Nella relazione che il Contarini lesse in senato si vantò di avere con questo cambio migliorato il negozio della Sorìa di più di 40,000 ducati annui[138]. Ma la posizione di Alessandretta, spiaggia paludosa, con esalazioni pestifere particolarmente nell'estate, circondata da monti, senza o con pochissime case, e con incomodissimo sbarco, per cui i marinai erano obbligati a star nell'acqua fino alla cintola per scaricare le mercanzie, la minaccia che il porto stesso andasse otturandosi col crescervi sensibilmente degli scanni, e finalmente le scorrerie dei soldati turchi e dei ladri, persuasero i consoli della Sorìa, successori del Contarini, di tornare allo scalo di Tripoli, dove i ministri turchi erano stati posti sotto la sorveglianza di un beglierbei mandato a governare quella città[139].
Ma il ritorno dello scalo principale a Tripoli contribuì esso pure a danneggiare il commercio dei Veneziani, per la distanza da quella città ad Aleppo, la difficoltà di trovare i cammelli, e la molta spesa delle condotte. E più ancora per le assai gravi cagioni, che si trovano così enumerate nelle preziose relazioni consolari e nelle scritture dei Cinque savi alla mercanzia:
I. Le guerre colla Turchia, che davano occasione ed accrescevano fidanza ai corsari, interrompevano ed infestavano il commercio marittimo della Repubblica.
II. La perdita di Cipro, scalo principale per il commercio dell'Asia, quella di Candia e della Morea, e la esclusione dei Veneziani dal mar Nero.
III. Le ribellioni della Siria, e le guerre turco-persiane.
IV. Gli enormi balzelli, le concussioni, le difficoltà dei trasporti per terra dagli scali in Aleppo e nella Persia, che portavano una spesa maggiore del valore delle merci [Doc. LXVIII].
V. Lo scemato consumo delle pannine, per la moda introdotta nel principio del secolo XVII dai Persiani, e favorita dallo shàh Abbas il Grande, di vestire di imbottiti, per modo che il traffico dei panni era nel 1611 ridotto ad un terzo dell'ordinario.
VI. L'aggravio sulle mercanzie di tutte le spese di cottimo, bailaggi e consolati, le quali aumentavano in ragione inversa della quantità delle merci che si importavano in Asia.
VII. La pessima amministrazione dei fattori ed agenti.
VIII. La introduzione dell'arte della seta in Aleppo e in Damasco.
IX. La concorrenza dei mercanti inglesi, francesi e fiamminghi, ammessi nei porti della Turchia sul finire del secolo XVI[140]. Concorrenza formidabile, perocchè essi erano favoriti dai Turchi con esenzioni di dazii; portavano in Asia maggior quantità di denaro, così facilitandosi gli acquisti in confronto dei Veneziani, che per lo più facevano commercio a permuta; e finalmente vi recavano pannine più vaghe non solo, ma più leggiere e quindi di minor costo.
X. I trattati e le guerre russo-persiane, che deviarono a settentrione il commercio della Persia.
A rianimare il commercio coll'Asia, il senato e la magistratura dei Cinque savi migliorarono il sistema doganale; favorirono società di commercio; accordarono esenzioni e soccorsi di danaro ai fabbricatori di navi; tolsero il dazio sul pepe che i navigli veneziani levavano da Beiruth; stabilirono tasse moderatissime sugli oggetti da permutarsi con merci asiatiche; ordinarono che le spezie fossero trasportate soltanto colle navi da mercanzia, vietandone il trasporto sopra legni stranieri[141], così offerendo quasi un modello al famoso Act of navigation inglese del secolo XVII; diminuirono le tasse di consolati e di cottimi; regolarono l'amministrazione consolare nella Sorìa; e per l'ammaestramento di giovani da impiegarsi nelle ambascerie, consolati o missioni in levante, instituirono un collegio di lingue orientali.
Ed eguale desiderio essi incontrarono particolarmente nel sovrano della Persia Abbas il Grande, che più volte mandava oratori a Venezia per dare una scossa alla catena che congiungeva l'amor suo alla repubblica, e per migliorare il commercio reciproco. Affidava quel re al console veneto nella Siria G. Francesco Sagredo, lo insigne statista e scienziato, amico del Galileo, la protezione dei sudditi persiani nella Siria, e quindi nell'anno 1611 lo nominava suo console e procuratore generale in tutti i paesi della repubblica [Documenti LXIX, LXX, LXXI], offerendo le maggiori agevolezze e favori ai mercanti veneti nei propri stati [Documenti LXXII, LXXIII].
Invitava egli poi alla sua corte nel 1627 Alvise Sagredo per ragioni del traffico particolarmente della seta [Documento LXXIV]; al quale invito corrispondeva il senato, per la costante sua mira di ristorare nel Mediterraneo il commercio persiano [Documento LXXV]. Se lo shàh Abbas avesse potuto trasmettere ai suoi successori le grandi sue viste di prosperità nazionale, certamente la Persia sarebbe divenuta il centro delle comunicazioni che cominciavano a stabilirsi fra l'Europa e le Indie.
Lodovico Gallo, nel suo viaggio da Venezia alle Indie[142], assicura che nella Persia bastava essere o spendere il nome di veneziano per aver adito al re, venire onorato e rispettato da ognuno. E Pietro della Valle, nella sua vita di Abbas il Grande, ci narra come la conquista del regno di Lar, divenuto per le sue possessioni di Gombrum l'emporio del golfo Persico, e la sede principale del commercio colle contrade lungo le coste del Malabar, sia stata fatta dal re di Persia per eccitamento dei Veneziani[143].
Ma ogni provvedimento fu inutile: il traffico della repubblica andò irresistibilmente diminuendo da quel sommo grado ond'era giunto nel secolo XV.
Il Foscarini scriveva: non rimanere al suo tempo, che la sola tradizione degli antichissimi commerci dell'Asia; e tutte le relazioni che si hanno comprovano l'immenso interesse dei Veneziani in quelle regioni.
Nell'anno 1405 andarono da Venezia alle coste della Siria sei cocche cariche di merci del valore di 320,000 zecchini[144]. Nel 1515 invece notava il Sanudo[145] l'arrivo a Venezia delle galere di Beiruth a suon di campane, giusta il solito, con un carico molto povero, cioè di 1,200 colli in tutto, e pochi anni appresso solo con un carico di 800 colli. E mentre prima della scoperta del capo di Buona Speranza ascendevano a 40 le case commerciali in Aleppo[146], nell'anno 1596, quantunque la nazione veneziana superasse le altre per numero ed importanza, solo 16 case principali si trovavano in Aleppo, trattando ciascuna dai 100 ai 200 mille ducati d'oro all'anno. Tutto il traffico dei Veneziani in quell'epoca ascendeva a due milioni. Nel tempo del consolato Malipiero (1593-96) furono importate nella Sorìa pezze 20,000 di panni di lana e braccia 200,000 di panni di seta delle fabbriche veneziane[147].
Nel primo anno del consolato Emo, 1597, la nazione veneziana portò nella Siria per un milione di merci ed uno di contanti; ma due anni dopo il negozio discese ad un milione e mezzo soltanto. La qual somma però abbracciava la metà di tutto il traffico della Siria, da parte della cristianità, che ascendeva a tre milioni[148].
Nell'anno 1614 i Veneziani portarono in Aleppo ottocento in novecento mille ducati, in pannine per 150,000 ed il resto in altre mercanzie da fondaco. I Francesi vi spesero tre milioni di reali; i Fiamminghi un milione; e gli Inglesi mezzo milione[149].
Nel 1625 le case commerciali venete in Aleppo si ridussero solo a cinque[150].
Lamentavano i Savi fino dal 5 luglio 1616 la diversione del traffico, e la navigazione del levante essere ridotta in mano di pochi rimasti, che potevano però ancora mantenere un discreto commercio, al quale, dicevano in senato dissuadendo la guerra contro Solimano, la repubblica deve la sua conservazione.
Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Candia, questa diede agio alle altre nazioni di dilatare ed assorbire quasi interamente il commercio persiano, al quale aveano atteso Leone X, il cardinale Richelieu, il duca Federigo d'Holstein, le provincie unite, e gli zar di Moscovia. E succeduta la pace, ripigliarono i Veneziani con difficoltà il negozio di Aleppo, mentre colà, dove nei tempi passati poteansi dire cittadini, appena si riputarono forestieri[151].
Nel principio del secolo scorso risorsero per poco tempo novelle speranze. Fu ripigliato il progetto di riaprire una comunicazione per la Persia coll'India, ma la morte di Kuli khan fece tramontare la impresa. Però avendo Pietro il Grande, che mirava ad attirare nel suo impero il commercio asiatico, conchiuso nel 1729 un prezioso trattato colla Persia, e ristoratosi poi nel mar Nero, aperto finalmente ai Veneziani, il commercio del Caspio, la repubblica tentò, mediante l'Erizzo suo ambasciatore in Vienna, di stabilire d'accordo col principe Gallitz in un trattato colla Russia, pel quale le merci del Caspio condotte alle rive del mar Nero fossero con franchigie ivi levate dalle navi veneziane[152].
Ma fallito il tentativo colla Russia, e disertate le nuove speranze, rimasero insuperabili le gravi cagioni che da tre secoli avevano tolto ai Veneziani la superiorità nel commercio persiano, il quale o si volse per Tiflis, Oremburgo e Nishni-Novogorod nell'interno della Russia, o si introdusse alle Smirne ed a Trebisonda, dove la concorrenza straniera superò di gran lunga la residua attività commerciale dei Veneziani.
Il commercio dei Veneziani colla Persia, era specialmente favorito e protetto dai consolati veneti, negli scali principali dell'Asia anteriore.
La istituzione dei consolati veneti è antichissima e si perde nella caligine dei tempi. Negli emporii più importanti del commercio, e nelle più remote età davasi ai consoli il nome di bailo, che significa, secondo il Ducange, mercatorum prætor. Il bailo o console era capo della nazione nel luogo di sua residenza e giurisdizione, ed oratore ordinario al principe; protettore dei sudditi negozianti e viaggiatori; giudice delle civili vertenze; esattore dei pubblici diritti. Dovea provvedere al mantenimento degli scali, alla prosperità e regolare amministrazione delle fattorìe; ed in qualche paese potea giudicare e punire i delitti capitali e di stato. Un bailo di 1º rango doveva tenere un cappellano e notaio, due camerlenghi, un medico, quattro servitori, un dragomanno, due trombettieri e quattro cavalli. Veniva nominato dal Maggior Consiglio, con quattro mani di elezione, doveva esser nobile, e riceveva il titolo di Magnifico Messere.
Ma affinchè l'autorità del bailo o del console non divenisse arbitraria, erano a lui destinati ordinariamente due nobili come consiglieri, senza il voto dei quali non poteva deliberare, ed in alcuni casi di maggior importanza egli era obbligato a radunare un Consiglio di dodici fra i più distinti sudditi della repubblica nel luogo di sua residenza.
I membri di questo Consiglio dei XII, il quale in seguito divenne permanente, erano sottoposti ad una disciplina assai rigorosa, avvegnacchè un decreto del 14 luglio 1492 dichiarasse perfino: che se taluno di loro avesse palesato una deliberazione consolare o qualunque altra cosa a danno della repubblica, fosse bandito colla confisca di tutti i suoi beni, e nel caso di suo ritorno gli venisse eziandio tagliata la lingua. Il Consiglio dei dodici eleggeva i due camerlenghi, che dovevano tenere uno la cassa, l'altro i registri del consolato, e nominava il vice-console nei luoghi più importanti del commercio.
Circa alla metà del secolo XIII venne istituita la magistratura dei Consoli dei Mercanti, composta di tre cittadini estratti dopo il 1633 dal corpo di uno dei Consigli dei XL. Gli oggetti di mercatura e di commercio erano suo principale attributo, e da essa dipendevano i consolati.
Ma dopo la creazione del magistrato dei Cinque savi alla mercanzia istituito col decreto 15 febbraio 1507, i diritti e le attribuzioni dei Consoli dei mercanti vennero ristrette a più angusti confini. Questa nuova magistratura era di grande importanza, imperciocchè per oggetti di commercio teneva relazione e corrispondenza colle potenze straniere d'Europa, dell'Asia e dell'Africa, e cogli ambasciatori e residenti veneti. I consolati furono a lei sottoposti. Da lei i capitani ricevevano le patenti di navigazione; giudicava per singolare privilegio i sudditi della Porta ottomana.
Per provvedere agli interessi del commercio persiano, che in gran parte abbracciava il ricchissimo dell'Asia, tennero ordinariamente i Veneziani consolati alla Tana, a Trebisonda, in Acri, Tripoli, Beiruth, Damasco ed Aleppo.
Prima che il mar Nero fosse negato alla navigazione dei Veneziani e che l'impero di Trebisonda cadesse nelle mani di Mohammed II, gli scali della Tana e di Trebisonda erano della massima importanza: dacchè a quello concorrevano le merci dell'interno dell'Asia pel Caspio, il Volga ed il Tanai, ed a questo quelle dell'Armenia, della Georgia e della Persia. Ma dopo che le vittorie di Tamerlano, nel principio del secolo XV, deviarono il corso stabilito alle merci delle Indie, le quali ripresero l'antica strada del Mediterraneo, il commercio dell'Asia si ridusse per gran parte nella Siria.
Negli scali del mar Nero i Veneziani tenevano un console a Soldadìa prima che i Genovesi erigessero Gaffa e vi ponessero l'emporio del loro traffico[153], e si hanno notizie di consoli veneti alla Tana dall'anno 1349 al 1464, ed a Trebisonda dal 1383 al 1450.
La più antica memoria che si abbia di consoli veneti è relativa a Teofilo Zeno, bailo in Siria nel 1217, ed a Marsilio Zorzi, bailo pure in Siria nel 1243[154]; quindi si hanno notizie di baili in Acri dal 1256 al 1277, e finalmente di consoli in Siria dal 1384 al 1675 ed alla caduta della repubblica[155].
Salita la Persia ad un grado d'importanza per le vittorie di Uzunhasan, e per quelle di Ismail, che fondava la dinastia dei sufì, nella fine del secolo XV e principio del secolo XVI, il commercio dei Veneziani con quella regione si concentrò nella Siria, dacchè la conquista di Costantinopoli e la caduta dei greci imperi di Nicea e di Trebisonda avevano interdetto alla repubblica il commercio del mar Nero.
Conoscendo allora il senato di quanta importanza diveniva il negozio nella Siria, creava nell'anno 1497 il magistrato denominato Cottimo di Damasco, affinchè con particolare attenzione invigilasse alla direzione del consolato di Siria allora residente in Damasco, e suggerisse tutti i provvedimenti opportuni a sostenere quel commercio nello stato di floridezza ed a ristorarlo[156].
Molte furono le disposizioni di legge stabilite, le regole prescritte ai consoli, le cautele comandate per la esazione dei cottimi ossiano tasse pei diritti consolari, e per migliorare le coste, mantenere i fondachi e le fabbriche; le quali disposizioni andarono poi colle vicende politiche e commerciali del mondo cangiando secondo i tempi e le circostanze.
Ma la legge più importante e più singolare relativa ai consoli veneti è quella che fino dall'anno 1268[157] confermava la sapientissima pratica dei ministri veneziani all'estero e nei reggimenti, di leggere in senato, al ritorno, la relazione delle osservazioni fatte durante il loro ufficio e delle cose degne di essere riportate.
Le relazioni degli ambasciatori veneti sono ora per la maggior parte di pubblica ragione[158], e rendono testimonianza dell'alta stima in cui furono sempre e meritamente tenuti questi splendidi monumenti della nostra politica nazionale.
Di non minore importanza, certamente, sono le relazioni dei consoli, perocchè, se per avventura non raggiungono quella delle relazioni d'ambasciata, rispetto alla cognizione delle tendenze politiche e del grado di potenza degli stati, toccano colle più distinte e minute particolarità gli interessi del traffico non meno degni di considerazione.
La più antica relazione consolare che si conosca, è appunto della Siria, e fu presentata nel collegio dal bailo Marsilio Zorzi nel mese di ottobre 1243. Essa è in lingua latina, e narra la condizione dei possessi e dei privilegi veneti in Tiro, con molte curiose ed importanti particolarità. Fu pubblicata di recente nel vol. XIII delle Fontes rerum austriacarum.
Da quell'epoca fino alla riorganizzazione del consolato di Sorìa (1548) [Doc. LXXVI] non si ha alcuna notizia di relazioni consolari; ed anche posteriormente pare che non siano stati chiamati a leggere in senato se non quei consoli, i quali, per l'importanza delle cose che avevano a riferire, erano per ciò specialmente invitati dal magistrato dei Cinque savi alla mercanzia.
Tre sole relazioni consolari sembra che finora abbiano veduta la luce, cioè: quella di Lorenzo Tiepolo, ritornato dalla Sorìa nel 1560, pubblicata per nozze del cav. Cicogna nel 1857; quella di Giovanni Michele fu Giuseppe ritornato nel 1587, pubblicata nel Tesoro politico, e dall'Albèri sotto il titolo di « Relazione delli successi della guerra tra il turco e il persiano dal 1577 al 1587[159] »; e quella di Giovanni Antonio Morana, agente consolare in Aleppo al cadere della Repubblica, pubblicata in Venezia dall'Andreola nel 1799. Quest'ultima non fu presentata al senato, ma invece fu dedicata al nobil uomo Giustiniani, imp. reg. consigliere, deputato al veneto commercio.
Oltre a queste, dieci altre importantissime relazioni si conservano tuttavia inedite negli archivi di Venezia, cioè:
| Relazione di Siria del console Andrea Navagero, | 1575 |
| » » Pietro Michele, 8 decembre | 1584 |
| » » Tommaso Contarini, 11 decembre | 1594 |
| » » Alessandro Malipiero, 16 febbraio | 1596 |
| » » Giorgio Emo, 12 decembre | 1599 |
| » » Vincenzo Dandolo, 27 febbraio | 1602 |
| » » Gio. Francesco Sagredo, 4 luglio | 1611 |
| » » Stesso, 15 maggio | 1612 |
| » » Girolamo Morosini, 9 febbraio | 1614 |
| » » Giuseppe Civran, 21 agosto | 1625 |
| » » Alvise Pesaro | 1628 |
| Dispacci del console Nicolò Foscolo dal 1636 al 1639. | |
Le quali relazioni sono di tanta maggiore importanza, in quanto si riferiscono all'epoca delle guerre persiane e delle ribellioni della Siria, ed avvisano alle cause della progressiva diminuzione del commercio dei Veneziani nell'Asia.
Ogni relazione ordinariamente è divisa in tre parti: nella prima tratta delle condizioni del commercio, offerendo preziosi dati statistici e suggerendo i rimedi opportuni a ristorarlo; nella seconda delle condizioni economiche, politiche e militari della Siria, delle rendite e forze che ne ricava la Porta, e delle costei relazioni colla Persia; e nella terza finalmente dello stato del regno di Cipro. Venivano lette in senato, e depositate nell'archivio della cancelleria segreta.
Diminuendo il commercio coll'Asia ed aumentando le spese del consolato di Damasco ad una somma annua considerevole a peso ed aggravio della mercanzia, il senato deliberò l'11 febbraio 1545 di abolire il consolato di Damasco, e di trasportare la residenza di quel console in Tripoli, la quale nell'anno 1548 fu poi ridotta in Aleppo, emporio principale del commercio, colla facoltà di sostituire vice-consolati nelle spiagge della Sorìa.
Molte furono le deliberazioni del senato e dei Cinque savi alla mercanzia intorno al consolato della Sorìa. Nei preziosi diarii di Marin Sanudo, e nell'epilogo dei Cinque savi, si trovano fra le altre le seguenti:
1424, 4 dicembre. Non possano i consoli, nè i loro figli non emancipati esercitare commercio nel luogo della loro residenza, e sieno al caso multati di ducati 1000.
1503, 22 giugno. L'autorità del console di Damasco sia ampliata in personal e real, per la poca obbedienza, che gli vien prestata.
1513, giugno. Il salario del console di Damasco sia portato da 500 ducati che aveva, a 500 ashrafi.
1524, 19 aprile. I consoli di Siria formino processo contro i Veneti, che avessero corrispondenza con forestieri, per mandare le loro mercanzie sopra navi venete.
1526, maggio. Il console di Damasco sia eletto per anni 2 per scrutinio a quattro mani di elezione, e sia nobile.
Item. Il console non possa scrivere nel suo libro alcuna partita in dare ai Mori, se prima non siano notali all'incontro i loro crediti, sotto pena di pagar del suo.
1539, 23 maggio. Tutte le sete e spezie, eccettuato il pepe, che si traggono dalla Sorìa e dall'Egitto, venendo a Venezia da diversi luoghi, paghino il 4 per % da applicarsi al pagamento dei debiti del cottimo di Damasco e di Alessandria.
1543, 9 luglio. Non si possa ridurre in Sorìa il Consiglio dei XII in assistenza del console, nelle più gravi deliberazioni, senza il di lui intervento.
1544, 4 luglio. Si procuri di ottenere dalla Porta che il console di Damasco possa stare in Tripoli pel governo dei mercanti.
1545, 11 febbraio. Il console di Damasco trasporti la sua residenza in Tripoli di Sorìa.
1546, 17 luglio. Venendo a morte alcun suddito veneto, debbano i consoli far l'inventario delle robe sue.
1548, 19 decembre, in Maggior Consiglio. La elezione del console in Siria sia fatta per anni 3. Porti il titolo di console della Sorìa. Sia scritto al bailo in Costantinopoli di ottenere che il console della Sorìa possa risiedere in Aleppo, dove sono le maggiori faccende. Abbia il console di salario 600 ducati da venete lire 6,4 l'uno, oltre ai diritti consolari di Tripoli di Sorìa. Il vice-console di Tripoli sia eletto ogni anno dal Consiglio dei XII, sia nobil uomo, e debba avere dal cottimo il salario di ashrafi 270 all'anno. L'esattore del cottimo e delle altre tasse alle marine, sia eletto dal console, che dovrà pagarlo del proprio, e garantire la di lui buona amministrazione.
1549, 11 gennaio. Il console nominato debba immediatamente recarsi al suo posto, sotto pena di 500 ducati.
1574, 19 ottobre. La imposta del 2 per % di cottimo, che si riscuoteva in Siria per supplire alle spese del consolato, sia per minore aggravio presa a cambio in Venezia.
1586, 5 marzo. Non si possa eleggere od approvare alcun console senza speciale informazione del magistrato dei Cinque savi alla mercanzia.
1586, 12 giugno. Sia imposto ½ per % alle merci che verranno di Siria per la espedizione di quel console.
1588, 3 luglio. Sia levata la arbitraria gravezza posta dal console della Sorìa sui mercanti e restituito il percetto: « essendo pubblica intenzione di accarezzare i mercanti per non deviare il commercio ».
1592, 11 settembre. Tutte le merci che vengono di Sorìa siano tenute a pagare ½ per cento al cottimo di Damasco, oltre l'1 che si paga presentemente, e ciò per estinzione dei debiti arretrati.
1608, 28 luglio. Sia concesso al console di Sorìa per una volta tanto 250 zecchini, in causa della carestia, principalmente del vino, che bisogna presentare ai signori Turchi.
1611, 13 gennaio. Al console di Aleppo si diano per viaggio da Tripoli alla sua residenza mille reali, e pel ritorno ottocento, ed inoltre gli siano dati 200 zecchini per il presente da farsi giusta l'ordinario.
1613, 1º giugno. È proibita al console della Sorìa la pratica invalsa di non permettere il passaggio a mercanti esteri sulle navi venete.
1624, 20 agosto. Per sollevare i trafficanti colla Sorìa delle gravi spese sotto varii pretesti introdotte, è ordinato:
1º I consoli non debbono vendere cosa alcuna a cottimo per nome loro.
2º Non sieno dati ai giannizzeri più di 700 ducati di buona valuta all'anno.
3º Pel viaggio di mare e di terra non si dia al console di Aleppo più di 1000 lire per l'andata, e 1000 pel ritorno.
4º I consoli non ricevano presenti dai bashà, o li ricambino del proprio.
5º I consoli andando a nozze od a convito paghino ogni cosa del proprio, senza interesse del cottimo.
6º I mercanti non siano costretti a provvisioni di danari, se non per spese ballottate nel Consiglio dei X, nel quale debba intervenire un capo di ogni casa che ha negozio in Aleppo.
1670, 21 agosto. Siano rimessi i consoli di Aleppo, come si praticava prima della guerra.
1671, 8 giugno. La tassa del 4 per % sia ridotta al 2, e destinata unicamente al pagamento dei debiti di cassa del cottimo.
1675, 22 gennaio. 1677, 18 marzo. 1678, 17 giugno. Sospesi i consolati d'Aleppo, di Alessandria e loro vice-consoli.
1680, 3 gennaio. Sia concesso ad Andrea Negri di recarsi in Aleppo in qualità di agente dei mercanti.
1683, 9 ottobre. Sia stabilita un'imposta fissa di 400 reali per ogni nave di vela quadra veniente dalla Siria, e di 200 per ogni nave minore.
1689, 29 luglio. Quelli che trarranno robe dalla Sorìa sieno obbligati a far le tratte particolari, naviglio per naviglio, e mandarle a Venezia segnate dai provveditori al cottimo di Damasco.
Il diritto consolare dei Veneziani fu soltanto nell'anno 1786 ridotto a disposizione di legge generale, e compreso nel titolo XII, parte I, del famoso codice per la veneta mercantile marina, che è uno dei più preziosi monumenti della sapienza civile della repubblica, negli ultimi anni della sua esistenza.
Le determinazioni principali del codice relative ai consolati erano:
Ogni console dovea essere suddito veneto, aver compiuta l'età di 25 anni, godere ottima fama di onestà e di intelligenza nel commercio, essere munito delle patenti e di speciali commissioni. Appena arrivato al luogo di residenza, egli dovea presentare le patenti a quelle autorità per essere riconosciuto, quindi rispettato ed obbedito dai sudditi. Il suo impiego durava 5 anni, nè poteva sostituire alcuno, senza espressa permissione del magistrato dei Cinque savi. Conseguiva gli appuntamenti e i diritti consolari nei modi e misure fissate da apposita tariffa stabilita dai Cinque savi, ed esposta nella cancelleria del consolato, con proibizione di esigere di più, e di prender danari a censo o mutuo a debito della nazione. Tenere dovea sopra apposito libro timbrato la nota, giorno per giorno, dei veneti bastimenti che arrivavano nel suo raggio giurisdizionale, colle più minute indicazioni del carico, del capitano e dell'equipaggio, riscontrando, mediante apposito esame, le polizze di carico, le fedi di sanità e i ruoli degli equipaggi. Tutti i manifesti dei carichi e le notizie più importanti relative al commercio ed alla navigazione, egli doveva far giungere al più presto possibile al magistrato dei Cinque savi.
Il console eleggeva il suo cancelliere, del quale era responsabile in via civile. Se il cancelliere non era suddito, la nomina dovea essere approvata dai Cinque savi. Nelle parti del levante e dell'Asia dovea il console tenere un cappellano di rito cattolico.
Le differenze fra i sudditi doveano essere composte ed appianate dal console, che avea pure autorità di arrestare e punire quelli che turbavano la regolarità del traffico, o violavano le leggi penali; nei casi gravi però dovea inviarli, colla prima opportunità, alla dominante.
Il console erigeva gli atti verbali nei casi di getto ed in tutti gli altri nei quali veniva richiesto dai sudditi; eseguiva gli inventari, gli atti di morte; ricevea testamenti; e dava forza legale, come pubblico notaio, ai contratti stipulati alla sua presenza. Il cancelliere poi in un apposito libro dovea tenere la copia di tutte le deliberazioni e degli atti del consolato, di tutte le polizze, i contratti, gli inventari, i testamenti e delle altre carte che pervenivano alla cancelleria.
Nei casi di naufragio il console doveva accorrere per salvare con ogni mezzo possibile i naufraghi, e riceveva poi il 2 per % di premio sul netto ricavo delle cose ricuperate.
Mancando il console di vita, il cancelliere lo doveva sostituire fino alla nomina del successore.
I consoli dovevano dar piena esecuzione e far rispettare ed obbedire il codice della mercantile marina, le leggi generali e le disposizioni dei magistrati e degli ambasciatori e residenti alle corti, aver cura perchè fosse mantenuta la fede nei contratti, la esattezza nei pagamenti, la quiete e la libertà del commercio.
Per le spese straordinarie che occorrevano nei consolati, il console dovea convocare il Consiglio dei Dodici, col quale si stabilivano le misure necessarie, gettando una tassa sui capitali dei negozianti. Che se però le spese erano molto rilevanti, o la amministrazione consolare restava in debito, vi provvedeva il collegio dei Cottimi[160] gettando un'altra tassa sopra tutte le mercanzie; la quale ascese al 4, al 6, e talvolta perfino al 12 per % nella Siria, oltre la tassa ordinaria cui quelle erano sottoposte per i diritti consolari e pel mantenimento in Venezia della magistratura detta Cottimo di Damasco.
Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Candia, il vice-console nella Siria Alvise Tartarello, ripatriato nel 1648, dimostrò in senato ascendere il debito della nazione a ducati 66,652, per estinguere il quale fu imposta una tassa del 4 per %. Con questa tassa si poterono pagare durante la guerra 40 mille ducati, per modo che, succeduta la pace, il nuovo console Marco Bembo propose di saldare la residua passività del cottimo, riducendo la tassa dal 4 al 2 per %.
Ma le spese del consolato Bembo, per quanto si raccoglie dalle scritture dei capi di piazza, ascesero a reali 32 mille circa, per cui le merci furono aggravate del 10 per cento in conto di cottimo, oltre il 2 destinato all'estinzione del debito precedente, e si dovette anzi ricorrere ai negozianti per un prestito di reali 20,000.
Fu eletto poi console nella Siria Francesco Foscari; ma sempre più diminuendo il traffico dei Veneziani nell'Asia, e particolarmente colla Persia e le Indie, per le gravi cagioni enunciate più sopra, il senato deliberava a' 22 gennaio 1675 di togliere quel consolato, accompagnando con sentimento grave la notizia circa alla mancanza in quello scalo del negozio dei Veneziani, e quanto era gravosa la continuazione del consolato di Aleppo.
Accordossi allora ai pochi sudditi, che ancora negoziavano nella Sorìa e coll'Armenia e la Persia, di rivolgersi per la protezione a quei consoli di altre nazioni amiche, che essi nella specialità dei casi ritenessero migliori; ma mal volentieri tollerando i mercanti questa necessità, oltre le ristrettezze molto considerevoli dell'estenuato negozio, si astennero finalmente dallo spedire in Sorìa merce alcuna.
Laonde Andrea Benedetti, che in qualità di agente aveva sostituito l'ultimo console Foscari, dovette, per supplire alle spese, accrescere il debito della nazione veneziana e portarlo alla somma di 40 mille reali.
Offertosi poi Andrea Negri di andare in Aleppo col titolo di agente dei mercanti, e di soddisfare tutti i debiti lasciati dal Benedetti, e tutelare gli interessi dei Veneziani negli scali dell'Asia, verso la corrisponsione di una tassa del 5 per % sulle merci di ragione dei mercanti veneti che passavano in Siria, il senato accolse la proposizione ed emanò conforme decreto il 3 gennaio 1680.
Ma non bastando la preavvisata tassa, fu imposta una contribuzione fissa da 200 a 400 reali per ogni nave, secondo la grandezza, che toccasse i porti della Sorìa, e furono rimossi come inofficiosi e superflui i sette ministri del Cottimo di Damasco, destinando la tassa a loro favore, in pagamento invece dei debiti nella Siria.
Tutte queste disposizioni però non furono sufficienti, ed il Negri non avendo potuto soddisfare tutti i debiti della nazione, fu arrestato dai Turchi, ed ebbe appena la ventura di fuggire dalle loro mani, lasciando sequestrata anche la casa consolare da un Corrado Kalchebrum, mercante fiammingo.
Fu allora che Andrea Benedetti, suo predecessore nella sfortunata agenzìa di Aleppo, offerse di assumerla di nuovo, proponendo ai Cinque savi, in una sua particolareggiata scrittura [Documento LXXVII], i mezzi per riordinare quell'amministrazione, ristorare il commercio dei Veneziani, e mantenere il decoro della repubblica.
Il senato aderì a questa proposizione; e le saggie misure prese dal Benedetti, il progetto di riaprire una comunicazione colla Persia e colle Indie, i trattati di Pietro il Grande colla Persia, e l'essere stato schiuso il mar Nero alla navigazione dei Veneziani, fecero sorgere più che mai vive le speranze di riattivare sulle coste dell'Asia e del mar Nero il commercio persiano. Laonde i savi proposero la ristorazione del consolato di Aleppo [Documento LXXVIII], che fu ordinata col decreto 29 dicembre 1762 [Documento LXXIX], e durò fino alla caduta della repubblica.
Dei Viaggiatori veneziani in Persia
e delle venete Descrizioni edite ed inedite
di quella regione.
Quantunque intorno ai viaggiatori veneziani in generale abbiano trattato lo Zurla, il Morelli, il Filiasi, il Foscarini, e da ultimo il Lazari, reputasi conveniente, in appendice al presente studio storico, di riportare quelle notizie particolari e quei nuovi documenti che si poterono raccogliere e si riferiscono a viaggiatori veneziani nella Persia, ed a venete relazioni di quella regione.
La conquista di Costantinopoli (1201) avea dato un impulso gigantesco alla potenza commerciale dei Veneziani. Le loro navi cercavano nei porti del mar Nero, della Siria e dell'Egitto i preziosi prodotti dell'oriente; ma non si ha memoria di alcuno che siasi allora addentrato nelle regioni interne dell'Asia, che abbia osato di tentare peregrinazioni per quelle remote contrade, che erano involte nella più fitta caligine, durante l'impero degli Arabi.
I primi che intrapresero viaggi per l'interno dell'Asia furono i veneziani Matteo e Nicolò Polo, i quali mossero nell'anno 1250, al tempo di Baldovino imperatore, da Costantinopoli, e inoltratisi nel mar Nero sbarcarono nel porto di Soldadìa vicino a Caffa, e proseguendo il loro cammino per terra nella Cumania verso Derbent, via che facevano i popoli circassi per andare in Persia, passarono il Tigri ed il Deserto fino a che giunsero nella residenza del gran khan dei Tartari. Ritornati quindi a Venezia dopo un così lungo e straordinario viaggio, essi trovarono il nipote Marco, il quale invaghitosi dalle meravigliose descrizioni che gli zii facevano dei luoghi visitati nell'Asia, li pregò di condurlo seco loro nella seconda spedizione in Tartarìa, dove avevano promesso al gran khan di recarsi di nuovo.
Marco Polo nel suo famoso viaggio[161] per le regioni di oriente, dove dimorò ventisei anni, racconta che si recò in Armenia nel porto di Ajazzo, nel quale ordinariamente facevano scalo i mercanti di Genova e di Venezia; e descrive, fra le altre regioni di quasi tutta l'Asia, gli otto regni che allora componevano la Persia, le condizioni di quegli abitanti, i prodotti e le industrie, avendo attraversata quella regione nel suo ritorno dalle Indie, ed essendosi presentato a Cazan, uno dei migliori principi persiani, che ebbe pur relazione col papa Bonifacio VIII[162].
Da quell'epoca, per due secoli, mancano notizie di viaggiatori veneziani penetrati nell'interno dell'Asia, tranne i pochi dati che ci rimangono di un Marco Cornaro, ambasciatore in Tauris nel 1319, i quali fanno ritenere sussistessero fin da quel tempo relazioni internazionali veneto-persiane[163], ed un documento del 1328, scoperto di recente dal chiarissimo Thomas negli archivi di Vienna, e che appunto si riferisce a rapporti commerciali veneto-persiani.
Nell'anno 1424 Nicolò Conti veneziano partì da Damasco, e attraversata l'Arabia Petrea, andò a Bagdad, quindi a Bassorah. Imbarcatosi nel golfo Persico, veleggiò per Ormuz a Cambaja, d'onde unitosi con alcuni mercanti turchi e persiani attraversò la penisola spingendosi fino alle foci del Gange. Il Poggio, fiorentino, lasciò una succinta memoria dei viaggi del Conti, una parte della quale è dedicata alla descrizione della Persia[164]. Intorno a quel tempo, si ha pure memoria di Dracone Zeno figlio di Giovanni che dimorò molti anni alla Balsera, alla Mecca ed in Persia per affari di mercatura[165].
Allorquando poi Mohammed II, vincitore di Costantinopoli, minacciò i possesi veneti nel levante, e la repubblica strinse alleanza colla Persia contro il comune nemico, andarono in quella regione i veneziani Lazaro Quirini, Caterino Zeno, Giosafat Barbaro, Paolo Ognibene ed Ambrogio Contarini, i quali nelle loro relazioni, nei dispacci e nelle esposizioni fatte al senato lasciarono importantissime descrizioni dei luoghi da essi visitati[166].
Oltre alle relazioni dei viaggi del Zeno, del Barbaro e del Contarini, il Ramusio pubblicava nel 1559 quella di un anonimo mercante che fu in Persia, il quale si dimostra palesemente essere stato un veneziano per la lingua che usa, e pei paragoni dei quali si serve; ed un'altra di Giovanni Battista Angiolello vicentino, intorno alla vita ed ai fatti di Uzunhasan, re di Persia.
Queste descrizioni vengono a formare, come giustamente osservava il Foscarini, una storia seguente delle rivoluzioni persiane dal tempo di Uzunhasan al consolidamento sul trono della dinastìa dei Sufi, la quale merita d'essere compiuta colla pubblicazione delle interessanti scritture di ser Donato da Leze, amico dell'Angiolello [Documenti LXXX, LXXXI, LXXXII], i dispacci del Dario e le relazioni di Giovanni Lassari [Documenti XVII, XVIII, XIX, e XX].
Luigi Rancinotto veneziano, fattore di un negozio in Alessandria del patrizio Domenico Priuli, fu in Persia nell'anno 1532. Egli estese la relazione dei suoi viaggi, stampata da Aldo Manuzio nel 1557[167], nella quale narra: che sentite le stupende cose che pubblicavansi delle nuove scoperte portoghesi gli venne volontà di viaggiare e di riscontrarle coi propri occhi. Quindi scorse l'Etiopia, visitò Calicut e andò in Persia, dove fu presente alle tre legazioni ivi pervenute dall'Arabia Felice, da Sumatra e dalle Molucche per implorare aiuto a Thamasp, onde porre un termine ai crudeli trattamenti dei Portoghesi.
Allorquando Selino mosse guerra alla repubblica per lo acquisto del regno di Cipro, il segretario del senato Vincenzo Alessandri, andato in Persia per trattar lega con quel re, ci lasciò nei suoi dispacci, e nella relazione che lesse in Pregadi, assai preziose notizie di quella regione [Documenti XXV e XXVI].
Teodoro Balbi trovandosi console nella Siria dall'anno 1578 al 1582 dettò una relazione della Persia, tuttora inedita e che merita di essere pubblicata [Documento LXXXIII].
Le guerre turco-persiane di quel tempo sono poi descritte nelle due relazioni di Giovanni Michele e di Daniele Barbaro già pubblicate[168], nonchè dal bailo Nicolò Barbarigo nel suo Trattato, che giace ancora inedito fra i codici del cav. Cicogna; relazioni che giovarono al Minadoi, mentre stava scrivendo in Aleppo la sua storia, pubblicata a Roma nell'anno 1586, e due anni dopo in Venezia.
Una breve relazione del viaggio da Venezia alla Persia e di quella regione, fatta da un anonimo veneziano alla fine del secolo XVI, trovasi fra i documenti [Documento LXXXIV] di questo lavoro, tratta dai nostri codici.
Secondo il Foscarini, che ne deduce la notizia dall'elogio funebre di Ottaviano Bon, scritto dal vescovo Giovanni Lollino, pare che anche il Bon, abbia nei primi anni del secolo XVII descritta la guerra, che i Persiani sostennero contro Amurath I, ma tale relazione ci è ignota.
Tuttora sono poi inedite per la maggior parte le preziose relazioni fatte dai consoli veneti nella Siria, le quali tutte discorrono con interessanti particolarità della Persia, e specialmente quella di Alessandro Malipiero, 16 febbraio 1596, e la terza di Giovanni Francesco Sagredo, l'amico di Galileo, scritta nel 1612 e che è irreperibile[169].
Ambrogio Bembo trovandosi insieme ad un suo zio console veneto in Aleppo, intraprese nel 1670 un viaggio alle Indie orientali, che durò quattro anni. — La relazione di questo viaggio, della quale una parte è dedicata alla Persia, trovasi nel Morelli: Dissertazione sopra alcuni viaggiatori veneziani poco noti.
Intorno a quel tempo arrivarono pure in Venezia alcuni padri Domenicani spediti dal re della Persia, i quali in seguito ad invito del senato dettarono una Relazione sulli viaggi di Persia, che per decreto del 1673 fu inserita nei Commemoriali [Documento LXXXV].
Finalmente nei dispacci dei veneti ministri in levante si incontrano copiose e particolareggiate le notizie delle cose persiane, che essi apprendevano da appositi inviati in quella regione: avvegnachè il conoscere le intime condizioni della Persia, pei noti rispetti del comune nemico e del reciproco commercio, assai importasse alla repubblica di Venezia.
DELL'ORIGINE
DI
ASSANBEI SIVE USSUN CASSAN
Breve Notatione.
Nell'anno 1470, riferisce uno, che trovandosi in Persia l'anno 1468, e rasonando con li mercanti li quali nuovamente vennero di Trebisonda, tra li quali fu Domenico Del Carretto che usava quel viaggio, disse che veniva nominato questo Ussun Cassan, et che in quelli zorni aveva fatto scorrerìa in Amasia et in Angora con pochissime genti, et il signor soldan Baiezit fiol di Maumet turco, in quel tempo essendo zovene, temeva affrontarsi con Ussun predicto, et si meravigliassimo del suo temer. Mi disse quel Domenico perchè vi meravigliate? io vo' narrar di questo Ussun Cassan cose incredibili. Costui fu fio di un signor abitante nelle montagne, su le quali ha alcuni castelli fortissimi, il suo paese si dice Tactai, è di poco tegnir. Essendo quello morto, il suo fiol Ussun divenne molto valevole, savio, audace et delli più belli di corpo, che da gran tempo si sono veduti, grande, spalluto, tutti i membri corrispondenti a quella bella persona come se fosse dipinto, et il suo capo siegue alla grandezza de la persona, con do occhi neri che è un terrore al vederli: et quanto è valoroso, tanto è liberale, cortese, benigno « ideo dicitur gratior et pulcher veniens in corpore virtus ». Io come mercadante sono stato nel suo paese, vidilo, parlai con esso, et così come è grande, similiter il suo mangiar è estremo; e per il suo cavalcar, pochi boni cavalli se trova a portar tanto corpazzo. Del 1455 si mostrò con 3000 uomini e corse nel paese di Hasan[170] e danneggiavalo molto, sì che mai poteva a lui resistere, quamvis Hasan fosse signore di Zagatai, nè poteva averlo in le man perchè lui era sempre sentiroso et apto alle insidie, et come presentiva la venuta di Hasan fugiva in le montagne. E nota che Hasan vedendosi grande et potente signore, et Ussun Cassan un signoretto che ardiva farli tanti insulti, molto si lamentò verso i suoi baroni dicendo: che val la mia potenza se non trovo nessun barone a prendere questo ladroncello e condurmelo morto o vivo, che prometto a chi mi porta la sua testa di dargli una città di suo contento. E di tutti li baroni nessuno si mosse, salvo uno detto Acmat, e disse: O gran Signore, tojo l'impresa mi, vu intendè che homo è costui, lassè far a mio modo, et in pochi dì ve lo menerò o morto o vivo, et Hasan promise a suo modo. Questo Acmat si mise in punto con alcuni pochi electi perseguitando Ussun continuamente; et improvvisamente trovatolo al pascolo in campagna e appresso al monte quello assaltò, et avendo messo in fuga e sparsa quella poca zente che era fugita per li monti, il dì seguente Ussun si trovò adunati 1700 uomini dicendo a quelli: A che semo più boni? da questo Acmat semo assediai, nè potemo scampar la morte, meglio è morir virilmente, che tristamente esser pigliati. Tandem consejati deliberarono assaltarli alla seconda guardia, et premandati esploratori et inteso che riposavano con sue mojer e fioi, allora dito e fato assaltano quelli che sono drento al padiglione di Acmat; e la fortuna a quei de Ussun andò prospera et prese quel barone salvo con grande uccision di nemici, e quelli vedendosi rotti et el so capitano preso, a poco poco se inchinarono ad Ussun et domandarono perdonanza. Ussun Cassan cortesemente tutto accettava e con parole lusingava dicendo: Vardè fradei cari, cadaun che conosce el suo, voglia el suo, del vostro mi no vogio niente, et etiam le vostre donne e fameje, io pur son signor e fiol de signor, e benchè sia povero Dio è grande.
Vedendo li nemici suoi tanta lealtà ad una voce li fecero grandissima laude, e vi furono di quelli che li dissero che voleano restare se a lui piaceva, et esso allegramente tutti accettò e disseli: Saremo tutti fradei insieme; et quel pezzo de pan che havremo, partiremo tutti quanti.
Dopo l'acceptar di questi fece venir davanti quel barone Acmat preso domandandoli: che cazon ti ha fatto far la impresa de perseguitarmi? Rispose: Sapiè che lo bando che fece il mio Signore, fu a chi attrovasse di dargli la vostra testa li donava una città et facevalo beato. Io pensando aver la vittoria ho tolto tale impresa. Ussun Cassan rispose: Feste voi la sententia, e quella cercavi per mi, farò fare a voi, e comandò fosse decapitato e mandato il capo al sultan con queste parole: Tolè signor grande el presente che desideravi; facendoli poi aggiungere: Perchè mi vai perseguitando, ti è signor grande e mi pur son fiol de signor, benchè non sia sì potente; tu dici che sono ladro in le montagne, ma lassime venir al piano, lassime riposar, che ti prometto esser con te pacifico, con molte altre parole. Soprazonse poi la donna, fu di quel barone con alcuni altri che ritornavano alle loro case e non vollero rimaner con Ussun, et a quella donna ha facto restituir el suo, et quella con buone parole confortava et pregava volesse restar con lui, promettendo mandarla con suo contento, et etiam alcune altre che erano in sua compagnia, le quali non volendo rimaner, quelle fece accompagnare alle loro case con boni cavalli, sopra ponendo questo a quella ambascieria.
Di presente Hasan vedendo le sue dolci parole et amore, restò stupeffatto et era contento di non lo molestar. Ussun con quella gente che a lui moltiplicava non volle più scorzisar el paese di Hasan, ma correva sui confini di Amasia fin in Angora; et Baiezid che abitava in Amasia essendo zovene non ardiva affrontarsi con Ussun perocchè suo padre si disdegnava.
Et nel 1459, essendo approssimato al confin di Trebisonda, Ussun se ridusse alle sue fortezze, ma sempre correva. Il Turco mandò allora sui ambasciatori con presenti di panni d'oro et di seta, lavori d'argento e cavalli a donar ad Hasan, pregandolo che stringesse dalla sua banda Ussun Cassan e lui dall'altra a metterlo in mezzo et prenderlo. Ma egli in quel tempo non si mosse, anzi veniva detto che Ussun Cassan in la strada aveva fatto prendere quel legato dell'ottomano che portava li presenti ad Hasan, e non fu vero, nè possibile lui si muovesse.
Nel 1450 l'imperatore de Trebisonda guerreggiava col signor Armenich che era suddito di Ussun Cassan, onde l'imperatore preparato l'esercito con poca gente per andare a prendere questo Armenich credendo averlo a man salva, fu come intraviene a quello che poco stima l'inimico, preso l'imperatore da Armenich, il quale essendo suddito di Ussun Cassan a quello lo presentò. Essendo l'imperatore alla presenza di Ussun Cassan, li richiese fosse fatto tajar del so prezio, che provederia de redimersi, onde Ussun Cassan li disse: Quello che io desiderava mi vien alle mani, io danari non apprezzo, mi fu detto voi avere una fia savia e da ben, dita Teodora, demela per mugier. — L'imperatore rispose: Come potrà farsi questo, essendo noi christiani e voi pagan? Rispose Ussun: Non curo questo, pure intravegniria cosa del nostro contento unanime da ella, perchè per cristiana la voglio e per questo l'apprezzo, perchè a mi donne no manca, adunque per questa caxon me muovo et a voi è forza farlo. E così seguì le nozze et datoli la fiola per questa via, et have quella in devotion carissima. Avuta madama Teodora per moiera, pare che la fortuna ad Ussun Cassan andasse prospera, et ogni dì moltiplicava in seguito de zente.
Vedendo Maomet turco moltiplicar Ussun, temendo non si facesse grande, fece esercito nel 1461 ed andò verso Trebisonda, acciò Ussun no prosperasse in quello impero.
Vedendo Ussun no poter resistere alla potenza del turco, li fu forza mostrarli le spalle, e ritornò alli monti e alli suoi castelli. Il turco non volendo Ussun per vicino, aumentato il suo esercito andò in persona e prese Trebisonda, nel cui esercito fu Nicolò Sagondino segretario della Signoria nostra.
La despota Teodora mojer de Ussun Cassan avendo fatti fioli, et per tal matrimonio essendo arsa d'amore con Ussun Cassan li disse queste parole: Signor mio, omai di voi non può mancar la vita se il vostro sangue è vita e sangue di vostra fia, et è el ben dei vostri figlioli, abbiè dunque fede delli consigli che vi darò. Tolè questa crosetta, e applichela con questa catenella al vostro collo e abbiè devotion, et ogni dì per mio contento mettela sulla fronte e basela con reverentia, e se caso v'intravegnisse essere in battaglia raccomandeve con zelo e fede a questo crocifisso; e se voi non avrè vittoria riputeme una cattiva et inimica dei vostri fioli: perchè trovata la verità di quel che dico averè occasion de volermi tanto più ben. Per tal suasion, Ussun Cassan, per amor della donna che lo costrinse, o fosse permission della Divina grazia, el tolse quella crosetta con devotion et pace, che da quell'ora venne in tanta prosperità che dove el se metteva in battaglia, etiam ch'el fosse de poca potentia, diventò gran signore: et è opinion de molti che segretamente è sta convertito alla christiana fede.
In questi tempi essendo Maomet turco vicino di confine ad Ussun Cassan et a Hasan, ed essendo Ussun in mezzo Maomet iterum aveva ordito intelligentia con Hasan di prendere Ussun Cassan, et avvedutosi di tali insidie Ussun si pose a far forte in una valle a piè di un monte et fece tajar grandi alberi mettendo quelli per traverso le vie et fecesi forte. Aveva il turco comandà al fiol Bajezid di Amasia che andasse a congiungersi con Hasan, per poter prendere Ussun, il quale essendo avvisato di questo, attendeva a farsi forte. Accade che vedendo Hasan la precauzione facta per Ussun, che non era possibile ottenir la sua intenzione, deliberò tornar indrio, et lasciar l'impresa; e za la gente del suo esercito aveva in gran parte licentià. Ussun Cassan avendo presentito che Hasan aveva licenziato gran parte del suo esercito, vedendo occasione, e modo venutogli di far egregio assalto a Hasan, una notte con zente eletta uscì dalla sua fortezza e con insidia assaltò Hasan, e quello prese con sua masnada e feceli tajar el capo a lui et al so fiol. Il capo di Hasan mandò a presentare a Maomet turco, il capo del fiol mandò al sultan.
Il soldan have gran piacer per essere amico de Ussun. Il turco el contrario. Et il turco mandò a dire ad Ussun Cassan che non aveva fatto bene a far simili atti a così gran signore. Ussun li fece rispondere: Mi ho fatto con la spada in man, quello che dovea fare.
Prosperando in stato Ussun Cassan per la morte di Hasan, e sottomettendo il suo imperio con tanta vittoria, l'imperatore dei Tartari Zagatai[171], si mosse potentissimo per invidia e venne contro Ussun Cassan, et quello assediò, chi dice in campagna e chi in città.
Ussun vedendosi astretto mandò a quello ambasceria, et con bone parole lo amaliò mentre la notte aveva ordito e messo in punto le sue genti, et dopo riposato assaltò li tartari e mise quelli in rotta. Prese il signor dei Tartari Zagatai e feceli tagiar il capo, per lo che tutti quei popoli s'inchinarono a lui; et a questo modo si fece signor di tutta la Persia et Media, et fu nel 1469.
Dopo avuta la vittoria dei Tartari e Zagatai, mandò suoi ambasciatori a Maomet turco per annunciarli tanta vittoria. Il suo ambasciatore venne a cavallo fino a Scutari, et annunziato al signor turco el suo zonzer, subito fece armar una fusta et lo mandò a levar e condur a Costantinopoli: il quale si appresentò alla Porta dicendo al Turco come il signor Ussun Cassan, con bella continenza per esser huomo di bella maniera, lo mandava; li bassà si levorno in piedi et andolli incontro per accompagnarlo; ed appresentato al signore le basò le man et li disse poche parole presentandoli lettere di Ussun Cassan di tre righe: quello che era scritto nessuno l'intese, et li portò presenti: un uovo di struzzo con un velo sottile et un altro uovo con una veste: e che questo sia vero io Zorzi di Fiandra credente, ho inteso a razonar essendo al Cairo.
Tornando al nostro proposito detto ambasciator de Ussun Cassan portò etiam a donare al turco uno scacchier lavorato di legno aloe et fornito di scacchi molto superbi, et una spada guernita, et quattro armature da huomo a cavallo. Fu dato sopra tali presenti molta signification.
Il sig. Maomet appresentò al detto ambasciatore aspri 30,000, panni d'oro et altre cose stimate valere aspri 50 in 60 mille, et non permise che alcuno gli parlasse. E questo fu appunto in quel giorno che domino Nicolo da Canal, capitano generale della Signoria, prese Lemno.
E dispacciato dalla Porta detto ambasciatore fu accompagnato fino in Russia. Dopo accade che in ispazio di tempo si ribellò un fiol di Hasan con tre grandi baroni di suo padre. Questi baroni lo avevano rilevato nei paesi di Zagatai, fortificandosi adunava di quelle zenti che fu di suo padre Hasan. Il ditto Ussun Cassan quelli perseguitava et absediava, et tandem li prese et tagliò il capo a detti quattro, et a questo modo venne a restare assolutamente signore del paese; et per la comune fama et opinione di tutti questo Ussun Cassan non ha più contrasto di alcun vicino, e resta in li suoi confini un altro signore di Zagatai, piccolo signore, tamen suo amico.
Et questo con brevità ho notato mi Zorzi de Fiandra scorrendo fino al dì odierno 1470.
Cronaca Sanudo, mss. nell'archivio Cicogna.
Questo Zorzi di Fiandra si manifesta se non veneziano, certamente al servizio della repubblica, e la sua scrittura trovasi inserita fra i documenti inediti della preziosa Cronaca di Marino Sanudo, che soltanto in parte fu pubblicata dal Muratori, Rerum italic. script., t. XXII. La detta relazione pare però che non fosse sconosciuta al Ramusio ed all'autore dei Commentarii del viaggio in Persia di Caterino Zeno.
1463, die 2 Decembris.
Quantum conferre possit rebus gerendis contra Turcum, quod magnus Caramanus ac Uxonus Cassanus bellum inferrant huic hosti: unusquisque satis intelligit quam propulsatus etiam ex partibus illis tenendum erit exterminium suum, multum facile secuturum esse. Et vir nobilis Andreas Cornario valde praticus et aptus ad res istas, de ordine nostro praticam habuerit cum Caramano, et pro quanto habetur sperandum est negocium istud per manus suas votive perfici posse: propterea vadit pars:
Quod scribatur eidem Andreae: Nos esse contentos, quod personabiliter quanto celerius esse possit se conferrat ad magnum Caramanum cum nostris literis credentialibus quod sibi mittantur presentandæ dominationi suae. Apud quam commemorando insolentiarum et maxima dominandi libidinem turci communis hostis sui et nostri, quotque provincias et regna subegit destructis et caesis regibus et principibus suis. Et quod sicut videt totum orbem nititur deglutine omnem operam dare debeat per illos omnes utiliores et meliores modos: quos noverit expedire inducendi eum ad gerendum bellum, ex illa parte contra hostem ipsum, contra quem etiam in partibus Greciæ et Europae, et nos et alii domini et potentatus facimus et facturi sumus, quodquod a nobis fieri possit ad deprimendam superbiam tanti hostis.
Utque, Ex.ª, ipsius Caramani intelligat bonam mentem nostram in honorem et commoda sua sumus bene contenti mittere sibi libere et nostris impensis galeas sex ex nostris armatas et bene in puncto, ad agendum bellum a parte maris, terris et locis, præfati hostis, per id spacium temporis quod exigentia et tempus patient et quod, quidquid acquiret, sit Ex.ae illius domini.
Sumus quoque contenti velut affecti ill. dominationi suae, non devenire ad ullam concordiam seu pacem cum Turco nisi in ea interveniat et includatur una nobiscum ipse dom. Caramanus. Cum hoc etiam, quod sicut honestum est Ex.ª sua, ergo nos servare et facere debeat istud idem.
Et demum comittatur eidem Andreæ quod pro obtinenda hac intentione nostra, omne studium et diligentiam adhibere debeat. Nihilque prætermittere ut effectus iste sequatur, dareque continuam notitiam per literas suas nostro dominio ac capitaneo nostro generali de omnibus, quae sequentur.
Mittantur quoque literæ nostrae credentiales ad ipsum Andream directive Uxoni Cassano et Turcomano, sub quibus idem Andreas seu vir nobilis Lazarus Quirino, casu quo non posset accedere, se conferre debeat ad Uxonum Cassanum, vel ad ipsum Turcumanum, ad operandum similiter modis omnibus et inducendum eos ad inferrendum bellum turco.
Verum ex nunc captum sit. Quod idem Andreas aut alius vel alii pro eo non possint facere nec fieri facere per se vel alios mercationum alluminum aut aliarum, sub pœna ducatorum mille, exigenda per advocatores communis.
| Voti de parte | 110. |
| de non | 16. |
| non sinceri | 3. |
Nota quod super materia suprascripta facta fuit commisio, viro nobili ser Marco Cornario militi.
Confrontato nell'Archivio generale dei Frari, Secreta XXI, p. 209.