LARDONE. Lasciamo «quae pars est» e nomi da scongiurar gli spiriti.

PEDANTE. Tutti son nomi significativi ch'esprimono le forme di quei vasi. Oste, hai tu del cecubo, dell'amineo e de' «spumantia vina Falerni»?

CAPPIO. Non intendere vostre linguagie.

PEDANTE. N'hai del cecubo di Pozzuolo, dell'amineo di Vesuvio e del razente de' monti Falerni?

CAPPIO. Aspette ne poche a io, che te porte le falanghine de Pezzulle, greco vesuviano e del trebiano.

PEDANTE. Nomina desinentia in «ano» maximam dulcedinem significant et mihi summopere placent. Andiamo per i supellettili.

LARDONE. Come posso partirmi, se queste porchette infilzate mi tengono incatenato, né posso distaccar la vista da questi salami, pollami? lasciatemi far un altro poco l'amore.

PEDANTE. Dii talem avèrtite pestem, o sarcofago, o lupus luporum, o asine asinorum!

LARDONE. Io asino e tu un bue, siamo bene accoppiati!

PEDANTE. Tabernarie, io non cerco lauti obsòni né tanti pulpamenti, ché non ho quadranti da spendere. Una cena frugale.

CAPPIO. Tas teich Gotz: te venghe le cancarelle, volere essere fregate!

LARDONE. Oste, al tornar mi farai trovar apparecchiato un piatto di ravioli e di maccheroni strangolatori, tanto l'uno. Per Altilia uno di questi salsicciotti, che non è avvezza a mangiarne ancora. Tu, Lima, attáccati a questi salsiccioni, che so che ti piacciono.

LIMA. M'appigliarò al tuo consiglio.

CAPPIO. Tutte cheste cose trovare apparecchiate.

LARDONE. Ma sopratutto il presto sia in capo della lista, che importa piú di tutto; ché non è peggio aver fame e stare aspettando a tavola. Se ci farai una minestra di trippa grassa, mettici della menta e zaffarano; che se per disgrazia non fosse ben netta e sentisse della madre, se è verde, abbiamo iscusa che sia la menta, se gialla, il zaffarano.

CAPPIO. Tornare presto a cca.

LARDONE. Quelle groppe pelate e grasse di quei capponi mi farebbon volare, non che trottare, e m'han posto in tanto appetito che sarei per mangiarmele crude.

PEDANTE. Andiamo, che fai?

LARDONE. Oste, riempi il ventre di questa porchetta di ficedole, tordi e altri uccelletti che, aprendo il ventre, si cavino ad uno ad uno, come uscivano i greci dal ventre del cavallo di Troia; fa' che si cuoca col suo succo e con quella sua crostina tenerella. Ahi, che non vorrei mai perderla di vista!

PEDANTE. Galante innamorato! altri amoreggia con le donne, egli con li animali morti. Teutonice, potremo lassar qui le donne sole?

CAPPIO. In cheste nostre ostelerie alloggiano vecchie fámine e con merdate.

LARDONE. Ti sia dato al mustaccio.

PEDANTE. Requiescite e date pausa alla lassitudine; fate che si prestoli la cena, ché da un pauculo di tempo tornaremo.

LARDONE. Avertite, non mangiate senza noi.

SCENA V.

GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO.

ALTILIA. Il Ciel vi dia ogni contento, anima mia.

GIACOMINO. E che maggior contento potria darmi la sorte che darmi voi?

ALTILIA. E vi sia sempre lieta e propizia ogni stella.

GIACOMINO. E qual piú gioconda e graziosa stella poteva oggi appresentarsi agli occhi miei? il cui splendor ne' suoi begli occhi con benignissimi aspetti influiscono nell'anima mia tante felici e sovraumane dolcezze e preziose rugiade di gioie, che vagheggiandole non posso conoscere qual sia maggiore, o lo splendor de' suoi raggi o quel ferventissimo fuoco che apporta seco; o qual sia piú la gioia di mirargli o l'ardor che ne succede, che non so come l'angustia del mio petto lo possa capire e ne possa godere insieme tante felicitadi.

ALTILIA. E qual piú chiara luce poteva oggi rappresentarsi all'anima mia, nel cui lampeggio arde la piú chiara sfera del cielo? O vita dell'anima mia, o vita dell'anima mia!

CAPPIO. State in cervello, padrone, che le sue parole son pregne di sostanza: è figlia di mastro ed è una dottoressa che l'impatta a Platone—ed ha le veste e tele.

GIACOMINO. Ma che posso rispondere, s'alla tua presenza me si liga la lingua, stupefanno i sensi e in me stesso muoio? Le mie parole sono semplici, come m'escono dal cuore, solo avvivate dal desiderio del mio cuore. Bisognaria che avessi la sua dolcissima lingua in bocca per poterle ben rispondere.

ALTILIA. A tanto amore non so come rispondere; non posso altro, in ricompensa, che donar me stessa a voi: e voi amando me, non amate me, ma una cosa vostra; né io son piú padrona di me stessa, ma sono una guardiana delle cose vostre.

GIACOMINO. Ed io abbissato nel centro del mio niente, come posso pagar cosí gran dono? perché se possedessi la monarchia del mondo, non tanto potria donarvi che non restasse piú di quel che dato avessi. Troppo è grande la vostra bellezza, troppi sono i meriti dell'onore, della saviezza e di tante altre sue leggiadrissime parti, che partite in molte donne, molte se ne arricchirebbono: basta dir solo che in voi sieno tutte le grazie, costumi e bellezze che si trovano sparte in tutte l'altre, e che in voi sola la natura ha voluto mostrare l'eccellenza del suo valore.

ALTILIA. Vorrei che poteste ascoltar quello che nel silenzio della lingua desidera palesargli il core: che se vi è pur alcuna cosa di buono, tutto vien da' raggi del tuo sole che m'indorano tutta; da quello viene ogni mio bene. Ma ditemi, cor mio, come avete sopportata l'assenza di tanti mesi che non m'avete veduta?

GIACOMINO. In questa assenza ho provato di quelle crudeli e acerbe passioni che sanno far provare i vostri meriti. Ma pur in cosí infinito dolore m'ho meritato e guadagnato il premio della costanza e del valor della mia fede. Ho arso e bruciato bensí, ma in quelli miei incendi ho trovato quello alleggiamento che m'ave apportato la speranza di aver presto a rivederla, sperando che quegli occhi che mi avevano aperto il fianco, quelli poi avessero a risanar le mie piaghe. E voi, cor mio, come l'avete passata?

ALTILIA. Io rapita nel pensiero delle vostre qualitá rare e inimitabili, ho pasciuto l'intelletto di certo inusitato diletto che solo m'ha sostenuto in vita, e fra cosí dolci inganni ingannando me stessa, ho passata la vita mia; né so che altro rispondervi che tutte le parole che devrebbono uscir dalla mia bocca, tutte escono dalla vostra.

GIACOMINO. Che dici, o fidelissima ministra de' nostri secreti amori?

LIMA. Che il Cielo stringa e conservi stretto cosí bel nodo d'amore, che non sia per sciorsi giamai.

GIACOMINO. Non si sciorrá ben certo, ché non è il maggior ligame nell'amore che la somiglianza de costumi; onde il nodo è cosí strettamente ordito per le mani d'Amore che non bastará sciorsi dalla morte.

LIMA. Ma poiché sète patti e contenti, ricevete l'un dall'altro il premio di tanto amore.

GIACOMINO. Ma perché trattengo me stesso, dove la voglia mi sferza e mi sospinge?

CAPPIO. A me par sciocchezza perdere il tempo in belle parole, che si potrebbe spendere in uso piú desiato e gradito: avete poco di tempo, e quel poco che avete ve lo torrá il ritorno del mastro or ora.

LIMA. Giacomino, ve la do in podestá: vi prego a serbar con lei quel decoro che si conviene alla qualitá vostra e al suo onore.

GIACOMINO. Anima mia, dal tempo che v'ho amata, v'ho amata sempre da sposa, ché tal mi pareva che meritassero le vostre parti; io per sposa v'accetto se ne son degno.

LIMA. Or andate a riposarvi, o bella coppia d'amanti e sposi.

CAPPIO. Anzi a faticar piú che mai.

SCENA VI.

LIMA, CAPPIO.

CAPPIO. Lima, quei si vanno a godere, e noi vogliamo qui far la saliva in bocca?

LIMA. Il tuo amore è come quello degli asini, che non dura se non la primavera; ma dimmi, che hai apparecchiato per darmi?

CAPPIO. Il fuso per la tua conocchia e il pistello per il tuo mortaio; ché se non hai il pistello, come vorresti far la salsa, e se ti mancasse il fuso, come vorresti filare? E tu che m'hai apparecchiato?

LIMA. La berretta per il tuo capo e la lanterna per la tua candela; ché non aresti con che coprirti il capo quando piove, e non avendo lanterna, il vento ti smorzarebbe la tua candela.

CAPPIO. Orsú, entriamo ad accenderla; va' prima e ponti in ordine.

LIMA. Noi stiamo sempre in ordine; ponti a ordine, e per non farmi aspettare, entra innanzi tu o vienmi dietro.

CAPPIO. Entriamo, ché innanzi o dietro, poco m'importa.

ATTO III.

SCENA I.

CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, LIMA.

CAPPIO. Giá è ogni cosa in ordine: potrete seder quando vi piace.

GIACOMINO. Paggio, dá l'acqua alle mani; oh come sei melenzo! dalli la tovaglia per asciugarle.

CAPPIO. Sedetivi, di grazia.

ALTILIA. Non tante cerimonie.

GIACOMINO. Non son cerimonie ma nostro debito.

ALTILIA. Siedi ancor tu, Lima; e chi ci ha invidia de' nostri contenti, non sia mai invidiato da altri. Ma se verrá mio padre, che scusa trovaremo che non l'abbiamo aspettato?

CAPPIO. Cosí non ci mancassero denari alle borse, come non ci mancano mai scuse. Diremo ch'eravate stanche, sí che venevate meno senza fare un poco di collazionetta.

GIACOMINO. Cappio, accendi quella profumiera, ché spiri odore.

ALTILIA. Io non voglio altro odore che quello che spira dai vostri onorati costumi e gentilissime maniere.

GIACOMINO. Mangiate di questa vivanda, se vi piace.

ALTILIA. A me sol piace quello ch'a voi piace. Ma voi perché non mangiate, anima mia?

GIACOMINO. Io fo un dolcissimo banchetto agli occhi miei e godo di quei cibi ch'ho desiato sí longo tempo; di quei cibi che non producono terra, acqua, aere e cielo. Veggo che la rosa tanto è bella quanto assomiglia alle vostre gote, e i gigli s'insuperbiscono della loro candidezza, perché pompeggiano nelle vostre carni; i giacinti tanto son riguardevoli quanto rappresentano la sembianza degli occhi vostri, e le perle delle marine conche tanto han di preggio quanto rassembrano i vostri denti; l'odori de' gelsomini tanto son grati quanto rassomigliano al vostro fiato. O occhi sereni, ove il cielo fa deposito delle sue stelle e dove conserva i suoi splendori!

ALTILIA. L'amor vi benda gli occhi e vi fa parer il falso per il vero.

GIACOMINO. O care mammelle, o acerbetti pomi, e quando mai negli orti esperidi si produssero pomi cosí leggiadri, custoditi con tanto rigore dal vigilante dragone? Io moro considerando quella valletta fra quei due pomi, oggetto di tutti i miei pensieri, nido dell'anima mia; or che saran l'altre cose che non si vedono?

ALTILIA. Mangiate; non sète ancor sazio di mirarmi?

GIACOMINO. Ancor non ho cominciato, perché non so da dove incominciare a rimirarvi. Perché se miro il terso avorio della fronte, gli occhi mi rapiscono a riguardargli; se mi fermo negli occhi, mi sento invitar dalle gote a contemplarle; e appena mi drizzo a mirar quelle, la bocca mi strascina a contemplar i rubini de' suoi labri; e se rimiro il collo, ecco mi tirano le mammelle: talché confuso e stupefatto non so da dove cominciare. E come potria esser questo, se voi non foste stata fatta dalla natura con tutto il suo studio d'impoverir tutte le donne per arricchirne voi sola, e per contemplar le sue gran meraviglie e quanto ella sa fare? Onde non potrete esser tanto mirata che non siate tanto piú degna d'esser mirata e admirata. E se non posso lodar quanto devo, supplisca l'affezione.

CAPPIO. Paggio, che fai che non porgi da bere?

ALTILIA. Bevete, cor mio.

GIACOMINO. Io non beverò mai, se voi non bevete prima e lasciate ch'io suchi quelle reliquie che son rimaste in quella parte del bicchiero ove han toccato le labra vostre, acciò con quelle io possa rinfrescar l'arsura dell'anima mia.

ALTILIA. Però, anima mia, ho pregato voi prima che beveste, per aver io quel contento e provar io quella dolcezza che voi da me desideravate.

GIACOMINO. Poiché il mio core è un eco del vostro core e l'un pensiero eco dell'altro, paggio, porta un bicchier grande, empilo tutto, acciò l'un goda della bevanda dell'altro. Deh, bevete per aggradirmi.

ALTILIA. Non solo bever, ma vorrei darvi maggior contento di questo.

CAPPIO. Con tantillo de cosa gli darete maggior contento.

SCENA II.

SPAGNOLO, GIACOMINO, CAPPIO, ALTILIA.

SPAGNOLO. ¡Buen provecho hagan Vuestras Mercedes! Al señor caballero y á mi señora beso mil veces las manos.

ALTILIA. Ben venghi, buon compagno!

SPAGNOLO. Por vida del rey mi señor, que he visto este caballero en la guerra de Flandes.

GIACOMINO. Non vidi mai altro che Napoli e Salerno.

SPAGNOLO. Y también he visto una señora en Flandes que par es de en todo á esta mujer, y por esto la quiero servir.

ALTILIA. Vi ringrazio del favore.

CAPPIO. (Mira che disgraziato e prosontuoso spagnolo! come si pone in dozena con questi gentiluomini! mira con che grandezza e sussiego si va accostando! Veggiamo dove riuscirá questa prattica).

SPAGNOLO. Señor caballero, V. M. beba.

GIACOMINO. Non ho ancor sete.

SPAGNOLO. Tus, tus, tus.

CAPPIO. (Finge aver tosse: certo, che egli vorrá bere).

GIACOMINO. Bevete voi, ché forse vi passará la tosse.

SPAGNOLO. Bríndis á V. M., bríndis á mi señora.

ALTILIA. Vi faremo ragione.

SPAGNOLO. Quiero contar la jornada que havemos hecho en Flandes con el conde Mauricio.

GIACOMINO. Non vogliamo udir cose malenconiche di guerre e occisioni, ma di amore e di piacere. Cappio, dágli del pane.

CAPPIO. Eccoti del pane; e come hai mangiato e bevuto, vanne via.

SPAGNOLO. Mi señora, quiero hacerte un bríndis.

CAPPIO. (Non gli basta d'aver mangiato e bevuto, pur vuol ber di nuovo).

ALTILIA. Vi faremo ragione.

CAPPIO. (Mira come s'è seduto appresso la signora un poco! vedremo che a poco a poco ne caccerá quella, ed esso se ci porrá).

SPAGNOLO. Por vida del rey mi señor, que V. M. es la mas hermosa señora que haya en todo el mundo, y merece que el rey la sierva, y por esto la quiero servir yo. Tome V. M. este bocado.

CAPPIO. (Eccolo seduto; a poco a poco mangia insieme con loro, e s'è invitato da se stesso).

SPAGNOLO. Tome este bocado, señora dama.

ALTILIA. Vi ringrazio assai.

SPAGNOLO. ¡Buen provecho haga! Bríndis, mi señora, yo bebo por la vida del rey mi señor y per la salud d'está señora mia.

CAPPIO. (Giá si è ingerito a mangiare e bere).

SPAGNOLO. Tudesco, trahe aquí pichones, pavos, pullos y todas las cosas que hay en la venta.

CAPPIO. (Poiché s'è fatto padron della tavola, si vuol far padrone ancor dell'osteria. Dubito che alfin non la baci).

SPAGNOLO. Tudesco, trahe ropas, que á fe de caballero yo pagar todo.

CAPPIO. (Da povero soldato s'è fatto cavaliero).

SPAGNOLO. Señora, yo le quiero contar cuantos torneos he ganado y cuantos gigantes he muerto, cuantos castellos encantados he derribado entonces cuando yo fui caballero andante, y todas mis hazañas.

CAPPIO. (M'arde il cor della prosunzion di costui).

SPAGNOLO. Mi señora, no puedo mas sufrir la pasion que me da la hermosura suya: perdóneme si me atrevo á tanto.

GIACOMINO. Mira forfante! te imparerò creanza con un bastone!… A baciarla!

SPAGNOLO. ¡Á don Cardon de Cardona, palos! ¡á mi, palos! Voto á Dios, que yo os mataré y á todo el mundo, que despoblaré todo el infierno.

CAPPIO. ¡Don Ladron de Ladroni, toma esto!

SPAGNOLO. Espera un poco aquí que yo tome mi espada y la capa, que con ella castigaré mis agravios.

CAPPIO. Ma par che veggio il padron che torna da Posilipo; anzi non piú mi pare, perché è desso. Povero me, perché non vado ad impiccarmi? Lo scampo stesso non basteria a scamparmi dalle sue mani. Padron, ecco il vostro padre; entrate dentro e non vi fate vedere, ché io rimediarò al tutto: lasciate cosí ogni cosa e attendete a quel che dico.

SCENA III.

GIACOCO, CAPPIO.

GIACOCO. Sia ringraziato lo Cielo ca me veo a la casa mia! Quanno arrivai a Posilipo, appena m'avea ciancoliati quattro muorzi, quanno scappa Dio e fa buon iuorno, ca sento gridar «turchi! turchi!». Chilli strilli me fecero scorreiare e chilli quattro muorzi me deventaro tosseco. L'uocchio dello bifaro me se fece tantillo e le nateche me facevano lappe lappe; ca se m'arrivavano, me ne sorchiavano commo n'uovo friscu. In concrusione, me arronchio commo a cótena, subito tocca ca se fa notte, me pongo le gambe ncuollo e me ne bróciolo a Napole, che ancora le gambe me fanne iacovo iacovo; lo filatorio ca avea ncuorpo m'ha fatto correre commo avesse cursito allo pallio, e io ca fuieva e ca dicea a lettere de marzapane:—Iacocos votu facere e gratia recepere!—O casa mia bella! ma sto tanto sorriésseto ca me pare na taverna. O quante sausiccie, fecatelli, scartapelle e marcangegne! me fanno cannagola e stare a cannapierto.

CAPPIO. Bone vecchie, volere alloggiare a nostre ostelerie, ca te faremo scazzare?

GIACOCO. Ste vrache saiate! io non aggio voglia de bevere né de mangiare. Sto mirando se chesta è la casa mia.

CAPPIO. Avete prese scambie: cheste stare mi ostelerie, no vostre case.

GIACOCO. O ca io no so io, o chessa non è la casa mia; io no sto chiú nchisto munno, sto dintro a n'autro munno; aspetta no poco, lassame arrecordare meglio. Chesta è la casa de Coviello Cicula, appriesso la casa de Cola Pertola, la terza è d'Aniello Suvaro, la quarta è de Colambruoso e Iacovo dello Caso, appriesso veneno chelle caranfole e carafuorchi, appriesso stava la casa mia: ma chesta me pare taberna.

CAPPIO. Bone compánie, volere fare brindese.

GIACOCO. No boglio fare Brinnese né Galipoli, ch'aggio chiú boglia de dare sta capa pe ste mura: io sto fora de me, no sto ncelevriello, io no saccio se sto cca o dove sia; voglio fare lo veveraggio a chi me lo dice.

CAPPIO. Merdamente, che tu stare un altre e chesta no stare casa tua.

GIACOCO. Ora chisso è n'autro chiáieto; e me vuoi propio fare imbertecare lo celevriello, ca me vuoi dare a ntennere ca io no so io. Chissi chiáiti non servono; me vuoi dare a ntennere vessiche pe lanterne o ca le femmene figliano pe le denocchie? aggio abbesuogno de pataracchie? Chi sa se la paura delli turchi m'ave fatto deventare pazzo? chi sa se dormo? Ma io non dormo, ca sento, e non me sonno.

CAPPIO. Ah, ah, ah!

GIACOCO. Mira cca sto todisco mbriaco ca ne lo cacciarissi da no campo de fave, se ride delli fatti miei. Forse quarche mazzamauriello o chillo che pozza squagliare diavolescamente m'avessero fatto deventare la casa mia chiú lontana? Se fosse carnevale, diceria ca s'è ammascarata e s'ha pigliata na mascara de taverna. Fuorze sto todisco è pazzo o so pazzo io o semo pazzi tutti due; ma se fosse pazzo, come forría venuto da Posilipo fino a Napole e non errare la via?

CAPPIO. Tu stare imbriache, poter ire a dormire, perché te passare le imbriachezze certe certe.

GIACOCO. Tu sarrai quarche rifolo dello nfierno o chillo ca puozze sparafondare. Dove voglio ire a dormire, ca no aggio casa? Vuoi ca dorma miezo sta chiazza? O Cielo, ca vedesse Chiappino, ca me facesse mparare la via!

CAPPIO. Che omme stare chesse Chiappine?

GIACOCO. No catarchio, no catámmaro peio ca non si' tu.

CAPPIO. Tu mentire per le gole, ché cheste Chiappine stare gran omme da bene.

GIACOCO. Ora chesta è la ionta dello ruotolo, avere a competere co no tavernaro. Basta, ca me ce hai cogliuto solo e de notte; se nce fosse cca Chiappino, mò che sto ncepollato, te faria dare cinquanta smorfie e schioccolate a sso celevriello. La mentita è morta e no bale.

CAPPIO. Chiappino essere ommo onorato commo me stesso.

GIACOCO. Scompimmola priesto, ca no pozzo scellebrareme con tico, che te venga no cuofano de malanni. Me voglio partire, ca sta cosa è pe venire a fietu. Te tengo alla camera de miezo; viene e famme na cura co lo muto.

CAPPIO. Mi volere serrare le ostellerie, bone notte, e se non la volere, la mala notte.

SCENA IV. GIACOCO, CAPPIO.

GIACOCO. Serra, ca te sia serrata la canna dello manduoco co no chiappo. O negrecato Iacuoco, ca no saccio che m'è ntravenuto, ca sto peo che se fosse ncappato nmano de turchi. So stracco, ca so curzeto commo a no fúrgolo, e me siento, ahie! morire de famme; e borria ca no stráulo me strassinasse alla casa mia. O mamma mia, commo faraggio? ca penso ca so spiritato e averaggio ncuorpo quarche spirito maligno, e bisognará ca vaia a Surriento a fareme scongiurare. Non saccio che fare; sto commo a no pollicino mpastorato alla stoppa.

CAPPIO. O padron mio, che siate il ben trovato!

GIACOCO. Eilá, fosse Chiappino chisto? eccotillo, isto è isso. Che singhi lo ben trovato, ca ieva sulo e me parea ca ad ora ad ora me fosse pigliata la mesura dello ioppone.

CAPPIO. Come! tornate da Posilipo a quest'ora?

GIACOCO. Chiappino, ch'aggio avuto na mala cacavessa, e lo Celo sa quanti vernacchi me sono scappati, ca se non me ne appalorciava, bello me ne rappoleiavano; e mò forría nmano de turchi. E mò stava mirando sta casa!

CAPPIO. Perché stavate mirando questa casa?

GIACOCO. Pensava entrare alla casa mia e l'aggio trovata taverna; e no todisco mbriaco me volea fare accussine, e se non era sapatino, me carfettava a crepapanza, a serra de lino.

CAPPIO. E voi stimate che questa sia casa vostra? Voi sète fuor di cervello: questa è l'osteria del Cerriglio, e la vostra casa è un pezzo lontano di qua.

GIACOCO. Me penzo ca me s'è sbotato lo celevriello dintro la catarozzola, ca io no saccio se so isso o no, né chi pozzo essere. Ma tu che vai sanzarianno a chest'ora per Napole?

CAPPIO. Vostro figlio m'ha mandato al libraro per aver certi libri per studiare tutta la notte.

GIACOCO. Che libri?

CAPPIO. Barattolo ribaldo, Sal in aceto e Paolo te castre.

GIACOCO. Puozzi essere castrato tu e tutti li pari tuoi.

CAPPIO. Andiamo a casa, ché so tre ore di notte; e a quest'ora fa un freddo molto grande e s'è levata una tramontana penetrativa che fa molto danno alle teste de vecchi.

GIACOCO. Se non tornavo, era bello e cacato. Ma dimmi, avite spiso chille cincoranelle?

CAPPIO. Attendete alla salute vostra e poi cercate le cinque grana.
Copritevi la testa con la cappa, ché il vento non vi faccia danno.

GIACOCO. Pell'arma de vávemo, ca dici buono. Coprela bene.

CAPPIO. Sta bene cosí?

GIACOCO. Tu m'hai coperto l'uocchi commo si fa alli farcuni co lo cappelletto o commo alli cavalli marvasi quanno si strigliano.

CAPPIO. Cosí bisogna coprire, che non offenda il vento.

GIACOCO. E commo pozzo bedere la via?

CAPPIO. Appoggiatevi al mio braccio, ch'io vi condurrò a casa; che la notte è tanto oscura che, se foste con il capo scoperto, non vedreste la via.

GIACOCO. Orsú, caminiamo; mò dove siamo?

CAPPIO. Ad Antuono speziale.

GIACOCO. Chillo che fa le cure co lo schizzariello?

CAPPIO. Signor sí.

GIACOCO. Zitto zitto, ca non ce senta; ca l'autro iuorno me venne a fare la cura e me mpizzai lo canniello tanto forte ca m'appe a sparafundare, e poi fece lo vrodo tanto caudo che me scaudai tutto lo codarino; e però non lo vuozzi pagare. E mò dove simmo?

CAPPIO. A mastro Argallo che fa li brachieri.

GIACOCO. Passammo a largo, ca m'aggio fatto fare lo vrachiere mio e non l'aggio pagato ncora. Ma quanno arrivarimmo, ca songo allancato?

CAPPIO. Anzi non sète a meza via, e volete esser gionto?

GIACOCO. Me fae botare ntorno ntorno, come botasse lo filatorio o commo a mulo ca bota lo centimmolo.

CAPPIO. Perché vi meno per strade accortatoie.

GIACOCO. Quanno arrivarimmo alli solachianielli?

CAPPIO. Or ci siamo.

GIACOCO. Arrássate dalla poteca de Giangilormo Spiccicaraso, ca m'ave arrapezzate le scarpe e le devo dare cinco tornisi, e mò me vole accosare.

CAPPIO. Giá siamo gionti.

GIACOCO. Tózzola la porta.

CAPPIO. Tic toc, tic toc.

GIACOCO. Quanto sta ad aprire sta madamma tráccola? Priesto, pettolosa mezzacammisa, che te puozze rompere lo cuollo pe ssi scalandruni!

SCENA V.

GIACOMINO, GIACOCO, CAPPIO.

GIACOMINO. Chi batte, olá? è questa l'ora da interrompere i studi?

GIACOCO. O Iacoviello mio, ca singhi benedetto dallo Celo e da me, ca studi commo no cane! come mo me ne preo.

CAPPIO. E se ci affatica con tanto gusto che non lo lascia mai, se non va tutto in sudore; e se voi non l'aveste interrotto, non avrebbe fatto altro tutta la notte.

GIACOMINO. Chi è lá, dico?

CAPPIO. Calate giú, che vostro padre è tornato da Posilipo.

GIACOMINO. Vuoi burlarmi?

CAPPIO. Venete e vedete.

GIACOMINO. Ora chissi so figli che non vanno dereto alle femine guaguine, squaltrine, chiarchiolle, zandragliose; né de chissi nnamorati che fanno taverne, ma stanno ammolati a rasulo sopra libri fin che se ci arreieno.

CAPPIO. Avertite che lo troppo studio non li disecchi il cervello.

GIACOCO. Batti, dico.

CAPPIO. Sento i pantofoli per li gradi, che vien giú.

GIACOMINO. Ben trovato, mio padre! sète venuto molto desiderato.

CAPPIO. (Anzi lo mal venuto, ché non ha potuto venire a peggior tempo).

GIACOMINO. Come a quest'ora?

GIACOCO. Te lo diraggio suso, ca mò sto allancato de fatica.

SCENA VI.

SPAGNOLO, GIACOMINO, GIACOCO, CAPPIO.

SPAGNOLO. Padron, dame mis alforjas, que he dejado en esta venta.

GIACOCO. Che grassa de suvaro è chesta? ca vole sso messer catruoppolo, barva d'annecchia, dalla casa mia?

SPAGNOLO. Está tarde, llegué á esta venta y dejé aquí mis alforjas.

GIACOCO. Dice ca lassai cca le forge dello naso e che la casa mia è viento: chesta è cosa da me fare desperare.

CAPPIO. Certo, che deve stare imbriaco.

GIACOCO. E tu cacciale ssa mbriachezza da capo.

SPAGNOLO. Digo que ayer llegué á esta venta, á esta taberna.

GIACOCO. Ed io te dico ca la casa mia non è né vinti né trenta né quaranta, e ca no è taverna. Chiappino, ca buole sto spagnuolo dalla casa mia?

CAPPIO. Deve esser qualche ladro, e sará qui nascosto per arrobbare.

GIACOCO. E chesta è la guardia ca se fa alla casa mia?

CAPPIO. Vien qui tu: come ti chiami?

SPAGNOLO. Don Cardon de Cardona.

CAPPIO. L'avete inteso con l'orecchie vostre che si chiama don Ladron de Ladroni.

SPAGNOLO. Vos mentís, que yo soy caballero, capitan aventajado y tan bien nacido como el rey.

GIACOCO. Chisso va cercanno piettene de tridece, e se me fa nzorfare… .

SPAGNOLO. Ayer tarde he comido en esta taberna con esto caballero y con mujer muy hermosa, y hicimos muchos bríndis juntos.

CAPPIO. Se non ti parti di qua, arai molte bastonate avantaggiate.

GIACOCO. Se deve pensare ca a Napole se mpastorano li asini co le saucicce e vorria arrobbare; e se non me sparafonda denanze, sarrá buono zollato.

SPAGNOLO. Si no me dais mis alforjas, os daré muchos palos en la cabeza.

GIACOCO. Dice ca ce vole dare pale e muzzone di capezze d'asino.

SPAGNOLO. Calla, que soys borrachos.

GIACOCO. Chessa è n'autra chiú bella: dice ca simmo vorraccie; pensa ca vindimu nsalate.

SPAGNOLO. Quiero mis alforjas.

GIACOCO. Pe parte de fuorfece, te darrimmo no poco de mela iacciole e grisommole.

SPAGNOLO. No alojan en esta taberna sino putas y alcahuetos.

GIACOMINO. Cappio, chiudili la bocca con un pugno, ché piú non parli.

GIACOCO. Me pare ca no la vuoi ntennere e me esci dello semmenato. Che ci vuoi le ciarammelle e lo colascione?

SPAGNOLO. Á vos digo, bodeguero, gente malvada, que me dais mis ropas.

GIACOCO. Dice ca simmo potecari de marva. Nui simmo potecari de vernecocche e de nespole e le vendimmo a buon mercato. Ha la capo tosta, ha pigliato la zirria de non se partire.

GIACOMINO. Cappio, con un pugno fagli cadere un dente.

GIACOCO. E da parte mia, dui scervecchie e dui seguzzuni.

CAPPIO. Questo a don Ladron, quest'altro al capitan avantaggiato, e questo al nato come il re.

SPAGNOLO. Yo iré á tomar mi espada y en dos golpes, chis chas, os haré mil pedazos.

GIACOCO. N'arai reppoliata na bona remmenata de mazze, mò va' e torna per l'autra: va' e vienici a fare no nudeco alla coda.

SCENA VII.

PEDANTE, GIACOCO, GIACOMINO, CAPPIO, LARDONE.

PEDANTE. Tabernario!

GIACOCO. Ora chesta è autro che crepantiglia. A me tavernaro? tu ne menti e arcimenti pe le canne della gola!

PEDANTE. Avemo baiulato li suppellettili…

GIACOCO. Che sopraletti e sottoletti?

PEDANTE. … et alia muliebria indumenta.

GIACOCO. Io non veo né muli né iommente. Va', frate mio, e fatte fare na cura co li mutilli, ca te purga ssi mali ammuri.

GIACOMINO. Costui se non è imbriaco da dovero, farnetica da buon senno.

GIACOCO. Dimmi, si' ommo o lombardo, si' iudío o cristiano, ca no te ntenno ca dici.

PEDANTE. Sum vir probus et circumspectus procul dubio.

GIACOCO. Ha nommenato ser Pruocolo da Puzzuolo: m'ave cèra de cristiano.

GIACOMINO. Sará qualche pedante.

GIACOCO. Ca bole da me sto sfecato sfritto varvaianne, co sta faccia gialliccia nzolarcata, co ss'uocchi scarcagnati ntorzati, co sso naso mbrognolato fatto a pallone, co ssi labruni da labriare co no zuoccolo? Mira ca vestiti scialacquati, ca a vedello me fa ridere senza che n'aggia voglia. Se stai mbriaco, va' vommeca e non me rompere la capo.

PEDANTE. O mi Deus, ha rotta una spalla a Prisciano. Dic, quaeso, diceremus bene: «la capo»? «La» est articulus foeminini generis, «capo», mascolini; discordat in genere; bisogna dire: o «lo capo» o «la capa».

GIACOCO. Giá chisso sbaría; manche se fosse no piccirillo della zizza, parla allo sproposito.

PEDANTE. Io non parlo allo sproposito, se de miei detti ne farai congrua collazione.

GIACOCO. Siente, ca vo fare collazione. Vorrisse doie ióiole o doi scioscelle?

PEDANTE. O che parlare absurdo e mal composto!

GIACOCO. Mò vole no poco de composta de cetruli.

PEDANTE. O che supina ignoranza, che intelletto rude e agreste!

GIACOCO. Non te l'aggio ditto ca vole composta d'agresta?

PEDANTE. Dii immortales, ubique sunt angustiae!

GIACOCO. È lo vero ca a Vico so ragoste.

PEDANTE. Dov'è quel teutonico che mi ricevè prima in questo ospizio?

GIACOCO. O che arraggie, che tante tente tonte! Tu sbarii, poveriello.

PEDANTE. Dico «teutonico», cioè germano, idest todesco. Germani sunt
Germaniae populi, e sono detti «teutonici» dal lor dio detto
Teviscone.

GIACOCO. Che ne volimmo fare nui de ssi chiáiti? chi t'addomanna chesse cincorane?

PEDANTE. Se non mi trovate la mia figliuola e la balia, tanto vociferarò che i miei stridi giungeranno ad astra coeli.

GIACOCO. In casa mia non c'è astraco né astraciello.

PEDANTE. Io lasciai qui mia figlia per arrabone.

GIACOCO. Mienti pe la gola, ca nui non arrobbammo. O povero Iacoco, dove si' arreddutto! Tu mi faressi venire li parasisimi.

PEDANTE. Ecco mi trovo afflitto da tante contumelie; sed «patienter ferre memento». O l'aria di Napoli è tanto ottusa che ottunde gli anfratti auriculari che non vogliono intendere, overo hanno qualche cacademone nel capo.

GIACOCO. È lo vero che tu hai no demonio che te caca nduosso; e se me ntrattengo troppo con tico, che quarcuno non cache ncuollo a mene. Se si' spiritato, fatte nciarmare.

PEDANTE. Me Dius fidius, che io dubito non avere scambiato la casa. Ecco quella domuncula che minitava ruina, ecco il caprifico nel muro: veramente che questo è il diversorio.

GIACOCO. Lo guae che te attocca, qua non ci è diverso olio né diverso aceto, né manco c'è alluorgio che suoni diverse ore; non me buoglio scelevrar chiú con tico.

PEDANTE. Questo era il Cerriglio; e qualche diavolo l'averá fatto trasmutare in casa.

LARDONE. Andiancene, padrone, ché quello medesimo negromante queste parole non le facci diventare tante bastonate, come ha fatto diventare pur quei fegadelli e salsicce. (Oimè, che tutta questa negromanzia caderá sopra di me! Giacomino s'ará goduta Altilia, Cappio Lima, e s'averanno divorato tutto l'apparecchio, che io, che son stato il mezano del tutto, resto senza mangiare e senza dormire. O salsicce, come mi sète fuggite da bocca; o vini, dove sète abissati! Son diventato un Tantalo, che il mangiar gli sta sopra il naso e il vino sotto le labbra, e quando vuole, il mangiare fugge e cosí il bere).

GIACOCO. Olá, casa mia è deventata Cerriglio, o lo Cerriglio è deventato la casa mia; o io so diventato lo tavernaro dello Cerriglio, o lo tavernaro dello Cerriglio è deventato me. Chesta è cosa proprio da crepare e ridere; mai m'è accaduto cosa ntutto lo tiempo della vita mia commo chesta d'oie.

PEDANTE. Lardone, che mastichi in bocca?

LARDONE. Mastico quelli fegadelli, salsicce e pastoni che mi son fuggiti dalla bocca.

PEDANTE. Perder le robbe non saria molto, ma perder la figlia! L'ira mi rode i precordi. Questa non è taberna, ma postribulo e lupanare.

GIACOCO. La casa mia non è taverna chiú, ma centimmolo e panara; da cca a n'autro poco deventará no fiasco. O Celo, ca zeccafreca è chisto?

PEDANTE. Di cosí nefando atto vuo' che ne resti memoria ne' secoli futuri.

GIACOCO. Chiappino, fa' sta caretate, porta chisto all'osteria dello Cerriglio, perché averá scagnata la taverna. Guai e maccaruni se voleno mangiare caudi caudi; e se non se ne vuole ire, dalle quarche manomerza.

CAPPIO. Andiamo, ch'io vi condurrò al Cerriglio.

LARDONE. (Io l'attaccarei al calendario; lui ha mangiato e bevuto, e a me toccará lavar le scudelle, succhiar il brodo e vôtar i fondi de' fiaschi. Prego il Cielo che i maccheroni diventino strangulatori, e il vino foco. Ahi, ch'io pensavo burlar altri, e io resto burlato!).

PEDANTE. Non vidi hominem di maggior pasto né di minor fatica di te.

CAPPIO. Ecco il Cerriglio; battete e vi sará aperto.

LARDONE. Tic, toc, tic.

SCENA VIII.

TEDESCO, PEDANTE, LARDONE.

TEDESCO. Chi battere le porte delle nostre ostellerie?

PEDANTE. Tito Melio Strozzi gimnasiarca!

TEDESCO. Non capire tante gente le nostre ostellerie.

PEDANTE. Sono solo e un famulo.

TEDESCO. Se avere fame, ire in altra parte; qua avemo poche robbe.

PEDANTE. Aprite, dico, le ianue a Tito Melio Strozza gimnasiarca.

TEDESCO. Mi non aprire le porte a Tutto Merda Stronze de patriarche.

PEDANTE. Aprite al gazofilazio delle dottrine.

TEDESCO. Andare alle forche, parlare oneste!

PEDANTE. Aprite le valve ad un grand'uomo.

TEDESCO. Nostre ostelerie non capire la barba d'un grande omme.

PEDANTE. Ho una rabbia exardescente che mi bolle nell'arterie.

TEDESCO. Volere aprire mie porte con l'artellerie?

PEDANTE. Infringerò i cardini e farò patefacere le valve.

LARDONE. Non battete piú. Non udite che cala per le scale?

TEDESCO. Ecco aperte. Dove stare quel grande omme?

PEDANTE. Io son quel grande uomo.

TEDESCO. Tu stare picciolette. Tu stare quel Tutto Merda Stronze de patriarche?

PEDANTE. Ti ho detto il prenome, nome, cognome e officio. «Tito» è il prenome, «Melio» il nome, «Strozzi» il cognome, «gimnasiarca» l'officio; e se non son grande di corpo, son grande nella dottrina e la rettorica.

TEDESCO. Non stare bene, non avere bisogne de' rottori.

PEDANTE. Datemi la mia sobole…

TEDESCO. Qua non avere né sorbole né nespole, …

PEDANTE. … insieme con la balia.

TEDESCO. … né ci stare bálice né stivale.

PEDANTE. Nil aliud volo.

TEDESCO. Dicere che volo e tu stare fermo.

LARDONE. Tacete se volete, e lasciate parlare a me, corpo del mondo! parlate con gli osti come se parlaste con i scolari. Diteci, oste, avete in questa vostra osteria una donzella con una vecchia, che abbiamo lasciato qui, quando siamo tornati a dietro a portar l'altre robbe?

TEDESCO. Nelle ostelerie non stare putte, vecchie, né merdate. Andate a fare i fatti vostri.

LARDONE. Almeno dateci alloggiamento, ché a quest'ora non abbiamo dove a dar di capo.

TEDESCO. Alla fé, non capere altre gente: tutto star pieno de passaggieri.

LARDONE. Dateci almen da mangiar, per amor de Dio.

TEDESCO. Né per amor delle diable.

LARDONE. Respondete almeno.

PEDANTE. L'uscio che ci ha serrato nel volto risponde per lui.

SCENA IX.

PEDANTE, LARDONE.

PEDANTE. Questo incontro m'ave acceso una face arsibile intorno al core, perché per mio solo dedecore m'ha serrato l'uscio sul volto. Sarò propalato per infame per tutto il mondo.

LARDONE. Anzi per mio, perché mi publica per un affamato.

PEDANTE. A te pare cosí?

LARDONE. Anzi è cosí, e non mi pare; perché io son quello che resto morto di fame e di sonno.