L'unico avvenimento che si presenta al nostro esame in questo mese è l'infausta ricorrenza che diede origine al digiuno del giorno decimo. La caduta del regno d'Israele e l'esilio della grande maggioranza del popolo ebreo nelle lontane provincie dell'Assiria, non fece rinsavire il regno di Giuda perchè i suoi Re, pochissimi eccettuati, continuarono nei loro traviamenti. Ezechia uno dei suoi ultimi Re può annoverarsi fra i più virtuosi, perchè lo storico sacro, a massimo suo elogio, lo paragonò a Davide. Mosso dal desiderio di indipendenza e affidato alla protezione divina, si ribellò al Re d'Assiria di cui era tributario; e questi raccolto un potente esercito e postolo agli ordini di tre capitani Tartan, Rav-Sariss e Rav-Sakè (quest'ultimo d'origine ebrea secondo certi commentatori) lo spedì ad investire Gerusalemme. L'oste formidabile giunse presso le mura di Gerusalemme, ove Rav-Sakè sperando di farsi aprire le porte dal popolo tormentato dalla fame e di entrare nella città senza colpo ferire, prese ad arringarlo per fargli intendere quanto sarebbe stato meglio per lui darsi in braccio al Re d'Assiria, contro il quale lottarono invano tante altre nazioni. Ezechia atterrito dall'imminente pericolo si rivolse a Dio, il quale per mezzo del profeta Isaia lo assicurò che i soldati del Re Assiro non avrebbero calpestato la polvere della santa Città; inquantocchè «quell'orgoglioso monarca briaco di sua potenza avesse osato di alzare gli occhi sul forte abitatore del cielo, e per mezzo dei suoi servi avesse scagliato ingiuriose parole contro il forte d'Israele». In quella stessa notte Iddio mandò il suo angelo distruttore (un'epidemia) che spense nell'accampamento Assiro cento ottantacinque mila uomini, per cui i rimasti s'affrettarono a togliere l'assedio e a ritornarsene alla loro patria.
Or bene! figlio e successore di quest'ottimo monarca fu Manasse il più tristo dei Re di Giuda, sia perchè sopravanzò tutti i suoi predecessori nelle abbominevoli pratiche [pg 180] dell'idolatria, e sia perchè dimostrò una crudeltà d'animo, una sete di sangue affatto insolita nei regnanti ebrei. E lo storico sacro ci tramandò il suo nome con un marchio indelebile d'infamia notando «che riempì Gerusalemme di sangue da una estremità all'altra».
A costui successe Amon che non volle mostrarsi figlio degenere di un tale genitore. Questi due ribaldi scettrati aprirono tali piaghe nel regno di Giuda, che non fu possibile il rimarginarle neanche al virtuoso e religiosissimo Giosia, figlio del secondo e del quale lo storico sacro attesta: «che non fu prima nè sorse dopo, un Re osservatore cotanto fedele delle prescrizioni mosaiche». Non passarono che pochi anni dopo la morte di quest'uomo tanto più meritevole di lodi, quanto più seppe staccarsi dagli esempi paterni e lottare indubbiamente contro una corrente di corruzione per ricondurre il popolo, fors'anco suo malgrado, alla purezza del culto antico; che Nabucco il quale aveva esteso il suo dominio dal torrente d'Egitto fino al fiume Perath venne ad assediare Gerusalemme in questo stesso decimo mese ai dieci del mese. Dopo circa due anni di assedio nel giorno nove del quinto mese (Ab), la città cadde in potere dei Caldei e il popolo d'Israele fu totalmente allontanato dal suo patrio suolo.
Terminando con questo l'annua rassegna dei digiuni, ci sia concesso di esprimere la speranza che Dio voglia in un avvenire non lontano, adempire la promessa ch'egli fece al popolo d'Israele per bocca del profeta Zaccaria colle seguenti parole: «Così disse il Dio Sabaóth: il digiuno del quarto mese (17. Tamuz), quello del quinto (9. Ab), quello del mese settimo (3. Ellul), e quello del decimo (del quale parlammo ora) saranno per la famiglia di Giuda giorni di giubilo, di allegria e di festa: amate però la verità e la pace»92.
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E poichè ci occorse di nominare questo profeta e che secondo noi certe verità non sono mai abbastanza ripetute, sentiamo a quali cause egli attribuisse la caduta di Gerusalemme ovverosia il compendio dei doveri principali che Dio impose all'uomo. «Ecco le cose, dice egli, che Dio faceva proclamare dai suoi profeti in Gerusalemme quando essa sedeva regina potente e gloriosa: amministrate una giustizia equa; abbiate l'un per l'altro trattamento di pietà e di misericordia; non maltrattate, non usate concussioni colla vedova, verso l'orfano, verso il forestiero e il mendico; non vengavi mai in mente il pensiero di desiderare l'altrui male».
Dopo d'avere parlato nei mesi precedenti della società civile degli antichi Ebrei, tratteremo in questo mese e nei seguenti delle loro antichità politiche ovverosia della forma del loro governo, dei magistrati, dei re, e finalmente delle leggi penali e della loro applicazione.
La sola ragione basta ad insegnare che il governo paterno fu primo d'ogni altro, posciachè la famiglia fu la primiera delle società. L'aumento delle famiglie non [pg 182] isciolse dapprincipio l'autorità di quegli che ne era il capo naturale; e alla morte del padre o in sua assenza il maggior dei figli potè mantenere una certa autorità sui minori, ma poco a poco questa dominazione dell'età e della esperienza dovette andare menomando di forza, ed alcune famiglie cominciarono a dichiararsi indipendenti. Tale stato di cose ingenerando anarchia e disordine fece presto palese la necessità di un capo comune senza pregiudizio all'autorità dei loro capi particolari. Ecco pertanto le autorità che dovettero costituire il primitivo governo dei popoli; e che quantunque fossero tutte indipendenti nei loro rispettivi uffizi, pure erano insieme collegate da un interesse generale.
E questo sistema naturale di governo è quello appunto che noi scorgiamo funzionante presso gli Ebrei, sin da quando essi trovavansi in Egitto: poichè tutto ci lascia credere che quantunque essi fossero sotto la dipendenza di quei re, nullameno erano pure governati dai loro proprii capi. Le tribù, ch'erano in numero di dodici, secondo i nomi dei dodici figli di Giacobbe, pare che fossero divise in famiglie le quali avevano ciascuna il proprio Zakén (anziano). A capo di ogni tribù vi era il Nassi (principe) che avevano ai loro ordini i Soterim. Quando Dio incarica Mosè di presentarsi al re d'Egitto onde intimargli di lasciare partire Israele dal suo paese gli impone di «fare radunare gli anziani di Israele e di manifestare loro ch'era giunto il tempo in cui Dio stava per adempire la promessa fatta ai loro patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, cioè di trarlo da quella dura schiavitù e condurlo in un paese colante latte e miele». Mosè arrivato in Egitto comunica al fratello Aronne l'alta missione di cui fu incaricato, e uniformandosi agli ordini di Dio si affretta a fare radunare gli anziani, e accompagnato da questi e dal fratello si presenta a Faraone. E allorquando costui respinse sdegnosamente tale richiesta e furioso inveì contro gli Ebrei appellandoli pigri, e con una dissennatezza pari alla crudeltà ordinò ai suoi servi di aumentare la somma [pg 183] dei lavori di quei miseri schiavi e di esigerne l'esecuzione col massimo rigore; noi troviamo menzionati certi officiali ebrei sotto il titolo di Soterim93 la cui autorità era sicuramente sanzionata dal Governo Egiziano, verso il quale erano personalmente responsabili dei carichi imposti alla colonia; perchè si fecero interpreti delle lagnanze del popolo presso il re stesso per tale rigore: e uscendo inesauditi dal suo cospetto e incontratisi con Mosè ed Aronne, rivolsero loro acerbe parole perchè la loro missione aveva sortito un effetto contrario a quello che avevano fatto sperare al popolo.
Quantunque noi non conosciamo precisamente le attribuzioni nè l'autorità degli anziani e dei soterim, dobbiamo credere che tali primitive instituzioni, che noi chiameremo patriarcali, presentassero molti inconvenienti trattandosi di applicarli ad una nazione numerosa e che si voleva unita e forte. Vediamo infatti che appena arriva Ietro suocero di Mosè all'accampamento ebraico, si inizia immediatamente una riforma. Da quanto si rileva Mosè solo giudicava allora il popolo, e Ietro trovando un tale sistema faticoso per Mosè e incomodo pel popolo che doveva attendere lungamente prima di essere giudicato, gli suggerisce di dividere il popolo in migliaia, poscia suddividere queste in centinaia e le centinaia in cinquantine e in decine. Uomini segnalati per dottrina e per probità, dovevano essere posti a capo di ciascuna di queste divisioni, incaricati di rendere giustizia al popolo e di consigliarlo nelle cose meno gravi; riserbando a sè e dopo lui al capo della repubblica, la decisione dei casi più difficili. E Mosè riconoscendo la sapienza di tale consiglio lo attuò immediatamente lasciando alla nazione stessa la nomina dei suoi capi.
Noi non ci fermeremo ad esaminare quale titolo convenga [pg 184] meglio al governo instituito da Mosè: se cioè esso si debba definire per aristocratico, democratico o teocratico, perchè ci impegnerebbe in una quistione lunga, difficile e niente adattata all'indole del nostro lavoro. Infatti quale importanza può avere il nome? Badiamo piuttosto agli elementi di cui si componeva, e del modo pratico con cui funzionava e se questo esame ci persuaderà che esso fosse, come era veramente, una garanzia d'ordine e d'equità, una sicurezza per la persona, e la sostanza d'ogni cittadino, che importa che gli si debba applicare un nome piuttosto che un altro?
È probabilmente all'assemblea dei deputati della nazione che vanno attribuiti i vocaboli kaál o edà (assemblea o adunanza) che con tanta frequenza si riscontrano nel Pentateuco e i cui membri appellati keriè aedà o keriè moéd venivano sì spesso convocati da Mosè per trasmettere i suoi ordini al popolo, non potendosi ragionevolmente ammettere ch'egli s'indirizzasse a poco meno d'un milione d'uomini alla volta.
Il Dio vero ed unico, creatore e conservatore di tutte le cose, è il Capo Supremo della repubblica ebraica, alla quale in segno di compiacenza e di predilezione egli affida la sua religione e il suo culto. Mosè e i suoi successori non erano che organi, luogotenenti e mediatori tra questo Dio-re ed il suo popolo. Nè l'instituzione della monarchia alterò questa disposizione, imperocchè l'elezione del primo re si fece per via della sorte, onde Dio stesso indicasse il nome di colui ch'egli voleva designare a suo luogotenente.
Si è per questa ragione che l'idolatria non era considerata empietà, ma atto di ribellione contro il legittimo sovrano e punita di estremo supplizio; che il tabernacolo non era considerato soltanto come un luogo comune di preghiera, ma quale abitazione del re. Il suolo era di assoluta proprietà del re; la tavola coi pani di proposizione era la tavola reale: pertanto i sacerdoti ed i leviti ministri e servi del re si cibavano di questo pane, riscuotevano le decime e le primizie delle produzioni del suolo, [pg 185] il riscatto dei primogeniti degli uomini, e il riscatto o i primi nati degli animali che erano devolute al proprietario.
Soddisfatto per tal modo al primo bisogno che sente un popolo di avere un Capo supremo a cui dirigersi in qualunque difficile emergenza, vediamo ora l'esplicazione del sistema di governo e pel quale i funzionanti che emanavano da questo centro quali raggi dal globo solare erano chiamati a provvedere alla conservazione e al benessere della nazione, alla esecuzione delle leggi e alla amministrazione della giustizia. Non possiamo però esimerci dal notare precedentemente colle parole dell'abate Guéné che «i pubblici impieghi non costituivano, fra gli ebrei, titoli di esazioni nè posti di stipendi e propine, poichè tutto si esercitava gratuitamente». A questa verità aggiungeremo noi che fu col suo proprio esempio che Mosè dimostrò agli ebrei come il potere debbasi usarsi al benessere del popolo e non rivolgersi a strumento di tirannia, nè a fonte di lucro: poichè egli resse per quarantanni il suo popolo colla stessa pazienza, collo stesso amore che non conosce sacrifizi con cui «un aio porta in seno il bambino affidato alle sue cure».
Presso gli Ebrei come presso tutti i popoli antichi gli Anziani zechenim94, esercitavano una grande autorità ed erano oggetto della massima venerazione: «Alzati innanzi ad un capo canuto, disse il Legislatore, e dimostra il più alto rispetto al volto d'un vecchio». Più tardi il vocabolo anziano non fu più che un semplice titolo di riverenza dato a coloro che per la loro nascita, per la fortuna, [pg 186] o per le doti intellettuali seppero porsi alla testa della loro città o della loro tribù.
Noi abbiamo già notato l'importanza degli anziani presso gli Ebrei in Egitto: noi li ritroviamo nel deserto al festino dato da Mosè a Ietro suo suocero quando gli ricondusse la moglie e i figli: noi li troviamo in tutte le epoche della storia nostra sempre circondati del più alto rispetto e di una autorità incontestabile.
Pare che gli anziani delle città formassero una specie di Consiglio municipale e talvolta anche un giurì per gli affari criminali; e gli anziani della nazione, che forse erano scelti tra i principali fra gli anziani delle diverse città del regno, formassero una specie di Consiglio di Stato, un tribunale supremo della nazione, un moderatore delle usurpazioni a cui poteva trascendere il potere supremo. Noi troviamo spesso questo Corpo in diretti rapporti col Capo dello Stato, al quale talvolta consiglia e tal'altra impone misure governative. Tanta era la loro autorità che Mosè al momento di una ribellione vi fece appello per sostenere la sua vacillante. Giosuè angosciato ed atterrito da una disfatta che se era d'un'importanza si può dire di nessun conto per se stessa, ne assumeva però un'altissima e suprema morale perchè scoraggiava Israele, nel mentre che lo spogliava al cospetto delle nazioni Cananee del prestigio della sua invincibilità per la protezione divina, si prostra innanzi all'Arca in mezzo agli anziani del popolo95. Sono gli anziani che domandano a Samuele [pg 187] di rassegnare il suo potere ed eleggere per loro un re, e sono anziani quelli che più tardi danno la sovranità a Davide, e che lo ristabiliscono sul trono dopo la sua fuga da Gerusalemme in seguito alla ribellione del figlio Assalonne.
Questi esempi basteranno a farci capaci dell'alta influenza che gli anziani dovevano avere sul popolo, e quale potente ausiliario o avversario temuto potevano essere in gravi momenti, pel potere esecutivo.
Dopo gli anziani noi troviamo i dodici nessiím (principi) o Capi delle dodici tribù, che certo erano gli uomini più distinti delle loro rispettive tribù. La loro nomina era elettiva come quella dei capi delle famiglie detti ross-bethav, i quali erano sotto gli ordini dei primi, e tanto gli uni quanto gli altri erano incaricati della tutela degli interessi particolari delle famiglie e delle tribù da essi rappresentate.
Dobbiamo avvertire che tanto le cause giudiziarie quanto le contrattazioni civili, si dibattevano sulla pubblica piazza alle porte della città, nei luoghi cioè più frequentati onde il popolo vi potesse assistere. Quest'uso non era particolare agli Ebrei, ma generale fra i popoli antichi, e non v'ha dubbio che oltre ad essere una delle più valide barriere contro la corruzione dei giudici, sostituiva la redazione degli atti. Infatti è bensì vero che in Geremia si parla della redazione d'un atto sottoscritto da testimonii, quando cioè quel profeta comperò dallo zio Hhanamél figlio di Salum un campo situato in Anadód, ma ciò fu per dimostrare al popolo la propria fiducia nelle divine promesse [pg 188] di ricostituire Israele a nazione indipendente; perchè il profeta raccomanda a Baruch, suo segretario, di chiudere quel documento in un vaso di creta onde potesse conservarsi a lungo: ma veramente Mosè non parla della redazione di nessun atto giuridico tranne quello relativo al divorzio, e in tutta l'epoca biblica non ne troviamo altro cenno. Abramo compera la grotta di Macpelà per seppellire la moglie, ne pattuisce e ne sborsa il prezzo alla presenza dei cittadini d'Ebron; Sichem signore di Salem, desiderando di sposare Dina figlia di Giacobbe, fa radunare i suoi cittadini alla porta della città e quivi li arringa e li persuade della convenienza che essi avevano di farsi circoncidere per potersi imparentare con quella potente e ricchissima famiglia; Booz con dieci anziani della sua città sale nel fabbricato che trovavasi presso la porta per fare valere i suoi diritti di parentela con Noemi e colla vedova di Maclon.
Mosè ordinò al suo popolo di eleggersi giudici e soterim in tutte le città. Nella scelta del giudice dovevasi badare anzitutto alla onestà del carattere e alla sua posizione sociale che lo dovesse rendere indipendente, imparziale ed incorruttibile.
Accadendo che un magistrato fosse dubbioso sul senso della legge o sulla sua pratica applicazione, o che qualcuna delle parti contendenti non si tenesse soddisfatta della sentenza da essi emanata, i primi erano obbligati di ricorrere, e i secondi erano in facoltà di appellarsi al Capo dello Stato, ai leviti e ai sacerdoti, o al tribunale supremo sedente in Gerusalemme.
I giudici formavano una classe di cittadini che era tenuta in altissima considerazione poichè il Pentateuco li designa col titolo di Eloím (dii o uomini divini).
Attaccati ai nesíim stavano i Soterím, ovvero gli ufficiali del potere esecutivo. Costoro sopraintendevano alla [pg 189] levata delle truppe; nel fare le proclamazioni prescritte dalla legge prima dell'entrata in campagna affine di fare uscire dalle file coloro che venivano da essa esentati dal servigio96 e nel fare conoscere all'armata gli ordini del capitano nel corso della campagna.
L'arte dello scrivere non essendo allora molto estesa fra gli ebrei, le funzioni di Soter facendo supporre un alto grado d'istruzione, essi venivano tenuti in un concetto assai onorevole, ed erano ammessi nelle assemblee dei rappresentanti della nazione.
Alla testa dei poteri summenzionati si trovava il Capo della repubblica il quale era rivestito del potere esecutivo per tutto ciò che concerneva l'interesse comune di tutte le tribù riunite in corpo di nazione, e considerato quale luogotenente di Dio, il re invisibile. Questo capo doveva essere nominato direttamente da Dio, per via di sorteggio come avvenne per Saulle, o per mezzo di un suo profeta come per Davide e parecchi altri, o eletto dalla volontà del popolo per organo dei suoi legittimi rappresentanti. Era consacrato dal sommo pontefice colla imposizione delle mani, o colla unzione dell'olio santo; e nelle gravi circostanze doveva rivolgersi allo stesso pontefice per la sua qualità di primo ministro del re supremo, Dio, per interrogarlo mercè gli Orim e Tumim97. Mosè non fissa [pg 190] veruna disposizione riguardo all'elezione di un capo temporaneo che appella Sofet nè riguardo all'ipotetica elezione e successione dei re. Conviene però dire che non avendo appunto ammesso che quale ipotesi la nomina di un re, si può pertanto ragionevolmente conghietturare che il suo desiderio fosse che il popolo continuasse a reggersi a repubblica; e che seguendo il suo esempio, ogni Sofet nominasse egli stesso il proprio successore. I fatti ci provano che in realtà l'organizzazione delle tribù era tanto semplice che, tranne in casi eccezionali, lo stato poteva funzionare benissimo senza un capo permanente. Così vediamo da una parte che senza alterare l'armonia dello stato una tribù sola o associandosi ad altra faceva la guerra per l'interesse suo proprio locale senza consultare la nazione; e d'altra parte vediamo la nazione intiera commoversi [pg 191] all'annunzio dell'orrendo misfatto commesso sul territorio della tribù di Beniamino, e senza esservi obbligata dall'ordine espresso di un capo supremo sorgere «come un solo uomo» per ottenerne la riparazione.
Fu dopo vent'anni dalla morte di Eli che il popolo minacciato da una invasione dei Filistei, tutto tremante si rivolse a Samuele; il quale presa la direzione del Governo, certo nell'interesse della nazione, intendeva farne una dignità ereditaria nella sua propria famiglia. Ma i suoi figli amarono i regali, commisero parzialità ed ingiustizie e suscitarono nel popolo il desiderio di un re. Abbiamo accennato or ora che questo caso fu preveduto dal Legislatore, il quale lo permise sotto alcune condizioni che erano le seguenti: Il re eleggendo doveva essere di origine ebrea, doveva serbare la semplicità dei costumi, non insuperbire della sua autorità; non doveva accumulare ricchezze, non doveva avere molte donne onde il suo cuore non fosse ammollito; non doveva avere molti cavalli nè provvedersene dall'Egitto; doveva considerare i suoi sudditi come altrettanti fratelli, e finalmente doveva scriversi una copia della legge di Dio, tenerla costantemente innanzi ai suoi occhi e leggerla di continuo, onde il suo cuore non avesse ad isviare dal retto cammino in essa tracciato, e potessero così prolungarsi i giorni del regno suo e di quello dei suoi figli nel mezzo d'Israele.
Diremo di passaggio che disgraziatamente questi savissimi consigli, furono in parte lettera morta anche pei re migliori, e che un lusso immoderato sottentrò alla primitiva semplicità sino dai tempi di Davide, perchè lo storico racconta che Adonia figlio dello stesso aveva «carri e cavalieri e cinquanta uomini che correvano innanzi a lui (al suo carro)».
Ma se anche nei re Ebrei, l'amore del lusso e l'ambizione ebbero attrative invincibili, dobbiamo però convenire che essi si diportavano verso i loro sudditi, in modo ben diverso degli altri re Orientali. Questi non intesi che ai sensuali piaceri si tenevano celati ai loro sudditi, [pg 192] mentrecchè quelli giudicavano personalmente il loro popolo98, e si frammischiavano ad esso particolarmente in epoche di pubblica letizia. Il re aveva il diritto di dichiarare la guerra, di conchiudere trattati anche senza consultare il gran consiglio degli Anziani. La successione al trono toccava di diritto al suo figlio primogenito: se Davide non si uniformò a questa regola ciò fu per espresso ordine di Dio che gli impose di dichiarare erede Salomone. Trattandosi di un minorenne, la madre o l'avola del principe presuntivo governava quale reggente sotto il titolo di ghevirá. Si può però ritenere come cosa certa che la consacrazione sacerdotale non si praticava che pel capo della dinastia o per motivi affatto speciali, poichè la troviamo adoperata per soli quattro re (che furono) Saulle, Davide, Salomone perchè i suoi diritti potevano venire contestati da Adonia che era il primogenito e capo di un certo partito che lo preconizzava re d'Israele, e finalmente Gioas (unico fra i reali di Giuda) perchè abbisognava di questo prestigio onde potere con maggiori probabilità ricuperare il trono usurpatogli sette anni prima da Atalia sua avola.
La persona del re era oggetto di profondo rispetto ed inviolabile; poichè Davide si credette in diritto di mandare a morte il soldato che avea messo fine all'agonia di Saulle, da lui stesso pregato, per la sola ragione ch'egli aveva osato di porre la mano sull'unto di Dio.
I nomi adoperati dagli Ebrei per indicare il re sono: adón (signore) mélech (re) mescíahh adonai (l'unto dell'Eterno). Dovendogli dirigere il discorso lo si appellava semplicemente: o re, il re, oppure mio signore, il re. Nulla si trova nella Bibbia relativamente al trattamento [pg 193] o agli uffizi dei diversi membri della famiglia reale, tranne due passi: il primo dei quali in Samuele che appella Coaním (capi, ufficiali) i figli di Davide, e il secondo nei Paralipòmeni nel quale si legge: «che i figli di Davide erano i primi a fianco del re». Nella Bibbia non troviamo nulla di preciso sull'appanaggio del re, ma combinando tra loro certi passaggi, è facile capire che le loro rendite fossero assai considerevoli, e che derivassero dai cespiti seguenti: 1º I doni volontarii dei sudditi; 2º Le greggie e le produzioni dei campi, dei giardini, ecc. di loro esclusiva proprietà e che aumentavansi continuamente per le conquiste e per le confische nei delitti di stato; 3º Un tributo che esigevano; 4º Le spoglie più preziose dei popoli vinti e i tributi loro imposti; 5º I diritti esatti sui negozianti indigeni e stranieri.
I re portavano vestimenti particolari che li distinguevano da tutte le altre persone. Sulla mitra adattavano il loro diadema detto nézer che vale segno di distinzione, e la atarà (ornamento cingente o corona) che portavano in ogni tempo unitamente alla collana e ai braccialetti. Il trono chissé aveva precisamente la forma di un seggiolone, ma alto in modo che i piedi bisognavano di un appoggio che chiamavasi adóm (sgabello); lo scettro scéveth (verga o bastone), viene spesso adoperato dagli autori sacri per simbolo della dignità reale o dell'esercizio del potere supremo.
«Fammi radunare settanta uomini tra i più vecchi d'Israele, i quali tu conosci che potranno essere gli anziani del popolo ed i suoi soterim, disse Dio a Mosè, ed io separerò una porzione dello spirito ch'è sopra di te; e lo compartirò sopra loro, così essi correranno teco a portare il carico del popolo, e non avrai a portarlo tu solo». Al tempo dei Maccabei questo supremo tribunale della nazione sedente in Gerusalemme fu appellato Sanedrím (sinedrio) dal Greco Synedrion che significa un'assemblea di gente assisa.
[pg 194] Secondo i dottori l'assemblea eleggeva il suo membro più autorevole per innalzarlo alla presidenza. Egli rappresentava Mosè. Alla sua destra eravi l'ab-beth-din, e alla sua sinistra siedeva una specie di vice-presidente detto Ehhahham (il sapiente). Gli altri senatori si siedevano in semicircolo secondo l'ordine della loro nomina. Gli scribi o segretarii avevano i loro posti particolari.
I voti venivano raccolti talvolta dal presidente e talvolta dal membro più giovane, nell'intento che nessun senatore avesse ad influenzare sui voti che dovevano essere motivati.
Per le quistioni di pubblico interesse richiedevasi l'unanimità dei voti, ma per le quistioni secondarie bastava la maggioranza d'un voto solo.
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