«Ed il Signore si pentì d'aver fatto l'uomo in terra e ne ebbe il cuore addolorato14». Con queste parole, premesse alla narrazione del diluvio universale, Mosè fece manifesto il corruccio provato da Dio nel riconoscere come quella creatura fatta a sua immagine e somiglianza s'ingolfasse in ogni sorta di brutture; contaminasse nel fango di ignobili passioni la sua anima immortale; e costringesse Lui, il sommo bene e la somma misericordia, a dovere usare il massimo rigore annientandola15.
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Nella universale corruzione un uomo solo, Noè16, seppe mantenersi giusto e pio: e il Signore lo destinò a ripopolare la terra. Gli ordinò quindi di fabbricarsi un'arca ove riparare colla moglie, coi figli, e colle nuore, e con una coppia di ogni specie di animali, fatta eccezione pei quadrupedi ed uccelli puri17, dei quali doveva accoglierne sette coppie.
I nostri Dottori dissero: che Iddio ordinò a Noè d'impiegare 120 anni nella costruzione dell'arca, nell'intento che venendo egli interrogato dell'uso a cui essa doveva servire; Noè predicesse loro la catastrofe che pendeva sui loro capi e li esortasse al ravvedimento. Noè s'uniformò all'ordine di Dio: ma la tradizione nota che le di lui esortazioni non solo riuscirono vane, ma anzi, trattato da quegli empi quale pazzo, non riceveva in ricambio che dileggi e scherni.
L'esposizione biblica ci dice che Noè aveva 600 anni allorchè entrato nell'arca coi membri della propria sua [pg 28] famiglia, con tutte le specie di animali e con grandi provviste di viveri, le acque cominciarono a cadere.
L'arca era un immenso rettangolo col coperchio curvo per lo scolo delle acque. Spalmata di pece dentro e fuori per meglio impedire all'acqua di penetrarvi, essa misurava 300 braccia di lunghezza, 50 di larghezza e 30 di altezza. Non v'ha dubbio che o l'uomo antidiluviano aveva uno sviluppo fisico proporzionato alla sua longevità18, e quindi assai superiore al nostro; o che il braccio che servì di misura all'arca dovette essere più lungo del braccio di un uomo comune. Altrimenti non si saprebbe comprendere come un'arca [pg 29] di così ristrette proporzioni abbia potuto contenere l'infinita varietà di animali che vi ebbero stanza, e l'immensa provvigione di viveri che Noè vi dovette introdurre, senza ricorrere al miracolo, comodo sistema, di alcuni commentatori per appianare qualunque difficoltà. Era pertanto il giorno diciasettesimo di Iiar quando le catteratte del cielo si aprirono; l'oceano furente uscì dal proprio letto e si riversò sulla terra; e un vento impetuoso che soffiò per 150 giorni, favorì il rigonfiarsi delle acque che superarono le cime dei più alti monti. Tutto fu distrutto: solo l'arca di Noè galleggiando sicura su quello sterminato oceano, portava nel suo seno i pochi avanzi della creazione. La colomba messa fuori da Noè; e a lui ritornata in sul far della sera portando in bocca una fresca foglia di olivo, lo avvertì essere la terra pressochè asciutta. È ammirabile l'insegnamento morale ricavato dai nostri dottori da questo fatto. Il corvo, spedito prima, tristo ed ingrato, abbandonò il suo benefattore, nè più ritornò nell'arca. La colomba innocente e pia vi faceva bensì ritorno, ma con una foglia di olivo in bocca. E perchè ella raccolse una foglia amara a preferenza di qualunque altra?—Per significare al suo ospite che per quanto ella fosse grata e sensibile ai benefizii che da lui riceveva con un vitto abbondante e gratuito, ad ogni modo vi preferiva di gran lunga un pane stentato e povero, ma fornitole dal proprio lavoro.
Il di 27 dello stesso mese, in cui era entrato un anno prima, Noè e tutti gli animali abbandonarono l'arca. Quali sensazioni di sgomento, di stupore e di dolore non avrà provato quella famiglia ricalcando la terra! Più nulla dava indizio di vita. Case, uomini, animali, vegetabili tutto era intieramente sparito, cedendo il posto ad un vasto ed orrido deserto. Ma a tali sensazioni penosissime, succedette ben presto il sentimento del dovere.
Noè fabbricò sollecitamente un altare e offrì olocausti al Signore. Il Signore gradì la manifestazione della sua riconoscenza, e gli promise che mai più avrebbe mandato [pg 30] un diluvio a distruggere la terra. Poscia benedisse lui e i suoi figliuoli, e permettendo loro l'uso di cibi animali, loro proibiva formalmente il sangue19. Sono significanti le parole colle quali condanna il suicidio, perchè prova non dubbia dell'immortalità dell'anima, di cui ragioneremo più diffusamente altrove, e che sono le seguenti:
«Farommi poi rendere conto dell'omicidio che attenterete sulle vostre stesse persone; farommene rendere conto dall'anima sua immortale20».
L'alleanza conchiusa tra Dio e Noè consistette nel dargli sette comandi, detti Noèchidi, e che sono puramente e semplicemente i più ovii principii della religione naturale. Eccoli quali ce li trasmise la tradizione: 1º Non professare un culto idolatra; 2º Non bestemmiare il santo nome di Dio; 3º Non commettere omicidio; 4º Non commettere adulterio; 5º Non commettere furti e rapine; 6º Osservare i principii fondamentali di giustizia; 7º Non cibarsi di un membro strappato o tagliato ad un animale vivo.
Fu pure nel primo giorno di questo secondo mese che Mosè, dietro ordine di Dio, invitava i capi delle dodici tribù d'Israele a fare il censimento degli uomini atti alle armi; vale a dire dagli anni 20 in su. Il risultato, esclusa la tribù di Levi, esente da pubblici carichi, fu di 603550. Quarant'anni dopo, nelle pianure di Moab presso alle rive del Giordano poco prima della sua morte, Mosè ordinò un secondo censimento che diede un totale di 601730. Non farà meraviglia alcuna la diminuzione nella cifra, se [pg 31] si considerano i disagi, le privazioni d'ogni specie sofferte dal popolo per tutto quel lungo lasso di tempo; e più di tutto per le mortalità che infierirono nel popolo per la deplorabile sedizione di Corahh, pel fatto degli esploratori, e per l'adorazione di Baal Peór. È antico assioma che la popolazione non aumenta che nella pace, nella prosperità e nell'abbondanza di ogni cosa.
E posciacchè parliamo di censimenti, non crediamo fuori proposito segnalare quello ordinato da Davide circa 500 anni dopo il summentovato. Dopo le tante guerre sostenute per la conquista del paese che Dio aveva promesso al suo popolo, Davide sedendo finalmente tranquillo e sicuro sul suo trono; inviò il suo fedele generale Gioab per tutto il regno, onde conoscere il numero totale degli uomini atti alle armi che risultò di 1300000: fatto che dimostra evidentemente come la monarchia d'Israele fosse allora la più possente dell'Asia. Ma il precipuo intendimento che ci fece citare questo fatto, non fu quello di dare il numero dei soldati di cui Davide poteva disporre o segnalarne la conseguente prosperità del popolo; ma per dilucidare il luttuoso avvenimento che contristò Davide e Israele in tale occasione. Fatto il censimento pel quale si impiegarono 9 mesi e 20 giorni, una terribile pestilenza infierì nel popolo d'Israele miettendo in brevissimo tempo ottanta mila vittime. Lo storico sacro, lascia supporre che tale avvenimento fosse un castigo mandato appunto da Dio in causa del fatto censimento. Ma perchè ricorrere al sovrannaturale quando si tratta di un fatto che si spiega naturalmente con tanta facilità? Per adempire all'incarico avuto, Gioab e i suoi coadiutori si stabilivano sicuramente nei capi luoghi di provincia, ove dovevano convenire tutti i capi di famiglia. Anche ammettendo che non si trasandassero, cosa abbastanza difficile, i precetti d'igiene, pure una tale agglomerazione d'individui in paesi tanto caldi, non può recare meraviglia che abbia favorito lo sviluppo di qualche malattia contaggiosa; come non può recare meraviglia che costernato [pg 32] alla notizia che la pestilenza si avvicinava alla Capitale, Davide propiziasse Dio onde vi mettesse un termine accusando se stesso il solo autore di tante sventure.
Conviene pure notare che alla narrazione del censimento, lo stesso storico fa precedere quale spiegazione l'avvertenza che Dio era adirato contro Israele per motivi che però non palesa, e che fu Davide stesso che scelse la pestilenza a preferenza della carestia o della rotta in guerra; onde, come disse egli, cadere nelle mani di Dio misericordioso, anzichè in quelle degli uomini. Ad ogni modo i due censimenti del popolo fatti eseguire da Mosè, per ordine espresso di Dio, dimostrano insussistente l'opinione che sia proibito di numerare il popolo sotto pena di pestilenza21.
Un altro fatto della più alta importanza successe in questo mese. Resisi tributarii i più potenti popoli vicini, sin dagli ultimi anni del regno di Davide, Israele godeva di tutta quella prosperità materiale e morale, che può essere raggiunta da un popolo i cui destini sono confidati ad un re, che alla gloria delle armi seppe unire una sapiente amministrazione e una prudente politica. La Bibbia ci attesta che la pubblica ricchezza era salita a tale grado, che al tempo di Salomone l'argento aveva quasi perduto e pregio e valore. Davide che ad un animo religiosissimo univa le qualità di valentissimo musico e di altissimo poeta, non ancora soddisfatto delle lodevolissime disposizioni per le quali circondò di decoro e di ordine il [pg 33] Culto divino; manifestava un giorno al profeta Nathan il suo ardente desiderio di fabbricare una Casa degna del Dio d'Israele.
Ma Dio non gli permise d'incarnare il suo pensiero nobilissimo; inquantocchè le sue mani avessero versato molto sangue. Ed era giusto. Il Tempio che è legame di pace, di amore e di concordia tra Dio e l'uomo e tra l'uomo e l'uomo; il Tempio ch'è quel sacro luogo ove il nostro cuore sollevandosi a Dio mercè la preghiera s'inspira alla virtù, alla carità, alla purezza; non poteva essere l'opera di un re conquistatore, per quanto le guerre da lui intraprese avessero un fine nobilissimo: la redenzione del patrio suolo e la grandezza del proprio popolo.
Però per la sua predilezione per quest'uomo che fece tanto bene ad Israele, e che a fronte di alcune colpe da lui commesse aveva un cuore pio e santo, pieno di nobili e generose aspirazioni; Dio lo assicurava per bocca dello stesso profeta che suo figlio Salomone avrebbe effettuato il suo pio divisamento. Non erano infatti trascorsi che quattro anni dalla sua morte, quando nel secondo giorno di questo stesso mese di Iiar, Salomone valendosi degl'immensi tesori lasciatigli a tale uopo dal padre, pose le fondamenta del tempio i cui lavori ebbero la durata di sette anni e mezzo.
La festa inaugurale fatta dopo la solennità di Sucoth fu di una splendidezza affatto eccezionale. Vennero sacrificati 22000 buoi e 120000 pecore22. Immensa fu la gioia del popolo che in quel grandioso, ricchissimo ed imponente edificio, oltre al vedere soddisfatto un suo lungo desiderio religioso, vedeva una prova palmare della sua grandezza e potenza e la consacrazione della sua unità religiosa e politica.
La preghiera fatta da Salomone in tale occasione è [pg 34] degnissima di nota. Cominciò a ringraziare Iddio di tanti favori accordati al padre suo, e di quello poi insigne di avere reso lui stesso degno di dedicargli quella Casa; enumerò le diverse contingenze che avrebbero potuto condurre gli individui e il popolo intiero a versare la piena del loro dolore in quella Casa, da dove sarebbero usciti immancabilmente col cuore confortato; e finalmente con un sentimento di tolleranza tutt'altro che comune alle idee generali di quei tempi, così soggiunse: «E anche lo straniero non appartenente al tuo popolo che venisse a supplicarti in questa Casa, deh o Dio! ascolta la sua preghiera e compi i suoi voti; cosicchè tutte le nazioni, quanto il tuo popolo Israele, siano portati ad adorarti dalla cognizione della tua potenza e della tua bontà».
Fra le nozioni delle antichità sacre, le più importanti a conoscersi sono, a nostro avviso, quelle che riguardano la composizione della famiglia, le basi su cui essa era fondata e i reciproci rapporti che ne univano i componenti. Però sia per l'importanza che hanno le abitazioni sull'igiene e sui costumi della famiglia stessa, e sia perchè la cognizione delle medesime serve per comprendere parecchie descrizioni degli autori sacri; crediamo indispensabile farvi appunto precedere un breve cenno sulle primitive abitazioni degli uomini: vale a dire sulle caverne, sulle capanne e sulle tende, per poscia parlare dei villaggi, delle città e delle case.
In sulle rive del mare Rosso e del golfo Persico, nelle montagne dell'Armenia come nelle isole Baleari e nell'isola di Malta, alcuni popoli non avevano altra dimora [pg 35] che antri scavati nel sasso onde furono detti Trogloditi, parola che deriva dal greco e che significa: «quelli che s'ascondono nelle caverne23». Le montagne dell'Arabia, della Giudea e della Fenicia, erano in gran parte piene di tali sorta di caverne; che per essere molto ampie potevano dar ricetto a buon numero di persone. Maundrel nel suo Voyage de Jerusalem (pag. 198) ci da la descrizione d'una caverna scoperta nei dintorni di Sidone, e tanto ampia da essere divisa in circa dugento camere ciascuna di dodici piedi in quadrato. E la Bibbia ci porge anch'essa parecchi esempi di tali abitazioni: È in una caverna che Loth si rifugiò colle figlie onde scampare all'eccidio di Sodoma; è in una caverna che si rifugiarono i cinque re inseguiti dai soldati di Giosuè dopo la totale disfatta dei loro eserciti; sono pure caverne le abitazioni che si procurarono gli Ebrei angariati ed oppressi dai Madianiti affine di salvare sè stessi e nascondere i raccolti dei loro campi; e finalmente è in una caverna ove Davide riparò coi suoi quattrocento soldati per isfuggire dalle mani di Saulle. Queste caverne dopo d'avere servito di usuali abitazioni e di rifugio ai perseguitati, divennero in processo di tempo depositi di morti, e asilo dei ladri.
Per utili che fossero le caverne, presentavano però inconvenienti per molti riguardi; il principale dei quali era la difficoltà di ridurle accomodate ai bisogni della vita. Per questo motivo esse dovettero ben presto venire sostituite dalle capanne sucoth, le quali vennero riconosciute tanto comode e vantaggiose in quei paesi caldi, che non andarono affatto in disuso anche quando l'arte ebbe inventate abitazioni più perfette e più sicure.
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Per l'inconveniente che presentavano le capanne di non potere essere trasportate con facilità dalle popolazioni nomade, si dovette ben presto pensare a sostituirvi le tende hóel, che serbando l'identica forma della capanna, presentavano il vantaggio di essere trasportabili. Primieramente le tende venivano fatte con pelli d'animali, ma poscia s'impiegarono per esse tessuti di lana o di tela che stendevansi su pertiche, tenacemente conficcate al suolo col iadéth (cavicchio), affinchè potessero resistere all'impeto del vento. Quantunque la S. Scrittura ci faccia sapere che i patriarchi vivevano in tende, ci fornisce però pochissime nozioni su tal sorta di dimore. Dalle descrizioni che alcuni viaggiatori moderni ci fanno delle tende degli Arabi, che da quanto si può presumere sono modellate su quelle dei più antichi loro padri, pare che le grandi tende fossero divise in tre parti: La prima parte che si trova alla stessa entrata è occupata dagli schiavi; la seconda è assegnata agli uomini; e la terza che ne forma il fondo, è riserbata alle donne. Quest'ultima parte è detta dagli arabi alcobbah, che indubbiamente corrisponde al vocabolo kubbà ebraico adoperato nel Pentateuco per designare la camera cubicolare. L'abitudine e l'amore alla indipendenza d'una vita errante e campestre, aveva reso tanto famigliare agli antichi questa maniera di vivere sotto le tende, che la continuarono ancora molti secoli dopo che l'arte aveva inventate le case. Così fece Abramo quando entrò nella terra di Canaan quantunque il paese fosse pieno di città; così fece Giacobbe al suo ritorno dalla Mesopotamia presso la città di Salem; così fecero gli Ebrei in Gàlgala dopo entrati nella terra promessa; e così fanno oggigiorno diversi popoli dell'Oriente.
Essendo gli uomini socievoli per natura, non appena si moltiplicarono sulla terra dovettero provare un prepotente [pg 37] bisogno di abitare a poca distanza gli uni dagli altri, per potere più facilmente prestarsi mutuo soccorso nei loro reciproci bisogni. «O la società o la morte», disse il leggendario Onì.
La Bibbia ci somministra la prova di questo bisogno umano soddisfatto da Caino stesso, il quale fabbricò una città ir o kirià che chiamò hhanoch dal nome del figlio. Subito dopo il diluvio, gli uomini si occuparono nuovamente a edificare diverse città fra le quali Ressen la grande, che stava in mezzo alle altre due città Ninive e Cálahh.
Le descrizioni dei viaggi fatti dai patriarchi nella Palestina e nell'Egitto, ci fanno persuasi che esistevano in quei paesi molte città governate da capi detti melech re, aluf duce dominante, nascì principe.
Gli esploratori andati a visitare la terra di Canaan assicurarono il popolo d'Israele di avere trovate città assai grandi e fortificate; prima di passare il Giordano le tribù di Gad e di Ruben edificarono città e fortezze a difesa delle loro famiglie che lasciarono al di qua di quel fiume.
Non mancavano sicuramente i villaggi o borgate distinti col nome di migrasc, hhavà, chefar.
Le città principali venivano possibilmente edificate su qualche altura, e spesso cinte da doppio e triplice ordine di mura. Il muro principale detto hhomà era munito di tratto in tratto da alte torri, e aveva davanti un fosso profondo, oltre al quale era l'antimuro detto hhel.
Innanzi alle porte della città e talvolta anche nell'interno d'essa, esistevano piazze rehhovód, che servivano tanto ai pubblici mercati, quanto a luogo di residenza dei magistrati per l'amministrazione della giustizia. Mancando allora le botteghe, si capirà facilmente che le mercanzie si tenevano esposte all'aperto sotto tende o capanne.
All'ingresso degli Ebrei nella Palestina pare che trovassero le case baiith tutte di un solo piano, sormontante da un [pg 38] terrazzo che serviva non solamente per passeggiare e respirare aria più pura, ma ancora per farvi i pasti e passarvi le notti della state. Egli è per questo motivo che il legislatore ebreo, sollecito e tenero del bene del suo popolo, non trascurando neanche le cose di minor conto trattandosi di evitare loro un qualche pericolo, aveva imposto con prudente ordinazione di guernire l'orlo del tetto di un muricciuolo o parapetto maaké alto abbastanza per impedire le cadute. In processo di tempo gli Ebrei seppero fabbricarsi case ampie e alte particolarmente nelle grandi città, e decorarle non solamente con molto buon gusto ma con molto sfarzo, come avremo a convincercene quando discorreremo delle arti coltivate dai medesimi.
In quanto alla disposizione degli appartamenti, sembra che la maggior parte delle case grandi e ricche avessero quattro ale o divisioni formanti un cortile quadrato detto toch abaiith (corte interiore), e precedute da un cortile esterno detto hhasser, destinato a ricevere le persone che ordinariamente non venivano ammesse nell'interno della casa. È molto probabile che il quartiere delle donne fosse collocato nella parte la più remota, poichè quando Davide volle significare come si manifesti la benedizione di Dio su d'un uomo pio, si servì della seguente espressione poetica:
«La tua moglie sarà quale feconda vite beüarchethè bethécha (nella estremità della tua casa). I tuoi figli saranno quali giovani piante d'olivo, intorno al tuo desco»—Dalle profezie di Amos e di Geremia, si ricava che i ricchi avevano appartamenti distinti per l'estate e per l'inverno.
Il primo che abbia parlato di cucina propriamente detta, è il profeta Ezechiele.
Tanto le città quanto le case avevano porte sáar24 di una [pg 39] o di due imposte. La porta formata di un'imposta sola si diceva deleth, e quella formata di due imposte delathaim. L'architrave si chiamava mascof e gli stipiti mezuzoth. Certo si sa per insegnamento ricevuto sino dai più teneri anni, che questa parola fu traslativamente appropriata ad indicare un piccolo rotolo di carta pecora, rinchiusa in una canna o vetro, e contenente i due primi paragrafi del Schemanh e che si pone nello stipite dell'uscio delle case dal lato diritto di chi vi entra. Sul di dietro di questa pergamena sta scritta la parola sciaddaï che deriva dalla radice sad mammella, e viene tradotta in italiano per: prima causa d'ogni cosa, onnipotente, provvidente25.
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Le porte si chiudevano con sbarra o chiavistello detto beriahh. Quantunque nella Bibbia non si trovi una parola che si possa veramente tradurre per serratura poichè la parola manùl derivando da naál (calzare, chiudere), probabilmente voleva indicare non una serratura ma un legaccio o una catena a cui si attaccava il beriahh; ciò nullameno rileviamo da Giuseppe che esse erano conosciute.
Ed a parere nostro è probabilissima tale opinione, poichè nel racconto della morte d'Eglone ucciso da Aód26 si dice che i servi di questo principe presero un mafteahh (chiave), per aprire l'uscio che s'era chiuso dietro di sè l'uccisore.
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I mattoni sono designati nella Sacra Scrittura col vocabolo levenim da lavan, bianco, perchè fatti di argilla bianca comunissima in Oriente. È singolare che il procedimento di formare e cuocere i mattoni, sia attualmente eguale alla breve descrizione dataci da Mosè nella Genesi.
I legni che venivano adoperati principalmente negli edifizii erano il sicomoro, l'acacia, il palmizio, l'abete e l'olivo. Il cedro molto più prezioso di tutti questi s'adoperava soltanto negli edifici sontuosi. Nella descrizione della balaustrata fatta costrurre da Salomone, e che dal suo palazzo conduceva al Tempio, si parla d'un legno detto almugghim o algummim. Isaia parla pure del legno teascur, tradotto per bosso, ma che forse non era che una specie di cedro. Le case d'avorio di cui si parla nel libro dei Re e nelle profezie di Amos, venivano così dette per la grande copia di lavori d'avorio che le decoravano.
Le nozioni che ci vengono somministrate dalla Bibbia relativamente ai mobili sono assai scarse. Nella descrizione dei sacri arredi del Tabernacolo non troviamo menzionati che gli specchi maròd (fatti con rame lucente), la tavola sciulhhan, le caldaie assirod, i bacini mizrecód, le forchette mizlegod, le palette mahhtod, la lampada a più becchi menorà, il bacile kearà, e la conca chior.
E così quando all'epoca dei re una signora di Sunem propone al marito di fare allestire una camera appartata pel profeta Eliseo, non troviamo menzionata che una tavola, una menorà, una mità (letto) e un chissé (sedia). Ciò nullameno è indubitato che sino dai tempi di Abramo, i ricchi dovevano avere mobili quali potevano venire suggeriti [pg 42] dal bisogno e dal lusso, poichè le arti avevano già fatti progressi tali da occuparsi in oggetti di puro lusso per ornamento muliebre quali orecchini, anelli e smaniglie.
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