Ser Graziolo: «Questo Cierbero è uno demonio preposto in questo terzo Cerchio a tormentare l’anime; il quale, siccome si truova, è uno cane infernale, e ha tre teste; e neentemeno in questo presente capitolo punisce il vizio della gola. Per questo Cierbero che ha tre teste propriamente si figura l’appetito della gola, il quale si divide in tre parti: in qualità, in quantità e in quanto continovo. L’appetito della qualità si è desiderare buoni cibi e non curare della quantità d’essi; l’appetito della quantità si è desiderare molti cibi e molto mangiare, e non curare della qualitade d’essi. L’appetito del quanto continovo si divide in quanto contiovo e quanto partito (discreto). L’appetito del quanto contivo si è desiderare continovamente di mangiare; l’appetito del quanto partito si è desiderare per spazii di tempi.»
Jacopo di Dante: «Per lo detto demonio l’appetito della gola si considera, che in ciò gl’induce; il quale con tre gole figurativamente è formato, siccome per tre modi cotale appetito per loro si possiede: de’ quali l’uno è di quantità, l’altro è di qualità, il terzo è di quanto continovamente. In quel di quantità comunalmente d’ogni cibo assai si desidera gustare; in quel di qualità particularmente di cose elette, non curandosi di quantità. Il terzo, il quanto continovo, in due modi diviso si contiene: cioè il quanto continovo e il quanto discreto. Il quanto contiovo è continovo esser goloso, e il quanto discreto è alquanto esser goloso e alquanto non essere.»
Or si dice, ma non è un bene apporsi, che la Chiosa è bene a suo luogo nel Commento di Jacopo, poichè essenzialmente allegorico: dà stupore nella esposizione di Graziolo che non contiene se non rarissime allegorie.
L’argomento sta proprio a martello? E non poteva Jacopo, che già aveva tolto a presto chiose allegoriche da Guido da Pisa, averne preso un’altra, che gli andava a genio, a Ser Graziolo? Il singolare è che tal chiosa contiene un errore, in cui son caduti e l’uno e l’altro scrittore. Chè, mentre gli appetiti, simboleggiati dalle tre bocche di Cerbero, dovrebbero essere tre, in realtà vi si parla di quattro. I due primi sono la qualità e quantità dei cibi, cioè mangiar bene e mangiar molto e tu supporresti, di leggeri, che terza dovesse essere la qualità con la quantità riunita, cioè mangiar bene e molto. Ma non così divisavano gli antichi commentatori, mettendo come terzo appetito un «quanto continuo». Ed ecco qui è ora l’errore.
Questo «quanto continuo» si suddivide, alla sua volta, in «quanto continuo» e «quanto discreto»: cioè «quanto partito» come traduce le parole di Ser Graziolo un volgarizzatore trecentista del Commento del bolognese.
Ed oltre alla contradizione de’ quattro appetiti corrispondenti alle tre bocche di Cerbero, vi è ancora un’altra difficoltà, poichè appar evidente che il «quanto discreto» non potrà essere una suddivisione del «quanto continuo». Quindi, a fil di logica, suppone il valoroso Rocca si debba correggere in modo che la quantità si divida in due parti, cioè la quantità discreta e la quantità continua, secondo ben afferma, del resto, Ser Graziolo, poichè la «quantità discreta» è mangiar molto per spazii di tempi (per intervalla temporum) e la «quantità continua» è l’aver sempre l’appetito desto e trovarsi disposto al mangiare.
E l’errore nel testo latino di Ser Graziolo si spiega facilmente così: che invece di scrivere appetitus quantitatis abbia ripetuto appetitus quanti continui, che aveva scritto poco discosto, mentre non si spiega nel testo di Jacopo, che dice: il terzo, cioè il quanto continovo.
Ma la questione si ingarbuglia sempre più. Guido da Pisa, che aveva trovato la Chiosa nel Commento di Ser Graziolo, fraintendendo le parole per intervalla temporum, cioè «per spazii di tempi» aveva difformato l’ultimo inciso così: Quantum vero discretum est et aliquando multum et aliquando parum et procurare et comedere.
A ciò sono in tutto rispondenti le parole di Jacopo: «Alquanto discreto è alquanto esser goloso e alquanto non essere». Per il vocabolo alquanto, traduzione dal latino aliquando è evidente che Jacopo deriva la sua Chiosa dalla esposizione di Guido da Pisa, che l’aveva trovata nel Commento di Ser Graziolo. E la serie cronologica di questi Commenti è forse da porsi in tal modo:
1.º Ser Graziolo (1324).
2.º Guido da Pisa (fra il 1325 e 26).
3.º Jacopo Alighieri (dopo il 1326).
Tutti e tre non vanno col loro Commento oltre la Cantica dell’Inferno. Solo Jacopo sembra avesse in intendimento di chiosare anche la Cantica del Purgatorio, ma non si ha notizia, fin ora, che il recasse in atto.
Concludiamo: noi non abbiamo risparmiato cure in questa pubblicazione e crediamo aver gettato ampia luce su un punto, sì controverso, della nostra storia letteraria.
Nelle indagini, nella cura del testo, nel raffronto dei varii codici, fu a noi guida sapiente il dott. Fr. Roediger, maestro nella più eletta erudizione della nostra letteratura e fra i pochissimi stranieri assolutamente padroni del linguaggio nostro.
E chiunque vorrà far paragone della nostra edizione con la precedente, scarsa di notizie, e tanto errata nel testo, e pur da tempo esaurita, potrà ben dire che queste Chiose potean, sin ora, considerarsi come inedite. E la lode de’ buoni, e discreti, sarà il massimo guiderdone alla nostra non lieve fatica.
Jarro.
[1] Guerrini e Ricci.
[2] Il codice che contiene la notizia: Jacobe, facias declarationem è il laurenziano XLII, 15.
[3] La storia di Amfiarao è riportata da Stazio nel 7-8 libro.
[4] Il maggior numero de’ codici offre la lezione materiale. Volendola sostenere sarebbe da immaginare ch’egli contrapponga alla forma poetica della sua Divisione e ad altre sue dichiarazioni in versi del Poema le sue Chiose scritte in prosa materiale.
[5] Aggiunge, di solito: favoleggiando; vocabolo che adopera anche per la Bibbia e nel parlar di Elia e di Eliseo.
Factus fuit per Jacobum filium Dantis et per ipsum missus ad magnificum et sapientem militem Dominum Guidonem de Polenta, anno millesimo trecentesimo vigesimo secundo die primo mensis Aprilis[6].
[6] Così nel Cod. Parig. it. 538 (De Batines, N. 414). Il Trivulziano XVI: «Sonectus iste cum divisione predicta missus fuit per Jacobum filium Dantis Allaghierij ad magnificum et sapientem militem Dominum de Polenta, anno domini MCCCXXIJ, indictione die prima mensis Madij», cf. il Cod. Grumelli di Bergamo: «Questo canto fece il figliuolo di Dante, contiene tutta la materia della Commedia e mandato a Messer Matteo da Polenta», e il Cod. Cavriani, (De Batines, 244).
1.—Cod. Laurenziano XL. 10, del 300, scritto a 2 colonne. Contiene in principio il testo del Poema, con la rubrica in rosso: «Inchomincia la chomedia di dante allighieri di firenze, nella quale tratta delle peni (sic) e punimenti de vizij e de meriti et premij de la virtu. Comincia il chanto primo de la prima parte, la quale si chiama inferno; nel quale capitolo fa l’autore proemio a tutta l’opera». Finito il Poema, la sottoscrizione: «Qui finisce la chonmedia di dante alleghieri di fiorenza. Lode e grazie n’abbi iddio.» Segue il Capitolo di Busone da Gubbio, e quindi il «Proemio di achopo figluolo di dante aleghieri sopra la Commedia». (È il noto Capitolo, ossia la Divisione).
Finalmente il Commento: «Libro primo. Chiose di achopo figluolo di dante Allighieri sopra alla chommedia». Terminato il Commento: «Conpiute sono le chiose de l’ynferno di achopo di dante». Per essere discretamente corretto, mi sono servito di questo manoscritto per il testo. In caso di lacune o di lezioni evidentemente erronee abbiamo ricorso ai codici che indichiamo, come pure ad altri manoscritti che recano qualche brano delle nostre Chiose, come, per es., il codice Poggiali 313 e l’Ashburnham. 832.
2.—Il Codice Poggiali Vernon, della fine del 300, che oltre ai Commenti di ser Graziolo, Guido da Pisa, Benvenuto da Imola, racchiude anche le Chiose di Jacopo. Esso servì alla prima stampa del Commento, sebbene scorretto per modo che moltissimi passi rimangono a dirittura privi di senso. L’editore aggiunse, a piè di pagina, le varianti del Laurenziano XL, 10, ma con parecchie inesattezze.
3.—Il frammento Barberiniano-Vaticano XLV, 101 (ant. 1729), di sole 4 carte, aggiunte al Commento latino di Pietro di Dante. È anche esso del 300. Lo pubblicò il Crocioni nel Bullettino della Società filologica romana, N.º IIII, p. 70 e sgg., dove si legge pure il testo del
4.—Frammento di una sola carta, inserito nel cod. Riccardiano 1414, e scoperto dal Morpurgo. Contiene pochi passi dei Capit. XIV e XV. È del 300.
Questi codici sono ben diversi l’uno dall’altro, ciascuno di essi offre lacune che non si riscontrano negli altri. Una certa parentela si nota fra il Laur. XL, 10 e il codice Vernon-Poggiali. Rimane però escluso che l’uno possa esser copiato dall’altro.
A ciò che del frutto universale novellamente dato al mondo per lo illustre filosofo e poeta Dante Allighieri fiorentino con più agevolezza si possa gustare per coloro in cui il lume naturale alquanto risplende sanza scientifica apprensione, io Iacopo suo figliuolo per maternale prosa dimostrare intendo parte del suo profondo e autentico intendimento, incominciando in prima a quello che ragionevolmente pare che si convegnia, cioè che suo titol sia, e come partito, e la qualità delle parti, procedendo poi ordinatamente la disposizione di lui, secondando il testo. Il cui ordine brievemente così comincio che, secondo quello che ciertamente appare in quattro stili ogni autentico parlare si conchiude, de’ quali: ¶ Il primo tragedia è chiamato, sotto ’l quale, particularmente d’architettoniche magnificenze si tratta, si come Lucano e Virgilio, nell’Eneidos. ¶ Il secondo, commedia, sotto il quale generalmente, e universalmente si tratta di tutte le cose, e quindi il titol del presente volume procede. ¶ Il terzo, satira, sotto il quale si tratta in modo di riprensione, siccome Orazio. ¶ Il quarto, e ultimo, elegia, sotto il quale d’alcuna miseria si tratta, si come Boezio. La cui divisione procedendo in cotale modo permane, che principalmente si divide in tre parti, delle quali la prima figurativamente Inferno si chiama, la seconda Purgatorio, e la terza e l’ultima Paradiso. La prima in nove parti, cioè gradi, si divide, de’ quali il settimo in tre; l’ottavo in diecie e ’l nono in quattro. ¶ Ancor si divide la seconda in sette gradi ordinati, e in due extraordinati, l’uno superiore, e l’altro inferiore si divide. Il quale inferiore in cinque parti ancora è diviso. La terza e l’ultima in due[7] sanz’altra divisione si divide, delle quali generalmente l’allegorica qualità avegniachè per più propio secondo l’ordine del volume recitare si convegna, non di meno quì per questo proemio dichiarerò parte de’ suoi principii per abbreviarmi più nelle seguenti cose, dicendo ch’el principio delle intenzioni del presente autore è di dimostrare di sotto alegorico colore le tre qualitadi dell’umana generazione. ¶ Delle quali la prima considera de’ viziosi mortali, chiamandola Inferno, a dimostrare che ’l mortale vizio opposito alla altezza della vertù siccome suo contrario sia. Onde chiaramente s’intende che il luogo determinato de’ rei è detto Inferno, per lo più basso luogo e rimosso[8] dal cielo. ¶ La seconda considera di quegli che si partono da’ vizi per procedere nelle virtudi, chiamandola Purgatorio, a mostrare la passione dell’animo che si purga nel tempo ch’è mezzo dall’uno operare all’altro. E perchè dal partirsi dalle vertù a l’entrar ne’ vizî spazio non ha di tempo, però no gli si oppone opposita qualità, chè sanza mezzo di tempo è fatto vizioso chi si parte da virtù per procedere ne’ vizij, chè dove non è tempo non è passione. ¶ La terza e l’ultima considera degli uomini perfetti, chiamandola Paradiso, a dimostrare la beatitudine loro, e l’altezza dell’animo congiunto con la felicità, sanza la quale non si discerne il Sommo Bene. E così figurando per le parti sopradette, come conviensi, sua intenzione procede, la quale per più chiarezza simigliantemente mi conviene seguitare, dichiarando, dove bisognia quella parte del libro prendendo per titolo che a ciò si conviene. Nel quale incominciando così procedo:
IN questo cominciamento del libro, siccome proemio, significa l’autore la quantità del tempo suo nel quale egli era quando il lume della verità gli cominciò prima a raggiare nella mente, avendo infino allora dormito col sonno della notte continua, cioè nell’oscurità della ignoranza, mostrando che fosse nel mezzo del camin di nostra vita; per lo quale si considera il vivere di trentatre, o vero di trentaquattro anni, secondo quello che del più e del meno e del comunale appare e simigliantemente quel c’appare del vivere[9] e del morire di Cristo, il quale, per essere perfetto in tutte sue operazioni il mezzo comprese. Nel quale essendo s’avide ch’egli era in una oscura selva, dove la dritta via era smarrita. Per la quale, figurativamente, si considera la molta gente che nella oscurità dell’ignoranza permane, con la quale è impossibile di procedere per la via dell’umana felicità, chiamandola selva, a dimostrare che differenza non sia da loro sensibile e razional suggietto al vegetabile solo. Onde propriamente di cotal gente selva d’uomini si può dire come selva di vegetabili piante.
❡ Per questo bene di che egli trattare intende il dichiarare al mondo la passione de’ rei e la gloria de’ buoni si considera, la qualità loro secondando per dare correzione e lode a chi n’è degnio.
❡ Naturalmente a ciascuno è gnoto della detta selva l’entrata per lo principio puerile, nel quale si dorme l’affetto di ciascuna inpressione.
❡ Essendosi raveduto dell’essere istato nella bassezza della detta ignoranza, la quale figurativamente quì valle si chiama, l’animo suo al pie’ d’un colle incontanente pervenne, per lo quale l’altezza dell’umana felicità si considera, la quale coll’intelletto de’ raggi del sole coperta la vide, cioè della chiarezza dell’intellettuale verità, con la quale dirittamente si guida chi co’ lei si rimira.
❡ Ritrovandosi nel cominciamento di cotanto bene, la paura della notte ch’avea passato, cioè del tempo in che nella ignoranza era stato, alquanto gli fu sollevata per la speranza che già nell’intelletto la sopradetta chiarezza gli dava.
❡ Per questo passo, al quale egli qui si rivolse la sopra detta viziosa e ignorante vita, figurativamente si considera, la qual non lascia aver vita d’alcuna vertuosa fama dietro a la morte, a chi di lei fia impresa.
❡ Cominciando coll’animo a salire su pe la detta altezza, mostra che tre bestie gli si parassero dinanzi per isturbarlo, per le quali figurativamente si conprendono i principali tre vizii più contrarii a bene operare dell’animo, de’ quali il primo è lussuria, formandola in lonza, però che come lei è macchiata di molti e diversi colori, sì come di molti e diversi piaceri e di simigliante umidità e superflua caldezza disposta. ¶ Il secondo superbia in forma di leone figurata, la cui significazione apertamente si vede. ¶ Il terzo avarizia, formata in lupa, a significazione di sua bramosa e infinita voglia, sì come per lei tra gli altri animali di ciò golosamente sembianza vede e di ciascuna mostrando a cotale salire come grande è l’offesa.
❡ Essendo occupato nell’animo da’ sopradetti vizii alcuna cagione di speranza, l’ora del tempo gli dava e la dolce stagione e della fiera la gaetta[11] pelle, immaginando che la chiarezza del felice lume gli avea incominciato a raggiare nella mente nel principio del dì sì come in principio di luce e fine d’oscurità, essendo il sole in compagnia colle stelle dell’ariete, con le quali, secondo la divina scrittura era acconpagnato, quando in prima ebber moto, però che si vedeva con l’universo in uno medesimo tempo accordante: Per lo quale si segue che fosse di primavera ne’ dì del suo mezzo Marzo. E simigliantemente, immaginando alla vaghezza della gaetta pelle, pensando che la naturale par che conceda, che dove più è valore più cotal fuoco s’accenda, avegna che ciò non si debba accettare se non come vizio.
❡ Ritornando con l’animo nell’usato luogo, cioè nell’ignoranza per la forza de’ detti tre vizi, l’effetto dell’umana ragione dinanzi agli occhi della mente gli apparve, dal quale è compreso indizio e forza di procedere per la via dell’umana felicità; il quale effetto, figurativamente, nel detto luogo ingnorante, in forma di colui che più nella ragione umana poetando si stese, compone cioè di Vergilio, dal quale per tutto il cammino che a lei s’appartiene figurativamente sì come da essa, per questo libro prende sua guida.
❡ Con ciò sia cosa che, per volere di Dio, ciascuno animale da’ corpi celestiali, cioè dalle stelle, abito[13] e forma comprenda; però il loro effetto così qui è da entrare che, secondo quello che visibilmente appare, la presente umana età più della cupidità dell’avarizia che d’altra impressione aver mostra e questo è quello che nelle presenti parole se tocca, diciendo che pur crescier debbia infin che suo corso trascorra e poi venir meno ragionevolmente sì come ella comincia per la continua e velocissima variazione delle stelle. ¶ Per la quale definizione, che figurativamente qui veltro si chiama, la seguente impressione di lei si considera, la quale esser conviene virtudiosa, perchè dala presente ciascun vizio dipende, chiamandola veltro per contrario della presente, ch’è lupa. La cui nazione serra tra feltro e feltro, considerando cioè tra cielo e cielo. Ver è che per certi diversa intenzione sopra ciò si contiene, dicendo che ’l detto veltro debbia essere alcuno virtudioso che per suo valore da cotal vizio rimova la gente approvando ch’altro che di gentil nazione non possa essere. ¶ Onde per abbattere cotale opinione, cioè che così di vile come di gentile non possa essere, qui per contrario solamente tra feltro e feltro così si consente, si come tra vile e vile, però ch’è drapo di vile condizione, avegnia che la intenzione del presente autore a questa ultima però non consente.
[9] Dalla parola che alla parola vivere togliamo dal codice B.
[10] Il cod. B legge persona.
[11] Il cod. L gaeta, il cod. B gaecta.
[12] Il cod. B legge invece di con, di doglia.
[13] Il cod. B animo.
ESSENDOSI esaminato e provveduto con la ragione umana, cioè con Virgilio, qui in questo principio del secondo capitolo si fa cominciamento d’entrare nella sopradetta qualità prima degli uomini, cioè nell’inferno, significando che fosse nella fine del dì, e nel cominciamento dela notte, a figurare la scurità dell’ignoranza, la quale prima ragionevolmente gli conviene mostrare, però che prima e più all’umana generazione è accostante.
❡ Temendosi di non potere fornire quel che già cominciato era nell’animo suo con Virgilio di quel che tratta nell’Eneide del padre di Silvio, cioè di Enea, si ragiona non vogliendo simigliante operazione agguagliare a lui, si come dell’andata che figurativamente con Sibilla per lui all’inferno si fece, pensando all’effetto del suo gran processo, si come principio e padre di Roma, nel quale la Chiesa e l’Imperio inizio fece, e simigliantemente al vas d’eletione, cioè a san Paolo, il qual poi per cotal modo, figurativamente per l’inferno si mise per dar conforto e correzione alla cristiana fedel gente. Onde a così grande due cagioni considerando, la sua imposibile quasi gli pare.
❡ Per conforto della detta temenza qui per Virgilio la cagion che lui mosse si conta, di Beatrice dicendo la qual per tutto questo libro la divina scrittura s’intende, si come perfetta e beata.
❡ Figurativamente per questa gentil donna la profonda mente della deità si considera, della quale ogni essere procede; per lo quale suo rotto giudicio che qui si ragiona, il trarre l’abito mortale dell’ignorante giudicio per farlo de vertù grazioso s’intende, chiamando cotale grazia Lucia si come grazia di dio, la quale per suo volere si move al soccorso di ciascuno che dall’ignoranza si parte.
❡ Si come nella Bibbia si contien Jacob pare che due sirocchie insieme per sue mogli avesse, cioè Lia e Rachele, per la cui continenza figurate sono alla vita attiva e alla contemplativa; delle quali per la contemplativa la seconda, cioè Rachele si considera. Onde per la contemplatione della teologia, cioè della divina scrittura, allato di lei, si come simile permanendo si pone.
❡ Per questa fiumana la viziosa e ignorante operazione del mondo s’intende, la quale Acheronte si chiama, cioè sanza allegrezza interpetrata, si come principale fiume de’ quattro infernali che nelle infrascritte chiose si contano.
❡ Qui si consideri che non sia possibile a salire all’umana felicità a niuno, cosi l’effetto de’ vizi, come delle virtudi ignorante, avendo solamente alcuno indizio di virtù; però che tanto di sopra detti vizi è l’amara dolcezza, e specialmente dell’avarizia che di ciò lo sturba, onde sanza operarlo ciascun vizio come le virtudi conoscere si dee. Per la quale cosa, figurativamente, il presente autore a dimostrare le virtudi e’ vizii s’induce, per dare al mondo correzione ed esempio.
IN questo cominciamento del capitolo il prencipio dell’entrare ne’ vizi si significa, trovandosi sanza serrame una porta, sopra la quale le proposte parole si contengono. Per la quale la vaghezza puerile, più tosto disposta sanza serrame alla viziosa dolcezza che alla chiarezza delle virtudi si considera. Ma più propio parlando il cominciamento d’ogni vizioso operare della gente significa, nel quale conservandosi ogni speranza di vedere il sommo bene, cioè Iddio, lasciar si conviene, chiamandosi cotale essere città dolente per propietà de’ suoi posseditori; la quale dolore eterno si può dire si come opposito del paradiso ch’è vita eterna. ¶ E perchè la natura del mondo, cioè Iddio perfine di vedere lui all’umana generazione ha dato, però è perduta la presente qualità del suo essere chiama, si come nemica e fallace del proposito del suo circustante fattore.