Ai buoni e cari fanciulli Israeliti.
Col mio libro di Morale pratica, intesi proporre alla vostra meditazione una raccolta di atti nobili e generosi narrati nella Bibbia e nei libri Talmudici, dandovi altresì un saggio del sapere dei nostri antichi Dottori, mediante svariati assiomi ed apoftemi morali applicabili alle contingenze della vita domestica e sociale.
Quel mio lavoro fu assai modesto; ed ora un secondo ne intraprendo, e per darvi ragione e di quello e di questo, vi dirò che mi vi indusse la decadenza fra noi dello studio della lingua ebraica e relativa letteratura. Un secolo addietro, lavori di gran lunga superiori ai miei, ed i miei in conseguenza, sarebbero stati inutili e totalmente incurati; ritenuto che non fossevi Israelita, che di poco si levasse dalla mediocrità, a cui non fossero famigliari i libri talmudici, o per lo meno le raccolte aneddotiche e morali da essi estratte e proposte a studio scolastico.
Oggidì la bisogna corre assai diversa; la lingua sacra è più che trascurata....; e se voi arrivate a leggere una lezione del Pentateuco, anche senza capirne il senso, credete, o vi fanno credere, abbiate fatto abbastanza per l'educazione vostra religiosa.
Egli è per questo motivo che noi preposti alla vostra educazione sentiamo il bisogno, il dovere d'iniziarvi nelle cose giudaiche: di farvi conoscere la storia del popolo nostro, i suoi usi, i suoi costumi, i passi da lui fatti nel cammino delle scienze; affinchè cresciuti negli anni, anzichè [pg 6] arrossire, come molti pur troppo fanno per insipienza, del nome d'Israelita, possiate portare alta la fronte e dire e ripetere ai nemici e disprezzatori del nome d'Israelita: Noi apparteniamo ad un popolo il quale oltre di avere tenuta viva in terra la fiaccola del vero religioso, di molti rami dello scibile fu iniziatore e di altri molti coltivatore a nessuno fu secondo.
Il codice civile e criminale israelitico ha nulla ad invidiare al romano, o a qualunque altro dei popoli i meglio inciviliti: ed anzi in molti punti, massime nella parte criminale, li supera. In quanto ad astronomia e medicina, nel medio evo ancora, allorchè il nome d'Israelita era colpito d'immeritato obbrobrio, era affidata ad Ebrei la salute di re e principi, e persino quella dei papi: e furono Ebrei quelli che emendarono gli errori astronomici del calendario Giuliano, e collaborarono alla compilazione delle tavole Alfonsine e calendario Gregoriano.
Ma io m'accorgo di escire dal seminato e di essere già ito assai oltre di quanto conveniva per la introduzione del modesto mio lavoro che intitolo: I mesi dell'anno Ebraico; essendo mio scopo segnarvi i fatti più memorabili avvenuti al popolo nostro in ciascun mese, e dei quali come ne serbarono memoria i nostri maggiori, così conviene la serbiamo noi. A complemento poi di questi fatti ho creduto bene di dare alcune fra le più importanti nozioni di Archeologia biblica, distribuendole alla fine di ciascun mese. Vi riescano utili queste letture e valgano ad inspirarvi amore pel giudaismo, ed io mi terrò appieno compensato.
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A differenza degli Europei che divisero l'anno in quattro stagioni, gli Orientali usavano dividerlo in sei parti che noi distingueremo col titolo di epoche, poichè pare che tale divisione fosse stata addottata anche presso gli antichi ebrei. Probabilmente essi la fondavano sopra un versetto del Pentateuco che ora noi andremo a citare. Dopo il diluvio, quando Dio strinse l'alleanza con Noè e gli promise che non avrebbe più mandato il diluvio a distruggere la terra, perchè la tentazione del cuore umano è cattiva dalla sua gioventù; soggiunse: «Per tutta la durata della terra la seminagione (I) e la mietitura (II), l'inverno (III), e l'estate (IV), la primavera (V) e l'autunno (VI), il giorno e la notte non cesseranno».
Esaminiamo dunque brevemente queste sei epoche dell'anno ebraico.
L'epoca prima, quella della mietitura, comincia alla metà di aprile per finire alla metà di giugno (secondo e terzo mese dell'anno ebraico). Per tutto questo tempo il cielo ordinariamente è sereno; ma ai primi giorni d'aprile l'aria comincia a farsi calda.
L'epoca seconda è la stagione dei frutti e dura dalla metà di giugno alla metà di agosto (quarto e quinto mese). Il calore comincia ad ingagliardire tanto che gli abitanti dormono spesso sui terrazzi1 a cielo scoperto.
L'epoca terza, segna il tempo del gran caldo che si fa [pg 8] sentire eccessivo dalla metà di agosto alla metà di ottobre (6º e 7º mese), e per la sua ardenza i ruscelli si asciugano e la terra si screpola. Le pioggie sono bensì rarissime dalla metà di aprile alla metà di settembre, ma in compenso cade abbondante la rugiada a ristorare la campagna.
L'epoca quarta è quella della seminagione, e dura dalla metà di ottobre fino alla metà di dicembre (8º e 9º mese). La temperatura è varia; sopravvengono pioggie, brine, nebbie, ecc. Il più spesso verso la fine d'ottobre cominciano a cadere le prime pioggie d'autunno, indicate nella Bibbia col nome di iorè e tanto necessarie ai campi per la germolazione del seminato.
L'epoca quinta segna l'inverno, e comincia alla metà di dicembre per finire alla metà di febbraio (10º e 11º mese). La neve cade talvolta anche nel piano, ma è raro che duri un giorno intiero, ed il ghiaccio sempre sottilissimo si strugge ai primi raggi del sole. I lampi, il tuono e la grandine vengono molto frequenti. Verso la fine di gennaio, i prati cominciano ad abbellirsi di fiori, i maggesi inverdiscono, gli alberi si rivestono di foglie.
L'epoca sesta, che corre dalla metà di febbraio alla metà di aprile (mesi 12º e 1º), è la stagione del freddo. La temperatura che nel principio di quest'epoca si mantiene tuttavia freddetta va riscaldandosi a gradi. Nel principio del mese di aprile cadono le ultime pioggie indicate nella Bibbia col nome di malcosc, per le quali si facevano pubbliche preghiere e voti ardenti, essendo esse assai necessarie per la fecondazione dei campi.
Non è probabile che i primi uomini abbiano determinato la durata dell'anno e regolatone il corso secondo il cammino del sole; imperocchè sarebbero loro bisognate cognizioni astronomiche, che solamente più tardi potettero acquistare; epperò è molto più verosimile che essi abbiano preso per norma la state e il maturare dei frutti della terra. Osservando infatti che la state e la maturità dei [pg 9] frutti ritornavano, nei principii, dopo dodici lunazioni circa, composero l'anno di dodici mesi lunari, onde nelle età primitive l'anno ebbe solamente 354 giorni.
Ma come dopo un certo numero d'anni così computati, lo stesso mese aveva finito per ricondurre stagioni opposte, si sentì la necessità di conciliare l'anno lunare col solare. Difatti dalla narrazione della grande catastrofe diluviana si rileva come fosse già stabilito l'anno di dodici mesi a giorni 30 caduno. Mosè prescrisse agli Ebrei l'anno lunare: ma affinchè fosse sempre in armonia col solare, comandò di offerire a Dio nel secondo giorno di Pasqua, vale a dire nel giorno sedicesimo dopo la neomenia del mese di Nissan, un manipolo di spighe mature (ómer): così se le messi non erano ancora giunte a maturanza i sacerdoti dovevano aggiungere un mese. Questa cosa dovevano farla quasi ogni tre anni, giacchè gli undici giorni di differenza che passano annualmente tra l'anno lunare e il solare, componevano in tre anni più di un mese intiero. Questo mese aggiunto si chiamava Veadar.
Gli Ebrei avevano un doppio cominciamento d'anno, il sacro d'instituzione mosaica, secondo cui regolavano le feste, i digiuni e tutto quanto si riferiva alla religione; ed il civile, d'instituzione rabbinica, e di cui si valevano per gli affari e le cronache civili. L'anno sacro cominciava in primavera alla neomenia del mese di nissan, l'anno civile cominciava in autunno alla neomenia del mese di tisrì.
Sulla durata del giorno furono e sono varie le usanze dei diversi popoli. I Babilonesi contavano i loro giorni da un levare all'altro del sole; gli italiani all'incontro da un cadere ad un altro; gli Ebrei invece da un tramonto ad un altro del sole. Lo spazio d'un giorno intiero, cioè di 24 ore, viene designato nella Bibbia colle parole: sera e mattina oppure meèrev ad èrev (da una sera all'altra).
Un'indicazione affatto naturale divide il giorno in tre parti, vale a dire il mattino, quando il sole nel suo mo [pg 10] movimento apparente, s'alza sopra l'orizzonte; il mezzodì, quando il sole giunto alla maggiore altezza è a metà del suo corso; la sera quando esso tramonta e si cela al nostro sguardo. Sono appunto questi i tre tempi del giorno in cui il fedele Israelita deve volgere il suo pensiero e la sua adorazione a Dio. Però, come fanno ancora tuttodì gli Arabi, gli Ebrei dividevano il giorno in sei parti ineguali, ed erano: 1º sciahhar (ricercare, considerare quanto ne circonda) l'aurora; 2º boker (riconoscimento degli oggetti) mattino; 3º hhom aiom (riscaldamento del giorno) le ore prossime al meriggio; 4º ssahoraïm (le due luci) il tempo medio del giorno, cioè il fine della prima metà e il principio della seconda; 5º ruahh aiom l'ora del vento (che nelle contrade Orientali spira ogni giorno) sul cadere del giorno; 6º érev (confusione) sera. Il tempo che comincia col tramontare del sole e finisce al momento che le tenebre coprono la terra, viene pure detto: ben-aarbaim, e la notte viene designata col nome di laila.
Quantunque non trovisi menzione delle ore, come l'intendiamo noi, nè nei libri santi, nè negli scritti caldaici2 tuttavia è probabile che gli ebrei conoscessero la divisione del giorno in 24 ore; e ciò lo possiamo argomentare dal quadrante d'Ezechia diviso in gradi maalód, e dalla cognizione che avevano gli Egiziani delle clessidre, inventate, dicevano essi, da Mercurio.
Trovasi la parola regan per significare il minuto.
La settimana veniva indicata col nome ssavuan (giro di sette giorni da ssevan, ssivñhà). I giorni non avevano nomi peculiari, ma s'indicavano numericamente 1º, 2º, 3º ecc. Essendo il sabbato il dì principale della settimana, perciò si dava anche alla settimana intiera il nome di sabbato.
Oltre le settimane di sette giorni si avevano ancora: 1º Le ebdòmade di settimane, cioè i quarantanove giorni [pg 11] che correvano dalla festa di Pasqua alla festa di Savuód; 2º Le ebdòmade d'anni, dei quali il settimo si chiamava anno sabbatico senad assemità; 3º Le ebdòmade di anni sabbatici, cioè i periodi di quarantanove anni chiusi dall'anno del giubileo iovel, che cadeva nell'anno cinquantesimo. Lo storico Giuseppe Flavio fa anche menzione di un periodo di dodici anni giubilari, cioè di seicento anni: ma i libri santi non parlano in verun modo di tale divisione.
Non v'ha dubbio che le varie fasi della luna abbiano fornito occasione ai primi uomini di determinare i mesi. Quando videro che dopo ventinove giorni e mezzo la luna ricominciava la sua carriera, era cosa naturale che, mossi da tale regolarità, avvertissero questo periodo di tempo, in cui poscia inchiusero il mese. Difatti i vocaboli ebraici adoperati ad indicare il mese sono: ierahh (da iareahh luna); hhodess (da hhadass nuovo ovvero novilunio).
I mesi, tranne pochissimi, venivano anch'essi indicati numericamente 1º, 2º ecc. Durante la schiavitù babilonese gli ebrei adottarono i nomi dei mesi babilonesi e i nomi degli angeli3. I mesi stabilmente prescritti colla compilazione del Talmud sono i 13 seguenti: 1º Nissan indicato nel Pentateuco col nome di abib (maturazione); 2º Iiar (ziv bellezza, decoro per l'abbondanza dei frutti [pg 12] e dei fiori); 3º Ssivan; 4º Thamuz; 5º Ab; 6º Elul; 7º Tisrì designato nella Bibbia col nome di ierahh aedanim4; 8º Merhhasvan (bul); 9º Chisslev; 10º Theved; 11º Ssevath; 12º Adar; 13º Veadar o Adar secondo.