E questo intimo dissidio della democrazia, questo antiradicalismo che è così grato spettacolo agli occhi dei clericali, avviene proprio mentre dall'altra parte due fatti si compiono: la discesa in campo aperto del partito clericale, rotti gli argini del non-expedit, e la mobilitazione, mediante il suffragio quasi universale, del lumpen proletariat, delle riserve analfabete ed ignare della reazione. Quale demone maligno e beffardo susurra all'orecchio dei dirigenti il partito ufficiale i suoi perversi consigli?

E la colpa maggiore è forse di quei riformisti sinistri che l'inerzia morale e il timore di perdere i suffragi delle masse organizzate han fatto prigionieri dei rivoluzionari e divisi, in un'ora solenne e decisiva, dal socialismo bissolatiano, onesto e coraggioso tentativo di realistica democrazia.

Democrazia e anticlericalismo

Certo un esempio dell'illanguidirsi dell'idea e del temperamento radicale si ha nell'abbandono in cui fu lasciata la questione della laicità. Se, da una parte, il radicalismo italiano era stato disarmato dalla assenza dei clericali dalla lotta politica, dall'altra, associandosi nell'Estrema sinistra socialisti e repubblicani, esso dovè un poco subire l'unilateralità del programma pregiudiziale di queste frazioni. Ma più importante motivo è l'aver esso partecipato a quel profondo disagio e malore spirituale che aveva preso, negli ultimi decennii, tutta la borghesia italiana; e intendo borghesia non nel significato economico ma in quello di classe dei colti e dei dirigenti, inclusi quindi gli intellettuali del socialismo medesimo.

Poichè, se io mi son bene spiegato, voi intenderete che radicali si è non per la semplice accettazione dei principî democratici e della loro dialettica viva nella storia, ma sì per la calda ed energica volontà operatrice; per le fedi e gli entusiasmi e le intuizioni precorritrici e le audacie di un vigoroso partito di azione. E partito di azione si chiamò, nelle origini e nel periodo eroico, il radicalismo; quando uomini di fede ardente, nella cui vita pura e operosa si rivelava la dedizione a un ideale, uomini come Mazzini, Bovio, Saffi, Mario, Abba, Imbriani, erano ritti in armi contro il presente, e disdegnavano compromessi e opportunismi, battagliando per l'avvenire.

E dove sono caratteri integri e fedi ardenti, quivi la questione religiosa è sentita; poichè religione è il culto sincero ed eroico degli ideali della vita¹. E quando le fedi si stemperano e la volontà si infiacchisce e i combattenti di ieri si lasciano lusingare dai riposi del facile comando e del potere, allora i problemi religiosi sembrano quisquilie di preti e di follaiuoli, perchè langue la lotta per la conquista delle coscienze, per la suscitazione delle fedi nuove. Con il sacerdozio si trova in lotta vera ed assidua solo chi vuol destare e liberare coscienze e suscitar fedi e entusiasmi.

¹ Per questo G. Mazzini—giova ricordarlo—scriveva, nel programma della Roma del Popolo (1872): «Noi possiamo, senza timore di prestare armi al nemico, dichiarare le religioni espressione successiva delle serie di Epoche educatrici del genere umano; e riconoscere eterna nell'anima la facoltà religiosa, eterno il vincolo fra cielo e terra». E, più energicamente (v. Saffi, Scritti, XI, p. 442): «Le religioni muoiono, ma la religione vive eterna nel cuore dell'uomo».

Così, mancando l'interessamento, mancò la critica e la revisione di dottrine e la consapevolezza di situazioni e deduzioni nuove che ne è l'effetto; e l'anticlericalismo divenne luogo comune e diatriba e dimostrazione di folla; fu fatto a sproposito, e senza che alcuno sapesse o dicesse chiaro quel che si voleva. Pochi giuristi studiosi ed insigni raccoglievano, inascoltati, l'eredità gloriosa dei loro antecessori.

Nella prassi, la concezione del clericalismo e dei mezzi di fronteggiarlo fu rinnovata da un moto, prima interno al cattolicismo, poi dai dominatori di questo cacciato fuori e condotto a cercare altrove il suo punto d'appoggio, dal modernismo. Blaterino a lor agio i saccenti ignari che nelle pieghe dell'anima corrotta e venale celano una spontanea simpatia per il prete politicante: io sostengo, non più solo nè inascoltato, che il modernismo religioso, nel suo aspetto politico e nelle sue applicazioni alla politica delle fedi e delle Chiese, era ed è il più autentico radicalismo.

Il modernismo, infatti, non è eresia, non dogma contro dogma, nè chiesa contro chiesa; esso è, nel campo religioso, quel medesimo processo di autocoscienza che abbiamo veduto compiersi nella borghesia, con i grandi moti del razionalismo e del romanticismo, e nel proletariato per opera del socialismo scientifico. Rinnovando dall'interno il fervore religioso e considerando le religioni nel processo delle concrete formazioni storiche, esso ha staccato dalla coscienza cattolica il vecchio dogma e la vecchia gerarchia, che vi aderivano come incrostazioni soffocanti, ed ha colto le religioni nella interna dialettica della praxis che le suscita e le rovescia. Il modernismo non nega, ma spiega; non distrugge ma risolve i dogmi, perchè trova in essi una verità relativa e provvisoria e li riconosce simboli e miti già suscitatori di energie; non distrugge ma smonta l'organismo ecclesiastico, perchè lo ritiene strumento fatto dagli uomini, ma destinato, come tutte le istituzioni sociali, a subire la sovranità riformatrice ed innovatrice dello spirto. Non dice agli uomini: voi dovete non creder questo o creder quello, disertare le chiese o le sinagoghe o le logge; ma dice: qualunque cosa voi crediate, qualunque chiesa vi piaccia, voi dovete credere liberamente, fare delle vostre fedi l'espressione sincera della vostra vita morale e, se la fede è in voi la più intima parte di voi, difenderla gelosamente contro ogni intromissione o sopraffazione, ma insieme rispettare—non solo tollerare—le fedi degli altri, perchè esse sono la stessa coscienza loro. In religione il modernismo non ha che un nemico: l'ipocrisia; e l'ipocrisia, cioè, non una fede, ma l'assenza di una fede e la simulazione e l'imposizione di essa, l'abuso della religione ingenua e esteriore a scopo di dominio, questo esso combatte nel clericalismo.

Ora che cosa altro è la laicità, principio e programma del radicalismo, se non appunto ed esattamente questa dottrina modernista? Se per aver lo Stato laico si dovesse attendere di aver proscritto i cattolici, o fatto tutti i cittadini di una fede, o tutti egualmente senza fede, lo Stato laico sarebbe da attendere per l'anno tremila e si dovrebbe andare verso di esso rinnovando sopraffazioni e persecuzioni di esecrata memoria. Solo di liberi credenti—ed uso questa parola così che essa si applichi ad ogni coscienza, poichè nessuna coscienza umana c'è o può esserci la quale, se cerca sè stessa e la libertà, non ponga a sè i fini e le norme supreme della vita, velate di una nube eterna, ma scintillanti di folgori, mediante la fede—solo di liberi credenti può risultare lo Stato laico; collaborazione serena e cordiale di uomini che l'intimità loro vogliono immune da violenze e passioni di parte o privilegi e coazioni di poteri pubblici, contenti di derivarne la fiamma di un comune ideale civile.

Programma pratico di laicità

Il programma pratico, in materia di laicità, deriva facilmente dalla concezione di questa, che io ho esposto: lotta, con ogni mezzo consentito dalle leggi, contro ogni forma di organizzazione ecclesiastico-economica ed ecclesiastico-politica; obbligo alle istituzioni di convivenza e di educazione clericale di rispettare le leggi; uso consapevole dei mezzi e modi di intervento che, a sua difesa, lo Stato volle conservare, negli affari ecclesiastici; riordinamento della proprietà ecclesiastica¹, amministrata oggi dallo Stato ma vuotata in gran parte di quei fini sociali utili che soli lo Stato protegge; educazione di Stato, dalle elementari all'Università, intieramente e sinceramente laica, abolizione della legge delle guarentigie². Quanto al catechismo nelle scuole, noi non possiamo consentire all'on. Giolitti che il pensiero e il programma dello Stato moderno nella più delicata delle sue funzioni, che è la scuola primaria, sia composto, luogo per luogo, dal sindaco, dal maestro e dal ragazzetto; mirabile concilio di pedagoghi, contro la cui sentenza non c'è appello.

¹ Nel «Patto di Roma», Cavallotti proponeva un prestito «garantito sul residuo patrimonio ecclesiastico, del quale—eccezione fatta dei benefici parrocchiali—e cioè delle rimanenti 336 mense vescovili, dei 400 capitoli cattedrali e dei 286 seminari che letificano l'Italia, sarebbe a decretarsi la conversione, esercitandosi una buona volta il diritto conferito allo Stato persino dallo stesso art. 18 della legge Bonghi sulle guarentigie.

Nella conversione avrebbero pure a comprendersi i beni di quelle corporazioni religiose di Lombardia il cui incameramento venne impedito dall'articolo II_j_, del trattato di Zurigo del 1859…

La conversione… permetterebbe di provvedere in pari tempo, con un più equo riordinamento dell'ingente patrimonio, anche al miglioramento delle condizioni veramente infelici del basso e infimo clero, popolo e plebe anche esso; verso di questo sarebbe giustizia; verso le intemperanze dell'alto clero, verso i semenzai dell'oscurantismo, verso la propaganda insidiatrice della vita sacra della patria sarebbe utile difesa dello Stato e della civiltà.

Poichè se la democrazia non intende di offendere menomamente la libertà del culto cattolico, come di qualsiasi altro culto, tutti eguali innanzi a lei nel grande principio della libertà di coscienza; se nemmeno è nei suoi metodi di combattere i principî con rappresaglie personali, vi ha però un limite nella mente segnato che ella non consente a nessuno di varcare; e lo segnano i diritti degli altri cittadini ed i diritti della grande collettività nazionale.

Del resto alla conversione del patrimonio ecclesiastico dovrà provvedersi tosto o tardi in ogni modo, con una o con altra soluzione qualsiasi».

Al criterio di colpire in alto, favorendo il basso clero, taluni fecero opposizione allora, così come a un eguale programma sostenuto dall'illustre prof. F. Scaduto al recente congresso tenuto in Roma dal partito costituzionale democratico, taluni dei congressisti si opposero. E nella relazione della Commissione nominata per giudicare delle modificazioni ed aggiunte presentate al Patto di Roma, relazione stesa da Enrico Ferri, si legge:

«I signori… vorrebbero tolte le proposte relative alla distinzione fra basso e alto clero, pensando che al clericalismo di ogni grado nulla si debba concedere mai. La Commissione, pur consentendo nel principio generale, ritiene che nella attualità pratica ed economica del nostro paese non si possano disconoscere le diversissime condizioni dell'alto e del basso clero, e la miseria, sempre dolorosa da chiunque sofferta, che a quest'ultimo è inflitta dai preti più gaudenti perchè altolocati».

Ma non è questo il solo motivo della distinzione da fare; nel basso clero noi possiamo rispettare una religione e una chiesa popolare alla quale ancora molta parte del popolo aderisce, il cui pensiero non può essere mutato chiudendo le chiese; mentre il papato e l'alto clero fanno, imponendosi al basso clero e ai fedeli, una politica di intolleranze e di dominio clericale e mutano la chiesa in partito.

² Verrà giorno che il Paese, sinceramente rappresentato nei suoi Consigli legislativi, casserà la legge delle guarentigie, dichiarando:

«Che la Chiesa cattolica non è riconosciuta dallo Stato se non come libera Associazione di credenti; che, come tale, è posta, nei singoli sodalizi che la compongono, sotto gli auspici del Diritto Comune, di cui gode, come ogni altra Associazione religiosa e civile, tutte le libertà; sottostando nello stesso tempo, in caso di abuso, alle sue sanzioni». (SAFFI, Scritti, XI, pag. 260).

Nell'opuscolo L'Italia aspetta, A. Bertani scriveva:

«E vogliate la liberazione sociale da ogni ingerenza del clero nella pubblica istruzione. Generalizzate, vogliate, imponete la scuola comune, laica, ed avrete debellato ogni influenza della Chiesa nell'ordine civile. La legge comune basti per tutti, senza guarentigie che stabiliscano due monarchi, due qualità di sudditi, due poteri».

E nel 1875 egli aveva svolto alla Camera un suo ordine del giorno chiedente l'abolizione della legge delle guarentigie, con sereno spirito di libertà, ritenendo che la legge comune dovesse bastare anche per il papa.

Al riordinamento della proprietà ecclesiastica lo Stato, come è noto, aveva preso impegno di provvedere nella legge delle guarentigie. Esso pareva allora urgente, ed oggi nessuno vi pensa, talmente si è smarrito ogni desiderio di azione o criterio prammatico in tale materia. Senza affrontar qui il complesso problema, sul quale dovrei ripetere cose già scritte, mi basterà accennare ad un provvedimento per il quale molte buone ragioni militano, contro il quale nessuna difficoltà seria può essere addotta—salvo per quel che riguarda i modi di esecuzione—e che le speciali condizioni dell'erario renderebbero oggi opportunissimo: la alienazione e conversione in rendita della proprietà terriera che è parte cospicua del patrimonio degli enti conservati. Le parrocchie—per questa sola operazione—non perderebbero economicamente nulla, poichè avrebbero in titoli di rendita quel che oggi hanno in terre, e ne guadagnerebbe la spiritualità del loro ministero, la quale è dalla Curia di Roma così spesso e volentieri sacrificata ai suoi interessi di dominio terreno; lo Stato intascherebbe il mezzo miliardo (certo non meno; probabilmente assai più; e la colpa dell'incerta previsione non è nostra, ma della scandalosa assenza di qualsiasi dato statistico sicuro) che quei beni valgono, e potrebbe provvedere al gravoso onere tributario lasciatoci dalla guerra libica senza altro peso che quello dei diciassette milioni e mezzo annui di interesse; onere il quale potrebbe essere notevolmente ridotto dalla soppressione economica di talune categorie di beneficî maggiori e dalla perequazione delle parrocchie.

Inutilmente io ho fatto la proposta alla Camera; inutilmente ho pregato taluni dei maggiori uomini della democrazia di dare ad essa l'appoggio della loro autorità. I tempi (cioè le volontà degli uomini) non sono maturi, neanche per una così modesta operazione finanziaria, della quale la vecchia Destra, quando ancora non c'era l'uso di conteggiare nell'ombra i voti dei preti, non si sarebbe certamente spaventata.

Le due concentrazioni

Dalla politica ecclesiastica, adunque, intesa come politica delle chiese e delle fedi, modernista perchè diretta a svincolare lo Stato da ogni forma di confessionalismo e di complicità confessionale e le coscienze da ogni forma di soggezione supina e servile a vecchi credo e istituti, il nuovo partito d'azione prenderà le mosse, ritemprato nel suffragio universale, per un nuovo ciclo di feconde battaglie. Come intorno al partito clericale, a destra, si raccolgono le forze di stasi e di reazione, perchè solo esso possiede una dottrina e una tradizione essenzialmente antidemocratiche, così intorno al partito radicale si raccoglieranno, vinte le pregiudiziali e le secessioni, le difese della democrazia militante e conquistatrice.

E come dall'una parte si va ricostituendo la sovranità effettiva del papa, con i poteri assoluti dell'assistente ecclesiastico nelle organizzazioni economiche—e lo dimostrava testè limpidamente Leonida Bissolati—col dominio del vescovo nelle Unioni popolare e sociale ed elettorale, con le imposizioni formali ai deputati che dei cattolici sollecitano i voti, così dall'altra parte, a sinistra, è necessario ricostituire la sovranità popolare, indice e pratica della sovranità dello spirito umano, perennemente creatore, sulle istituzioni sociali. Ed è da desiderare che, nella nuova legislatura, le due sovranità incompatibili e nemiche, quella del papa e quella del popolo, si schiereranno, vinte le confusioni e le ambiguità opportunistiche, nettamente l'una incontro all'altra.

Questo senso della sovranità dello spirito, e del dio interiore che Fichte vide ascendere con esso, sulle istituzioni sociali, solo nel radicalismo, giova ripeterlo, è conservato integro e puro. Poichè il socialismo ufficiale lo esalta bensì applicandolo al proletariato, grande schiera di oppressi vendicatori, ma lo diminuisce, poi, limitandolo ad esso, che non è tutta la società degli oppressi, e all'economia, che non è tutta la storia. E lo esalta il partito repubblicano, chiedendone una più diretta espressione nelle costituzioni civili, ma lo diminuisce a sua volta non intendendo che il monarcato fu ed è e può essere ancora istituto democratico, sinchè alle ascensioni democratiche non si contrappone, ostacolo e barriera, ma anzi le seconda e le garantisce contro il pericolo che viene da coscienze immature e dall'invidia del costante nemico. Intendere e vedere il monarcato come strumento anche esso, al pari di ogni altra forma costituzionale,—non populus propter regem, sed rex propter populum—di vita, di armonia e di progresso sociale, questa è autentica democrazia, la quale giustifica oggi la lealtà monarchica dei radicali, come giustificherebbe domani, mutate le condizioni, l'insurrezione repubblicana; astrarre dalla realtà concreta e oggettivarlo e farne un istituto estraneo alla dialettica della prassi—fosse anche per combatterlo e rovesciarlo—è eccesso ed errore di frazioni mal vive, inacidite ed irritate dall'ostilità di eventi che esse non seppero dominare.

La trasformazione dello Stato

Ho cercato di delinearvi, sin qui, il partito radicale e il radicalismo come tradizione e concezione generale della vita e tendenza politica; e di dire in che cosa esso differisce dalle altre frazioni e gruppi e scuole politiche presenti.

Ma ad un partito di avvenire e di governo insieme—e in questo essere il radicalismo partito di avvenire e di governo a un tempo è la sintesi di quanto abbiamo detto—conviene chiedere qualche cosa di più; sapere quali precisi compiti di riforma assegna alla sua prossima attività di partito parlamentare, sia esso all'opposizione o al governo.

Poichè lo stesso compito dei partiti di opposizione, che già parve così facile, dovendo esso limitarsi alla critica di ciò che gli altri facevano, è difficile in un periodo, come questo, di transizione, nel quale un partito moderato esiste anche esso come tendenza diluita e diffusa, non come preciso proposito di governo. Sicchè ai partiti di avvenire incombe l'onere di creare in qualche modo, da che le occasioni non la offrono, la ragione del dissenso e del contrasto politico.

E questa vi sarebbe nell'anticlericalismo, come abbiamo detto. Ma l'anticlericalismo, la ripresa e la prosecuzione della lotta per la libertà religiosa e la laicità dello Stato, non può essere da solo programma di governo; deve essere anzi, secondo che ho detto, quasi il nucleo centrale e lo spirito animatore di tutto un fecondo moto di rinnovantesi e rinnovante democrazia.

C'è una parte, sempre ripetuta e sempre rinviata, del programma radicale, la quale può forse essere per noi la freccia indicatrice, in questa nuova ricerca: il decentramento, la tutela e l'incremento delle autonomie locali, le riforme dell'amministrazione statale centrale, della burocrazia; formidabile groviglio di difficoltà che il nostro partito sentì sempre, ma contro il quale non ha osato ancora, cimentarsi, se pur qualche volta non ha contribuito ad aggravarlo ed accrescerlo.

Poichè non solo esso vide venire alla tribuna legislativa innumerevoli proposte di incremento di burocratici, di complicazione degli organi della pubblica amministrazione senza quasi muover lamento; ma appoggiò e favorì le richieste degl'impiegati, subì, salendo e partecipando al governo, il sistema d'invasione perturbatrice del potere legislativo nel campo dell'amministrazione, di questa nel campo della vita locale.

Sono stati aumentati in questi ultimi anni gli stipendi di tutte o quasi le categorie dei funzionari dello Stato. Ed era giusto; e non si è ancora fatta ad essi una posizione conveniente: ma ogni aumento di stipendi si aggiungeva a un aumento di organici, e le due cose parvero quasi una sola.

Le attività e le funzioni dello Stato crescono, e cresce anche per questo verso la burocrazia. Talora si provvede con amministrazioni autonome, come nel caso delle ferrovie o delle assicurazioni vita; ma, in questo caso, tali amministrazioni si burocratizzano; sicchè, in sostanza, viene a esser la stessa cosa.

Delle due, dunque, l'una: o sbagliava la democrazia quando essa intravedeva nel moltiplicarsi ed estendersi degli organi dello Stato un pericolo per la vita pubblica e, ad ogni più solenne affermazione del suo pensiero, tornava ad iscrivere il decentramento fra i suoi postulati fondamentali; ovvero essa non è ancora riuscita a vedere chiaro, nè l'istinto, sicuro ma impreciso, a tradursi in proposito consapevole.

Io credo che questa seconda cosa è la vera.

L'amministrazione centrale, già così mastodontica, così lenta nel lavoro, esigente nelle rimunerazioni, complicata nei controlli, si accresce ogni giorno, centralizza sempre più, escogita, come rimedio ai mali dai quali è afflitta, nuovi controlli e nuove complicazioni, riuscendo così ad aggravare, nell'insieme, il male. Pesa sempre più sulle amministrazioni locali, alle quali resta ancora una larva di autonomia, trasformandole in altrettanti uffici burocratici. Vincola a sè più strettamente il potere esecutivo, via via che, attenuandosi le divisioni di partiti, il Ministero non è più governo di un partito, ma partito del governo contro gli uomini che gli dispiacciono; ed essa gli rende servigi politici ed elettorali¹.

¹ Vedi N. R. NICOLAI: Burocrazia e funzionarismo. Note e raffronti. Roma, Tipografia del Senato, 1913.

E la burocrazia si attribuisce una parte sempre più larga del potere legislativo, non solo preparando le leggi complicatissime, nelle quali le due Camere male riescono a veder chiaro, ma dando una crescente importanza effettiva ai regolamenti, che son leggi sovrapposte alle leggi.

Ma c'è qualche cosa di fatale in questo crescere dei poteri dello Stato e delle attribuzioni dei suoi organi esecutivi; e la democrazia non ha ancora trovato un punto di appoggio per far forza contro questa crescente invadenza, per contenere e limitare la burocrazia con altre forze, organizzazioni ed espressioni d'interessi, che sieno fuori dello Stato e delle sue presenti delimitazioni amministrative, e che possano domani, rompendo queste delimitazioni, entrare più efficacemente nel giuoco della vita pubblica e ristabilire l'equilibrio.

E da ciò la debolezza, in questi ultimi tempi, dei partiti della democrazia estrema: del socialismo ufficiale che, dall'avvertito dissenso fra i miti originarii e la realtà dei processi sociali tenta di liberarsi rigettando la colpa su questa realtà e rifacendosi rivoluzionario; e dei partiti positivi e realistici di riforma (radicali e socialisti riformisti) che, non vedendo ancora le linee di una larga ed organica ricostituzione sociale, si attardano nell'esame di piccole riforme, non atte a distinguerli dai partiti medi ed a farne leva e strumento di profonde trasformazioni.

I sindacati

E tuttavia questo punto di appoggio c'è. Non sono i partiti, i quali hanno essi stessi bisogno di essere risanati e fatti forti contro la burocrazia. E non sono le regioni, alle quali spesso si pensa quando si tratta di decentramento, più per reminiscenze letterarie che per chiaro intuito politico.

Se lo Stato burocratico è forte, perchè è esso solo una colossale organizzazione, mentre ogni altro vecchio vincolo di coesione sociale si va disgregando, fuori di esso e sovente in lotta con esso, noi non vediamo che un altro vincolo di coesione, la comunità d'interessi professionali, la classe, il sindacato.

I sindacati—preghiamo il lettore di non confonderli con il sindacalismo rivoluzionario, dottrina in uso di un solo sindacato—iniziano un processo di reintegrazione organica della società. Essi empiranno della loro storia il secolo XX.

Creeranno delle coesioni così salde da poter vittoriosamente resistere alla burocrazia che ne è gelosa, modificare lentamente la generica e metafisica rappresentanza politica in disciplinata e positiva rappresentanza d'interessi. Non annulleranno lo Stato, perchè avranno anche essi bisogno di rappresentanze collettive, della nazione, unità etnica, giuridica, economica, di uno strumento di equilibrio e di sintesi; ma ne limiteranno le funzioni, ponendolo dinanzi, non ad innumerevoli atomi dispersi, ma ad un numero non grande di potenti organizzazioni nazionali.

Il sindacalismo teorizzato per uso e consumo degli operai rivoluzionari non vede che una classe, di fronte all'affermata e postulata compagine del blocco borghese; e assegna ai sindacati un compito di resistenza e di lotta che ci rinvia a nebulose palingenesi remote e dal quale mal si trarrebbe un qualsiasi criterio di politica positiva e realistica e di riorganizzazione sociale.

Il moto sindacale nel quale noi vediamo il primo inizio del decentramento che la democrazia presentiva e invocava si estende a tutte le classi, e celebra quasi ogni giorno silenziosamente le sue conquiste. Ieri, ad es., si annunziava la costituzione del sindacato degl'industriali cotonieri. Non trust, che la moltiplicità di componenti non permette di temere, ma sindacato vero di produttori.

E tutte le categorie di funzionari dello Stato si vanno sindacando, dai magistrati ai custodi di musei. E taluni sindacati più numerosi fanno già capo a dei parlamentini, riconosciuti per legge; benchè questa si ostini poi a voler trattare solo con la classe delle tabelle, non con quella che si disciplina e si organizza nei liberi sindacati.

Certo anche i sindacati hanno oggi, specialmente presso di noi, una vita tumultuaria, vincono a stento l'individualismo diffidente ed astuto, che è cosa caratteristicamente italiana; seguono la pressione di un immediato interesse, non discernono una loro funzione durevole. Sono polemici e battaglieri, accampano sulle trincee, non intendono ancora che il primo dovere è quello di correggere, migliorare, disciplinare la funzione sociale sulla quale il sindacato riposa.

Ma quello che oggi non è, verrà col tempo; perchè, come dicevo, questo moto che oggi si inizia è destinato a ricostituire dalle sue basi la società.

E intanto esso accelera la trasformazione dei partiti e dello Stato moderno. Insieme con l'altro della libertà spirituale o, ci si passi la frase, della politica dello spirito e delle fedi, dell'educazione, dell'autonomia come fatto interiore e di coscienza, è il maggiore problema della democrazia, perchè riguarda l'organizzazione di essa, il ricostituirsi delle funzioni sociali in unità corporative, l'armonia e l'equilibrio fra di queste, la tutela dei supremi interessi dei consumatori contro le coalizioni e le possibili esorbitanze dei singoli gruppi di produttori.

Una concezione idealistica insieme e realistica della società e dello Stato, quale noi vagheggiamo, non vede negli individui, innanzi tutto, dei soggetti di diritto; in ciascuno di essi è, desunta dalle esigenze della comune umanità, ma definita dalle condizioni storiche date, nelle quali egli è posto ad operare, una vocazione nativa, un fine, una funzione, una responsabilità ed un dovere. E il primo diritto di ciascuno è quello di fare il proprio dovere; primo, anche nella protezione che lo Stato deve accordargli. Un fine da perseguire, non come singolo, ma nella società degli uomini, una funzione sociale da compiere, fine e funzione che cercano di chiarirsi e di esplicarsi, questo sono gli individui, nell'immensa rete di generazioni e di rapporti sociali nella quale hanno esistenza.

E dove la posizione e quindi la funzione sociale è eguale od affine in molti individui, quivi essa costituisce un vincolo morale e spirituale che non può essere soppresso, una affinità di tendenze, una comunità di interessi che associa i singoli e li costituisce in gruppi o in classi; con questo dovere supremo e fondamentale di cercare insieme il migliore svolgimento e compimento della propria funzione. I miglioramenti economici sono legati a questo e dipendenti da questo fine; poichè anche i sindacati non hanno che il diritto di esser messi nelle condizioni più atte a compiere il proprio dovere.

Non è dunque una lotta di interessi, nella quale mancherebbe qualsiasi norma, all'infuori delle composizioni mediante la forza, per i contendenti, ma un moto spirituale di riaggregazione e di riordinamento che i sindacati compiranno. Essi incominciano, nel loro processo, a sottrarre forza ai partiti, organizzazioni di tendenze politiche economicamente e moralmente eterogenee. Le confederazioni generali del lavoro dichiarano, ad es., di essere libere da ogni dipendenza ufficiale di partito: talora giungono a dichiararsi apolitiche; non fanno che la politica della classe organizzata.

Gl'impiegati, in Italia, i maestri, i professori sono gruppi di forze che agiscono spesso, anche elettoralmente, per loro conto, spostando l'equilibrio dei partiti.

(Taluni professori hanno poi creato in questi ultimi tempi una specie di radicalismo loro, ereticale e dotto, più critico che fattivo, ma lievito fecondo di rinnovazioni, che ha nell'Unità di G. Salvemini il suo organo).

E lo Stato è anche indebolito da queste organizzazioni, in molti modi. Spesso, ad es., si determinano dei conflitti complicati, minaccianti l'ordine pubblico, che esso non ha modo di scongiurare o di reprimere, perchè sono fra forze organizzate, che hanno fondi di guerra e disciplina ferrea e una tattica loro, lungamente meditata. Altri sindacati sono così forti e vasti che non riesce ad essi difficile creare, anche contro lo Stato, un movimento di opinione pubblica che lo trascini.

Altri, poi, investono da vicino l'opera stessa dello Stato, e sono i sindacati dei funzionari pubblici. Discutere se questi abbiano o no il diritto di sciopero è vano; poichè si tratta solo di un fatto che per i sindacati è un'arma delicata, ma necessaria (almeno come minaccia) di rivendicazione di classe, e che lo Stato, da sua parte, vieta e cerca naturalmente, quanto e come può, d'impedire.

Dove due forze tendono a misurarsi e a lottare, il diritto è il segreto che il conflitto chiude nel grembo.

L'Italia non può, senza gettare improvvidamente i germi di una rivoluzione sociale, porsi contro questo moto di organizzazione sindacale. Con il suffragio universale essa è giunta all'estremo delle riforme genericamente democratiche e formali; conviene ora affrontare la questione sostanziale, quella cioè del nuovo assetto delle forze sociali e dei rapporti fra esse e i poteri pubblici.

Ma anche accettare e secondare il moto dei sindacati lo Stato non può se insieme non li domini con una visione più alta di equilibrio e di armonia, e se non cerchi e non trovi nel corpo sociale delle forze con le quali sia capace di fronteggiarli ed imporre ad essi i loro limiti.

Due vie per giungere a questo ha lo Stato aperte dinanzi a sè: appoggiarsi sui ceti medi, farsi interprete degli interessi generali dei consumatori.

I ceti medi, per la loro stessa struttura sociale, per la molteplicità e complessità dei servigi che rendono, per la iniziativa individuale che richiedono, sono i meno capaci di organizzazione rigidamente sindacale; anche essi hanno bisogno di solidarietà e di organizzazione: ma di una organizzazione varia, molteplice, plastica e adattabile. Il piccolo proprietario rurale, l'artigiano, il piccolo commerciante, questi tre grandi strati sociali, non fanno blocco così facilmente come il salariato, l'impiegato, l'industriale, il grosso proprietario; ed essi sono sopra a ogni altro minacciati dalle esorbitanze e dal prepotere dei sindacati. Su di essi quindi lo Stato deve appoggiarsi per contenere questi nei giusti limiti, per circondarsi di una opinione pubblica la quale lo accompagni e lo assista nel suo difficile incarico¹.

¹ Un saggio suggestivo di questa concezione nuova del radicalismo sociale si ha nello scritto di MASSIMO FOVEL: Intorno a una democrazia radico-sociale. Rivista d'Italia, ottobre 1912.

Politica dei consumi e finanza democratica

In secondo luogo, mentre i sindacati sono di produttori, sta dinanzi e di fronte ad essi l'interesse dei consumatori e specialmente di quei consumatori—e sono la grandissima maggioranza—-per i quali ogni aumento notevole di costo delle merci o dei servizi pubblici sarebbe oramai gravissimo, ogni diminuzione utilissima.

Verso di essi, troppo sovente presi di mira e tartassati dal fisco—il nostro sistema tributario grava particolarmente sui consumi, ai quali chiede quasi un miliardo e mezzo delle sue entrate—, sfruttati dai monopoli e dal protezionismo cui lo Stato fu così largo di appoggio, questo deve oramai andare con coraggio e con fiducia; e rinnovare gradatamente e prudentemente, ma sostanzialmente anche, il suo sistema tributario, spostandone l'onere verso gli alti redditi e la ricchezza.

Meravigliosa è stata, come taluno disse, la pazienza del contribuente italiano: ma si rischia di spingerla al limite estremo riversando sui consumi popolari il peso degli oneri nuovi che si annunziano per la finanza italiana, oneri che saranno non leggeri, comunque si voglia far fronte ad essi, o con prestiti o con imposte.

Finchè di pari passo con le spese cresceva il gettito delle imposte vigenti e qualche leggero ritocco di tariffe e tasse potè portare non lievi incrementi, non si osò affrontare una riforma tributaria su larga base, che avrebbe turbato e sconvolto l'economia nazionale; e si diceva che convenisse attendere un periodo di più sicura floridezza per tentare. Oggi, invece, sarà l'opposto criterio che prevarrà. E in un momento difficile per l'Europa e per noi, di spese crescenti, di preoccupazioni intense, le quali non saranno così facilmente sopite, di crisi di talune industrie e di scarsezza di denaro, converrà osare un riordinamento tributario che abbia insieme l'effetto di aumentare le risorse dell'erario e dei comuni e di sgravare i consumi popolari.

Possono le classi ricche italiane sopportare il nuovo onere? Io non mi addentro nell'esame delle proposte fatte o di nuove imposte o di riduzioni e dei loro probabili effetti, una volta che venissero adottate. Ma trovo ovvio ed accettabile il pensiero dei liberisti, i quali vogliono che alle esigenze opposte e concorrenti dell'erario e dei consumatori sia sacrificato senza ritardo il vantaggio di quelle piccole categorie di industriali ai quali il protezionismo permise di intascare lauti guadagni: gli zuccherieri, innanzi tutto, ed il trust siderurgico.

L'abolizione del dazio sul grano si impone anche essa, se il diritto al pane deve essere considerato dalla democrazia come uno dei più sacri e fondamentali, l'imposta su di esso come la più odiosa che sia possibile immaginare. Riconoscere che essa dovrà tuttavia aver luogo per graduali e lente diminuzioni, perchè l'economia agraria e l'erario non ne siano troppo gravemente turbati, è rendere omaggio, nell'interesse stesso dei lavoratori, alla dura necessità delle cose. E si dovrebbe esser soddisfatti se, nel corso della nuova legislatura, si potesse tentare una riduzione di L. 3.50 il quintale. Al di sopra di ogni preoccupazione e timore d'indole strettamente finanziaria e fiscale deve essere la sicura fiducia e la certezza che facilitare la vita del popolo, e con esso tutte le molteplici attività creatrici della ricchezza, non può in alcun modo significare metter l'economia nazionale in grado di contribuire meno largamente che oggi non faccia, e con più sacrificio, all'erario pubblico. Qui, come in ogni campo, l'idea è la più profonda e ricca realtà.

Esercito e spese militari

Quando scoppiò la guerra di Libia fu fatto rimprovero al partito radicale di non aver preso nell'opinione pubblica una posizione dirigente e di aver quasi velato il suo pensiero in proposito.

Ma che cosa gli sarebbe convenuto fare o dire? Esso era davvero equidistante dai due estremi: dal piccolo gruppo della spavalderia nazionale che andava invocando da tempo la guerra vittoriosa, senza neanche sapere contro chi, e solo per un rinascente istinto di dominio e di egoismo (e da questa paternità la parentela, rivelatasi poi, con il partito clericale, antinazionale per definizione… pontificia), applicato all'esame dei problemi nazionali; e dal partito socialista ufficiale, che dell'impresa non volle vedere la necessità storica e l'importanza—sia pure lontana—per gli ulteriori sviluppi della cultura italiana ed umana.

Nè amavamo confonderci nei facili entusiasmi della anonima maggioranza; pensosi soprattutto delle difficoltà che il peso della guerra poteva creare agli ulteriori sviluppi della politica sociale nel nostro paese. Poichè, se sarebbe stato indegno dei continuatori del grande sforzo rivoluzionario non vedere la bellezza ideale e l'efficacia profonda del gesto di una generazione di italiani che sacrifica vite e denaro alla continuità ed alla grandezza futura della patria, era pur doveroso vigilare che il sacrificio fosse strettamente commisurato alle necessità dell'impresa e non ci conducesse alle audacie ed ai rischi di una politica spavalda e di crescenti spese militari.

Chiusa la guerra, noi siam qui per ricordare che la politica italiana deve essere, dal punto di vista militare, essenzialmente difensiva e nell'opera diplomatica pacifica e acceleratrice di pacifici accordi, anche per la limitazione degli armamenti. Gravarci, come pretendono far i socialisti ufficiali, della responsabilità dei sogni e delle pretese del «militarismo» è assurdo. Noi sentiamo che le spese militari schiacceranno l'Europa continentale, che essa va diventando una grande caserma, che è pazzo profondere tanto denaro negli armamenti. Ma quale capo di Stato si assumerebbe la responsabilità del disarmo, anche solo parziale, del suo paese? Faccia ogni gruppo e ogni partito quello che può per rimuovere ragioni di conflitto, per moltiplicare rapporti amichevoli, per prevenire le guerre, per contenere le spese: noi saremo volentieri fra i primi.

Intanto, noi radicali non possiamo consentire, anche per supreme necessità di esistenza come partito, che le spese militari compromettano lo sviluppo dei servizi civili e degli ancora invocati provvedimenti sociali.

_Noi vogliamo quindi che la massima parte degli introiti normali del bilancio sia assicurata a questa politica di pace operosa; e che a fronteggiare le spese della guerra passata, che gli avanzi non copersero, e quelle altre che eventualmente fossero dichiarate inevitabili per la difesa nazionale, pensino solo le classi ricche, mediante una imposta progressiva sul reddito_¹.

¹ Un tale punto di vista fu, quando già queste pagine erano scritte e pubblicate, sostenuto alla Camera per conto del gruppo radicale ed accettato formalmente dal Governo, quando fu discussa la legge che modificava il reclutamento militare. Anche dei socialisti ufficiali taluni, smettendo il pessimismo catastrofico, sembrano avvicinarsi a un programma di riforme tributarie o sociali associate.

Il programma politico-sociale

Più arduo lavoro è definire il radicalismo, quando si tratti di delineare le concrete e immediate rivendicazioni giuridiche, politiche, economiche nelle quali debba inverarsi, pei prossimi anni, il cammino e il divenire della democrazia. Vi si provava recentemente l'associazione radicale romana, in uno schema di programma, perdendosi nel laberinto di una interminabile serie di articoli e di capoversi.

La vita pubblica italiana non offre oggi una questione prevalente e assorbente in una sua soluzione della quale si concreti lo spirito democratico: lo sgravio dei piccoli consumatori con imposte che pesino più direttamente sulla ricchezza, la liberazione del consumo e dell'industria da taluni dazi doganali (zucchero o ferro) che pesano su di essi più fortemente, il minacciato fallimento dei comuni a corto di risorse, la trasformazione dell'agricoltura, la colonizzazione interna, problemi gravissimi tutti, non sono intesi così potentemente che sia necessario porre l'uno o l'altro o più di essi in primissima linea; e tutti insieme si disputano l'attenzione e le preferenze.

Un altro gravissimo problema, da lungo tempo agitato, quello del miglioramento delle condizioni di vita delle plebi del Mezzogiorno, attende non dalle leggi, ma da uomini nuovi e da iniziative vigorose, la sua soluzione. Scuole, strade, acqua, le supreme necessità alle quali lo Stato possa direttamente provvedere, furono già offerte con più larghezza, da leggi recenti, a queste regioni¹.

¹ Un meridionale osservava testè nella Voce (19 giugno) la questione meridionale esser faccenda di riduzione dei tributi, innanzi tutto; trovava modo di dichiarare, passando, che la questione religiosa ed ecclesiastica non c'entra proprio per nulla. Le intendenze di finanza hanno sole il segreto della vita dello spirito nelle plebi meridionali! Queste ricadute in un ingenuo materialismo economico sono oramai paradossali.

Ma raccogliere intorno ad alcuni argomenti centrali il pensiero radicale, nel campo della vasta congerie di provvedimenti sociali auspicati, è pure possibile, rifacendosi ai due cardini indicati: educazione dell'individuo all'autonomia (umanismo reale e integrale, dicevano i teorici del socialismo scientifico); ricostituzione della autonomia degli enti pubblici e delle associazioni d'interessi professionali; tutela e incremento delle energie vive e fattive della nazione.

Nel primo campo le categorie che attendono ancora da una ulteriore democrazia la loro liberazione sono principalmente tre:

la donna, ancora per molti aspetti giuridicamente minore;

i vecchi e gli inabili al lavoro, lasciati dalla mancanza di protezione sociale alla mercè della beneficenza pubblica o privata;

i minorenni, che la dura sorte priva della normale protezione della famiglia.

Quindi pienezza della capacità giuridica della donna, avviamento alla sua capacità politica, assicurazione obbligatoria della vecchiaia e contro le malattie, assistenza dell'infanzia e dei minorenni abbandonati.

Non osammo parlar senz'altro di piena capacità politica della donna (elettorato femminile universale) poichè in questo, come negli altri campi, una democrazia di governo non può perdere di vista l'insieme delle reali condizioni del paese e dissociare il criterio dottrinale dell'astratta giustizia da quello pratico del risultato prevedibile, utile o meno ai paralleli ed ulteriori progressi degli istituti democratici.

Nel campo delle autonomie collettive:

riforma e disciplina del diritto di associazione, contemperando ai fini sociali utili che le categorie di associazioni si propongono l'ampiezza del loro essere giuridico e la facoltà di possedere. E in questo campo rientrano anche la limitazione che è necessario imporre alle congregazioni, moltiplicantisi oggi, come associazioni di fatto, in onta alla legge, il contratto collettivo di lavoro, l'esistenza legale e la funzione dei sindacati;

autonomie degli enti locali, così che esse siano commisurate alla capacità di sviluppo dei singoli enti ed ordinate intorno a corpi regionali elettivi, muniti di sufficienti poteri e non schiacciati dal peso degli organi del potere esecutivo centrale;

riforma della burocrazia. La necessità e i criteri di questa riforma esponeva eloquentemente, nella relazione al bilancio preventivo per gli affari interni per il 1913-14, l'on. Aprile.

La politica di tutela e di incremento delle energie sociali riguarda:

1. la riforma tributaria (imposta progressiva e sgravio di consumi; ricostituzione dei bilanci comunali);

2. la politica doganale. (Riduzione, sino alla quasi abolizione, del dazio sullo zucchero e sul ferro, riduzione del dazio sul grano);

3. la tutela della piccola proprietà rurale;

4. i lavori pubblici, in ordine ai quali converrà solo continuare il possente impulso dato ad essi dall'on. Sacchi;

5. la politica della scuola.

Di quest'ultimo argomento il radicalismo italiano, partito idealistico e di cultura, propulsore ed espressione dei progressi dell'auto-coscienza in ogni gruppo di attività sociali, minoranza colta che trae il diritto di aspirare al Governo dall'intima corrispondenza con le aspirazioni confuse ed implicite della grande massa popolare, si occupa a preferenza di ogni altro. La formazione dello spirito nazionale deve essere sua primissima cura. Esso deve quindi volere una radicale riforma della scuola media e dell'insegnamento superiore; riforma che, conservando la grande tradizione del pensiero italiano e della cultura classica, ne presidî efficacemente la formazione, diminuendo il numero delle università, distribuendole meglio, disciplinandone le funzioni; riordinando didatticamente l'insegnamento tecnico, facendo rifiorire, con larghezza di mezzi, il ginnasio-liceo.

Quanto alla scuola popolare, essa va completata con i corsi professionali, portando l'intiero corso, e l'obbligo della istruzione, a sette anni subito, e, appena sarà possibile, ad otto anni.

Queste in breve, e per principali capi, le riforme che debbono far parte di un programma minimo e massimo insieme, perchè intiero e sintetico programma emergente dalle necessità mature e constatate della classe democratica, del radicalismo di oggi.

E intorno ad esso è largo il consenso; ma è consenso disperso e diffuso di singoli, non proposito collettivo intorno al quale si raccolga un vasto fascio di forze, una volontà risoluta e animosa di un partito possente. Sicchè questo, dell'organizzazione politica del radicalismo, è l'ultimo e forse più grave argomento che ci rimane da esaminare, avviandoci alla conclusione.

L'organizzazione radicale

Questo dell'organizzazione è invero il problema assillante e insoluto che la democrazia radicale persegue in Italia da quaranta anni. Fu tentata, nel 1873, una prima riunione dei mazziniani e democratici radicali; ma li divise, e annullò lo sforzo, il dissidio tra gli intransigenti e i possibilisti, dei quali gli uni volevano l'educazione morale delle masse per l'azione repubblicana, gli altri l'azione riformatrice della democrazia.

Nel 1879 fu costituita in Roma la Lega della democrazia della quale si è fatto cenno sopra.

Fallito anche questo tentativo, si tentò di nuovo, auspici, con Saffi alla testa, i maggiori uomini del vecchio partito d'azione, e una riunione fu tenuta nel maggio 1885 in Bologna per la ricostituzione della Lega della democrazia; e vi fu deciso, il 14 maggio, di organizzare la democrazia radicale in partito, con schema di statuto proposto da Socci; e fu istituito un comitato permanente per l'organizzazione del lavoro elettorale. Parteciparono anche i repubblicani, salvo alcuni astensionisti, fra i quali il Fratti.

Nel congresso del Patto di Roma, nel maggio del 1890, al quale avevano aderito 452 associazioni, 30 giornali, 40 deputati, 2 senatori, 122 spiccate personalità della democrazia, fu di nuovo discusso l'argomento dell'organizzazione del partito, e di nuovo senza effetto pratico.

Dopo altri 14 anni sorse e tenne il suo primo congresso in Roma, nel 1904, il partito radicale organizzato; in un periodo nel quale lo sforzo idealistico era assai meno intenso, quando socialisti e repubblicani avevano largamente mietuto nelle file della democrazia e quasi per far argine all'assorbimento e alla dispersione. Altri congressi nazionali furono tenuti nel 1905, 1907, 1909. Ma la vita del nuovo organismo politico si protrasse lenta e svogliata sino ad oggi; nè per numero, nè per coesione, nè per efficacia di attività pratica il partito corrisponde all'ampiezza ed alla forza dell'idea radicale nel paese.

E il congresso del novembre scorso in Roma servì più a documentare incertezze e contraddizioni interiori, lentezza di organizzazione, preoccupazioni elettorali primeggianti ogni altra, che non a trovare il rimedio. Ma i motivi della debolezza organica di questa idea radicale non abbisognano, per iscuoprirli, di lunga ricerca; essi appaiono evidenti a chi consideri le condizioni e le vicende degli ultimi quaranta anni di vita pubblica italiana.

L'immaturità politica dei ceti medi fra i quali innanzi tutto il radicalismo dovrebbe reclutare i suoi seguaci, per la non ancora superata antitesi storica fra i gruppi sociali che detenevano il potere e la classe nuova; la differenza profonda di regioni per la quale i moti di cultura e di azione non riescono a vincere la speciale configurazione che dà ad essi l'ambiente; difficoltà, questa, maggiore per il radicalismo che non per i proletari, affratellati dalla comune povertà, ma grande anche per questi; le difficoltà opposte alla polarizzazione dei partiti dal trasformismo e dall'opportunismo parlamentari e locali, che stemperavano le migliori energie; la ripugnanza degli italiani ad ogni durevole e saldo vincolo di organizzazione sono fatti noti che spiegano molte debolezze.

Inoltre, era appena giunto il radicalismo italiano a discendere, con Bertani e Cavallotti, dalle altezze del rigido idealismo di Cattaneo e Mazzini e Bovio nella concreta realtà sociale, non rinunziando agli ideali ma cimentandoli e incarnandoli nelle prove dell'esperienza, quando sopravvenne e si diffuse un movimento nuovo, derivazione anche esso, come ho sopra mostrato, dal radicalismo ma che colpiva con i più vivaci contorni del suo programma e con la veemenza eroica della lotta ingaggiata; e molti si credettero e si dissero socialisti che erano, in realtà, degli ottimi radicali; e che tali, sovente, son riapparsi più tardi.

Più interessante è cercare se queste condizioni sieno oggi mutate; così che si possa sperare per il radicalismo un periodo di rinnovato vigore. Ed io credo che sì, ma non a segno tale che se ne possano vedere rapidamente gli effetti. Il blocco clerico-moderato che si va facendo dall'altra parte, il suffragio universale che, aprendo a più larghe evoluzioni la democrazia, ci costringerà a smettere certi particolarismi e dottrinarismi infecondi, la più diffusa coltura, la timidamente iniziatasi rinnovazione, qua e là, delle plebi meridionali, prepareranno certo larga messe al radicalismo.

E se la democrazia persisterà nell'errore delle scissioni presenti e il danno sarà grave, noi speriamo che esso non sia nè così grave nè così lungo da chiudere il cammino ai rinsavimenti riparatori.

Un ceto sopratutto io spero che troverà nel radicalismo sè stesso e le sue vie, quello degli insegnanti delle scuole medie; perchè questo della trasmissione da generazione a generazione della cultura nazionale, della formazione dell'anima e del pensiero dei ceti medi e dei professionisti è compito sopra a ogni altro radicale, se la cultura dell'età nuova deve raccogliere in sè e maturare la tradizione democratica degli ultimi secoli, educare lo spirito al dominio di sè e della storia, elaborare le grandi idee direttrici, alimentare questa insaziabile sete di libertà e di riforma che è il nostro tormento e la nostra gloria.

E contro gli eccessi di un idealismo impaziente che nella visione dell'umanità e del proletariato di tutto il mondo dimentica le patrie o le considera come anguste ai suoi sogni, e contro quelli degli altri che nel nazionalismo mascherano un ritornante istinto di violenza e di dominio messo a servizio della reazione contro l'umiltà democratica, il partito radicale dovrà far valere il concetto di una patria vista nell'unità organica e vivente della sua tradizione e dei suoi legami di popolo, ma intesa insieme come strumento di più larghi progressi umani.

Concludendo

Io dissi alla Camera, nella discussione del progetto di legge sul suffragio universale: l'Italia colta, fatta consapevole della sua insufficienza, chiama gli analfabeti a salvare la patria. La democrazia, infatti, estende ora il suo processo evolutivo a nuove masse di incolti, di trascurati, di sopravvenienti; nel fresco istinto delle necessità varie di queste masse, nell'opera alacre suscitatrice e direttrice di queste coscienze novelle, l'Italia colta ritroverà, è da sperare, sè stessa. O il popolo nuovo le dà la sua sanità rude o essa dà al popolo nuovo i suoi vizi mentali e morali. Noi, il cui maggiore orgoglio è quello di essere e di sentirci popolo, con queste masse, di mettere ai loro servizi la cultura e l'esperienza acquisita, di servire alacremente all'anima popolare che si cerca e si rivela a sè stessa e conquista la sua vita e la sua storia, noi lavoreremo perchè la prima delle due cose avvenga.

Questo è l'ufficio dei dirigenti; farsi pedagoghi di libertà e di autonomia, portare nell'opera pubblica l'espressione nitida e salda. delle esigenze ed aspirazioni di un popolo che ascende dalla necessità alla libertà, e rinnova e ravviva ascendendo le glorie di una tradizione di coltura che è la traccia luminosa della storia della civiltà europea.

La rampogna che A. Salandra rivolgeva testè al partito liberale «consideri ognuno di noi lo stato di marasma senile in cui la parte nostra è da qualche anno caduta», forse tutti gli altri partiti possono dire a sè stessi. «È tempo che ognuno prenda il suo posto qui dentro, chiaramente e francamente: siamo vicini a una crisi del parlamentarismo; è prossimo il dies irae».

E questa rampogna, è eco di altre più solenni rampogne.

Scriveva, nel 1878, uno dei nostri più insigni, Agostino Bertani:

«Noi, generazione cospiratrice e rivoluzionaria, vittoriosa per la fede nell'ideale di un'Italia redenta, scendiamo a giorni affrettati nel sepolcro, ravvolti nelle bandiere rivendicate; e con noi scompare un'epoca, un insegnamento, e si perdono nel passato le ultime note di un inno, che la storia innalzerà alla virtù di un popolo che volle esser libero e padrone di sè. La generazione che ci segue, guasta dalla dualità del dogma politico, educata all'utile, al tecnicismo scientifico, incalzata dai problemi economici, si difende dallo sgomento del vuoto con l'indifferenza dello spirito e con l'angustia dei concetti; ma la negazione ha periodi brevi e la generazione futura comincerà a impensierirsene».

La generazione nuova alla quale il Bertani volgeva l'occhio e le speranze, al di là di quella che in quegli anni si precipitava nella vita pubblica, è questa che intorno a noi fa le prime prove.

Essa è torbida e irrequieta, litigiosa e veemente, insofferente di disciplina, avida di originalità spuria, raccattatrice di cultura posticcia, per odio delle lunghe vigilie di preparazione; è quello che si poteva attendere da una generazione che non ebbe maestri, che fu dissetata di positivismo e di critica, che imparò a schernire i maggiori e si rispecchiò in D'Annunzio e si disperde in un individualismo senza freni.

E pure non tutta è guasta; e brividi e fremiti di idealismo vi corrono dentro.

Ascolti essa una parola di Giovanni Bovio¹:

¹ Discorso citato in morte di B. Cairoli.

«Quando voi vedete qualche straniero indicarvi le nostre piccole lotte di oggi, le gare personali, lo scetticismo larvato di una classe dirigente che ogni dì scende, e il potere essere conteso fuori delle idee, fuori dei metodi oggettivi, innanzi a un popolo che paga, vota e geme; quando vi si dice che qui il sacerdote è senza Dio, la cultura senza educazione e il cittadino senza obbiettivo pubblico, per concludere che una nazione nata ieri è oggi senza giovinezza, levatevi e costringetelo a voltare la faccia verso Pisa, dove Mazzini muore».

Non lo straniero, oggi, ma noi stessi dobbiamo volgere il viso verso dove Mazzini muore, verso la luce degli ideali civili e sociali che egli ed i suoi grandi contemporanei e seguaci accesero nelle coscienze, inserirono con viva violenza nella vita italiana e dal cui impulso lentamente degradante essa è stata mossa sino ad oggi.

Oggimai quel moto si arresta e langue e la cultura italiana si va oscurando e il carattere e l'animo finiscono per corrompersi se un impeto nuovo di entusiasmi e di ideali non soccorre. Di là dove il pensiero dei creatori della nostra nuova vita nazionale parve discendere nell'ombra, ricominciamo.

A noi non il silenzio, custode delle memorie, che pretestavano tristemente gli ultimi superstiti, a noi la parola e l'azione evocatrici delle memorie, suscitatrici delle speranze. Fughiamo le ombre, ripigliamo la battaglia per la sovranità dell'idea sulla storia, per la democrazia, dalla quale tanta liberazione di umili e concordia di sforzi nel bene si attende ancora. Più felice, fra noi, chi getterà nella lotta più di sè stesso e farà della propria anima ardente la luce sul cammino della folla che sale, che diventa popolo libero, Italia migliore.