The Project Gutenberg eBook of Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

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Title: Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause

Author: Napoleone Colajanni


Release date: January 16, 2010 [eBook #30984]

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/30984

Credits: E-text prepared by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from page images generously made available by Internet Archive (http://www.archive.org)

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK GLI AVVENIMENTI DI SICILIA E LE LORO CAUSE ***

 

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NOTA DEL TRASCRITTORE

L’ortografia originale è stata mantenuta.

L’uso dell’apostrofo dopo “un” e i suoi composti è stato regolarizzato secondo le convenzioni moderne.

In fondo al volume si trova una lista delle correzioni effettuate, identificate nel testo da una sottolineatura.


 

 

 

D.r NAPOLEONE COLAJANNI
Deputato al Parlamento

GLI

AVVENIMENTI DI SICILIA

E

LE LORO CAUSE

CON PREFAZIONE DI MARIO RAPISARDI


PALERMO
REMO SANDRONEditore
Via Vitt. Eman., 324
1895


Prezzo Lire 2.


Opere dello stesso autore

La libertà e la questione sociale. (1879) (Esaurito).  
La repubblica e le guerre civili. (1882) (Esaurito)  
Le istituzioni municipali. (1 vol. in 16º pag. 331) L. 3,00
Il Socialismo. Appunti (1 vol. in 16 di pag. 100) (Esaurito).  
La delinquenza della Sicilia e le sue cause. (Esaurito).  
Un sociologo pessimista: Gumplowicz. (Esaurito).  
L’alcoolismo, sue conseguenze morali e sue cause. (Un vol. di pag. 201 in-8º con tavole statistiche) L. 3,00
Oscillations thermometriques et delits contre les personnes. (Opuscolo) L. 1,00
Di alcuni studi recenti sulla proprietà collettiva. (Opuscolo). L. 0,50
Corruzione politica. (Un vol. in-16º di pag. 96). (Esaurito)  
Corruzione politica. Chiarimenti e risposte. 2ª edizione con numerose aggiunte e lettere di Gabriele Rosa, A. Saffi e Giov. Bovio, (Un vol. in-16 gr. di pagine 112) L. 1,25
Sociologia criminale. Appunti. (2 volumi) L. 13,50
Ire e spropositi di Cesare Lombroso. (1 volume) L. 1,00
La politica coloniale. (Un volume) L. 3,50
La Difesa Nazionale e le economie militari. (Un opuscolo). L. 0,80
Banche e Parlamento. (Un vol. Milano 1891) L. 2,00
In Sicilia. (Un volume, Roma 1891) L. 1,00

INDICE

PrefazionePag.      3
I.—Prime armi del socialismo in Sicilia7
II.—Forze del socialismo11
III.—Il programma—I risultati—Le accuse19
IV.— Le cause—Il malcontento in alto 28
V.— Il malcontento tra i lavoratori delle miniere42
VI.— Le classi rurali57
VII.— I paria della terra65
VIII.— Il latifondo74
IX.— Rapida depressione economica83
X.— Organizzazione sociale e rapporti tra le varie classi89
XI.— I partiti in lotta e le amministrazioni dei corpi locali97
XII.— L’odio di classe111
XIII.— Nulla è mutato! 115
XIV.— Facili presagi141
XV.— Provocazione e preparazione ai tumulti 147
XVI.— La repressione 174
XVII.— Le responsabilità. a) Il Clero194
XVIII.—Le responsabilità. b) I fasci 208
XIX.— Le responsabilità. c) Il governo 234
XX.—La reazione 260
XXI.—I tribunali militari286
XXII.—Il processo mostruoso342
XXIII.—L’opera civile del generale Morra 395
XXIV.—La discussione parlamentare 419
Conclusione 471


GLI
AVVENIMENTI DI SICILIA


Proprietà letteraria dell’Editore
REMO SANDRON


AVVERTENZA

Di questo libro fu fatta una 1.ª edizione per cura di Edoardo Perino. Accintosi l’A. a questa seconda trovò tanto da correggere e da aggiungere che ne raddoppiò la mole, e la modificò talmente che solo in pochissime pagine è uguale all’antecedente, sicchè può a ragione considerarsi libro affatto nuovo.

L’Editore


tipografia diretta da SANTI ANDÒ—Via Celso N. 49


PREFAZIONE

Carissimo Colajanni

Catania, 10 Febbraio 94.

I tumulti recenti della Sicilia hanno, per le origini e gli effetti loro, una importanza sociale, che la facilità onde sono stati repressi non parrebbe loro concedere. Tu che li hai osservati con occhio di filosofo, moderati con accorgimento d’uomo politico e con cuore di cittadino, fai bene di consegnarli alla storia con quella serenità di giudizio, che alle coscienze intemerate non è difficile mantenere nei momenti più tempestosi e fra le passioni più vive.

Due principali verità risultano, a parer mio, dalla notizia sincera dei fatti: la indipendenza dei moti siciliani da qualunque opera di partito, e la prepotenza d’un governo che vuol parer forte e non è.

Non che essere eccitate e preparate dai socialisti, a me pare che le ribellioni, determinate unicamente dalle condizioni specialissime dell’isola, dagli arbitrî feudali dei proprietarî, dalla spietata ingordigia delle amministrazioni, dalla miseria ineffabile dei lavoratori, abbiano fatto constatare e toccar con mano la nessuna coesione del partito socialista, la discordia dei suoi capi, la varietà bizzarra dei suoi gruppi, l’incertezza dei principî, dei metodi, dell’azione. Il socialismo in Sicilia ha avuto più presa che altrove, perchè ha trovato terreno più proprio: la propagazione meravigliosa dei Fasci prova che esso non è artificiale e superficiale, ma ha radici nelle viscere stesse della vita del proletario siciliano; è piuttosto effetto che causa. Il popolo, per altro, quale ch’esso sia, poco suole accogliere e fecondare delle teoriche d’un partito: afferra tutt’al più un’idea rispondente al suo stato, un sentimento che consuona col suo; e quando si sente alle strette, si getta nell’azione, senza chiedere consiglio a nessuno. La miseria e la mala signoria furono e saranno mai sempre i motivi principali delle rivolte.

Questa condizione di cose rende ancor più colpevoli e mostruosi i modi adottati dal governo per reprimere le ribellioni. Qualche agevolezza conceduta lì per lì alle prime avvisaglie, avrebbe probabilmente sedato il fermento dei contadini affamati. Ma sì! I cartelloni erano già stati affissi alle cantonate; la baracca era aperta, i biglietti distribuiti; la gran cassa rintronava già negli stomachi degli spettatori; e come si faceva a sopprimere lo spettacolo.

La signora Astrea, che dietro alle quinte avea fatto copia di sè a tutta la borghesaglia legittima e legalitaria, venne allora su la ribalta e recitò col peggior garbo del mondo la parte della verginella oltraggiata: scaraventò i pesi in faccia ai presunti seduttori: agguantò la bilancia per il giogo e la sbatacchiò su la testa dei primi poveri diavoli che le vennero a tiro. La borghesaglia legittima e legalitaria si dichiarò soddisfatta; si soffiò il naso impeperonito: e con le dita intrecciate sul buzzo e tentennando la testa come i cuorcontenti di gesso, esclamò in falsetto pecorino: Le istituzioni son salve; l’ordine regna in Varsavia; ora possiamo tornare tranquillamente a barattare, a banchettare e a russare.

A proposito: e le riforme? Ah! sì: ci sono anche queste per aria; o per dir meglio, c’è una commissione che le studia, e che ponza la felicità del genere umano. Lasciamola ponzare; e che Dio la renda lubrica. Che cosa saranno queste riforme il gazzettume ufficioso nol dice: esso spreca tutto il suo fiato prezioso per informarci di balzelli nuovi, di soppressioni di ufficî, di monopolî audaci, di ricchezze cavate dalle borse e dalle vene di tutti. Le istituzioni, si sa, han da salvarsi; i sagrificî non sono mai troppi. E poi, i balzelli hanno l’ale; e le riforme la gotta. Aspettiamo dunque che l’erba cresca; e se l’asino muore, peggio per lui. Ciò che saranno codeste riforme possiamo immaginarlo: riforme borghesi; e non occorrerebbe dir altro: semi di lino su la cancrena; concessioni ed elemosine tirate in faccia con la balestra. E se non bastano, piombo: procedura solita e spicciativa.

Ma il piombo credi che basterà? Io modestamente credo di no: salvo che siasi trovato il modo di renderlo digeribile e nutritivo, come il pane che manca.

In conclusione, questi tumulti hanno rivelato condizioni tali, che non possono e non devono assolutamente durare, per l’onore d’Italia e della razza umana; hanno resa necessaria una fraterna intesa di tutti i partiti democratici in un ideale, in una fede, in un’opera comune; hanno ridotta la questione sociale all’aut aut degli scolastici. L’idea-valanga s’è già staccata dal vertice, e seguirà fatalmente il suo corso. O unirsi ad essa o rimanere stritolati nel fango. È la Storia che passa.

M. Rapisardi


I.

PRIME ARMI DEL SOCIALISMO IN SICILIA.

Dopo le elezioni politiche generali del 1890, e più ancora dopo quelle del 1892, la stampa che rispecchia le tendenze, i bisogni e i timori delle classi dirigenti italiane, gittò un grido di allarme, additando una macchia grigia sulla carta geografica d’Italia, che rappresentava la zona dove maggiormente si era rivelato potente per numero di adepti e per organizzazione il socialismo. La macchia era più scura nel Modenese, nella provincia di Reggio Emilia e di Parma; ma si manteneva abbastanza cupa in alcuni punti della provincia di Cremona, nel Mantovano, nel Polesine ecc., mentre si era rischiarata nel più antico centro di diffusione: nelle Romagne.

Giovani ardenti, colti, instancabili nella propaganda, sinceri nella fede, come Berenini, Agnini e Prampolini erano venuti in Parlamento da quelle zone ed era significante assai che il secondo fosse riuscito contro il generale Gandolfi, che pure, a parare la sconfitta, nel suo programma e nei suoi discorsi molte dichiarazioni in senso socialista aveva fatte.

FATTI SIGNIFICANTI

Allora pochi o nessuno avevano dato importanza a ciò che avveniva in Sicilia, non ostante la doppia elezione dell’amico G. De Felice, non ostante l’onore delle quattro candidature, che mi toccò nel 1890 e la vittoria che ebbi allora e nel 1892. Non senza fondamento questi due ultimi avvenimenti furono spiegati collo intervento di alcuni fattori, che attenuarono sensibilmente la importanza del contributo che vi aveva apportato il socialismo. Intanto nel silenzio, o almeno con un rumore che non si faceva sentire al di là dello stretto di Messina, si organizzavano i Fasci dei lavoratori, da principio con intenti non nettamente determinati, sicchè si sarebbe potuto prenderli per organizzazioni non molto dissimili dalle antiche società operaie; ma più tardi, e particolarmente dopo il Congresso di Genova, con programma schiettamente socialista, ed anzi esclusivamente marxista.

Credo di essere stato il primo, o uno dei primi, a notare la esistenza dei Fasci fuori d’Italia, in un articolo pubblicato nella Grande Revue di Parigi-Pietroburgo nello scorso inverno; e confesso che allora non sospettavo che avessero dovuto fare parlare molto, e presto, di loro; e fui dei primi, pur rallegrandomi, come socialista, dei progressi che facevano le idee, a dare un grido di allarme per certi fenomeni poco rassicuranti da me osservati.

Parlai al vento; e gli eventi seguirono il loro corso, come se nulla avesse dovuto e potuto farsi per impedire che riuscissero dolorosissimi. Così si arrivò ai massacri di Giardinello, di Pietraperzia, di Marineo, di Gibellina, di Santa Caterina ecc., che, per una serie incredibile di errori, di violenze di arbitrî, di infamie, si riannodano, a meno di un anno di distanza, a quello di Caltavuturo!

IL MOVIMENTO PREOCCUPA

E il movimento socialista siciliano, per virtù degli iniziatori, per colpa degli avversarî e per favorevole coincidenza di diversi fattori, assunse tali proporzioni da preoccupare, finalmente, i nostri governanti di ogni partito; alcuni dei quali con stoltezza, che risente della calunnia, piuttosto che confessare la imprevidenza propria, preferirono attribuirlo all’oro della Francia ed alle mene dei clericali.

I governanti, imprevidenti e prepotenti pel passato, non si limitarono a spargere la voce che l’oro francese alimentasse i malumori della Sicilia, ma con abile e repentina preveggenza cominciarono ad accreditare nel continente il sospetto che nell’isola si preparasse un movimento separatista.

In tal guisa, pensarono che il sentimento pubblico avrebbe agevolata e approvata qualunque repressione.

L’ORGANIZZAZIONE

Quando il moto fu meglio conosciuto, i socialisti di Europa se ne rallegrarono e fecero atto di solidarietà mandando il loro obolo; e la Volks Tribune di Vienna ha potuto così riassumerlo afferrandone esattamente il carattere: «per le condizioni specifiche del luogo e per le qualità personali degli agitatori, il movimento proletario di Sicilia, ha qualche cosa in sè di vibrato, di solenne, di primitivo, di spontaneo, che in tutta l’Italia se ne risente l’effetto. La stampa borghese d’Italia ne ha risentito come per effetto l’azione, e per la prima volta essa ha parlato sul serio del movimento socialistico.—La gran massa di proletari organizzati e disciplinati nei Fasci è di salariati di campagna, di salariati delle miniere di zolfo, di lavoratori dell’industria vinicola, di artigiani, di piccoli borghesi e di studenti. La disciplina di tale organizzazione ha dato già prova di sè in modo notevole e palese... Questa organizzazione siciliana è il primo grande movimento di massa proletaria, che si veda in Italia, ed è il primo atto del socialismo Italiano.»[1]

NOTE:

[1] L’on. Comandini in una delle sue splendide ed oneste corrispondenze al Corriere della Sera di Milano ricorda che la colta gioventù socialista di Sicilia si sente assai lusingata della iniziativa dell’isola. (Nº del 16-17 Gennajo 1894). L’osservazione è esatta e collima con quelle del giornale di Vienna. Avverto una volta per sempre che ripetutamente mi riferirò ai giudizi dell’on. Comandini, non già perchè egli sia stato il solo ad enunziarli; ma perchè venendo da lui, che non milita tra radicali e socialisti, non può essere sospettato di esagerazione e di partigianeria.

Notevolissime sono del pari le osservazioni del Borelli nel Popolo Romano, che nella serie di corrispondenze dal titolo La Sicilia com’è—ha saputo sintetizzare acutamente e onestamente le condizioni economiche, politiche e morali dell’Isola.


II.

FORZE DEL SOCIALISMO

Sarebbe grave errore disconoscere la importanza del movimento socialista siciliano, che s’imperniava nella organizzazione dei Fasci dei lavoratori; giova, però, ridurlo alle sue giuste proporzioni.

Ciò è necessario in vista delle notizie numerose pubblicate dai giornali italiani e stranieri, ora esagerate, ora addirittura false.

Una statistica esatta del numero dei Fasci, che corrisponda alla realtà, è difficile, perchè molti ne sorgevano ogni giorno e non pochi ne scomparivano senza che se ne avesse notizia. Chi dice che erano 300 e chi li riduceva a 120; il Comitato centrale dei Fasci al 1º novembre li portava a 163, oltre 35 in formazione. Reputo, poi, esageratissima la cifra dei soci, che da tutti si ripete ammontasse a 300,000 e più; la esagerazione la desumo da ciò ch’è a mia personale conoscenza: molti Fasci erano puramente nominali, come quello di Caltanissetta; di alcuni altri il numero dei soci era stato per lo meno quintuplicato.

Appena si aprivano le iscrizioni i soci accorrevano numerosi; ma poco dopo le file si diradavano, sia perchè i soci non amavano pagare il piccolo contributo mensile o settimanale, sia perchè si scoraggiavano presto, non ottenendo miglioramenti immediati.

I Fasci erano più numerosi e più disciplinati nelle Provincie di Palermo, di Catania e di Trapani; molti ne sorsero nel novembre e dicembre scorsi nella provincia di Siracusa mercè l’opera indefessa dell’avvocato De Stefano Paternò, ma sulla loro consistenza non si potè portare un giudizio perchè erano di data assai recente; meno numerosi erano in quelle di Girgenti e di Caltanissetta; scarsissimi, infine, in quella di Messina.

I FASCI DEI LAVORATORI—LE DONNE

In generale si mostrarono meglio organizzati e più compatti, più disciplinati e più ardenti i Fasci dei centri agricoli, specialmente nella provincia di Palermo, dov’era singolarissima la partecipazione simpatica e ardita delle donne, che richiamò l’attenzione del Lombroso, del Morselli, mia e di tutta la stampa italiana, che giustamente ha consacrato al fatto parole di alta ammirazione non iscompagnata da un certo senso di meraviglia, perchè le condizioni intellettuali e sociali, il genere di vita e la educazione delle donne siciliane avrebbero dovuto allontanarle dal moto attuale.[2] Invece inferiori si mostrarono i Fasci delle città, non ostante che fossero stati preparati dai congressi, dai giornali e dalla propaganda socialista da molti anni.

IL FASCIO DI CATANIA E QUELLO DI PALERMO

Superiore a tutti in modo assoluto, pel numero dei soci iscritti e attivi, per la organizzazione e per la coscienza dei fini da raggiungere, era il Fascio di Catania, che formava uno strano contrasto con quelli della provincia, che erano fiacchi e incoscienti.

A Catania, mercè l’instancabile propaganda dell’on. De Felice Giuffrida, sorse quattro anni or sono il primo sodalizio. Ivi il terreno era preparato dalla vita non inonorata, che vi ebbero parecchie società operaie, che dal 1860 in poi avevano organizzato scuole, mutuo soccorso, assistenza medica e anche prestiti sull’onore; ed alcune di esse, come quella dei Figli dell’Etna, dei Figli del lavoro, della Pace ecc., sussistono ancora, sebbene facessero capo al Fascio e con questo procedessero ed agissero di conserva.

La visita dei mille soci del Fascio di Catania alla esposizione di Palermo determinò la organizzazione di analoga associazione nella città delle iniziative, d’onde, aiutata dall’Isola e dal Giornale di Sicilia e dall’attivissima azione di un generoso gruppo di giovani, il movimento si propagò in tutta la Sicilia; sicchè, se a Catania spetta il merito della iniziativa, il centro di diffusione divenne Palermo, per quel maggiore ascendente esercitato sempre dall’antica capitale sull’isola tutta.

È da notarsi che non pochi degli organizzatori dei Fasci appartenevano alla classe borghese; alcuni sono agiatissimi, come il Ballerini; pochi ricchissimi vengono dall’alta aristocrazia, come il marchese di Montemaggiore e il principe di Cutò.[3]

LA COSTITUZIONE DEI FASCI

L’organizzazione era abbastanza semplice e logica. Dove i soci erano numerosi, vennero divisi secondo le arti e i mestieri e ciascun gruppo aveva la sua speciale bandiera; vi erano anche delle squadre coi rispettivi capi per quartieri.[4]

Ogni Fascio aveva il suo rosso gonfalone con qualche altro particolare emblema; e quel benedetto rosso che scioccamente dà ai nervi delle autorità politiche, ha dato luogo a pericolose colluttazioni, ad arresti e processi. Ogni socio, nelle feste, portava una coccarda rossa, ed i capi una fascia pure rossa: bisognava vedere con quanta fierezza la indossavano i contadini e gli operai nelle solenni occasioni.

Non pochi Fasci avevano la fanfara, composta quasi sempre di reduci dall’esercito, che vi avevano portato il sentimento della disciplina, unito ad entusiasmo e attività notevoli. La fanfara, talvolta discreta, serviva a richiamare l’attenzione delle donne, destava l’invidia di molti e pur troppo somministrò occasione a numerose contravvenzioni alla legge reazionaria di pubblica sicurezza, le quali costrinsero i poveri soci o a pagare o a scontare le non piccole multe col carcere. Ajutarono moltissimo la propaganda le passeggiate da un paese all’altro, abilmente organizzate, che sviluppavano elevati sentimenti di solidarietà e davano ai lavoratori coscienza della propria forza.

Nelle sedi dei Fasci sulle pareti vi erano grandi striscie di carta con motti significativi di Marx, di Lassalle, di Bovio, di Hugo, di L. Blanc ecc. Non di rado vi si trovavano i ritratti di Marx, di Mazzini, di Garibaldi, del Re e della Regina. Il Rossi della Tribuna, ed io stesso, in alcuni luoghi non trovammo sul tavolo che un Cristo col suo lumicino, che costituiva tutto l’ornamento del luogo; e confesso che tanta semplicità impose a Rossi ed a me, e di più doveva imporre a contadini ed operai, tra i quali è ancora vivo il sentimento religioso e che si esaltano maggiormente quando si parla loro in nome del Nazzareno.

DEBOLEZZA ECONOMICA

I socî pagavano un tenuissimo contributo mensile e settimanale, che variava da luogo a luogo, ma che non oltrepassava una lira al mese. Le casse, come si può immaginare, non erano provviste e non avrebbero potuto far fronte alle spese ordinarie di amministrazione e molto meno a quelle straordinarie incontrate nell’aspra lotta col governo e colle classi dirigenti—se i più ricchi del partito non avessero fatto sacrifizî considerevoli. Soccorsi, ma in tenue misura, vennero dai socialisti del continente, della Germania, dell’Austria ed anche della Rumenia. Le scarse somme venute dall’estero, passarono per le mani del Prof. Labriola, che con vivo rammarico altra volta mi fece osservare che tra gli oblatori brillavano per la loro assenza i socialisti francesi. In qualche paese agricolo si fecero sufficienti provviste di frumento per opera di Presidenti e di soci preveggenti; ciò che consentì loro la resistenza, vittoriosa spesso, negli scioperi. Così a Corleone.

AVVERSIONE ALLE COOPERATIVE DEI FASCI

Alcuni Fasci praticavano il mutuo soccorso; altri avrebbero voluto fondare casse di resistenza, ma i mezzi erano del tutto inadeguati ai fini; si accennò qua e là, a cooperative di consumo, che fecero cattiva prova a Catania, dove cercarono sostituirvi dei prezzi di favore con particolari venditori di oggetti di consumo; scioperi inconsulti furono tentati ed una cooperativa di produzione ebbe vita per poco tempo in Palermo e finì miseramente. Erano pochissime le cooperative di lavoro, in conformità della legge dell’11 Luglio 1889, che avrebbero potuto dare eccellenti risultati. Ma non c’è da meravigliarsene perchè erano malviste dalle amministrazioni locali, che preferiscono tuttavia confidare i lavori agli appaltatori prediletti, dando luogo a sospetti, non sempre infondati, d’illecite partecipazioni ai lucri per parte degli amministratori.

A Catania, mercè il tenue versamento di centesimi 15 per settimana, si praticava l’assicurazione collettiva, mercè la quale alle famiglie dei socî che morivano venivano date L. 400. Sino allo scioglimento del sodalizio la cassa fece fronte ai suoi impegni; ma avrebbe potuto continuare per lo avvenire, se non avessero fatto meglio i calcoli e non avessero tenuto conto esatto delle tavole di mortalità?

Non poche ed inconsulte furono le spese per le inaugurazioni dei gonfaloni; e non poche volte ho assistito a banchetti relativamente luculliani, che ho biasimato con tutte le mie forze.

Lo spagnolismo in Sicilia s’impone anche tra i lavoratori!

I FASCI E IL PARTITO ITALIANO

Molti dei Fasci erano ascritti al Partito italiano dei Lavoratori e s’inspiravano alla intolleranza e al fanatismo della chiesa di Milano; alcuni, per così dire, erano indipendenti specialmente se erano sorti per ragioni locali. Vera direzione centrale non c’era per quanto il Fascio di Palermo aspirasse a tale onore e facesse di tutto per meritarlo. La Lotta di Classe di Milano penetrava in qualche luogo e vi esercitava la sua azione; in molti altri, il giornale prediletto era La Giustizia sociale, che seguiva il metodo della prima, di Palermo; L’Unione di Catania, Il Mare di Trapani erano giornali settimanali diffusi nelle rispettive provincie e redatti con criterî più conformi alle condizioni locali.

Per la propaganda, più che sui giornali—essendo grandissimo in Sicilia il numero degli analfabeti—si contava sulle conferenze, sulle amichevoli conversazioni, sulle feste da ballo alle quali partecipavano le famiglie dei socî, e che riuscivano splendide—anche dal lato economico—in Catania, e sul teatrino socialista di Palermo, istituzione che se avesse trovato scrittori ed interpreti adatti avrebbe potuto dare buoni frutti.[5]

NOTE:

[2] Il Sonnino fin dal 1876, nel suo libro sui Contadini in Sicilia, che dovrò citare ripetutamente, aveva rilevato che le condizioni delle donne non erano adatte a farle partecipare ai moti sociali.

[3] Il Marchese di Montemaggiore colla morte del padre divenuto principe di Baucina pare abbia cambiato improvvisamente di opinione.

[4] Credo che erroneamente un autorevole giornale di Roma abbia scritto che la organizzazione dei Fasci sia stata modellata su quella dei Sindacati e delle Camere del lavoro di Parigi; e l’errore venne ripetuto dal Cavalieri nella Nuova Antologia.

SVILUPPO DEL SOCIALISMO IN SICILIA

[5] Il sig. Enea Cavalieri nella Nuova Antologia del 1º gennajo 1894 riassume in parte esattamente la storia dell’idea socialista in Sicilia; ma accorda forse soverchia importanza all’antica stampa e agli antichi agitatori. Fu minima l’azione esercitata dal Bakounine da Napoli dopo il 1867, e assai circoscritta e poco duratura quella del suo e mio carissimo amico Saverio Friscia, nel circondario di Sciacca; e minima azione esercitarono i giornali Lo Scarafaggio di Trapani e il Povero di Palermo. Così dicasi pure pel Riscatto e pel Vespro di Messina e per cento altri giornaletti settimanali pullulati in tutte le provincie della Sicilia e che vissero stentatamente e per breve tempo. Vorrei poter meritare l’onore, che mi attribuisce, affermando che il punto culminante della propaganda socialista bisogna riconoscerlo nella pubblicazione del mio libro sul Socialismo e del giornale quotidiano L’Isola da me diretto. Del primo so qualche cosa, perchè ne fui l’editore: poche copie se ne vendettero in Sicilia e credo nessuna ne pervenne tra le file del popolo.

La seconda, per quanto ispirata alle idee repubblicane e socialiste penetrava maggiormente tra la borghesia più onesta e più intelligente. Invece credo che negli animi delle popolazioni ho fatto più breccia colla campagna elettorale del 1890 combattuta in quattro collegi. Dei giornali quello che ha maggiormente contribuito a creare la coscienza socialista nella cerchia della provincia di Catania fu ed è l’Unione del De Felice; vengono dopo la Nuova Età di Palermo e di Marsala e l’Esule di Trapani.


III.

IL PROGRAMMA—I RISULTATI—LE ACCUSE.

Quale fosse il programma ufficiale dei Fasci dei lavoratori è facile conoscerlo, poichè venne riassunto in un opuscolo di propaganda di Garibaldi Bosco. (I fasci dei lavoratori; il loro programma ed i loro fini. Palermo 1893.)—Questo programma è quello del partito socialista dei lavoratori italiani; è il programma della scuola marxista. Non si vuole divisione delle terre, ma socializzazione di tutti i mezzi di produzione; si vuole e si combatte per l’abolizione del salariato, e come mezzo si adotta la lotta di classe, cioè degli sfruttati contro gli sfruttatori; della lotta di classe si servono per fare in modo che le classi odierne possano sparire, distruggendo tutte le ineguaglianze artificiali, artificialmente create.» (p. 11).

Questa parte per così dire radicale del programma non è detto chiaramente ed esplicitamente che sarà realizzata in un avvenire non prossimo, come riconosce lo stesso Bebel. Ma si argomenta che i capi non dovevano ritenere di pronta attuazione la socializzazione dei mezzi di produzione, da quello che dicevano su di essa in altra parte del programma,—che consideravano come d’immediata attuazione e adatta alle condizioni dell’ambiente—e cioè: cooperative di consumo, cooperative di lavoro, conquista dei municipî, delle provincie ed anche del parlamento.

IL PROGRAMMA DEI FASCI

Queste modeste aspirazioni, che sono propugnate da tanti che non sono socialisti e pel cui conseguimento (se non vi facesse ostacolo la intolleranza di alcuni capi), si potrebbe trarre profitto dall’impiego di tante altre forze, rappresentano molto meno di quello che c’era nel programma minimo del cosidetto partito possibilista francese, ch’ebbe ad interprete autorevole e stimato il Malon.

Non avevano messo nel programma neppure le cooperative di produzione, perchè disgraziatamente nemmeno quelle di consumo e di lavoro hanno potuto attecchire in Sicilia, dove indarno si cercherebbe una associazione di semplice mutuo soccorso, che possa gareggiare con la più meschina Trade-Union inglese del vecchio stampo.

Se alcuni dei capi conoscevano le teorie di Marx—e alcuni le avevano studiate con amore e le spiegavano con molta chiarezza, come il Montalto, il Barbato, il De Luca, il Petrina, ecc.;—la immensa maggioranza dei soci dei Fasci, per non dire la totalità, non riusciva a formarsene la più lontana idea. Così avveniva che mentre i giornali ed i capi del partito parlavano di collettivismo, tra i socî e specialmente tra i contadini più arditi e più radicali si aspirava alla divisione delle terre, alla quotizzazione. Per loro una buona legge agraria sarebbe l’ideale; molti altri si sarebbero contentati della riforma dei patti colonici. La elevazione dei magri salarî per gli uni, la mezzadria ad oneste condizioni—come c’è in Toscana e nell’alta Lombardia, e di cui non mancano buoni e numerosi esempî nella stessa Sicilia—per gli altri, sarebbero bastate a soddisfarli ed a quietarli per un pezzo.

Il sig. Enea Cavalieri giustamente osservò che in fondo, «astraendo dal loro infeudamento al socialismo, i Fasci, come nuclei operai, dovevano qualificarsi Società di resistenza, Trade-Unions insomma: principio di resistenza, che ha alte giustificazioni.»

LE ASPIRAZIONI DEI CONTADINI

Nessuno aveva, dunque, motivo di allarmarsi e di protestare se praticamente, in sostanza, i contadini e gli operai di Sicilia si organizzavano come in Inghilterra e facevano domande d’immediata realizzazione che vennero trovate ragionevoli da illustri professori di diritto, che le difesero in seno della Regia Commissione che discusse i Contratti agrarî.

Per la parte più radicale, ma di remota realizzazione, poi è bene notare che l’on. Marchese di San Giuliano, ex sottosegretario di Stato nel Ministero Giolitti—e pour cause mi limito tra i liberali e i conservatori a citare il solo rappresentante di Catania—nel suo libro: Le condizioni presenti della Sicilia (p. 135) considera come superstiziosa la venerazione di cui viene circondata la proprietà privata, che considera—al modo di Lassalle—quale una categoria storica modificabile col tempo nella legislazione. A che dunque far la voce grossa contro i socialisti, che dicono la stessa cosa?

In quanto allo spirito e ai moventi reali che spinsero alla costituzione dello insieme dei Fasci, perchè i fatti posteriori mi dettero ragione, credo opportuno ripetere ciò che scrissi altra volta.

LA DEGENERAZIONE DI PARECCHI FASCI

«Anzitutto,—osservai in sul finire del luglio 1893—a spiegare certi fenomeni non degni di ammirazione, è d’uopo rilevare che certi Fasci sono sorti come arma di combattimento contro locali Società operaie infeudate ad uomini ed a partiti diversi. L’ideale socialista in questi casi non è servito che come marca di fabbrica, che doveva coprire la merce di contrabando. Così alla prima occasione tali Fasci si sono visti rinnegare i principî, che dovrebbero inspirarli e in nome del socialismo combattere anche i socialisti.»

«Più di frequente i soci, che accorsero numerosi, furono trascinati nelle nuove associazioni dall’innegabile contagio psichico, che tanto più attivamente agisce quanto meno colte sono le masse sulle quali dispiega la sua azione; ma ognuno crede che in questi casi, scomparso il fascino del momento ed anche la parvenza teatrale, rimangono poco utili, se non addirittura dannosi, al sodalizio, dove portano un pericoloso contingente di svogliatezza e di malumore.»

«Nel maggior numero, infine, degli operai, che si sono iscritti nei Fasci dei lavoratori della Sicilia e che del resto ne costituiscono l’elemento migliore prevalse quel socialismo sentimentale, ch’è fatto di forte malcontento—ben giustificato—dello stato presente, e di vaga aspirazione verso un più lieto avvenire, tanto più seducente quanto più inghirlandato colle magiche promesse contenute nelle parole giustizia ed eguaglianza. Manca, però in questo maggior numero la coscienza vera di ciò che si vuole, dei mezzi congrui per conseguirlo ed anche il concetto adeguato della forza, che si ha nelle proprie mani—giudicata talora grandissima e tal altra minima—e manca in generale questa coscienza perchè manca la coltura intellettuale anche la più elementare». (Rivista popolare 1. agosto 1893). Tutto questo era innegabile dinanzi allo spettacolo di Fasci sorti e presieduti da liberali ortodossi, come quello di Militello, o dei contro-fasci, come quello di Monreale.