Due fatti della più alta importanza registra la nostra storia in questo mese. Il primo d'essi si rapporta ad una decisione presa da Esdra, e che per quanto la si debba [pg 157] giudicare crudele e dolorosa verso gli interessati, che erano in numero grandissimo, tuttavia era imperiosamente richiesta tanto dalla religione quanto dalla politica; poichè si trattava di estirpare uno sconcio che perpetuandosi minava senza via di scampo sino dalle radici l'esistenza religiosa e politica della nazione intiera. Questa misura consisteva nell'ottenere la separazione degli Ebrei da tutte le donne idolatre sposate nell'intervallo che passò tra la partenza della prima e della seconda colonia giudaica da Babilonia, per la loro antica patria.
Ecco la causa di questo sconcio e il riparo portatovi da un uomo che si acquistò tanti titoli alla benemerenza di Israele, che i Talmudisti lo paragonarono a Mosè. La prima colonia dei reduci da Babilonia era contornata da Moabiti, Ammoniti, Arabi, Samaritani, Fenicii, Siriaci e da altre nazioni che o parlavano una stessa lingua, o dialetti affini, quindi era impossibile ad evitarsi il contatto colle medesime. Si contrassero matrimonii scambievoli; gli Ebrei diedero le loro figlie agli stranieri, e presero mogli da loro. Ne ebbero figliuoli che formarono una razza ibrida non ben giudea, nè ben gentile, ma che per una conseguenza tutt'affatto naturale, partecipava più della madre, dalla quale riceveva col latte le prime nozioni religiose. Quella parte della nazione che era tuttavia attaccata sinceramente alla religione avita, vedeva con dolore questa contravvenzione al più necessario e reciso ordine di Mosè: ben a ragione temeva l'avveramento delle funeste conseguenze da lui pronosticate, tanto più poi perchè tale rilassatezza aveva preso proporzioni estese intaccando a guisa di contagio tutte le classi dei cittadini.
Per rimediarvi pare che questi zelanti patriotti chiamassero da Babilonia Esdra, sacerdote riputatissimo per dottrina e gravità di costumi. Egli discendeva da Zadoc, e perciò apparteneva alla casta dei Pontefici: era stimato il più profondo nella cognizione delle patrie leggi, e gli veniva dato il sopranome di sofér maír (scriba perito), con cui si voleva indicare non pure la sua maestria nello [pg 158] scrivere, ma eziandio la singolare sua perizia nel leggere e spiegare le sacre Scritture85.
Esdra dunque venne a Gerusalemme l'anno primo di Artaserse Longimano, munito di un favorevole rescritto di questo principe che gli attribuiva tutti i poteri di un governatore: gli regalò eziandio cento talenti di argento e gli assegnò somministrazioni di grano, vino, olio e sale pei bisogni del Culto. Oltre a questi sussidii, Esdra raccolse dalla pietà degli Ebrei trans-Eufrateni altri cinquecentocinquanta talenti d'argento, cento d'oro, e molto vasellame di argento e d'oro; parte avuto in dono e parte di quello che trasportato da Gerusalemme non era ancora stato restituito e che a lui riuscì di ricuperare. Con lui si aggiunsero più di 1800 altri ebrei che vollero accompagnarlo, fra i quali alcuni sacerdoti, cantori, leviti e natinei86. La carovana partì verso la metà di Nissan ed arrivò a Gerusalemme nel mese d'Ab. Esdra dopochè fu bene informato [pg 159] dello stato delle cose se nè mostrò scontentissimo, si stracciò le vesti, ed assunse tutti gli altri contrassegni del dolore e del lutto, onde i Giudei commossi dalla sua autorità, promisero di sottoporsi alle riforme che avrebbe voluto fare. Egli allora ordinò che tutti gli Ebrei, anche quelli della campagna si trovassero fra tre giorni, che veniva appunto ad essere il venti del mese di Chislev, a Gerusalemme. L'assemblea ebbe luogo infatti al giorno stabilito, [pg 160] e il popolo se ne stava trepidante e timoroso, per la suprema importanza delle decisioni che si dovevano prendere, sulla piazza che trovavasi innanzi al Tempio. E infatti il motivo era seriissimo, poichè, come già dicemmo, si trattava di giudicare tutti quelli che avevano menato mogli straniere, e fors'anco costringerli a separarsi da esse e dai figliuoli che avevano procreato. E costoro non erano pochi; vi erano sacerdoti, leviti e persone di alto e di basso stato; e si poteva presumere che non tutti sarebbero stati disposti ad accondiscendere al volere altrui in un negozio in cui erano interessate le affezioni più delicate del cuore; poichè sarebbe stato difficile il persuaderli che l'interesse generale dello Stato reclamava da loro un sacrifizio cotanto grave e penoso.
Sembra quindi che l'assemblea sia stata tumultuosa, e che l'unione di tutta quella gente lungi dal contribuire al buon effetto della combinazione desiderata, lo contrariasse. Colta dunque l'opportunità che pioveva a dirotto, e che il popolo si trovava assai a disagio, l'assemblea fu congedata; e si credette più acconcia l'instituzione di un tribunale composto di Esdra e di alcuni uomini capi dei loro casati designati per nome, onde giudicare i refrattarii citandoli ad uno ad uno. Questo spediente riescì: la commissione lavorò tre mesi ad indurre colle buone o colle cattive gli ebrei a rompere quei matrimonii dichiarati [pg 161] illegali. Un gran numero vi acconsentì mandando via le mogli e i figliuoli, che furono pertanto costrette a ritirarsi alle rispettive nazioni a cui appartenevano; e questo affronto accrebbe contro gli ebrei il numero e l'odio dei nemici.
Tuttavia dobbiamo notare che la riforma non era stata generale: molti eziandio sacerdoti e leviti, anzi le persone più potenti, ricusarono di sottomettersi alla decisione di Esdra, e diedero origine ad una fazione contraria ai rigoristi (farisei)87, ed unita d'interesse cogli stranieri e specialmente coi Samaritani e coi governatori persiani, che risiedevano a Samaria.
Il secondo avvenimento che ebbe luogo in questo mese fu di tale importanza e segna una pagina cotanto gloriosa nella nostra storia, che noi crediamo necessario fare una eccezione alla linea di condotta che ci siamo imposti, e svolgerlo con una certa ampiezza almeno nella sua prima fase: vale a dire sulle cause che determinarono la guerra d'insurrezione contro i Greci, sino alla totale liberazione dello suolo nazionale per opera di Giuda Macabeo.
I reduci da Babilonia nei primi tempi furono governati [pg 162] da capi ebrei nominati ordinariamente dai re di Persia; ma tale dipendenza si faceva sentire così poco da potere quasi dire che la Giudea formasse una specie di repubblica sotto l'alta sovranità di quei re. Il primo di tali capi fu Zerubabele, al quale vuolsi sia succeduto Mesciulla suo figliuolo e poscia Esdra e Neemia. Dopo quest'ultimo, pare che il governo inferiore sia passato nelle mani dei sommi sacerdoti, tanto per la parte religiosa quanto per la civile e politica; e ch'essi siano divenuti i soli intermediarii tra il popolo e i re stranieri di cui erano tributarii. Dobbiamo però notare che per soddisfare le favorevoli propensioni del popolo per la casa di Davide, si introdusse l'uso di nominare un Nassì (principe) tra i membri di quella casa; quantunque peraltro non gli si lasciasse esercitare veruna autorità di fatto.
Noi non ci occuperemo della successione di parecchi re di Persia perchè non fu portata per essi veruna sensibile alterazione nei loro rapporti con gli ebrei, se si escludono i mali che questi ultimi patirono per le guerre che ebbero luogo tra la Persia e l'Egitto: e verremo a parlare degli avvenimenti successi all'epoca in cui Alessandro il Macedone colle sue vittorie minacciava di prossima rovina l'impero di Dario. Trovandosi all'assedio di Tiro, Alessandro inviò una lettera a Iaddo sommo pontefice degli ebrei, che i nostri Dottori per uno strano equivoco confondono con Simeone il Giusto vissuto parecchi anni dopo questi avvenimenti; invitandolo a spedirgli soccorso d'uomini e di provvigioni, e a pagare a lui quel tributo che sino allora era stato pagato a Dario. Iaddo per non mancare al giuramento fatto al suo alleato si rifiutò di aderire a queste richieste, osando sfidare la collera del Macedone il quale giurò di trarre aspra vendetta degli ebrei. Presa Tiro, Alessandro mosse verso Gaza. Questa città gli oppose un'eroica resistenza, ma in capo a cinque mesi essa cadde in potere degli assedianti, e subì un trattamento feroce. Diecimila uomini vennero trucidati; e il resto della popolazione, uomini, donne e fanciulli, furono venduti per ischiavi. Una [pg 163] sorte eguale pareva riservata a Gerusalemme. Un miracolo poteva solo salvare la città santa: e questo miracolo ben meritato dai suoi abitanti in premio del coraggio e della devozione di cui diedero prova nel serbare la fede giurata, fu operato da Dio.
Giuseppe dice che una voce divina ordinò in sogno a Iaddo, di portarsi ad incontrare Alessandro seguito dai suoi sacerdoti. Iaddo ossequente a questa voce indossò gli abiti sacerdotali, e fatteli indossare agli altri sacerdoti e dando le opportune disposizioni onde la città venisse parata a festa, uscì processionalmente incontro al temuto conquistatore. Alessandro colpito da questo imponente spettacolo si avanzò verso il pontefice e inchinandoglisi innanzi lo salutò rispettosamente. Il suo amico Parmenione avendogli dimostrato lo stupore da cui era compreso per tali atti di rispetto tributati ad un nemico, Alessandro gli rispose che trovandosi tuttavia in Macedonia, una figura d'uomo vestito come quel pontefice gli era apparso in sogno e lo aveva incoraggiato a persistere nei suoi progetti di conquista, assicurandogli la vittoria sui Persiani. Strinse poscia la mano a Iaddo, entrò in Gerusalemme, visitò il tempio e vi offrì sacrifizii; e dietro domanda dello stesso pontefice, accordò agli ebrei l'esenzione dei tributi nell'anno sabbatico e la libertà di vivere ovunque secondo le loro leggi e i loro usi. Questa libertà estesa a quei giovani che avessero avuto il desiderio di militare sotto le sue bandiere, fece sì che molti ebrei s'iscrissero nelle file del suo esercito. Oltre a queste concessioni, al suo ritorno dall'Egitto volendo compensare gli ebrei della inalterata fedeltà che gli serbarono regalò loro una parte del territorio Samaritano88.
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Ma come si saprà dalla Storia Greca, Alessandro non ebbe il tempo di assodare le sue conquiste nei suoi figliuoli, e dopo la sua morte il suo impero fu diviso fra i suoi più illustri generali. Tolomeo figliuolo di Lago s'impadronì dell'Egitto e vi fondò la dinastia dei Tolomei, [pg 165] mentre che Seleuco Nicàtore ne fondò un'altra nella Siria. Queste due potenze furono quasi sempre in guerra fra di loro; e la Palestina posta nel mezzo e palleggiata più volte dall'uno all'altro dominio ebbe molto a soffrire, poichè il continuo succedersi di padroni, il cangiamento di [pg 166] governatori e di pontefici tutti egualmente assetati d'oro, dovevano fruttare contestazioni tra i cittadini, violenze e tumulti. L'esacerbazione degli ebrei trovò un'occasione a sfogarsi. Antioco Epifane aveva portato la guerra in Egitto contro Tolomeo Filomètore, che vinse e condusse prigione; ma prima che arrivassero queste notizie si era invece diffusa la voce che Antioco stesso era rimasto nonchè vinto ma pure ucciso: onde i Gerosolomitani ne fecero grandi feste congratulandosi di essere finalmente liberati di un infesto tiranno.
Antioco informato di questi avvenimenti, passò prestamente coll'esercito vittorioso in Giudea, assediò e prese di assalto Gerusalemme, e l'abbandonò al sacco e al furore dei soldati. In tre giorni furono massacrate ottantamila persone d'ogni età e sesso ed altrettante ne furono vendute. Quell'iniquo profanò il Tempio, vi fece sacrificare dei porci; ne portò via il candeliere, l'altare, la mensa, lo spogliò di ogni cosa preziosa, e ritornando in Antiochia carico di un immenso bottino lasciò per governatore della Giudea certo Filippo uomo crudo e severo.
Questo Antioco che si faceva chiamare Epífane o l'illustre e che il popolo per ischerzo chiamava Epímane o [pg 167] il pazzo, era veramente più degno di questo che del primo titolo. Come capitano, aveva rialzato il credito e la potenza della Monarchia avvilita dopo le sconfitte che i Romani diedero a suo padre, ma nel resto era un assai cattivo principe. Di volgari sentimenti, praticava colla plebe e si mischiava con essa; era stravagante, dissipatore, vizioso, prepotente, feroce e più tiranno che re. Abbenchè padrone di un vasto e ricco impero, era in bisogno perpetuo di danaro; e per arraffarne tutti i mezzi erano buoni per lui, anco i più impopolari e i più sacrileghi. Quindi gli Ebrei incorsi nello sdegno ornai inespiabile di un tale uomo, non potevano più aspettarsi che sciagure. Il loro spirito eccezionale, la singolarità dei loro costumi, la loro vita frugale ed industriosa e con essa e per essa la loro prosperità e le loro ricchezze, avevano concitato contro di essi l'odio e la gelosia di tutte le nazioni idolatre, che dopo le conquiste di Alessandro si erano stanziate nella Palestina e nelle regioni confinanti; e queste erano altrettanti mantici che soffiavano nelle orecchie di un re già malamente disposto.
Erano appena passati due anni dagli avvenimenti che abbiamo raccontato di sopra, quando Antioco obbligato dai Romani a sgomberare l'Egitto già fatto sua preda, si rivolse a sfogare i suoi rancori contro Gerusalemme. Forse egli temeva che gli Ebrei non si appigliassero al partito di darsi anch'essi ai Romani, come aveva fatto Tolomeo Filomètore; e per impedire questa sospettata diserzione, che lo avrebbe posto a gran pericolo, mandò quietamente a Gerusalemme Apollonio col funereo ordine di sterminare quella città. Apollonio vi entrò come amico, ed aspettato un giorno di sabbato quando tutti gli ebrei erano raccolti nelle sinagoghe, li fece assalire all'improvviso. Tutti gli uomini che non poterono fuggire furono massacrati, le donne e i fanciulli ridotti in servitù; e dopo il saccheggio la città fu abbandonata al ferro e al fuoco di una turba briaca di oro e di sangue, che nulla conservava di umano, forse neppure il volto, deturpato da [pg 168] selvaggie passioni. Una terribile cittadella detta l'Acra fu allora innalzata allo scopo di dominare il Tempio e munita di grosso presidio per impedire che i pochi superstiti vi accedessero, motivo per cui Gerusalemme rimase affatto deserta.
E quasi la feroce libidine di vendetta di quel mostro non si tenesse ancora soddisfatta, egli mandò nella Giudea un delegato, certo Ateneo Antiocheno, per fare eseguire una nuova sua legge per la quale si obbligavano tutti gli ebrei ad abbracciare la religione dei Greci. Con lui furono inviati missionari per predicare la nuova fede, e per convertire i non credenti: e un prete greco fu pure mandato a Gerusalemme a profanare il Tempio del vero Iddio e a introdurvi il culto di Giove Olimpico. In conseguenza di che furono proibiti sotto pena di estremo supplizio pei contravventori la circoncisione, l'astinenza dei cibi vietati, l'osservanza del sabbato e lo studio religioso. Il delegato regio disertò le sinagoghe, fece ardere le sacre scritture, e la statua del padre dei Numi Omerici fu piantata ove era l'altare degli olocausti. Cessarono i sacrifizi, i sacerdoti furono sterminati o dispersi, e se qualche pio ebbe tuttavia l'occulto coraggio di obbedire più alla sua coscienza che alla snaturata deformità della nuova legge non tardò guari a scontarne il fio. Un vecchio nonagenario, i cui residui di vita si poteano appena numerare per giorni o per ore, fu trascinato a crudele supplizio; due bambini nati da pochi giorni e circoncisi furono strangolati, i poveri cadaveri vennero appesi al collo delle loro infelici genitrici che con sì atroce apparato furono fatte passeggiare per la città, indi precipitate dall'alto; e furono altresì uccisi spietatamente quanti avevano prestato mano a quel religioso rito89.
[pg 169]
Con queste persecuzioni delle quali la storia degli ebrei non ne offriva esempio, l'insensato Antioco credeva di pervenire a distruggere la nazionalità Giudaica e a fare prevalere le ceremonie e le superstizioni pagane sul Culto antico e sulle sublimi dottrine di Mosè. Ma quando mai l'ignoranza potè avere una supremazia durevole sulla [pg 170] sapienza, le tenebre sulla luce, la menzogna sulla verità, il vizio e la corruzione sulla virtù e la purezza?
La Provvidenza riducendo gli ebrei a tali terribili estremità volle forse dimostrare loro le funeste conseguenze della loro religiosa rilassatezza; e umiliandoli in un modo così basso fare rivivere in loro il sentimento nazionale che nella maggior parte del popolo s'era, se non intieramente estinto, almeno assai affievolito pel corso di quattro secoli di dominazione straniera. I partigiani zelanti del Culto nazionale soffrivano in silenzio non osando sollevarsi contro la forza imponente del tiranno; ma le eccessive crudeltà di Antioco e l'eroica devozione di una famiglia di sacerdoti li fecero sortire dal loro ritiro, e li incoraggiarono a prendere le armi per vendicare la loro religione e la loro nazionalità, e farle trionfare oppure morire della morte dei prodi. E questa volta la fortuna finì per arridere alla ferrea costanza, ai nobili sforzi di quegli uomini eroici capitanati dai figli di certo Matatia che abitava in un borgo chiamato Modin, che trovavasi sulla strada che da Ioppe mette a Gerusalemme.
Questo Matatia veggendo un Ebreo che sedotto o costretto da un ufficiale del Re sacrificava agli idoli, arse di sdegno e zelante per la legge, come Finees, si gettò sopra di lui lo uccise e con esso uccise anche l'ufficiale del Re. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la rivolta. Dopo questo fatto Matatia accorgendosi che la sua vita era in pericolo, gridò per la città chiamando quanti altri zelanti vollero seguirlo, e con loro e i suoi proprii figliuoli si ritirò nelle montagne. Matatia era sacerdote della classe dì Ieoiarib e dal nome di Asmoneo, proavo di lui, anco i suoi discendenti presero il nome di Asmonei. Matatia aveva cinque figli Giovanni, Simeone, Giuda, Eleazaro e Ionatan, i quali, abbenchè giovanetti, erano tutti egualmente accesi dall'entusiasmo del padre, e del pari ed anche più di lui intraprendenti, bellicosi e terribili. Ora questo coraggioso sacerdote, diventato capo dell'opposizione si vide ben presto circondato da altri zelanti. In quello stesso tempo, avvenne [pg 171] che un migliaio di altri Ebrei fra uomini e donne e fanciulli, traendo seco il loro bestiame si erano ritirati nei deserti e procacciaronsi un asilo nelle spelonche. Ma inseguiti dai soldati del Re, ed attaccati un giorno di sabbato, essi, per soverchia fedeltà alla religione, ricusando di difendersi in quel sacro giorno di riposo si lasciarono tutti quanti ammazzare. Matatia avendo udita questa cosa, fece sentire ai suoi seguaci che se avessero voluto comportarsi egualmente sarebbero tutti periti come senza difesa così senza utilità; onde a voti unanimi fu deciso che si potesse fare la guerra anco in quel giorno semprecchè i nemici fossero i primi ad attaccare. Nel seguito i Rabbini decisero che in sabbato fosse lecita anche la guerra offensiva, massime nella espugnazione di una città quando fosse stata assediato almeno tre giorni prima. Tuttavia questa savissima decisione non fu ammessa generalmente, e più altre volte gli Ebrei preferirono di lasciarsi ammazzare piuttosto che di difendersi in sabbato.
Così provveduto alla propria sicurezza e difesa, e chiamati intorno a sè quanti sentivano zelo per la legge e che erano risoluti di vincere o di morire per lei; Matatia cominciò ad assalire i villaggi e i luoghi meno muniti, massacrando quanti si opponevano, atterrando le are profane, e circoncidendo i fanciulli ancora incirconcisi. Ma la sua carriera militare fu breve. Oppresso meno dagli anni che dai dispiaceri, sentendosi vicino a morire, elesse egli medesimo per suo successore nel comando Giuda, suo terzogenito, che di non molto oltrepassava i vent'anni, ma che stimava ed era più degli altri valoroso e forte; e raccomandò che per le cose ove fosse stata necessaria la prudenza dei consigli ubbidissero tutti a Simeone, il secondogenito. Infine esortò caldamente i suoi seguaci a resistere contro l'empietà dei figliuoli della superbia, e a combattere per la causa di Dio e del suo Tempio. Questo suo testamento dettato da un senno maturo e da una profonda cognizione del merito rispettivo dei suoi figli, ed eseguito da essi con rigorosa fedeltà; valse ai medesimi la conquista di un [pg 172] regno ed una fama immortale. Così morì Matatia e fu sepolto in Modin nella tomba dei suoi padri.
Giuda, armato come un gigante e terribile come un leone, all'entusiasmo religioso che lo animava, univa l'attività e il vigore di una gioventù bollente e robusta, e un coraggio sterminato, ma non cieco nè imprudente. Le rapide sue vittorie e le sanguinose battaglie che diede consecutivamente ai nemici, gli fecero dare dai contemporanei il sopranome di Macabeo macabì (martello). All'ardimento di Giuda era troppo poca cosa il limitarsi a scorribandare le campagne o sui monti, o ad attaccare luoghi remoti od indifesi; la sua operosità e la generosa sua ambizione volevano un campo più vasto. Si diede quindi a correre tutto il paese; con sorprese notturne, con rapidità straordinaria assalì città e castella, le prese, le fortificò e le fece altrettanti punti di appoggio alle sue operazioni. Eccitò lo zelo e il fanatismo dei suoi compatrioti, ingrossò il numero dei suoi guerrieri. Affrontò coraggiosamente l'un dopo l'altro due generali di Antioco: li battè, li ruppe, e li uccise; fece un gran macello del loro esercito, e sparse ovunque il terrore del suo nome.
Antioco si avvide ben tosto che quello non era un movimento da disprezzarsi, avrebbe voluto reprimerlo in sul nascere, ma la mancanza di danaro, un'insurrezione nell'Armenia e la fede vacillante dei Persiani lo obbligarono a ritardare ed a dividere il suo esercito. Vennero quindi spediti contro Giuda i generali Nicànore e Gorgia con quaranta mila fanti e tre mila cavalli; e seguendo il costume di quei tempi un gran numero di mercanti di schiavi accodavano l'esercito onde comperare i prigionieri. I generali erano così certi della vittoria, che ne chiamarono da tutte le parti della Fenicia, invitandoli a prender seco molta pecunia, essendo loro fermo proposito di sterminare affatto gli Ebrei, e di vendere all'incanto quanti fossero risparmiati dalla spada. Giuda non aveva che poche migliaia di soldati senza loriche, senza elmi, senza spade ed armati ciascuno di quello che potè avere; ma erano [pg 173] uomini d'animo deliberato di vincere o di morire per Dio e per la patria, e guidati da un capitano tanto valente quanto accorto. Questi convocò le sue schiere in Masfa di rimpetto a Gerusalemme: ivi le purificò, le santificò coi riti della religione, le esortò con vivi ed efficaci discorsi onde infiammarne lo zelo, e in ossequio al precetto Mosaico, rimandò i novelli sposi, i timidi e quelli che avessero di recente piantato una vigna o fabbricato una casa; e coi pochi prodi che gli rimanevano marciò contro il nemico. I due eserciti si scontrarono in Emmaus nei dintorni di Gerusalemme. Giuda con astute manovre evitò le mosse del nemico, lo ingannò, lo divise; assalì di sorpresa il corpo più debole, lo sbaragliò; e l'altro corpo di Siriaci che aveva fatto un giro per cogliere gli Ebrei alle spalle e serrarli in mezzo, mirando dalle colline la sconfitta dei compagni, il disordine del campo, la fuga di tutti e non sapendo a quale causa attribuire un così improvviso avvenimento; si smarrirono anch'essi d'animo, volsero le spalle e si dissiparono. Questo successo aggiunto alla ricca preda che fecero gli Ebrei, accrebbe il loro coraggio e lo infuse anche ad altri correligionari, che vennero ad associarsi. Un secondo corpo di Siriaci comandato da Timoteo e da Bacchide subì la stessa sorte; nè più fortunato fu Lisia che con 60,000 fanti e 5000 cavalli fu sconfitto a Betsura fortezza che era l'antimurale di Gerusalemme ai suoi confini coll'Idumea.
A coronare queste prosperità giunse la notizia della morte d'Antioco Epifane, che cadendo da un cocchio si piagò il corpo e morì per atroci dolori, rammaricando, secondo Giuseppe, i mali fatti soffrire agli Ebrei e pei quali Dio ne prendeva giusta vendetta, e lasciando il regno ad un altro Antioco suo figlio, fanciullo di nove anni, sopranominato poscia Eupatore.
Così la Giudea fu sgomberata dai nemici. Tutte le città si erano date a Giuda, ed ai Siro-Macedoni non restava che la cittadella di Gerusalemme. Allora Giuda entrò in questa città e trovò il Tempio ingombro da cento [pg 174] profanazioni, l'altare diroccato, le porte distrutte col fuoco, le erbe e i virgulti cresciuti nel luogo santo. A questa, vista gli Ebrei si lacerarono le vesti e fecero gran cordoglio. Giuda purificò il Tempio, rifece a nuovo l'altare dei profumi, il candeliere, la tavola, il velo ed altri sacri arredi o distrutti o rapiti. Ripristinò i sacrifizi e fece la dedica del santuario, il giorno 25 di questo nono mese tre anni e mezzo dopo che era stato contaminato da Apollonio. Una festa nazionale e religiosa, venne instituita nella data sopradetta per immortalare ai posteri la memoria di questo avvenimento.
Per la pratica si sa da tutti indubbiamente che questa festa, detta hhanuchà (Encenie o inaugurazione), viene solennizzata coll'accensione di lumi nelle case per otto sere consecutive e con canti di allegria.
Aggiungeremo poche parole per registrare come la indipendenza intiera degli Ebrei da qualunque soggezione straniera, venne conseguita da Simone il secondogenito di Matatia 400 anni dopo il ritorno da Babilonia, e che fu da quel momento che gli Ebrei cominciarono a datare i loro atti pubblici e a coniare monete.
Pesi e Misure.
Il presente paragrafo avrebbe dovuto trovare il suo posto appropriato nel mese scorso, quando tenemmo parola delle arti e dei mestieri, perchè in realtà trovavasi attinente a tale articolo: ma lo ritenemmo pensatamente per questo mese, per la proporzionata distribuzione delle diverse nozioni di Archeologia biblica, che ci proponemmo di trattare nel corso di questo nostro lavoro.
La più antica maniera di commerciare dovette certamente consistere in un semplice scambio d'oggetti. Uno dava altrui quell'oggetto che per sè era inutile o superfluo, per riceverne in cambio quello che eragli necessario o tornavagli gradito. Ma siccome doveva spesso accadere che [pg 175] presso l'uno non si trovasse quello di cui l'altro difettava, ed in mille occasioni poi non si potesse dare un valore precisamente eguale a quella tal merce di cui si voleva fare procaccio; per facilitare le permute si dovettero ben presto introdurre nel commercio materie, le quali per via d'un valore arbitrario, ma convenuto, potessero rappresentare tutte le specie di mercanzie, e così valessero di prezzo comune a tutti gli effetti posti in commercio. Ora fra queste materie i metalli dovettero essere preferiti, sia perchè se ne trovano in ogni clima, e sia perchè la loro durezza e solidità li preservano da molte alterazioni. Da quanto rileviamo dai nostri sacri libri siamo condotti a conghietturare che in principio questi pezzi di metallo si pesavano90 e che non fu che più tardi che essi s'improntarono di una figura pubblica per indicarne il valore e assicurarne il peso e la lega.
Non essendo state rinvenute monete ebree coniate, antecedenti al tempo dei Macabei, dobbiamo pertanto ammettere che il primo a coniare moneta fra loro sia stato [pg 176] Simone Macabeo a ciò autorizzato da Antioco Sidete. Di queste monete ne esistono ancora parecchie91. In certune d'esse si trovano impresse figure di palme, di pigne, di spighe, di covoni di grano; in certe altre si trova una foglia di vite, un grappolo d'uva, un fiore o un vaso di quelli consacrati agli usi del Tempio. Intorno alle figure di parecchie d'esse si leggono le leggende di Séchel Israél (Siclo d'Israele), Ierusalaim akedossà (Gerusalemme la santa).
Per avere un'idea se non esatta almeno approssimativa del valore dei pesi e delle misure degli antichi Ebrei, converrebbe confrontarli con quegli dei Greci e dei Romani che successivamente dominarono nell'Oriente; poscia ridurli ai pesi e alle misure nostrane, tenendo calcolo delle differenze subite dai valori. Questo studio sarebbe troppo lungo e forse riescirebbe noioso pel maggior numero dei nostri lettori, perciò noi ci limiteremo ad indicarne il solo [pg 177] nome con a fianco il valore approssimativo in misure metriche, valendoci dei quadri combinati dal celebre Munch già da noi citato.
Le misure di lunghezza dette midóth sono le seguenti quattro:
1. Esbán (dito o pollice) che misurava la lunghezza del dito mignolo e vale m. 0,023.
2. Tófahh o téfahh valutato a m. 0,092.
3. Zéretk che è lo spazio compreso tra il pollice e l'annulare stendendo le dita il più che si può e vale m. 0,277.
4. Ammà o cubito che venne definito per l'intervallo tra il vertice del gomito e l'estremità del dito medio e vale m. 0,555.
Alle misure di lunghezza appartengono pure quelle che dinotano le distanze da un luogo ad un altro o le itinerarie. Due sole misure di questa specie troviamo menzionate nella Bibbia. La prima è quella detta chivrád-érez (spazio del paese) che forse misurava tre miglia piemontesi; la seconda è quella detta dérech-ióm ovvero sia il cammino d'un giorno che può fare un uomo a piedi.
Le misure di capacità servivano indifferentemente tanto pei solidi quanto per le materie liquide, solamente che nel primo caso venivano designate col nome particolare di miskál, e nel secondo caso con quello di messuród.
Le misure che servivano per le materie liquide erano le seguenti:
1. Il bath che secondo i Rabbini era della capacità di 432 uova di gallina e calcolasi a l. 38,843.
2. Il log che poteva capire 6 uova ossia l. 0,539.
3. Il nébel misura grande che valeva tre bath.
4. L'hin sesta parte del bath l. 6,707.
5. Il mezzohin.
6. Il bessà dei Rabbini la capacità d'un uovo o il sesto del log.
Quelle che servivano per le materie secche erano le seguenti:
[pg 178] 1. L'efà che aveva la stessa capacità del bath.
2. Il ómer o issarón che era la decima parte dell'efà.
3. Lo seà che valeva il terzo dell'efà.
4. Il cab piccola misura che era la sesta parte del seà.
5. hhómer o cor che conteneva dieci efà.
6. Il léthec che conteneva la metà del precedente.
Il peso detto miskál, si determinava come ora da noi col mezzo di bilancie a coppe dette mozenáim, oppure d'una bilancia a braccio detta péless. Pare che i contrappesi non fossero altro che pietre, che i mercanti portavano entro un taschetto attaccato alla cintura, come si usa tuttavia in Oriente. Ed è così che si spiegano le raccomandazioni sulla lealtà di commercio che fa Mosè in più luoghi colle parole: «Non sarà a te nella tua tasca pietra e pietra éven vaáven» (cioè) grande (per comperare) e piccola (per vendere).
Le misure monetarie erano le seguenti, alle quali noi mettiamo a fianco il peso in grani (di grano), che erano la loro unità. Relativamente al valore di ciascuna di esse si avrà facilmente prendendo per base il sékel che valeva L. 3,10.
1. Chicár (talento) pesava 822000 grani.
2. Manè che pesava 16440 grani.
3. Lo sékel il cui peso era di 274 grani.
4. Il bèca e pesava 137 grani.
5. La gherà che pesava g. 13,7.
Giacobbe arrivato a Salem la città di Sichem, al suo ritorno dalla Mesopotamia, comprò dallo stesso principe una pezza di campo per cento kessità. I commentatori non si accordano nell'interpretazione di questa parola, poichè taluni vogliono che si trattasse di monete su cui fosse improntata una pecora, ed altri credono invece che si trattasse veramente di agnelli o di pecore, dati da Giacobbe in cambio del terreno.
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