di sesso diverso e dotate di un carattere morale totalmente opposto, è cosa naturale la persuasione che si andrebbe incontro a tristi conseguenze, la minore delle quali consisterebbe nella infelicità di entrambi i coniugi, nel volerli tenere avvinti con un nodo indissolubile.
E fu appunto la possibilità, pur troppo, non rara di tale eventualità che consigliò a Mosè la instituzione del divorzio42. Secondo la legge era il marito solo che aveva il diritto di dare il divorzio alla moglie qualora avesse trovato in essa qualche ervath davar (qualcosa di sconcio)43. Era però permesso alla moglie di citare innanzi [pg 55] ai tribunali il marito qualora esso avesse mancato a qualche clausola del contratto matrimoniale; e dopo parecchie rimostranze persistendo esso nella sua sleale condotta verso la moglie, questa veniva dichiarata ripudiata di fatto e libera di sposarsi ad altr'uomo.
Pei due seguenti casi particolari il marito perdeva il diritto di ripudiare la moglie: 1º In caso di seduzione della sua propria moglie prima delle nozze; 2º Se dopo sposata l'avesse calunniosamente accusata d'impudicizia innanzi ai tribunali, o sottoposta alla prova delle acque amare. Nonostante il divorzio il marito poteva riconciliarsi colla moglie e riprenderla, semprechè essa non fosse passata ad altre nozze. Riguardo all'atto stesso del ripudio Mosè si limita a dire: «e scriverà a lei una carta di ripudio e gliela consegnerà in propria mano, e la manderà via di casa sua». I nostri Rabbini ci tramandarono la formula di tale carta di ripudio e concepita nei seguenti termini:
«Il giorno... della settimana... del mese... dell'anno... dalla creazione del mondo, in questa città... posta sul fiume... io... così chiamato figlio di... di mia propria volontà e senza esservi costretto in nissun modo, ho voluto rimandare e rimando te... figlia di... già mia moglie, e ti permetto di andare ove ti piacerà, di contrarre matrimonio con qualunque altro uomo senza che veruno possa impedirlo. In fede del che le ho rimesso la presente lettera di ripudio, polizza di rimando, certificato di divorzio secondo la legge di Mosè e d'Israele».
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