Questo mese, che nella Bibbia porta il nome di ierahh aedanim (mese dei forti), potrebbesi a giusta ragione chiamare il mese sacro del popolo ebreo; sia perchè in esso ricorrono le sue feste principali, e sia perchè i dieci primi giorni d'esso sono intieramente consacrati alla penitenza; Mosè aveva stabilito nel primo giorno di questo mese una festa che chiamò iom teruà (giorno di strepitazione). Ora tale festa, appellata ross'assanà (capo d'anno), si celebra per due giorni consecutivi in tutto il mondo Israelitico; e per insegnamento tradizionale i nostri Dottori la dichiararono festa anniversaria della creazione del mondo motivo per cui l'appellarono: iom azícarón (giorno di commemorazione). In tali due giorni che sono i primi dei così detti asséred iemè tessuvà (i dieci giorni penitenziali), oltre allo suonare lo sciofar, gli uffizi religiosi sono assai più prolissi che in qualunque altro giorno festivo: e sbandito dal rituale ogni canto giulivo, le preghiere s'informano tutte a una certa malinconia che commuove il cuore, inspirate come sono dalla credenza tradizionale che in questi giorni Iddio esamina e giudica tutte le azioni degli uomini, e segna il destino di ciascuno d'essi per l'anno che incomincia. In questi, meglio che in qualunque altro giorno dell'anno, sottoponendo a scrupoloso esame il nostro cuore e le nostre azioni, noi abbiamo il dovere di richiamare alla memoria le colpe di cui bruttammo le nostre anime immortali; e grati a Dio, che nella sua misericordia per la nostra debolezza ci suggerì un mezzo onde purificarle, siamo in dovere di adoperarci a riparare quei mali che volontariamente od involontariamente causammo al nostro prossimo67.
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È naturale che inspirandosi a questa credenza, il nostro cuore sia agitato da un indefinibile timore del giudizio che sta sospeso sul nostro capo, e da una dolce speranza di ottenere col perdono un anno di vita e di soddisfazioni. Ed è per questo che con un raccoglimento maggiore che in qualunque altra epoca dell'anno, noi facciamo serio proponimento di opporre per l'avvenire una valida resistenza alle tendenze peccaminose: preghiamo Dio con insolito fervore pel bene nostro proprio, pel ristabilimento e per la gloria del popolo d'Israele, e pel bene della umanità intiera68; lo supplichiamo a non permettere che la carestia, la guerra e la pestilenza percorrano la terra seminando la desolazione e la morte; facciamo voti ardenti onde regni fra gli uomini un patto inalterato d'amicizia fraterna; e che spunti presto quel giorno in cui tutti gli uomini unanimi anche nel sentimento religioso, piegheranno il ginocchio a un Dio solo, giorno che fu [pg 120] annunciato dal profeta colla seguente espressione: «la legge uscirà da Sionne e la parola di Dio da Gerusalemme».
Conviene però notare che se, come dicemmo, in ogni mattina del mese di Ellul, si suonano quattro sole techiód di sciofar; in ognuno di questi due giorni se ne suonano cento: cioè trenta tra le due orazioni di tefilà e mussaf (preghiera questa addizionale dei sabbati, capi mesi e feste solenni); trenta nel corso della recita di quest'ultima preghiera, e quaranta alla fine d'essa. Le prime trenta vengono dette techiód miiossév (da iassav stare, sedere); le seconde trenta vengono dette techiód meoméd (da amad alzarsi, sorgere) perchè si suonano mentre si dice la amidà. Un chiarissimo Dottore esaminando quali cause avevano potuto motivare l'obbligo imposto di suonare lo sciofar in questi due giorni, nè enumerò dieci. Noi ne accenneremo soltanto quelle che a parere nostro sono le principali: 1ª In commemorazione della proclamazione della legge sul Sinai, nella cui narrazione è detto: «la voce dello sciofar era fortissima»; 2ª In commemorazione della distruzione del primo tempio, perchè Geremia annunziando agli Ebrei l'avvicinarsi del nemico, predisse le funeste conseguenze che sarebbero derivate da quella guerra nefasta, colla seguente dolorosa esclamazione: «Nelle mie viscere, nelle mie viscere io tremo; nelle interne pareti è agitato il mio cuore: tacere non posso: imperocchè il suono dello sciofar udì l'anima mia, il clangor di battaglia»; 3ª In commemorazione del sacrifizio d'Isacco, fatto che segnò la più maravigliosa prova di amore e di fede che un uomo abbia potuto dare alla divinità; fatto che noi ricordiamo spesso nelle nostre preghiere; ma tanto maggiormente nei dieci giorni penitenziali sia a titolo di merito dei nostri due primi patriarchi, e sia a perenne nostro ammaestramento della potenza che deve avere la fede e l'amore di Dio sulle nostre affezioni terrene; 4ª La manifestazione della speranza di un politico ristabilimento indipendente d'Israele, avvenimento che verrà anunziato, dice un profeta, «collo suono di grande sciofar».
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Non trovandosi nel Pentateuco nessuna lezione allusiva particolarmente a questa solennità, nel primo giorno si legge un paragrafo del Genesi in cui si racconta la nascita del patriarca Isacco, e nel secondo giorno la lezione seguente che tratta del suo sacrifizio, due avvenimenti che secondo la tradizione, successero in tale ricorrenza. Anche l'aftarà69, che si recita nel primo giorno, ci espone l'avvenimento della nascita di Samuele: di quel grande profeta e giudice che Davide pose a pari di Mosè e di Aronne quando cantò: «Mosè ed Aronne fra i suoi sacerdoti (di Dio) e Samuele fra gli invocatori del nome suo, invocano Dio ed Egli li esaudisce»; e che acquistossi grandi ed incontestabili titoli di benemerenza verso il popolo d'Israele.
Egli venne assunto a giudice in un momento assai difficile. Israele trovavasi accasciato per una forte rotta subita dai Filistei e che fu causa della morte improvvisa e tragica del suo venerando giudice e pontefice Eli; della perdita dell'Arca santa e di parecchie belle provincie dello stato; della morte di tanti prodi soldati che lasciavano deserti e derelitti vecchi genitori, tenere spose e innocenti bambini.
Ciò non pertanto Samuele acquistatosi l'amore e la fiducia d'Israele, ne risollevò lo spirito abbattuto; lo richiamò alla purezza del Culto mosaico, e non solo gli fece riacquistare le città perdute, ma dilatò i confini del regno; ed ebbe l'insigne merito di riunire in un corpo di [pg 122] nazione compatta, forte e libera le sparse membra delle dodici tribù d'Israele.
Racconteremo l'ultimo incidente della sua vita politica, poichè da esso risplende di luce vivissima il suo disinteresse nobile e delicato, il suo carattere integro e leale, e la sua giustizia indipendente ed incorrotta.
Dopo la prima e grande vittoria riportata da Saulle su Nahhass l'Ammonita, che fu quel re tristo e pazzo che per far onta al popolo d'Israele ebbe la bizzarra e crudele idea di cavare l'occhio destro a tutti gli abitanti di Iabess Galaad; Samuele fece radunare tutto il popolo al Ghilgal per fare riconoscere Saulle già proclamato re, e per dare a lui e al popolo gli estremi suoi consigli. Dichiarato lo scopo dell'invito, principiò la sua arringa colle seguenti parole: «Ed ora ecco il re che se ne va innanzi a voi (vi governa); ed io son vecchio e canuto, e i miei figli sono con voi; ed io sono andato innanzi a voi dalla mia giovinezza insino ad ora. Eccomi: testificate contro di me davanti al Signore e davanti al suo unto a chi ho tolto un bue, a chi ho preso un asino, a chi ho fatto frode, a chi feci vessazioni e da chi ho accettato riscatto per chiudere gli occhi intorno a lui (cioè per lasciargli impunemente commettere ree azioni); ed io vi indennizzerò». Quelli risposero: «Non ci hai frodati, e non ci hai vessati e non hai tolto ad alcuno che che sia». Ed egli disse loro: «È testimonio oggi, contro voi, il Signore, ed è testimonio l'unto suo, che non avete trovato da rinfacciarmi che che sia». E (il popolo) disse: «testimonio».
Il giorno decimo di Tisrì e ultimo dei penitenziali, è giorno di rigoroso digiuno. Vien detto iom achipurím, [pg 123] giorno delle espiazioni, e lo si passa intieramente negli Oratorii in continue preghiere.
Era quello l'unico giorno dell'anno in cui il sommo sacerdote era obbligato a funzionare personalmente. Gli uffizi religiosi che avevano principio coi primi albori del giorno, allorchè esisteva il Tempio, erano circondati di una solennità severa e di uno sfarzo imponente. Fra le altre cerimonie, il sommo sacerdote conduceva all'altare il vitello che doveva essere immolato pei suoi peccati e pei peccati della sua famiglia: poscia gettava la sorte su due capri che erano portati pei peccati del popolo, onde sapere quali dei due bisognava uccidere, e quale mandare libero al deserto. Dopo d'avere purificato il santuario, il tabernacolo e l'altare, imponeva le sue mani sulla testa del capro da mandarsi all'azazél al deserto, lo caricava (simbolicamente) di tutti i peccati, di tutte le colpe e prevaricazioni del popolo, e finalmente lo consegnava alla persona precedentemente incaricata di condurlo al suo destino per ivi lasciarlo in propria balìa. Il vitello e il capro stati immolati, l'uno pei misfatti del pontefice, l'altro pei misfatti del popolo, simboleggiavano colla loro morte il castigo dovuto ai medesimi: tali vittime si bruciavano fuori della città. La libertà data all'altro capro significava che gli Israeliti erano liberati dalla pena dovuta ai loro traviamenti.
Era pure in tale giorno, unico nell'anno, che il Sommo sacerdote entrava nel Debìr o santo dei santi a bruciare l'incenso innanzi all'Arca santa. La tradizione ci ha conservato la breve preghiera che egli faceva prima di sortire, e che era del seguente tenore: «Voglia deh, o Dio, dare alla terra il sole e la pioggia al tempo opportuno; fa che non cessi di sedere sul trono d'Israele un rampollo della Tribù di Giuda; fa che ogni individuo componente il tuo popolo non abbia a dipendere (per annona) l'uno dall'altro nè da popolo straniero; nè voglia Tu ascoltare le preghiere dei viandanti» (i quali pregano costantemente perchè non piova).
[pg 124] Era pure in questo giorno che, come dicemmo, ad ogni sette ebdómade d'anni si annunziava l'anno del giubileo, facendo passare lo suono dello sciofar in tutto il paese.
Rientrando alla sera nelle domestiche pareti il pontefice si trovava circondato dai parenti e dagli amici, che si portavano a congratularsi seco di avere passato felicemente una giornata per lui tanto solenne e pericolosa70; ed a sua volta egli dimostrava la propria soddisfazione dando una festa.
Ai quindici di questo stesso mese ricorre la festa di sucoth o dei tabernacoli, instituita in memoria del viaggio fatto dai nostri padri nell'Arabia: ed ove camminando in quella sabbia infuocata, «il loro vestimento non gli si è logorato addosso, nè il loro piede si è gonfiato», quantunque non avessero che tende o tabernacoli ove riparare dall'ardore del sole.
Questa festa viene pure chiamata hhag aassif (festa del raccolto) perchè segna il termine dei lavori campestri. Si rizzavano anticamente, come si usa ancora tuttodì in molti luoghi, tende o capanne sui terrazzi delle case o nei cortili, ove le famiglie prendevano domicilio fisso per sette giorni, essendo vietato di mangiare o dormire altrove per tutto quel tempo. Secondo la legge mosaica, i fedeli dovevano provvedersi pel primo giorno di questa solennità del frutto d'una pianta che la legge denomina ess-adar, [pg 125] e che la tradizione definisce pel cedro; dei rami di palme lulav; e dei salici di riviera aravà; e portarli processionalmente nel Tempio per sette giorni71.
Il concetto morale di questa unione di vegetali pregiati e superbi coll'umile salice di riviera, fu stupendamente incarnato dai nostri Dottori. Secondo essi, indica l'unione fraterna di tutti gli uomini.
La durata di questa festa era primitivamente di otto giorni, col primo e l'ultimo soltanto festa solenne. Questo portava e porta tuttavia il nome particolare di sceminì asséred (ottavo giorno di festa), e il giorno aggiunto per la causa già detta porta il nome di simhhad torà (letizia della legge), perchè in tale giorno si terminano le lezioni sabbatiche del Pentateuco. Il sabbato che segue immediatamente questa festa, e nel quale si ricominciano tali letture si festeggia, diremo quasi, con maggiore allegria e solennità di tutti gli altri. Non dobbiamo passare sotto silenzio come anche il giorno sesto di questa festa porti il nome speciale di ossaanà rabbà, probabilmente perchè si recita la ossaanà più lunga. Quantunque in sostanza questo giorno non diversifichi dagli altri giorni di hhol amoéd (mezze feste), pure l'orazione mattutina viene prolungata di qualche parte addizionale destinata ad implorare da Dio, più particolarmente, il beneficio delle pioggie72; ed oltre al lulav [pg 126] ogni fedele si provvede di una così detta aravà (alcuni gambi di salici), che sfoglia alla fine della preghiera addizionale mussaf. Quest'uso prese fondamento da una pia credenza tradizionale, secondo la quale, la misericordia di Dio paziente e longanime, ritarda sino a quel giorno a segnare la punizione definitiva meritata da quel peccatore che ostinato ed incredulo, passò impenitente il giorno delle espiazioni.
Questa festa è l'ultima delle tre così dette saloss regalím in cui tutti i maschi adulti erano tenuti a portarsi a Gerusalemme, ove offrivasi in regalo la decima delle greggie e le primizie delle frutta73. Là si facevano sacrifici, si davano banchetti a cui partecipavano i forestieri e i poveri, e là ciascuno rendeva grazie a Dio dei favori compartiti a sè e alla nazione intiera.
Come già accennammo fu appunto alla ricorrenza di questa solennità che Salomone inaugurò il suo Tempio suntuoso, con una pompa straordinaria e coi segni della maggiore letizia, l'anno 480, dopo l'uscita d'Israele dall'Egitto: e fu al primo di questo mese che si incominciarono ad offrirsi i sacrifizi quotidiani nel secondo Tempio, e che come già accennammo, non furono più interrotti sino all'entrata dei Romani in Gerusalemme.
Ci duole il dovere terminare la cronaca di questo mese col racconto di un fatto luttuoso successo il giorno terzo [pg 127] che fu giudicata, e fu realmente, di tanta grande importanza, che i Dottori nostri lo vollero commemorato con pubblico digiuno.
Dopo che i Caldei capitanati da Nabusar-Adan ebbero presa e spogliata Gerusalemme; uccisi o fatti emigrare i migliori suoi cittadini; uccisi i figli del re Sedecia alla presenza del loro misero genitore, e poscia acciecato lui stesso; onde la terra non avesse a rimanere affatto deserta e divenisse stanza di belve feroci, il generale nemico vi lasciò alcuni pochi e poveri agricoltori e vignaiuoli, nominando a loro capo un certo Godolia. Il primo atto che fece costui della sua autorità, fu di radunare quel misero avanzo a cui si erano già riuniti non pochi Ebrei che al tempo dell'assedio e della presa della città, avevano riparato in Edom, presso Moab, e presso gli Ammoniti; e lo ammonì di essere ossequente ai Caldei e a darsi alle sue occupazioni con tutta sicurezza. In mezzo ai congregati trovavasi pure il profeta Geremia, l'inarrivabile cantore dei funebri patrii, che fu prima instancabile quanto inascoltato consigliatore di un'alleanza coi Caldei, e che poscia rifiutò le generose proferte avanzategli dal conquistatore per rimanere nella terra dei suoi padri con quel piccolo e misero rimasuglio; giudicando nel suo ardente ed oculato patriottismo che se esso non era che una pallida larva della vita e dello splendore antico, pure lasciava almeno un principio, diremo quasi un addentellato ad un ritorno all'indipendenza primitiva. Ma fu appunto il timore di questo possibile avvenimento, che molestando il cuore di certo Banhaliss re degli Ammoniti, nemico degli Ebrei, gli fece concepire l'infame progetto di fare morire Godolia col triste scopo di renderli maggiormente invisi ai Caldei e farli totalmente disperdere dalla loro patria. Certo Ahhicam figliuolo di Careahh avvertito che un vilissimo sicario, certo Ismaele figlio di Nedanià, prezzolato dal re degli Ammoniti meditava di uccidere Godolia, rese quest'ultimo informato della rea trama che era stata ordita contro la sua vita; disponendosi nello stesso tempo di [pg 128] uccidere quell'uomo infame che per servire lo straniero non si peritava a commettere un vile assassinio, e a farsi traditore della patria. Ma quel retto cuore di Godolia, non potendosi persuadere di così nero misfatto, tacciò di calunnioso tale rapporto, e proibì al suo preteso difensore di nulla intraprendere contro quell'uomo, il quale sventuratamente ebbe pertanto agio ad attuare il suo tristo progetto. Godolia assalito all'improvviso, venne barbaramente trucidato unitamente al suo piccolo presidio composto di Ebrei e di Caldei, e i pochi scampati a quell'eccidio temendo più che mai la vendetta dei Caldei, diedero piena ragione agli infami calcoli di Banhaliss e ripararono in Egitto, malgrado gli avvisi e le proteste del profeta Geremia che si adoperò in tutti i modi, onde non venisse totalmente disertato il sacro suolo nazionale.
Prima di continuare i nostri studii sui costumi sociali degli antichi Ebrei, crediamo cosa opportuna di consacrare alcune considerazioni sulla tribù di Levi, prescelta da Dio a officiare e a servire nella sua casa; e ad ammaestrare il popolo nei suoi doveri religioso-morali.
Levi fu il terzogenito di Giacobbe, e si unì al fratello Simone per prendere, ad insaputa del padre e degli altri fratelli, aspra vendetta degli abitanti di Sichem, perchè il principe di quel paese violando ogni dovere di ospitalità e di giustizia, offese atrocemente la loro famiglia nella loro sorella Dina. Giacobbe al suo letto di morte, ricordò quel fatto e maledicendo «all'ira dura ed aspra di quei suoi due figli», per la pace di tutto il popolo augurò che i loro discendenti «venissero sparsi in Giacobbe e divisi in Israello».
Mosè incarnò questo desiderio. Dalla tribù di Levi, realmente disseminata in Israello, venne staccato un grande ramo, la progenie di Aronne, che diede origine alla casta sacerdotale.
[pg 129] Dacchè Mosè aveva accettato, quasi suo malgrado, lo spinoso ma sublime incarico di redimere dalla schiavitù un popolo intiero, a nessuno di questo popolo era mai venuto in animo di contrastare il principato a lui e il sacerdozio al fratello, tranne a Corahh. Costui invidioso dell'altissimo posto che occupavano quei due fratelli, suoi prossimi parenti, colse l'istante in cui il popolo trovavasi indispettito contro di essi pel fatto degli esploratori, si mise alla testa di pochi sediziosi sperando di afferrare lui il sacerdozio. Ma male incolse a lui e ai suoi congiurati. Volendolo Dio, si aprì una voragine sotto i piedi di quegli stolti ambiziosi, e vi furono inghiottiti colle loro tende, colle loro famiglie e coi loro averi. Onde però non avesse a ripetersi un così grave scandalo, Dio ordinò a Mosè, che si facesse consegnare una verga da ogni capo di ciascuna tribù di Israele, e alla sera le disponesse tutte innanzi all'Arca santa, poichè Egli, Dio, avrebbe manifestato la sua predilezione verso una delle tribù col fare fiorire la sua propria verga. È quasi superfluo aggiungere che tale distinzione toccò ad Aronne; la cui verga fu trovata al mattino carica di mandorle74. Per ordine di Dio, questa verga ed un'ampolla [pg 130] di manna si conservarono nel Tabernacolo, per rammemorare ai posteri i grandi fatti che rappresentavano.
Ora appena Mosè ebbe date le necessario disposizioni per la fabbricazione del Tabernacolo, ebbe ordine da Dio di fare un invito a tutti i «sapienti di cuore», perchè confezionassero gli abiti di Aronne e quelli dei suoi figli.
Gli Uffizi dei sacerdoti consistevano nell'offrire le oblazioni e le vittime; bruciare l'incenso; mantenere perpetuamente acceso il lume santo innanzi all'altare; compire la purificazione delle persone e delle cose; rinnovare il pane di proposizione e benedire il popolo. Quando dovevano presentarsi all'altare era loro severamente proibito l'uso del vino e dei liquori.
Il loro vestimento ordinario consisteva in una tunica di lino, in una cintura adorna di ricami, in un paio di calzoni sotto la tunica, e in una specie di mitra rotonda fatta di un tessuto di lino piuttosto spesso.
Il pontefice portava inoltre una seconda tunica più ampia alla quale si trovava attaccato l'Efod, specie di veste di un ricco tessuto, in ciascuna delle cui spalle era incastrata una grossa pietra preziosa coi nomi di sei tribù. Il lembo estremo di questa seconda tunica era alternativamente guernito di una granata fatta di lino ritorto di diversi colori, e di un campanellino d'oro il cui suono annunziava la entrata di lui nel santo dei santi. La sua tiara assai più elevata che la mitra degli altri sacerdoti, aveva innanzi una piastra d'oro, attaccata con un cordone di porpora sulla quale si leggevano le parole: kodesc l'adonai (Santo all'Eterno).
Un tessuto doppio di lana variata, detto hhoscen, di lino e di fili d'oro, si trovava fissato sul suo petto con delle catenelle, di cui le une si affibbiavano alle spallette dell'Efod, le altre al cinturino. Dodici pietre preziose incastrate su quattro ordini, portavano inciso ciascuna il nome di una delle tribù di Israele. Stupenda idea rappresentante la confederazione delle dodici tribù in un [pg 131] popolo unito, e la loro perfetta uguaglianza al cospetto di Dio padre e Signore di tutti!
Tranne dunque il maggior numero degli abiti e l'unzione sul capo, la consacrazione di Aronne a pontefice fu uguale a quella dei suoi figliuoli. Ecco come tale funzione fu compiuta da Mosè. Lavati e vestiti degli abiti sacri, si collocarono davanti l'altare dove eravi un toro giovine, due montoni, pani azzimi, ed una paniera contenente due specie di schiacciate. Eglino imposero le mani sul capo del toro, che venne immolato pei loro peccati. Poscia Mosè segnò di sangue i quattro angoli dell'altare, ne sparse il resto sulla predella, e dispose sull'altare le partì pel sacrifizio. Tutto il rimanente delle carni venne tolto e bruciato fuori del campo. Aronne e i suoi figli misero pure le mani sulla testa d'un montone che Mosè immolò in olocausto, e di cui versò il sangue in terra e bruciò le carni sull'altare dopo averle spezzate. Avendo i sacerdoti messo le mani sul secondo montone, Mosè scannollo ancora, quale sacrifizio di consacrazione. Col sangue della vittima tinse l'orecchia destra, il pollice del piede e della mano destra di Aronne e dei di lui figli, e ne sparse il rimanente attorno l'Ara. Raccolse quindi un po' di sangue allora versato, lo mescolò con olio santo e ne unse gli abiti dei sacerdoti, inoltre versò l'olio santo sulla testa del pontefice, per cui fu chiamato: acoén amasciahh (l'unto). In seguito diede in mano ai sacerdoti le parti del sacrifizio, cioè il grasso che cuopre gli intestini, la coda, le reni ed il grasso che le circonda, il piccolo lobo del fegato, la spalla sinistra, un pane azzimo ed una schiacciata perchè offrissero il tutto a Dio.
Questa ceremonia è espressa colle parole: empiere le mani, che hanno lo stesso significato di esercitare, consacrare. Dopochè i sacerdoti ebbero fatto offerta di tutte le cose sopradette, esse vennero arse sull'Ara. Mosè offrì a Dio in proprio nome il petto della vittima. I sacerdoti mangiarono nel tabernacolo il residuo delle carni che si erano cucinate, come pure i pani azzimi e le schiacciate, [pg 132] e alla dimane si arsero i rilievi. Queste cerimonie continuate per otto giorni consecutivi, segregarono perpetuamente i sacerdoti dal resto del popolo e dai leviti medesimi.
Al tempo di Davide i Sacerdoti erano divenuti tanto numerosi, che furono ordinati in ventiquattro classi, le quali succedevansi ogni settimana nelle funzioni sacre.
Sin dopo la schiavitù Babilonese il titolo di pontefice fu ereditario nella famiglia di Eleazzaro. Antioco Epifane cominciò a vendere tale dignità al migliore offerente. In seguito alle splendide vittorie dei Macabei, uno di quei fratelli, Simeone, fu investito dagli ebrei della doppia dignità di principe e di pontefice: dignità che si perpetuarono nei suoi discendenti sino ad Erode. D'origine straniera, costui dopo di aver usurpato l'autorità sovrana, e lordatosi le mani del sangue dell'ultimo rampollo maschio75 di quella illustre famiglia, riserbò per sè la nomina del pontefice. Quest'abuso, che serviva a fare versare l'oro a piene mani nel tesoro dello Stato e nelle borse dei suoi proconsoli, fu seguito dai Romani; per cui quella dignità [pg 133] non fu più circondata dalla venerazione popolare come per lo innanzi.
La consacrazione dei Leviti seguì in questo modo: 1º Dopo che s'era loro lavato il corpo e raso in tutte le sue parti, essi dovevano prendere farina, olio e due tori. Uno di questi tori doveva essere offerto in olocausto, e l'altro in sacrifizio espiatorio; 2º Mosè doveva aspergerli di acqua lustrale; 3º I capi di famiglia imponevano loro le mani sulla testa, come si faceva per le vittime, e li consacravano al Signore in proprio luogo ed invece dei loro primogeniti; 4º I leviti assistiti dai sacerdoti si prosternavano davanti al Signore od al tabernacolo per consecrargli le loro proprie persone; 5º Finalmente imponevano le mani sui tori offerti e li immolavano.
Questa cerimonia li consacrava al ministero santo e li dichiarava appartenenti a Dio e ai sacerdoti. Pare che la legge non assegnasse loro alcun particolare vestimento; solamente ai tempi di Davide e di Salomone i cantori, i musici e quei che portavano l'arca dell'alleanza, erano distinti dagli altri, da una specie di rocchetto o cotta di fino lino, che indossavano solamente nell'esercizio delle loro funzioni.
Gli uffizi dei leviti erano i seguenti: servire i sacerdoti; fare da guardiani al Tabernacolo e poscia al Tempio; portare le varie parti del Tabernacolo cogli accessori nella marcia del deserto; mantenere la pulizia del Tempio; amministrarne le entrate e i tesori, e finalmente sotto Davide e dopo questo principe addestrarsi nella musica e nel canto. Dovevano inoltre studiare le sacre scritture e coadiuvare i sacerdoti nello istruire il popolo nei suoi doveri religiosi e morali.
I leviti erano divisi in tre grandi famiglie secondo il nome dei tre figliuoli di Levi Kead, Gheresson, e Meravi. Davide divise in quattro classi i trent'otto mila leviti che allora si trovavano adulti, ventiquattro mila furano addetti al servizio dei sacerdoti; quattro mila vennero fatti guardiani o portinai, altrettanti nominati musici, e [pg 134] sei mila giudici e genealogisti nelle città inferiori. I musici furono alla loro volta divisi in ventiquattro classi, il cui servizio era alternativo e durava una settimana. I guardiani si mutavano pure ogni settimana nel giorno di sabbato e facevano sentinella a sei, a quattro, a due. Tutti gli ordini e tutte le classi avevano capi particolari.
Riprenderemo ora gli studii incominciati nel mese antecedente sulla Società civile degli antichi ebrei, e parleremo delle diverse specie di malattie cui andavano soggetti; della immortalità dell'anima; degli usi che hanno rapporto alla morte e alla sepoltura dei cadaveri; ed infine degli ufficii dei medici e della loro importanza.
Gli uomini delle prime età, alieni dalle grandi passioni, e conducenti una vita semplice ed uniforme, non dovettero essere soggetti che a piccolo numero d'infermità; motivo per cui nella Scrittura si parla molto raramente di malattie propriamente dette. Oltre a questa ragione generale a tutti i popoli antichi, due altre cause dovevano, a parere nostro, contribuire principalmente a rendere rare le infermità presso gli ebrei, cioè l'aria salubre del clima da loro abitato, e le savie leggi igieniche di Mosè.
Generalmente parlando pare che gli ebrei avessero la persuasione che le malattie e la morte altro non fossero che castighi mandati da Dio a colpire il peccatore. Adamo ed Eva peccano e tosto Dio li condanna alla morte; Faraone rapisce Sara e Abimelecco rapisce Rebecca, e Dio affligge di terribile malore l'uno e l'altro colle loro famiglie; Marianna sorella di Mosè non sì tosto mormora del fratello, viene colpita dalla lebbra; i figli d'Aronne sono colpiti da morte per avere brucciato intempestivamente l'incenso dinanzi a Dio; e i Filistei, i Betsaniti, Ozia re di Giuda, Oza, il re Gioram si fanno colpevoli verso Dio, e la mano di lui pesa immediatamente sul loro capo. Davide seduce [pg 135] Betsabea, e Dio colpisce di malattia letale il frutto dell'adulterio; lo stesso re commette un atto di superbia e Dio che già era adirato contro Israele (per peccati che non specifica), manda una epidemia terribile che in meno d'un giorno, spegne ottantamila persone. Ghehhazì si rende colpevole d'indelicatezza verso Eliseo e tosto è colpito dalla lebbra; Saulle trasgredisce gli ordini di Samuele ed è invaso da uno spirito maligno che lo tormenta; Giobbe è oppresso da grandi sciagure e gli amici che erano accorsi a confortarlo, lo suppongono reo di qualche misfatto perchè Dio non colpisce se non i peccatori. I nostri Dottori ci lasciarono il seguente adagio: «Non si dà morte senza peccato, nè si danno dolori senza colpe».
Le principali e più terribili malattie di cui ci parli la Scrittura, sono la pestilenza e la lebbra tutte e due endemiche dell'Egitto.
La pestilenza è malattia abbastanza conosciuta da esimerci di parlarne. La lebbra non è solo una malattia cutanea, ma attacca eziandio il tessuto cellulare, le ossa, la midolla, tutte le articolazioni; corrode le estremità delle membra, a poco a poco stendesi per tutto il corpo e finalmente lo mutila riducendolo allo stato più schifoso.
Fra gli ebrei i sintomi di questa malattia erano benigni: i primi non erano altro che piccoli punti quasi impercettibili, che presto diventavano croste o scaglie dapprincipio bianche poi nericcie e circondate da aureola rossigna: ma questi punti prima radunati attorno gli occhi od alle narici, stendevansi gradatamente su tutto il corpo fino a che non vi restava più brandello di cute; gli stessi capegli o peli tutti infetti da questo orribile morbo, cadevano affatto. Il peggio si era, che questa malattia si perpetuava fino alla terza e quarta generazione; e che il semplice contatto, l'alito, la vicinanza, bastavano sovente a comunicare il veleno. Ciò ci rende, ragione della severità delle disposizioni Mosaiche per separare i lebbrosi dalla società comune, e dell'obbligo imposto al lebbroso, di portarsi fuori dell'abitato gridando thamè, thamè (immondo, immondo), per allontanare [pg 136] da lui tutti i passanti. I sacerdoti erano incaricati della visita dei lebbrosi, e dovevano vigilare sull'esecuzione delle leggi a loro relative.
Giudicando da quanto fece Davide nella malattia del figlio ch'eragli nato da Betsabea, dobbiamo conghietturare che quando la malattia si aggravava i parenti più prossimi gettavano lugubre grida, si rotolavano per terra, si stracciavano gli abiti, si mettevano polvere o cenere sul capo e digiunavano.
Quantunque per regola generale, noi ci siamo imposti di volerci astenere da qualsivoglia disquisizione filosofica o filologica, perchè le riteniamo inopportune pei giovani ai quali sono particolarmente dedicati questi nostri studi, pure, trattandosi di un soggetto d'alta importanza, ci teniamo obbligati di farvi un'eccezione. La ragione che ci induce a derogare dalla nostra linea di condotta, è quella di provare che la teoria dell'immortalità dell'anima non era sconosciuta a Mosè, contrariamente all'opinione di molti scrittori che con troppa leggerezza sostennero non trovarsene nel Pentateuco il minimo cenno.
Anche non tenendo conto che Plinio e Tacito, constatano che gli Ebrei credevano nell'immortalità dell'anima, è cosa certa che questa credenza formava un dogma pubblico della religione degli Egiziani. Ora si potrebbe supporre con fondamento che gli ebrei, se anche l'avessero ignorata prima, non avrebbero accettato con trasporto una credenza che se non altro serviva mirabilmente a mitigare le loro sofferenze presenti colla speranza di una vita migliore, ove il Dio della giustizia li avrebbe compensati con gioie immortali, e avrebbe fatto aspra vendetta dei loro oppressori? Anzi l'essersi Mosè astenuto di parlarne chiaramente non deve piuttosto ritenersi quale prova convivente che il popolo teneva a questo dogma con fede sicura? D'altronde contentandoci di appena accennare la risurrezione di Ezechiello; lo spirito di Samuele fatto evocare da Saulle [pg 137] e che dimostra ad evidenza una fede nella immortalità dell'anima, poichè non si evoca cosa che non si creda esistere fermamente; il versetto che troviamo nell'Ecclesiaste così concepito: «E ritornerà la polvere (il corpo) alla terra come fu; e lo spirito (l'anima) ritornerà al Dio che la diede», e tenendoci ai soli libri mosaici diciamo essere indubitabile che in essi vi si allude in più luoghi con tanta chiarezza, da renderne impossibile la contestazione.
Come avremo occasione di notare altrove, Mosè raccomanda vivamente agli ebrei di mai mettere in dubbio l'assoluta spiritualità di Dio, e di non obliare mai che nel grande fatto del Sinai essi «ascoltarono voce, ma non videro immagine alcuna». Ora avendo egli proclamato che l'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, in che poteva fare consistere questa immagine e somiglianza se non nello spirito ovverossia nell'anima?
Ignaro di questa teoria avrebbe potuto accertare, come accertò nella estrema sua cantica, che Dio ha la potenza di ferire e di risanare, di fare morire e di fare rivivere? E le espressioni di cui esso si serve per indicare la morte, non sono una conferma a questa nostra opinione? Le parole di andare a ritrovare i padri suoi; essere accolto dai suoi padri; coricarsi, addormentarsi coi proprii padri; andare in pace coi proprii padri; raccogliersi alle proprie genti suscitano forse nell'animo nostro la sconsolante e desolata immagine del nulla? Mosè voleva indicare il ritrovo delle fredde ceneri degli avi e delle proprie genti che furono, o non piuttosto una cara promessa di essere riuniti a quei nostri diletti che ci precedettero nella vita eterna del cielo? E l'espressione di gherim (pellegrini) con cui si qualificano i patriarchi, non serve forse a dimostrare chiaramente che questa vita non era considerata che un passaggio verso la vera patria che è il cielo?76.
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Quando qualcuno moriva, i parenti e gli amici gli chiudevano gli occhi; ed era per loro un pietoso dovere il darsi ai preparativi pei funerali. La maniera di seppellire i morti variava secondo le diverse condizioni del defunto. Trattandosi di persona volgare si limitavano a lavarne il cadavere e ad avvolgerlo in una tela prima di sotterrarlo: ma trattandosi di una persona ragguardevole, pare cosa assai probabile, che a imitazione degli Egiziani anch'essi lo avviluppassero in molte fasce o lenzuoli, lo esponessero per alcun tempo sopra di un catafalco sparso di fiori odorosi, oppure di aromi e principalmente di mirra e d'aloe, e che vi praticassero l'imbalsamazione.
Quest'operazione, che gli ebrei impararono in Egitto, consisteva nello estrarre i visceri per un'incisione fatta al fianco sinistro, ed il cervello per le narici con uno strumento ricurvo e poscia ne riempivano le cavità di bitume, di mirra, di cannella, di nitro; poi si veniva alla fasciatura, e tutti i membri erano avviluppati l'un dopo l'altro in lunghe bende di tela. Dal Genesi rileviamo che per quest'operazione s'impiegavano quaranta giorni. Il corpo imbalsamato era posto in una bara di sicomoro, rappresentante al di fuori la forma umana.
Niuna minaccia era più terribile che quella di lasciare i corpi insepolti a pasto delle belve e degli uccelli rapaci. Il corteggio funebre era composto dei congiunti e degli amici dei defunti; ma volendolo rendere più pomposo, si prezzolavano piagnone e musici che eseguivano arie lugubri e tremolanti imitando i singhiozzi. Nel Talmud troviamo infatti essere obbligo d'ogni israelita di onorare la propria moglie, provvedendo pei suoi funerali due hhalilín (tamburri) ed una piagnona.
Il luogo assegnato alle sepolture doveva distare almeno cinquanta cubiti dalle città o dai borghi, e l'essere sotterrato di nascosto senza corteggio e lutto era il massimo dei disonori; e si diceva kevurád hhamór (sepoltura [pg 139] dell'asino). Le fosse erano talvolta scavate nel sasso vivo o costrutte nella terra in forma di critte o di caverne, che ora sono dette mearà, ora scihhà o sciuhhà, ora bor ed ora kéver. Quest'ultima denominazione era però adoperata ad indicare qualunque sorta di sepolcri.
Le persone di bassa estrazione si seppellivano in una semplice fossa in cimiteri comuni: ma le famiglie agiate avevano tombe particolari, ed il sito a preferenza d'ogni altro, era scelto nei giardini e nei luoghi ombrosi.
In tutte le epoche della storia nostra, cominciando dal patriarca Giacobbe che ne innalzò una alla sua dilettissima Rachele, che perde immaturamente nel suo ritorno in patria; vediamo fatto menzione di massevoth o tumuli, che erano fatte d'un sol sasso grande e scolpito, come se ne incontrano tuttavia in Oriente, e che risalgono alla più alta antichità.
Sono quasi incredibili, dicono i viaggiatori, le dimostrazioni di dolore a cui si abbandonano in Oriente i parenti dei defunti. Noi abbiamo già accennato che quelle che davano gli ebrei in tali luttuose circostanze non erano meno intense. Aggiungeremo qui, che fra i molti segni di lutto consacrati presso di loro, è principalmente da notarsi quello di squarciarsi gli abiti sino alla cintola, di camminare a piedi e capo nudo, e di tenere barba e cappelli arruffati. Era pure proibito l'uso dei profumi e degli olii odorosi, i bagni e le conversazioni. Taluni astenevansi pure dal vino e digiunavano.
La legge però proibiva severamente di strapparsi le sopracciglia, di graffiarsi il viso ad imitazione dei gentili.
S'ignora affatto in che consistesse la medicina presso gli uomini primitivi; ma si può bene affermare che non era tale certamente da meritarsi il nome di scienza. Strabone ed Erodoto ci dicono che presso i Babilonesi e gli Egiziani, gli infermi erano esposti al pubblico affinchè i già colpiti e sanati dalle stesse infermità, [pg 140] aiutassero di consigli quelli che ne soffrivano: questo sistema che aveva il vantaggio di fare profittare a ciascuno delle scoperte particolari fu probabilmente accettato da altri popoli.
La prima volta che nella scrittura si parla di medici rofeím, è in un versetto del Genesi ove è detto che essendo morto Giacobbe, «Giuseppe ordinò ai suoi servitori i rofeim d'imbalsamare suo padre». Ma convien notare due cose: La prima che non è detto che Giuseppe abbia mandato medici a visitarlo malato; la seconda che in tutta la Genesi, non v'ha altra parola riguardante i medici e le medicine; quantunque si parli bene spesso di malattie come quelle che afflissero Faraone, Abimelecco, Isacco, Rebecca e alcuni altri ragguardevoli personaggi. A proposito anzi di Rebecca sappiamo, che trovandosi essa assai indisposta in una certa epoca di sua vita, e non sapendo come spiegarsi i patimenti che soffriva andò a consultare Adonai (Iddio), dizione che i commentatori intendono per un profeta di Dio e che credono fosse Sem o Abramo.
In due luoghi però Mosè accenna a medici e medicine. Primieramente quando parlando di due abbarruffatori, l'uno dei quali fosse stato così malconcio da dovere mettersi a letto, ma non per ferita mortale statuisce che: «il feritore sia assolto; ma indennizzi il ferito dell'interruzione del lavoro, e della spesa voluta per la compiuta guarigione». L'altro luogo si è quando tratta della lebbra. Egli ne distingue le differenti specie, ne indica i segni e i sintomi, e descrive persino gli indizii d'una lebbra incominciata, inveterata, guarita. Nella Bibbia si fa pure menzione di ulceri, di fratture, di contusioni e dei rimedii che venivano impiegati per la loro guarigione, e che consistevano principalmente nel balsamo, nella resina, nelle fasciature e nell'olio. Appoggiandoci al fatto, che la massima parte dei malori nominati si riferiscono alle parti esterne del corpo, noi siamo portati ad inferirne che presso gli Ebrei come presso gli altri popoli antichi, le discipline mediche [pg 141] consistessero per la massima parte nelle nozioni chirurgiche77; e che presso d'essi come presso gli Egiziani, la medicina fosse dapprincipio affidata esclusivamente ai sacerdoti. Sono essi infatti che dichiarano la comparsa della lebbra negli uomini, nelle stoffe e nei muri delle case78; sono essi che ne curano gli affetti e ne attestano la guarigione.
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