(avanzandosi peritoso verso di lei)

Fulvia!

Fulvia

(alzando gli occhi in atto di meraviglia)

Sei tu? Hai dimenticato qualche cosa?

Valerio

Oh, nulla.

(si aggira irresoluto qua là; indi si accosta alla scranna di lei)

Lavori?

Fulvia

Lo vedi.

Valerio

(accennando il drappo che ella ha sulle ginocchia)

Che è ciò?

Fulvia

Lana.

Valerio

Che risposta!

Fulvia

E qual altra, se è lana? Non hai tu occhi?

Valerio

Ah, così non li avessi....

(Fulvia alza le spalle in atto d'impazienza)

che non sarei venuto in tanta pena!

Fulvia

Ti senti male! Chiamo Licinia, che è dotta di farmachi....

(in atto di smettere il lavoro)

Valerio

No, gli è inutile; Licinia non ha farmachi per me.

Fulvia

E tu va da un medico.

Valerio

Non valgono i medici, per questo mio male!

Fulvia

Un male insanabile, adunque?

Valerio

Ben dici, insanabile!

(accosta uno scanno davanti alla tavola, e fa per sedersi)

Fulvia

Fatti più in là; mi togli la luce.

Valerio

Ma, la vien di lassù, la luce, e non da questa parte.

Fulvia

Io non la penso così.

Valerio

E sia; eccoti servita!

(ritira lo scanno dall'altro lato della tavola: ripiglia il codice di Plauto, e leggicchia a caso)

«Il rimproverare un amico, quando ei se lo meriti, per qualche suo mancamento, è cosa increscevole, ma utile assai, nella vita». Hai tu a riprendermi d'alcuna cosa? Dimmi, te ne prego.

Fulvia

Parli con me? Credevo che tu leggessi.

Valerio

Sì, ho letto una massima di Plauto. Non ti par giusta?

Fulvia

Chi ha da pentirsi di qualche suo mancamento, può giudicarne. Io non so nulla.

Valerio

Ah! Fulvia!... Se tu me lo consenti.... vorrei dire una cosa.

Fulvia

E tu dilla.

Valerio

Ma temo che tu vada in collera....

Fulvia

E tu non la dire.

Valerio

Infine.... la gente dice....

Fulvia

Che cosa dice la gente?

Valerio

Che io.... ti amo.

Fulvia

Ah, dice, questo? Ma tu avrai risposto....

Valerio

Che è vero.

Fulvia

Cortese bugia! Ma io non ne avevo bisogno, perchè non m'importa nulla.... di quanto dice la gente.

Valerio

Bugia! E perchè?

Fulvia

Perchè io sono una donna, e le donne, tu non le ami, le stimi soltanto per quel poco che valgono; stare in casa, filare, tessere e distribuire il còmpito alle fantesche.

Valerio

Io?

Fulvia

E dici che bisogna tenerle a freno, rintuzzarne l'orgoglio....

Valerio

Io?

Fulvia

E le chiami superbamente: questo sesso arrogante.... questo indomito animale....

Valerio

Io, Fulvia? Ma io non ho detto ciò?

Fulvia

Fundanio t'ha udito.

Valerio

Fundanio!... il tribuno?

Fulvia

Lui, sì, lui! Non sei tu del resto contrario alla sua proposta?

Valerio

Ma non ne viene di conseguenza che io abbia detto queste parole. Ah! Marco Fundanio avrà da fare con me!

Fulvia

Sì, bravo! un litigio tra voi! Vi sgozzerete nel Foro....

Valerio

Al Campidoglio, nel tempio di Giove, dovunque lo troverò, dovrà rendermi conto....

Fulvia

Di ciò che non potresti negare. Fundanio avrà male udito; a me non fa mestieri la testimonianza di Fundanio. Io t'ho udito, e basta. Ah, noi siamo inesplicabili, coi nostri capricci? Siam capricciose, adunque? Siam pazze?

Valerio

Non ho inteso dir ciò. Non sapevo spiegare a me stesso i tuoi inaspettati rigori. Te ne chiedo perdono.

Fulvia

Gli è comodo assai! Ma, se tale non era l'animo tuo, chè non hai risposto al Console?

Valerio

A tuo fratello? Al grande Catone?

Fulvia

Ah, in fede mia, bella scelta ha fatto la plebe romana! Un tribuno, che ha paura di dire il fatto suo ad un Console!

Valerio

Che parli tu di paura? Di' rispetto, amore, venerazione, per quel nobile uomo, le cui virtù io mi propongo ad esemplare in ogni atto della mia vita.

Fulvia

Orbene, imitalo e non se ne parli più.

Valerio

(dopo una breve pausa)

Non adirarti, Fulvia. Che debbo io fare per....

Fulvia

Lasciare in pace questi aghi.... e questa matassa, che mi si arruffa.

Valerio

Ti aiuto a dipanarla?

Fulvia

No. Il tuo esemplare potrebbe coglierti sul fatto e trovarti bene infemminito, o forte romano! Dove andrebbero gli austeri costumi, che debbono essere la forza e il presidio di Roma?

Valerio

(passeggia a passi concitati per la sala; indi si accosta da capo)

Che cosa fai?

Fulvia

Me l'hai già chiesto una volta.

Valerio

E tu non m'hai risposto.

Fulvia

Segno che non credevo necessario di dirtelo.

Valerio

È lunga assai; mi pareva una veste nuziale.

Fulvia

E so lo fosse? Che cos'ha da importartene, a te?...

Valerio

Ah, gli è che ho fatto un sogno.... ad occhi aperti. Avevo chiesto una fanciulla in isposa.... bella, oh, bella, come....

Fulvia

Lascia i paragoni.

Valerio

Sì, perchè nessuna cosa al mondo può paragonarsi a lei. Il capo di casa me l'aveva concessa, ed ella portava il mio anello di ferro, emblema della nostra fede, là, nel quarto dito della mano manca, dove ci hai la vena che corrisponde al cuore.

Fulvia

Che c'entro io?

Valerio

Ah, dicevo così per dire. Tu eri.... cioè, ella era la mia sperata. Poco dopo, con gran cortèo di congiunti, di amici, e di pronubi, andavamo al Pontefice massimo, per la cerimonia nuziale. Era bella, nella sua lunga veste di candida lana, colla cintura stretta alla vita dal nodo d'Ercole, colla sua corona di fiori e verbene sul capo, ravvolta nel flammèo, meno splendido delle sue guance, suffuse del colore della modestia.... come le tue in questo punto. Ed ella veniva a casa mia, toccava l'acqua e il fuoco, preparati sul mio limitare; nè io diventavo il suo signore, ma essa la signora mia, per tutta la vita. E fui felice allora..... e lo ero ancora stamane, pensando che avrei chiesta la mano di quella donna a suo fratello....

Fulvia

Ah, non ha più padre?

Valerio

No, ella è sotto la potestà d'un suo fratello maggiore.

Fulvia

E non l'hai chiesta?

Valerio

No, perchè ella non m'ama.... ed io perderò la ragione.

Fulvia

(alzandosi da sedere)

Sarebbe un gran male! Una mente così salda, formata a così buona scuola, ornata di così savie massime!.... Non potresti più fare il tuo discorso per la legge Oppia, tuonare anche tu dai rostri, contro la vanità di questo sesso arrogante.... di questo indomito animale.

Valerio

Ah, non temere! Tacerò, lo giuro al tuo genio tutelare, tacerò!

Fulvia

(con accento ironico, passeggiando lungo la scena)

Ma parlerà il Console per noi, e giungeremo egualmente ai nostri fini.

Valerio

Ma che debbo io fare? Mettermi contro di lui?

Fulvia

(fermandosi con piglio risoluto davanti a Valerio)

Se veramente ami la donna di cui sognavi, gli è il meno che tu possa fare per lei. Ti dicono eloquente, l'unico in Roma che possa contendere al Console la palma del Foro. Perchè starti addietro, quando puoi procedere a pari? Farti eco umilissimo altrui, quando puoi dir cose nuove e ben tue? Ah, siete, stolti, voi, colla vostra manìa di metter freni da per tutto, di far camminare il mondo a ritroso, di tener noi sotto un'eterna tutela! Non ci fate villanìa di parole; ma i fatti, i fatti vostri, ci offendono. Roma, Roma, voi dite! Anch'io l'amo, ma non di questo cieco amore, che soffoca i suoi cari, e, a tutto volendo provvedere, diventa una nuova maniera di supplizio. Nulla di troppo, o censori! La corda troppo tesa si spezza. Anch'io m'attenterò di tuonar le mie massime. Una repubblica che non può reggersi, se non facendo violenza a tutti gli istinti di natura, non è degna di vivere. Sparta è caduta sotto il suo medesimo peso. Vada anche Roma, se ha da essere quale la vorreste voi, indietreggiando cent'anni, e così vadano tutti gli Stati, dove è pregio di cittadini la ruvidità, virtù la ferocia, e le catene simbolo dell'unità e della forza.

Valerio

Hai ragione; che dirti? hai ragione. Ma andar contro a lui?... Sarebbe un tradimento. Impossibile! impossibile! E come ardirei io guardarlo in faccia? come rimetter piede in questa casa? Via, Fulvia, mia diletta Fulvia, che te ne giova, a te, di questi vani ornamenti?... Non sei tu bellissima tra le belle? Te ne supplico, non mi mettere a contrasto col console; io non sono da tanto.

Fulvia

Ah, tu vuoi l'amor facile? Il mio è a prezzo d'un sacrifizio. Guadagnalo.

Valerio

Fulvia, te ne scongiuro....

Fulvia

Non una parola di più!

Valerio

Dimmi, almeno.... Mi ami tu?

Fulvia

(dopo essere rimasta alquanto perplessa)

No!

(si libera da lui, e fugge per la fauce)

Valerio

Ah! fermati, Fulvia!... Partita! Che farò io? Austerità romana, tu corri oggi un gran risico!

(si allontana precipitoso)

 
 

FINE DELL'ATTO SECONDO


che parlano meno. D'altra parte, i cinque atti non sono di regola fissa; l'essenziale è di vedere, in ogni azione drammatica, la pròtasi, che espone, l'epìtasi, che rannoda, e la catastrofe, che scioglie l'intreccio.

La sua commedia è in prosa, sebbene di tempi che oramai non si sa più scompagnare da un certo chè di poetico. Ma i latini avevano per la commedia un verso fatto a posta, che arieggiava la prosa; tanto che Cicerone istesso, orecchiante de' primi, non sapeva distinguerlo da questa. De' versi italiani, il martelliano sarebbe piaciuto all'autore; senonchè, gli parve troppo sdolcinato per una commedia di toga ciò che si attaglia ad una commedia di gala e di cipria. L'endecasillabo è troppo nobile; o dà un tuffo nel grave, o piglia un volo nel lirico; ad ogni modo, mirabilmente adatto alle cose patetiche, non riesce mai in commedia così spezzato, da dissimular la cadenza e il suo bazzicare co' tragici. La prosa è più spicciativa; e poi a sudar versi che sembrino prosa, che sugo?

Nè vi paiano troppo volgari i personaggi storici ch'egli ha posti in iscena. E' ci sono, per necessità del soggetto; ci sono, colla lor faccia di gente viva, non già colla pàtina che il tempo imprime sui bronzi antichi e sulle antiche pitture. Per venire alle corte, la festività un tantino plebea di Maccio Plauto ci è mostra dalle sue commedie e da quel poco che si conosce de' fatti suoi; per farci riviver Catone, le sue virtù e i suoi difetti, l'uomo intiero, visibile da tutti i lati, abbiamo i suoi libri, i detti memorabili e le testimonianze di gravissimi istorici. Il rigido moralista, simpatico ai posteri perfino nelle sue sfuriate, fu molto ascoltato a' suoi tempi, ma poco obbedito. Fu un bene od un male? Non è da disputarne qui; solo e' mi pare di poter dire che il valent'uomo esagerava alquanto la tesi. Progresso ce n'era prima di lui; doveva essercene con lui e dopo di lui. Egli è un uomo per molti rispetti esemplare, ma, quanto a novità, non sa sceverare il bene dal male. Egli stesso, che, giovine ancora, erasi nutrito di greca filosofia, egli stesso che avea condotto e fatto conoscere a Roma quel grande Ennio, con cui s'inizia, per le lettere latine, l'imitazione de' greci, non vuol vedere che nella civiltà greca è l'antidoto pe' suoi stessi veleni; odia il greco Epicuro, che snerva la fiera indole sabina, nè pensa al greco Zenone, le cui dottrine, sotto l'Impero, rialzeranno i caratteri inviliti, e se, pur troppo non potranno più dar norma al vivere, insegneranno almeno a morire. Ma basta; se no, volgo alla predica.

Lascio l'autore colle sue fisime, e aggiungo invece una parolina per me. Avrete notato la stretta osservanza dei tempi e costumi romani, nelle decorazioni, nel vestiario e in tutto l'altro che io ci ho messo del mio, perchè la commedia riuscisse proprio togata. Se più non si è fatto, non ne incolpate noi, ma le condizioni del Teatro italiano. Se Catone, verbigrazia, vi comparisse in un azione mimica, per distribuire il premio di virtù ad un centinaio di ballerine, e' ci avrebbe i suoi dodici littori, come la verità storica richiede, i quali anzi eseguirebbero un passo di mezzo carattere, coi fasci e le scuri. E le donne non verrebbero fuori per l'abolizione della legge Oppia che in numero d'ottanta, o novanta, senza contar le comparse. Ma non siamo nel caso, e la diversa fortuna del dramma e della pantomima era già notata ai tempi d'Orazio. Il male c'è; consoliamoci pensando che dura da diciotto secoli, e che durerà forse.... altri diciotto.


ATTO TERZO

La scena rappresenta un ampio colonnato d'ordine etrusco, sul Campidoglio, colla veduta di Roma nel fondo. Fuori del portico si vedono magistrati, apparitori e cittadini, che vanno e vengono. È giorno comiziale, e molto popolo si accalca lassù. — Di dentro è Erennio littore, che passeggia lentamente col suo fascio sulla spalla. Poco stante entra Catone dall'intercolonnio, colla toga a sghembo, di cui tenta ravviare i lembi sugli òmeri. — Erennio lo saluta, abbassando il fascio infino a terra.

SCENA PRIMA

Catone e Erennio

 

Catone

Ma si può dar di peggio? Vedete come mi hanno stazzonato quelle Megère. E mancò poco non mi facessero a brandelli la toga!

Erennio

(avvicinandosi)

Che hai, prestantissimo Console? La repubblica avrebbe ricevuto in te alcun detrimento?

Catone

Smetti le frasi e dammi una mano. Così! Queste maledette donne che corrono le vie di Roma a guisa di cavalli sfrenati! Ma che siamo ai baccanali di Grecia? A vederle, come si dànno moto di qua e di là, e questo affrontano, e quell'altro tirano pel lembo della toga, dimandandogli il suo voto contro la legge! Vergogna! Io, io, ho dovuto arrossire per esse. E a mala pena m'hanno veduto a sboccare sul Foro.... È lui; sì, no; ci ha i capei rossi; è lui, sì, è lui, il Console! E in quattro salti mi son capitate ai fianchi, come una muta di cani, sguinzagliati addosso al cignale. Che te ne pare, Erennio? Non arrossisci anche tu?

Erennio

Perchè non hai voluto che ti accompagnassimo? Le verghe dei littori son di betulla; ma....

Catone

Ma tu se' un bietolone; sia detto con tua buona pace. Che cosa potevano fare le verghe, anco di dodici littori, contro quella turba di furie, scaturite d'inferno?

Erennio

Oh, questo, poi!... Tu non potevi, per la dignità del laticlavio, aprirti la via colle mani.... Ma era dell'ufficio mio il menar legnate da orbi. Se c'ero io, se c'ero, le accomodavo secondo la legge.

Catone

Vedi dunque di far buona guardia costì, mentre io salgo al Tabularlo. Vorrei esser lasciato una mezz'ora tranquillo.

Erennio

Lascia fare; ho la consegna.

(fa il gesto di menare a tondo il suo fascio)

Catone

(avviandosi)

Ah! giornataccia! giornataccia! Se le donne son matte, saranno savi gli uomini?

(esce a sinistra)

SCENA II.

Erennio solo, indi Mirrina, Birria, Materina e uno stuolo di Donne.

 

Erennio

Ah! per Roma quadrata! Vengono proprio a questa volta. Vigiliamo l'ingresso.

(si pianta dinanzi alla porta per cui è entrato Catone)

Mirrina

(affacciandosi all'intercolonnio, seguita dallo compagne)

È entrato per di qua. Donne, seguiamolo!

Birria

(a Mirrina)

Purchè non sia per fargli il bocchìno!

Mirrina

Tira via, sciocco!

Erennio

Olà! che cos'è questo chiasso? Fatevi indietro!

Mirrina

(avvicinandosi sempre più, insieme colla folla)

Con che diritto? È luogo pubblico. Il Campidoglio appartiene a tutti i romani.

Erennio

Ecco, dirò. Non c'è nessun testo di legge che lo stabilisca. Il Campidoglio è fatto per gli Dei protettori di Roma e pel popolo radunato in giusti comizii, non già per la moltitudine tumultante. Capite? tu....mul....tuan....te! Chi tenta tumulto e sedizione in città, sia punito di morte.

Birria

Va là, burlone! Queste donne hanno a parlare di cose più gravi col Console.

Erennio

(squadrando la sua tunica di schiavo)

E se il tumultuante è di condizione servile, sia battuto con verghe e precipitato dal sasso Tarpeo.

Birria

Alla larga!

Mirrina

Che sasso? Che Tarpeo! Vogliamo andare dal Console.

Erennio

Ah! ricalcitrate? Vi parlerò da pubblico uffiziale. «Se vi pare, allontanatevi, o Quiriti!»

(con gravità)

Mirrina

E se non ci paresse?

Erennio

Ecco; il «se vi pare» è una locuzione, una formola, introdotta pel rispetto dovuto alla maestà del popolo romano. Così fu stabilito ab antiquo. Ma non ve fidate, perchè se non vi allontanaste colle buone....

Mirrina

(andandogli incontro con gesto petulante)

Che cosa faresti?

Erennio

Ehi, dico, giù quelle mani! Farei rispettare la legge. La legge è dura, ma è legge.

Materina

A me! a me!

(facendosi strada in mezzo alla calca)

Che leggi vai tu sfringuellando? Vuoi, o non vuoi tirarti da banda?

Erennio

(con atto di stupore)

Oh!... Materina!...

Materina

Sicuro... sua moglie, o Quiriti, e vedremo se non lascierà passare sua moglie.

Erennio

Che fai tu qui? Va a casa e medita le Dodici Tavole. Autorità di vita e di morte sulla moglie, è data al marito. Il testo parla chiaro.

Materina

Tirati in là colle tue dodici.... Favole! Io l'ho tutte in un calcetto. Figuratevi, Quiriti! Ei non fa che rompermi il capo colle sue leggi. Ma le faremo e le disfaremo noi, le tue leggi! Si comanda noi, oggi, e, se piace a Dio, si comanderà per un pezzo.

Erennio

Materina, dico! Non mi fate pasticci! Avreste bevuto vino, stamane? Sarà bastone e divorzio.

Materina

Bastone a me? Tu hai già sentito qualche volta di quante foglie sieno i miei garofani.

Birria

(sottovoce a Mirrina)

Com'io i tuoi, Mirrina!

Materina

Ripudiarmi, poi! Ah, lo volesse Giunone liberatrice, ch'io le porterei un voto largo tanto!

Erennio

Oh, insomma! La pazienza è stata già troppa e forza dee rimanere alla legge.

Materina

Sì, eh? Qua una mano, voi altre!

Tutte