Nei municipî la prepotenza di classe dai vampiri borghesi o aristocratici è stata esercitata in modo classico, ripetendo incoscientemente—perchè i più non conoscono la storia di Inghilterra, nè hanno letto Carlo Marx—i procedimenti prevalsi alcuni secoli or sono al di là della Manica diretti a usurpare la cosa pubblica, che in Sicilia particolarmente era la cosa del proletariato agricolo. Qui infatti, i galantuomini con costanza sorprendente, da gabellotti, da limitrofi, da amministratori hanno usurpato i demanî comunali, la proprietà collettiva degli abitanti poveri del Comune.
E le usurpazioni sfacciate e impunite—ciò che stabilisce la responsabilità e la complicità del governo nel reato—hanno, ad esempio, una illustrazione in tribunale col ricorso dei comunisti di Alcari li Fusi, fraudolentemente spogliati dei proprî beni, ed ebbero un epilogo tragico a Caltavuturo dove furono assassinati dei poveri contadini perchè—ingenui!—vollero esercitare un diritto, zappando—niente altro che zappando!—la terra che a loro appartiene.
Oh! Italiani, che vi siete santamente indignati per l’assoluzione di Angoulême, quando v’indignerete per il massacro di Caltavuturo, che costituisce l’episodio più scellerato della vita politica italiana, ch’è rimasto impunito e pel quale non un solo accusato venne trasportato sullo sgabello della Corte di Assise? In Francia almeno ci fu un processo, ci furono degli accusati, ci fu un Pubblico Ministero severo e imparziale che fece di tutto per farli condannare, ci furono dei gendarmi che deposero il vero: ma in Italia?
Però le usurpazioni dei demanî comunali, e la vendita e i censimenti fraudolenti delle terre patrimoniali nè possono essere consumati dappertutto,—perchè in Sicilia non tutti i Comuni posseggono demani comunali e beni patrimoniali—nè possono ripetersi ogni giorno perchè la materia che fornisce occasione al reato, a danno del popolo, si esaurisce. Ci sono, però, altri modi di nuocere al popolo, quotidianamente, perennemente, e che riescono perciò causa più frequente di odî e di risentimenti: questi modi vengono rappresentati dalle imposte e dalle spese.
Si deve premettere, per essere imparziali, che oggi come oggi i municipi di Sicilia sono agli sgoccioli in quanto a spese facoltative, ridotte in molti luoghi a qualche migliaio di lire per la musica o per la Chiesa, e che le imposte servono per le spese obbligatorie. Molte delle spese della prima categoria, però, vennero fatte in altri tempi per mezzo di debiti, che ora pesano sui municipî, e fatte talora per mettersi, almeno nella parte esteriore e che rappresenta la vernice, a livello delle città più colte del continente. Lo spagnolismo impera nei comuni come sugli individui e li ha spinti ad un più elevato tenore di vita sproporzionato alle risorse.
E perchè riguardano il prepotere—veramente feudale in quanto alla natura delle spese—ricorderò questi casi:
Nella provincia di Caltanissetta si costruì a spese della provincia una strada a totale benefizio di un barone che dominava nel Consiglio provinciale.
In Agira, a spese del Comune, si costruì altra strada del costo di oltre 200,000 lire che giovava principalmente ad un ricco signore—nel resto onesto cittadino—che spadroneggiava nel Municipio.[25].
Così altrove. In quanto alla onestà nello spendere e nel costruire me ne rimetto al severo giudizio della relazione Bonfadini sulle strade provinciali di Caltanissetta e di Girgenti. Del resto ci vorrebbe un volume per notare e descrivere tutte queste spese pazze e disoneste, che gli amministratori locali possono tentare di giustificare soltanto coll’esclamare: abbiamo imitato lo Stato.
Purtroppo!
Ciò che il Sonnino e il Franchetti e il Bonfadini—cito di proposito persone non sospettate di radicalismo o di socialismo—osservarono sulle amministrazioni comunali, dovettero constatarlo anche nelle amministrazioni delle opere pie.[26]
Nel giudizio sulle imposte, come mezzo di iniquo sfruttamento di classe, lascio la parola all’on. Sonnino, di me assai più autorevole:
«Quanto al modo in cui la classe dei galantuomini si vale delle amministrazioni comunali a suo profitto, ed a danno della classe dei contadini, basterebbe esaminare Comune per Comune i ruoli delle imposte per averne qualche idea. Così noi troveremo generalmente imposta in modo gravissimo la tassa sulle bestie da tiro e da soma, ossia principalmente sui muli e sui cavalli, che sono la proprietà maggiore dei contadini; e invece raramente e in proporzioni minime la tassa vera sul bestiame, ossia sulle vacche e sui bovi, perchè questi sono posseduti dai proprietarî. Il contadino paga in moltissimi luoghi fino a 8 lire per mulo, o 5 lire per un asino, e il proprietario e il gabellotto non pagano nulla, o relativamente pochissimo, per centinaia di vacche o di bovi.»
Il Cavalieri, che fu compagno di viaggio di Sonnino e di Franchetti nel 1875, si è occupato adesso della quistione siciliana; epperò ha dovuto confermare quanto avevano scritto i primi molti anni or sono e aggiungere fatti nuovi e opportune considerazioni, che meritano di essere riportati.
«Le tasse sugli animali da tiro, da sella e da soma e quelle pel bestiame danno luogo a sfruttamenti del contadino: e in generale si aggrava la prima, la quale colpisce gli animali, che gli rendono un servizio e si attenua la seconda, che colpisce il bestiame come capitale.[27]
«È più che verosimile, che sindaci e consiglieri nel compilare i ruoli delle varie tasse favoriscono i loro amici e gravano la mano sugli avversarî e sui poveri.»
«Osservazioni simili si devono fare per la tassa fuocatico....»
«Ma a far più completa la dimostrazione dello stato delle cose, ecco un altro documento meno conosciuto, ma altrettanto grave. Il Fascio di Campobello di Licata ricorse di recente al Consiglio provinciale di Girgenti perchè quel Consiglio comunale, per creare un corpo di 21 guardie campestri, istituì una tassa sui proprietarî sulla base di lire 8 per ogni salma di terra, ma colla clausola che sarebbero tassati solo i proprietari, che possedono sino a sei salme.
«S’intende che nessuno dei consiglieri comunali è in questa categoria....
«Il ricorso avrà certo buon esito, ma la cosa è tanto enorme che si stenta a comprendere come ci sia stato il bisogno di produrlo: però non da chi, già nel 1876, in Santa Margherita—nella stessa provincia di Girgenti—ebbe a constatare che da anni si riscuoteva colla tolleranza degli ufficiali del governo una seconda imposta a benefizio del Comune: l’imposta governativa si riscuoteva col contatore meccanico e quella comunale si riscuoteva col sistema borbonico e cioè con altrettante bollette che un apposito ufficio rilasciava a chi voleva macinare, senza delle quali il mugnaio non avrebbe potuto prestarsi sotto pena di una contravvenzione!» (I fasci dei lavoratori, p. 29 a 32).
In quanto al Dazio di consumo quasi tutti i Comuni chiusi, almeno i principali (compresi quelli amministrati dai democratici) hanno sorpassato i limiti legali del sovrimporre. E perchè su questo vitale argomento le sentimentalità non prendano il sopravvento,—o meglio non si abbia il sospetto che lo prendano,—giova riprodurre alcune cifre comparative per i bilanci del 1889, sulla proporzione della sovrimposta fondiaria e del dazio di consumo comunale in poche regioni d’Italia, che hanno presso a poco la stessa popolazione della Sicilia.
| POPOLAZIONE | DAZIO CONSUMO COMUNALE |
QUOTA PER ABITANTE |
SOVRIMPOSTA FONDIARIA |
QUOTA PER ABITANTE |
|
|---|---|---|---|---|---|
| Piemonte | 3,234,490 | 12,008,218 | 3,71 | 13,043,802 | 4,03 |
| Lombardia | 3,906,959 | 12,771,218 | 3,27 | 20,902,919 | 5,35 |
| Veneto | 2,985,164 | 7,209,917 | 2,42 | 16,264,792 | 5,45 |
| Sicilia | 3,285,474 | 22,218,045 | 6,76 | 5,350,478 | 1,63 |
Io non commenterò queste cifre eloquenti e mi limiterò a riprodurre un’altra breve comparazione fatta dal professore Maffeo Pantaleoni, e lascerò che i commenti li faccia una pregiata rivista che combatte il socialismo con tutte le sue forze.
Le cifre comparative sono queste:
| Quota per abitante della | |||
| Ricchezza | Dazio di consumo | Sovrimposta fon. | |
| Sicilia | 1,471 | 6,76 | 1,63 |
| Piemonte | 2,746 | 3,71 | 4,03 |
| Lombardia | 2,400 | 3,27 | 5,35 |
| Veneto | 1,935 | 2,42 | 5,45 |
Ed ecco i commenti:
«Va notato che i dati della ricchezza per abitante per regione si riferiscono ad un quinquennio (1884-1889) di eccezionale prosperità, sopratutto in Sicilia.—La crisi sopravvenuta dopo, ha certamente arrestato e retrocesso lo sviluppo della sua ricchezza proporzionalmente più che sulle regioni del nord, per effetto della politica economica più specialmente lesiva del Mezzogiorno.—Ma pure restando per larghezza di concessione ai dati del Pantaleoni, il dazio consumo in Sicilia è quasi il doppio che in Piemonte, mentre la ricchezza ne è la metà, ed esercita nell’isola una pressione tributaria almeno quattro volte maggiore. Invece la sovrimposta sta ad un limite poco inferiore a quello che potrebbe ancora raggiungere in vista della ricchezza rispettiva; mentre le altre imposte (valore locativo, tassa famiglia, bestiame, vetture e domestici) sono già in cifra assoluta per abitante più gravose pel contribuente siciliano. Questi dati permettono due considerazioni: 1º che il sistema delle imposte comunali in Sicilia esercita una pressione maggiore che nel continente; 2º che la ripartizione del carico tributario locale è fatta tutta a danno dei contribuenti che pagano imposte indirette» cioè, dei lavoratori! (L’insurrezione Siciliana, nel Giornale degli Economisti, Febbrajo 1894).
Su questo proposito, infine, c’è la testimonianza più decisiva, e più autorevole, più recente: quella del Generale Corsi, che giudica «veramente gravissime le imposte nella massima parte dei Comuni, specialmente sui generi di prima necessità, sulle farine sopratutto, e ripartite in modo così ingiusto, così empio, che pesavano molto più sul povero che sul ricco. E molti comuni sprecavano denaro in ispese di nessuna o problematica utilità pubblica, a vantaggio dei signori, a beneficio dei bene affetti e fautori della fazione predominante... (p. 369).»
La gravità di questi dati e delle accuse che essi autorizzano a muovere contro le classi dirigenti, le quali spadroneggiano nei municipî, preoccupò i grandi proprietarî della sala Ragona; i quali cercarono di difendersi, osservando che «il fenomeno doloroso dell’altissima quota di dazio di consumo comunale che si paga in Sicilia è determinato dal fatto che la classe rurale siciliana risiede nelle città e borgate soggiacenti al dazio di consumo, mentre nelle altre regioni d’Italia vive disseminata nelle campagne.»
La giustificazione in parte è accettabile; e si può dire eziandio, che la legge stessa sui tributi locali favorisce la proprietà fondiaria cogli ostacoli, che mette alla facoltà di sovraimporre; ma rimane sempre,—a spiegare il largo e giusto risentimento dei proletarî,—il fatto stesso della esistente sperequazione tra imposte dirette e indirette, a danno loro, (e che essi ignari di leggi e di demografia non riescono a giustificare), non che la circostanza che colle stesse leggi e cogli stessi ostacoli a sovrimporre sulla imposta fondiaria in Piemonte, in Lombardia e nel Veneto i proprietarî riescono a pagare tre e quattro volte di più che in Sicilia. È innegabilmente maggiore l’equità tributaria nell’Alta Italia, che in Sicilia e in molte altre contrade del mezzogiorno, e specialmente nella Campania.
Questa iniquità nella distribuzione e nella qualità dei tributi ebbe a deplorarsi vivamente sotto l’Ancien régime in Francia, dove produsse gli stessi effetti che in Sicilia. In un vecchio opuscolo intitolato: Abrégé de l’histoire des taxes en France pubblicato nel 1694 sotto il regno di Luigi XIV si parla e dei favori accordati agli amici nella applicazione della taglia, e delle ingiustizie che si commettevano a danno dell’ingegno e del lavoro ed a benefizio della proprietà e del capitale. Nella Decima regale del grande Vauban vengono illustrati gli stessi favori e le stesse ingiustizie che tanto contribuirono più tardi a fare sollevare un popolo, che era stato ritenuto taillable et corveable à la merci dei signori!
I disgraziati difensori del governo e i disonesti giudici dei moti siciliani del 1893 e 1894 hanno osservato: «o perchè le minoranze e i lavoratori non si agitavano, non esercitavano i loro diritti, non reagivano nelle vie legali contro le prepotenze e le iniquità delle amministrazioni locali?»
Non lo potevano: la frode, la corruzione, la violenza nella compilazione delle liste, nelle votazioni, in tutto, assicuravano il trionfo di chi sapeva asservirsi al governo o al deputato, i quali ogni loro opera spendevano a proteggere i vincitori, che spesso erano la minoranza reale. Il voto e la legalità da trent’anni si chiariscono impotenti a ottenere qualcosa, a correggere.
[24] N. Colajanni: Le istituzioni municipali. Un vol. di 334 pag. L. 3—presso Remo Sandron—Palermo.
[25] Valguarnera, dove avvennero incendî e rapine, si rovinò colla costruzione di una strada intercomunale con Raddusa, che costò L. 250,000. Essa paga al solo governo L. 36,000 per abbonamento al dazio consumo e non conta che diecimila abitanti.
[26] Il Sonnino a p. 188 del suo libro, in una nota, parla di una fondazione pia del principe di Castelnuovo pessimamente amministrata. In parte i fatti da lui esposti sono veri; ma è stato tratto in errore sui rimedî adoperati dal governo per riparare ai mali. «Ci volle un vero colpo di mano per portar via dalle casse del Comune,» egli dice, «sei anni addietro, i valori che rimanevano, per cominciare finalmente ad impiegarli al fine voluto dal testatore.» Il fatto è questo: il Prefetto di Caltanissetta, Polidori, nel 1869 fece il colpo di mano, ma fu una vera spogliazione a danno del Comune di Santa Caterina Villarmosa—ch’è il comune dove fu fondato il luogo pio—che indarno sinora ha reclamato. L’on. Sonnino ora ch’è ministro farebbe bene ad informarsi meglio ed a provvedere efficacemente.
[27] Su questa tassa pervennero direttamente a me alcune enormi notizie dalla provincia di Siracusa, che non riproduco dettagliatamente perchè non ebbi modo e tempo di verificarne l’esattezza.
La prepotenza feudale, la iniquità sistematica in ogni momento ed in ogni lato della vita e della amministrazione comunale, che si esplicano sotto l’egida delle autorità governative—prefetti, delegati, carabinieri—spiegano più che sufficientemente come l’odio delle classi lavoratrici contro i galantuomini debba essere profondo e generale, e tanto più pericolosa la sua esplosione violenta inquanto che lungamente represso e non attenuato da alcuno sfogo nelle vie legali, a loro non consentito dalle stesse leggi, che del diritto elettorale hanno fatto un privilegio di alcune classi.
Tutto il passato remoto e tutto il presente non ha fatto che generare e alimentare quest’odio dei lavoratori,—specialmente delle campagne, contro le classi dirigenti,—che un giorno o l’altro doveva esplodere.
Si dirà: «all’indomani delle sommosse e delle rivolte la invocazione della preesistenza dell’odio di classe è un comodo espediente per ispiegare, se non per giustificare, i moti inconsulti o criminosi.»
Epperò giova dimostrare, che quanti si occuparono delle condizioni della Sicilia constatarono in ogni tempo—nei momenti di tranquillità, come in quelli di agitazione e di perturbamento—il doloroso fenomeno.
Uno scrittore più volte citato, l’Alongi, parecchi anni or sono scriveva che per i motivi precedentemente esposti «il contadino diffida e vede nei funzionari tanti alleati dei galantuomini, che lo tengono in una grossolana e ferrea servitù economica, e ignorante, incretinito dalla miseria, dal lavoro improbo, sfugge i contatti, vede ovunque ingiustizie ed oppressioni, e nei provvedimenti più utili tante trappole per immiserirlo di più. Nasce quindi tra i contadini un istinto di riunirsi tra loro contro i nemici comuni (galantuomini e governo; d’onde il proverbio: galantomu e malu passu dinni beni e stanni arrassu), di fare una lega spontanea, inconscia contro di essi, opponendo una inerzia assoluta a tutti i movimenti del nemico personificato nel funzionario e quando la pazienza scappa, farsela da sè, poichè pel povero non c’è giustizia (dice un altro proverbio: la furca è pri li puvureddi)».
Quest’odio di classe venne constatato da Sonnino, da Franchetti, da Bonfadini, da Damiani in varie epoche; ma si vogliono pareri di persone ancora più autorevoli e insospettabili? Eccoli.
L’odio contro i ricchi, accanto alla esistenza del latifondo, viene esplicitamente denunziato dal Procuratore Generale Caruso, nella sua relazione innanzi alla Corte di Appello di Palermo sul movimento della criminalità pel 1880, come la cagione principale dei caratteristici reati dei contadini.
Cinque anni dopo un altro Procuratore generale, il De Meo, in una analoga occasione nella stessa Palermo osservava: «i poveri agricoltori e coloni, mezzadri o fittaiuoli non vedono e spesso non conoscono i padroni dei fondi che coltivano e ne risentono il peso e l’oppressione per quelli agenti intermedî che fattori o campieri si domandano; dai quali non pure sono tribolati con vessazioni, usure e prepotenze di ogni sorta, ma spinti a disamare i proprietarî; onde tra loro si mantiene un abisso e si forma un cumulo di animosità, di rancori, di odî inveterati, che diventano temperamento e abito dell’animo...»
Io credo che ce ne sia abbastanza per una dimostrazione obbiettiva, spassionata di un vero odio di classe in Sicilia preesistente agli ultimi moti; odio di classe generato dalle cause che sono state esposte e che ha costituito un pericolo permanente per l’ordine sociale.
Quest’odio di classe che, per quanto giustificato, in me produsse sempre un senso di sgomento per le sue possibili esplosioni, ispirò ad uno scrittore conservatore uno dei bozzetti suoi più indovinati e caratteristici, che ritraggono la vita e le passioni del popolo in Sicilia. G. Verga infatti tra le sue Novelle rusticane ne ha una intitolata Libertà, che tutta intera dovrebbe essere riprodotta a dimostrazione completa del come senza i Fasci e senza il socialismo, nell’isola potessero verificarsi fatti identici nella natura e più gravi negli episodî di quelli del 1893 e 1894, ma basterà ai lettori l’esordio eloquente.
«Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo e cominciarono a gridare in piazza: «Viva la libertà!»
«Come il mare in tempesta, la folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci che luccicavano. Poi irruppe in una stradicciola.»
«A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri!—Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo, armata soltanto delle unghie.—A te, prete del diavolo! che ci hai succhiato l’anima!—A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero!—A te, sbirro! che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente!—A te, guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno!»
«E il sangue che fumava ed ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue!—Ai galantuomini. Ai cappelli! Ammazza! ammazza! Addosso ai cappelli!»[28]
L’arte non poteva meglio riassumere gli odî generati da secolari ingiustizie esplodenti quando al grido di Viva la libertà! gli oppressi credevano che fosse arrivata l’ora della vendetta e della riparazione.
[28] Il Verga pubblicò questa novella nella Domenica letteraria del Martini, nel Marzo 1882. Fu riprodotta nelle Novelle rusticane edite dal Casanova di Torino nel 1883.
Più volte s’è già accennato al carattere di permanenza delle descritte condizioni della Sicilia. Ma nell’animo di molti potrà esser rimasto qualche avanzo di ottimismo, il quale avrà potuto indurlo a credere che i più dolorosi tra i mali da cui è afflitta l’isola nostra siano eredità del passato—per quanto prossimo—e che qualche miglioramento riparatore si sia ottenuto per opera del governo, o dei maggiorenti meglio avvisati de’ pericoli a’ quali viene esposto l’organismo sociale dal perdurare di condizioni di fatto divenute assolutamente anacronistiche, oggi, in mezzo all’Europa che, più o meno, s’è venuta trasformando.
Ebbene! ogni illusione deve essere bandita, e bisogna confessare con vergogna, che i mutamenti in meglio, in rapporto alle classi lavoratrici sono tale povera cosa, che si possono considerare come non avvenuti. Ma con ciò non s’intende negare che negli strati superiori siano avvenute sensibili modificazioni.
Il Baer con equanimità assegna la parte di responsabilità ch’è dovuta al governo borbonico nel mantenimento di un regime feudale che sarebbe stato suo interesse far scomparire per vederlo sostituito da un forte ceto medio, perchè in fondo le opposizioni più pericolose e più continuate gli vennero dall’aristocrazia che voleva conservare o riprendere interi tutti i suoi privilegi economici e politici. Ma esso pur avendo mostrato la intenzione di abbattere le istituzioni feudali—e glielo suggeriva la propria convenienza—volle seguire metodi proprî, che riuscirono impotenti, essendo frenati e paralizzati tutti i buoni tentativi dal soverchio timore dello innalzamento della parte popolare.
«Perciò la dinastia borbonica si chiarì impotente a fare il bene, debole nel pigliare ogni provvedimento d’interesse generale, solo violenta e perfino crudele ogni qualvolta temeva pel suo potere.» (Baer).
Degli intendimenti lodevoli e dei tentativi del governo borbonico per mutare e migliorare rimangono numerosi documenti ufficiali a farne fede. Colla legge dell’11 ottobre 1817, coi decreti del 2 Agosto 1818, del 20 maggio 1820 col reale rescritto del 18 ottobre 1821, con altri decreti del 30 luglio 1823, del 10 febbraio 1824, coi regolamenti del 24 ottobre e del 22 dicembre 1825, 3 gennajo 1836 e 20 ottobre 1834, 12 novembre 1838, si ordinarono inchieste e s’imposero scioglimenti di diritti promiscui, si cercò di dipanare l’arruffata matassa delle soggiogazioni, si tentò di porre riparo alle dilapidazioni e alle usurpazioni perpetrate a danno delle opere pie, si tentò d’infrenare l’usura; ma tutto riuscì sempre vano, perchè baroni, magistrati e funzionari di ogni genere, stretti in mostruosa lega, resero ognora lettera morta leggi, regolamenti e decreti opportuni e benefici, ed il governo non seppe contrapporre la propria forza attiva alla resistenza dell’inerzia.
Del male intanto si aveva conoscenza esatta; chè in un decreto del 12 ottobre 1838, all’indomani del viaggio di Ferdinando II in Sicilia, si legge: «le vaste contrade nude, deserte, mal coltivate, che s’incontrano in Sicilia, non ostante la loro feracità naturale ed il favore del clima, non potranno essere migliorate finchè durerà l’esistenza di più padroni sullo stesso fondo. Volendo accelerare la esecuzione delle leggi, che da epoche remote hanno proscritta la indicata condizione della proprietà, perniciosa a tutti ecc. ecc.» In un altro decreto dello stesso anno 1838 è detto che «il languire dell’agricoltura e della pastorizia, e la miseria d’intere popolazioni, debbono attribuirsi in gran parte alla esistenza degli abusi feudali, delle promiscuità e delle liti degli ex-baroni coi Comuni, ecc.»
Dopo, nei momenti della peggiore reazione, nel 1849 e nel 1852, il principe di Satriano emanò decreti contro l’usura, e per favorire lo spezzamento dei latifondi; sempre inutilmente.
Se il governo borbonico fu impotente al bene, come si disse, potè colle persecuzioni politiche, coi favoritismi, colle protezioni far scomparire del tutto dagli animi la confidenza nella giustizia e far sorgere la mafia, i campieri e i compagni d’armi, che avevano in appalto la sicurezza pubblica delle campagne, e che, in generale, erano pregiudicati e briganti in ritiro, che conservavano i migliori rapporti coi briganti in attività.
Lo sbarco di Marsala e la successiva liberazione dell’isola dal giogo borbonico avrebbero dovuto iniziare un’êra nuova. Alcuni sapienti decreti di Garibaldi lo fecero sperare; e i propositi manifestati da lui sul censimento dei beni ecclesiastici, se attuati, da soli sarebbero forse bastati a produrre un vero rinnovamento economico-sociale: ma si sa che ai criterî sociali nella distribuzione di quei beni furono sostituiti i criterî esclusivamente fiscali ed un’opera che avrebbe potuto riuscire altamente civile non fu feconda che di mali e di amare delusioni frammiste a qualche poco di utile. Lo stesso dicasi dell’editto del 19 settembre 1861 emanato dal Luogotenente del Re in Sicilia, generale Pettinengo relativo alle obbligazioni dette di semenza e soccorsi e di mercanti a massari per agevolare la semina e la cultura della terra, inteso ad infrenare l’inveterata e perniciosa usura: rimase lettera morta.
E i metodi e i criterî di governo seguiti in Sicilia dopo l’annessione, e l’atteggiamento di molti uomini e giornali del continente, che li inasprirono produssero malintesi, risentimenti, rancori regionali che—accresciuti dalla malefica e affrettata unificazione centralizzatrice—generarono profondo malcontento in tutti e delusioni sconfortanti.
Contro la verità storica, contro il buon senso, contro le esplicite e reiterate dichiarazioni di Garibaldi e dei suoi più intimi, fu offeso l’amor proprio degli isolani col proclamarli conquistati dai Mille e col dichiararli barbari per bocca del generale Govone: insulto a distanza di molti anni stoltamente ripetuto dal generale Corvetto. E da barbari furono trattati, e si tentò d’incivilirli cogli stessi metodi umani adoperati... da Livraghi in Africa.
Aspromonte e Fantina certamente non furono avvenimenti che poterono crescere stima al governo in Sicilia; ma gli animi nelle classi lavoratrici sopratutto si esasperarono colla introduzione della leva militare, «carico nuovissimo—scrive il generale Corsi—odioso oltre ogni dire» e colle misure odiosissime per arrestare i renitenti. Il militarismo allora col martirio del sordo-muto Cappello, coi fatti crudeli di Petralia ad opera del tenente Dupuy mostrò di che cosa poteva esser capace.[29] Tutte le libertà, scrissi altra volta, furono violate replicatamente; ond’era generale il chiedersi: il nuovo governo non vale l’antico?
A questo periodo precisamente si riferisce, e da tali avvenimenti e giudizî insani fu provocato, il celebre discorso pronunziato da Filippo Cordova nella Camera dei Deputati il 9 dicembre 1893. L’illustre statista siciliano allora non solo ricacciò in gola ai calunniatori dell’isola le loro sciocche insolenze, ma a coloro che ne facevano malgoverno indicò tutto un programma da seguire, i mali da rimuovere e il bene da promuovere.
Egli tra le approvazioni insolite della sinistra disse: «Io credo che un governo, allorquando riceve un paese non dalla conquista, ma dalle mani della rivoluzione debba domandare a sè stesso per quali bisogni questa rivoluzione si è fatta, che cosa voleva il popolo che si è sollevato e pensare in tutti i modi a soddisfare questi bisogni. Questo era il solo modo di ristabilire l’ordine, il solo modo di contentare completamente le popolazioni.»
«.... L’azione di un governo può essere promotrice della prosperità futura dei popoli e riparatrice degli abusi che si sono introdotti per il passato;.... e considero azione riparatrice quella che consiste nel rimuovere i tristi effetti delle passate legislazioni, dei monopoli, dei privilegi, nel distruggere gli abusi, che ancora possono esistervi.» E l’opera del governo doveva esplicarsi, secondo l’on. Cordova colla riforma del regime delle acque, colla pubblica istruzione, colle bonifiche, colla abolizione delle decime[30], colle nuove comunicazioni, colla sistemazione dei demanî comunali, colla trasformazione delle opere pie[31]....
«Questo programma era modestissimo, non ledeva i diritti giuritarii di privati, eppure non seppe accennare ad adottarlo il governo, il quale invece, secondo lo stesso on. Cordova, crede di potere reggersi colla violenza, cingendo di cordoni militari le città, privandole dell’acqua, vietando l’uso libero dei diritti dei cittadini, assicurando sempre l’impunità ai carabinieri che commettevano reati: impunità che produceva reazioni.» Queste le testuali parole del Cordova ex ministro e moderato di quattro cotte...
A questo stato di cose non poteva apportare rimedio il cosidetto Piemontismo in forza del quale fra l’altro si mandarono in Sicilia gli scarti della burocrazia, e vi si mandarono in punizione. Ne nacquero antipatie, liti, duelli, scene disgustose, che contribuirono a generare la sanguinosa insurrezione di Palermo nel 1866 che chiuse un primo periodo della dolorosa storia del governo Italiano in Sicilia.
E che c’era da aspettarsi qualche avvenimento doloroso come quello del 1866 lo fece comprendere chiaramente in una celebre discussione parlamentare un altro uomo eminente, che aveva studiato e conosciuto la Sicilia da magistrato. Alludo all’on. Tajani che nella seduta della Camera dei deputati degli 11 giugno 1875 constatava che dal 1860 al 1866 il governo fu ora fiacco, ora violento; che corresse la fiacchezza colla violenza, per ritornare sempre alla violenza; che si offese la Sicilia adoperandovi i modi peggiori e negandole sempre la giustizia; e che ciò che le fu dato, se si guarda a ciò che le fu negato assume le proporzioni dell’ironia.»[32]
Dal 1866 in poi qualche miglioramento ci fu; ma non grande. E grande non poteva essere se si pensa che ai mali esistenti la sapienza governativa, pensò di provvedere, per esempio, colla prefettura militare del Generale Medici, quando alla mafia privata si aggiunse la mafia più potente ai servizî del Prefetto-generale.
E questo nefastissimo periodo dev’essere illustrato perchè lo si è dimenticato con troppa facilità: e dev’essere ricordato perchè facendo conoscere quali tristi conseguenze lasciò il militarismo nel 1866 e negli anni successivi, farà intravedere quali li lascerà nel 1894.
Si osservi anzitutto «che dopo la rivolta del 1866 vi fu un diluvio di disposizioni cozzanti fra loro.... e che vennero i tribunali militari, i quali fecero sterminato numero di processi e quando la posizione era compromessa, e che la giustizia dei tribunali civili doveva riuscire difficilissima, se non impossibile, si annullarono ad un tratto i tribunali militari, ed i tribunali civili rimasero imbarazzati e così ne rimase esautorata la giustizia militare e la giustizia civile.» (Taiani)[33].
Ciò che rese celebre e caratteristico questo periodo furono la organizzazione della polizia, la sua opera e i criterî adottati dal generale Medici e dal suo alter ego il questore Albanese per il ristabilimento dell’ordine e della giustizia.
«Il processo contro Ciotti Sebastiano, graduato delle guardie di Pubblica sicurezza, applicato al gabinetto del Questore e presso il quale si sequestrarono molti oggetti rubati; le gesta di un delegato di pubblica sicurezza che in un mandamento impianta la mafia, si unisce e si lega in relazioni amichevoli con noti ladri e li manda a rubare per suo conto e che si ripete in un altro mandamento guadagnandosi la promozione; le prodezze della guardia nazionale suburbana di Monreale composta tutta di mafiosi, colla complicità o col permesso dei quali si commettevano tutti i misfatti del mandamento, tanto da autorizzare un Magistrato a dire: qui si ruba, si uccide, si grassa in nome del reale governo:[34] l’alternativa posta da un questore di Palermo ad un notissimo facinoroso di entrare nel corpo delle guardie di pubblica sicurezza o di partire pel domicilio coatto—alternativa alla quale il mafioso cercò sottrarsi tentando di pugnalare il questore; il processo contro il questore Albanese e compagni, accusati di omicidii, di falsità, di corruzione, di truffa, di soppressione dolosa di documenti; le pressioni indecenti esercitate dal generale Medici e dal governo di Roma, per ottenere l’assoluzione di questi alti delinquenti, e che determinarono le dimissioni dal Procuratore generale Taiani e raggiunsero il deplorevole intento, dicono di più che molti volumi, sulla stima e sul rispetto e sulla fiducia che potevano ispirare i rappresentanti del governo, che i mali antichi economici lasciava intatti aggravando quelli politici e morali.»
Siffatta polizia e siffatte autorità governative impotenti a reprimere il malandrinaggio e la mafia, della propria inettitudine e malvagità si rifacevano inventando di sana pianta processi politici, che sembrerebbero calunnie e diffamazioni ventilate dai sobillatori—non ancora inventati—se non fossero stati denunziati dal magistrato che li sgonfiò e liquidò, in pubblica seduta della Camera dei Deputati!
Ahimè! Il 1894 non vide più un magistrato che ricordasse i Lelli, i Borgnini, i Tajani....
Con siffatti uomini e con siffatti metodi e criterî di governo si arrivò in Sicilia al 1875 nelle condizioni descritte da questo brano sintetico e chiaro: Noi abbiamo colà: le leggi ordinarie derise, le istituzioni un’ironia, la corruzione dappertutto, il favore la regola, la giustizia l’eccezione, il delitto intronizzato nel luogo della pubblica tutela, i rei fatti giudici, i giudici fatti rei ed una corte di mali interessati fatti arbitri della libertà, dell’onore, della vita dei cittadini. Dio immortale!
«Che cosa è mai questo se non il caos? Che cosa è mai questo se non il peggiore dei mali: la anarchia di governo, innanzi alla quale cento briganti di più, e cento crimini di più sono un nonnulla e si scolorano?» (Tajani. Discorso alla Camera dei deputati del 12 giugno 1875).
Queste condizioni furono il prodotto di quindici anni di malgoverno della destra; e la destra, quantunque ancora non fossero inventati i sobillatori e i Fasci, vedendosi impotente a rimediare collo Statuto che aveva violato, e colle leggi ordinarie che non aveva mai applicate e rispettate, domandò provvedimenti e leggi eccezionali.
Siamo giusti, però; la destra li domandò a chi aveva le apparenze del diritto a concederle: al Parlamento. Inchiniamoci riverenti innanzi a questo partito che sta per cadere, che conserva ancora del pudore e che mantiene un minimum di rispettabilità! Indarno li cercheremo nella sinistra, che sta per arrivare....
La sinistra! Cos’era il gran partito della riparazione? «una confederazione di condottieri stretti al patto di rovesciare comunque la destra e toglierle di mano il reggimento, salvo poi d’intendersi (od anche di non intendersi) non tanto per concordare il da farsi—che questo pareva a tutti ovvio a comporre, facile a praticare; perocchè, ei dicevano, bisognasse fare tutto il contrario di quello che aveva operato la destra!—ma per ripartirsi gli uffici e.... via... anche un poco i benefici» (Zini p. 24).
E per fare il contrario di ciò che la destra aveva fatto, la sinistra inaugurò in Sicilia il proprio regime applicando le leggi e i provvedimenti eccezionali che aveva negato sdegnosamente alla prima in Parlamento. Li applica nel 1876 l’on. Nicotera—suoi strumenti il Prefetto Malusardi e l’ispettore Lucchese, destinato dalla sorte a brillare nell’isola—e se ne vanta alla Camera (tornata del 29 novembre 1876). Eppure all’inizio dell’opera del gran partito siamo ancora ben lontani dalla perfezione nell’applicazione di provvedimenti eccezionali raggiunta da chi crede di essere la quintessenza della democrazia parlamentare: l’on. Crispi!
Fu grande, perciò in Sicilia, la delusione provata coll’arrivo al potere della sinistra, dalla quale si sperava un radicale mutamento d’indirizzo e la riparazione di tante ingiustizie e dalla quale nulla si ottenne. Sotto un certo aspetto, anzi, ci fu un peggioramento, poichè i deputati dell’isola che in maggioranza erano di sinistra, colla cosidetta rivoluzione parlamentare del 18 Marzo 1876 ebbero le grazie e i favori del potere a benefizio delle clientele e delle consorterie locali che dichiaravano di aderire al proprio partito. Il governo così servì a ribadire nei Comuni, nelle Provincie, nelle opere pie la oppressione antica a beneficio dei grandi elettori e delle classi dirigenti; a danno dei vinti e delle classi lavoratrici.
Di che riporta molti esempî lo Zini, uno dei pochi prefetti che insieme al Rasponi, al Gerra e a pochi altri, vennero in Sicilia con rette intenzioni e fa onore al Nicotera l’avervelo mandato, quanto gli fa torto l’averlo costretto a dimettersi per non avere voluto seguire una condotta biecamente partigiana.
I deputati, d’allora in poi più che pel passato, tutto sacrificarono al criterio elettorale, e i ministri al criterio parlamentare; gli uni per avere la maggioranza nel collegio chiesero ciò che spesso era disonesto o dannoso, e gli altri per conservarsela nella Camera concessero. Così furono approvati mutui disastrosi, concessioni e favori scandalosi, strade private costruite col denaro pubblico, approvati i bilanci irragionevoli e rinviati e mutilati quelli che contenevansi entro gli stretti limiti del necessario, sciolti i Consigli dei Comuni meglio amministrati anche quando le ispezioni, ordinate partigianamente e seviziosamente eseguite, tali li dimostravano; e mantenuti in piedi quelli violatori di tutte le leggi, odiati dai comunisti. Concesse le licenze per porto d’armi—specialmente nei momenti di elezioni: informino le campagne di Palermo—ai facinorosi, cui potevano servire solo a malfare e negate ai cittadini onesti che ne avevano bisogno a difesa personale, ma che avevano la disgrazia di militare in un partito opposto.
Così infine prefetti, delegati e pur troppo anche i magistrati furono messi a disposizione dei deputati ministeriali e questi nei rispettivi collegi divennero tanti proconsoli in cinquantesimo!