Title: Il partito radicale e il radicalismo italiano
Author: Romolo Murri
Release date: August 1, 2008 [eBook #26166]
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/26166
Credits: Produced by Carlo Traverso, Carla and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
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Il partito radicale
e il radicalismo italiano
Primo migliaio
ROMA
COMITATO DI AZIONE LAICA
EDITORE
Piazza Trasimeno, 2
Prezzo: Lire 1
Si è costituito in Roma fra alcuni volonterosi i quali sperano di veder molti associarsi ad essi, per uno scopo di riscossa morale, di educazione democratica, di liberazione delle coscienze che sono ancora serve dell'ignoranza e del pregiudizio, di propaganda idealistica, un Comitato di azione laica.
Esso intende di raggiungere i suoi scopi con tutte le forme di propaganda diretta che gli saranno possibili: il libro, la rivista, la conferenza, il convegno. Più, intende raggiungerli, indirettamente, influendo su tutte le altre iniziative ed istituzioni le quali hanno anche esse uno scopo di propaganda e di educazione popolare: la scuola, il periodico, la biblioteca popolare, l'organizzazione di cultura o professionale o di partito; fornendole di pubblicazioni opportune, stimolandone l'iniziativa, coordinandone gli sforzi, per ciò che riguarda la lotta per la libertà religiosa e l'educazione morale.
Al comitato di azione laica si può appartenere in tre modi:
o come socio promotore, versando una volta tanto lire cento;
o come socio effettivo, versando lire dieci annue;
o come socio aderente, versando una lira annua.
I periodici aderiranno inviando solo una copia della pubblicazione alla sede centrale ed impegnandosi a pubblicare le comunicazioni ufficiali del Comitato.
Le associazioni possono aderire, versando un contributo annuo in ragione di L. 0,50 per socio ed impegnandosi a collaborare collettivamente, nei limiti del loro statuto e delle loro possibilità, ai fini sociali.
La sede provvisoria del Comitato è in Roma, piazza Trasimeno, 2, alla quale chi voglia può rivolgersi, mediante cartolina con risposta pagata, per chiedere copia dello statuto ed altre informazioni.
Sezioni del Comitato possono essere istituite dovunque sieno almeno dieci soci regolarmente inscritti presso il Comitato centrale, e con l'approvazione di questo.
Il partito radicale
e il radicalismo italiano
Primo migliaio
ROMA
COMITATO DI AZIONE LAICA
EDITORE
Piazza Trasimeno, 2
Che cosa vuol essere la nostra B. P. di propaganda democratica Pag. 3
Rinnoviamoci 5
Alcune indicazioni sicure su quello che è il radicalismo 12
Clericali contro radicali 12
L'on. Giolitti e la sua politica 15
Dissensi e consensi fra radicali 21
La storia del partito radicale 24
Il partito radicale oggi 32
L'antitesi fondamentale 37
Democrazia e demagogia 44
Radicalismo e socialismo 48
Democrazia e anticlericalismo 53
Programma pratico di laicità 58
Le due concentrazioni 63
La trasformazione dello Stato 66
I Sindacati 71
Politica di consumi e finanza democratica 79
Esercito e spese militari 82
Il programma politico sociale 85
L'organizzazione radicale 91
Concludendo 96
Che cosa vuol essere la nostra B. P. di propaganda democratica
Diciamo nel corso di questo volumetto che cosa è per noi la democrazia. Essa è la stessa coscienza umana in moto per la conquista di sè, delle sue fedi, delle istituzioni sociali.
Alla democrazia che è scuola e milizia appartengono quindi solo coloro i quali sentono in sè l'affanno ed il pungolo di più sicure libertà, di una più alta giustizia, di una più larga ed efficace bontà umana. Essa è idealismo ed altruismo in azione; è il senso delle responsabilità morali, dei doveri, della missione che quelli i quali vogliono esser dei viventi, e non solo dei passivamente vissuti, sentono essere inscindibilmente uniti alla vita. Lavorare per la democrazia è lavorare per l'avvenire.
Oggi, in Italia, alla vigilia delle elezioni generali, si discutono e si agitano innumerevoli voli problemi: e tutti riguardano non l'uomo—il popolano, il dotto, il governante—o il partito come dovrebbe essere, ma quello che qui o là bisognerebbe fare; e si dimentica che gli uomini operano secondo ciò che sono o hanno nell'animo; che, divenuti migliori, essi farebbero certamente cose migliori; accesi di fervore per il bene pubblico e sociale, troverebbero facilmente dove e come questo bene va fatto.
Contribuire a diffondere il concetto della democrazia come educazione di sè, come acquisto del senso del proprio dovere sociale, come accensione di fedi, sarà lo scopo di questi volumetti.
Essi intendono quindi tornare indietro, di là dal periodo della lunga decadenza, agli uomini i quali nella generazione che fece l'Italia instillarono il senso del dovere eroico; passare innanzi, sorvolando su tutte le miserie presenti, associandosi allo sforzo pensoso e disciplinato dei giovani che vogliono conquistare sè stessi per dedicarsi alla vita pubblica con animo generoso e disinteressato di combattenti per una idea.
Un nome, innanzi a ogni altro, vogliamo inscrivere su queste pagine come auspicio: MAZZINI.
Rinnoviamoci
Alla vigilia del primo esperimento del suffragio universale, è necessità di vita pei partiti italiani accingersi alla conquista delle nuove masse elettorali; e, poichè esse hanno scarsa o nulla la cultura e la preparazione politica, trovar nelle file degli antichi elettori e fra i giovani e i fervidi un fascio di volontà animose nelle quali rinnovare e ravvivare la persuasione del proprio programma, per poi lanciarle alla paziente conquista della massa anonima e delle folle.
Ma la crisi dei partiti italiani non fu forse mai più grave e profonda. Di tutti meno che del clericale; il quale se, per i conflitti interni che lo agitano e per la lenta inesorabile dissoluzione del cattolicismo romano, dovrebbe essere in peggiori condizioni degli altri, riposa sulla attività di molti per i quali—rimossa, ogni intima inquietudine religiosa—clericalismo e sacerdozio sono solo un affare ed una professione, e sulla docile acquiescenza di masse nella cui coscienza non è ancora accesa, con la luce di una nascente consapevolezza di sè e della propria storia, la fiamma della libertà.
Di questa crisi dei partiti si è tanto parlato dal 1876 ad oggi, che essa è divenuta un luogo comune; e s'intende bene che una crisi la quale dura da quarant'anni non è più crisi ma un ciclo; e come tale, nelle condizioni oggettive che la provocarono, va esaminata.
Ma un tale esame sarebbe la storia di questo periodo di vita italiana; storia la quale, per quel che riguarda l'Estrema sinistra, può essere idealmente divisa in due periodi: quello della difesa, del consolidamento, dell'estensione delle libertà civili, che va sino alle elezioni politiche del 1900 e ai cento deputati di Estrema dinanzi ai quali cadde il ministero Pelloux; e l'altro che incomincia molto innanzi, con l'oscura intuizione e il precorrimento di una nuova rivoluzione sociale che ebbero già i maggiori uomini della Estrema, da Garibaldi a Bovio, segue e si svolge con il nascere e il crescere del partito socialista e assicura a questo, con l'opera politica e parlamentare, le condizioni essenziali di vita e di sviluppo dinanzi alla reazione delle classi minacciate, sinchè lo risolve in una politica positiva di riforme sociali da chiedere e raggiungere mediante l'accordo del proletariato con le più avanzate frazioni di estrema, e ricaccia i riluttanti verso il rivoluzionarismo.
In questo schema, sostanzialmente così semplice, si svolsero i contrasti e le lotte, solo a brevi tratti vivaci ed appassionate, dei partiti politici italiani. Il lento ma sicuro progresso delle idee democratiche affaticava nelle profondità, onde l'opera superficiale dei partiti emergeva a tratti, avvivava la coscienza nazionale, e celebrava silenziosamente le sue conquiste, spostando insensibilmente i partiti e conducendoli a contatti e a fusioni ed a cozzi (Cavallotti-Di Rudinì, Sonnino-Pantano, Luzzatti-Sacchi) che la loro logica avrebbe poco innanzi ripudiati e trovati assurdi.
Poichè, nel parlar di partiti, noi cadiamo sovente in due illusioni; l'una, suggeritaci dalla storia costituzionale inglese, che essi sieno o debbano essere unità permanenti e parallele entro le quali si svolga, in contrasti ed alternative normali, la vita politica di un paese; cosa che è realmente avvenuta in Inghilterra, ma solo in essa.
L'altra illusione, anche più pericolosa, è quella di applicare alla storia e allo studio dei partiti, realtà perennemente mutevole e fluente, schemi, idee astratte, tradizioni, programmi irrigiditi in formule, i quali sieno venuti perdendo il loro significato sino a non averne più alcuno o quasi.
Per giudicare utilmente e saggiamente di un partito, bisogna, dunque riferirsi a tutto il complicato processo della vita sociale e politica di un paese, al cozzo degl'interessi sociali, alla dialettica immanente delle grandi idee rinnovatrici, e vedere se di questa vivente realtà sociale esso si nutre, se per essa mantiene intatte le sue ragioni di essere, parola e strumento efficace di lotta.
Con questo criterio io esaminerò, come il lettore vedrà, rapidamente le tradizioni, lo stato attuale, il programma del partito radicale e del radicalismo italiano.
Del radicalismo, dico, e non solo del partito radicale; poichè quello è un fatto assai più vasto e profondo che non sia questo. Nel partito degli ultimi tempi mal si cercherebbe—chi non lo riconosce?—intiera l'anima del radicalismo italiano; esso fu cosa troppo strettamente politica e parlamentare: non si arricchì delle nuove correnti ideali, non partecipò ai moti spirituali che affaticarono profondamente e rinnovarono in parte la coscienza italiana, non seppe veder subito quello che, nel socialismo, era cosa e compito suo, non osò erigersi giudice del parlamento e dello Stato nel nome di un diritto nuovo che si andava lentamente facendo.
Ma se è facile criticare ed attaccare il partito radicale per quello che esso non fu e non fece, la critica è sterile e diventa malvagia quando non riconosce che esso ha conservato una tradizione ed un organismo, che è un istituto politico nel quale il radicalismo diffuso e disperso, cercante ancora le sue espressioni e la coesione politica, può e deve precipitarsi, per rinvigorire il partito e rinnovarlo e muovere per mezzo di esso alla conquista della vita pubblica.
Abbondano in Italia gl'ingegni e gli animi fervidi e si discute, assai più vivacemente—ed è buon segno—da qualche tempo, di problemi pubblici e delle direttive che è necessario imprimere alla nostra vita nazionale, e gruppi di volonterosi si formano intorno a vecchi combattenti o ad uomini nuovi e cercano animosamente di chiarire a sè e al paese e definire le fedi intorno alle quali, come a bandiere, raccogliersi¹.
¹ Ricordiamone alcuni dei più recenti: riformisti di destra, nazionalisti, liberisti—i quali hanno recentemente costituito un comitato di azione—salveminiani, raccolti intorno all'Unità—comitato per il mezzogiorno anche esso costituito nel giugno scorso in Roma.—E i vecchi partiti di Estrema si vanno dividendo e suddividendo in frazioni, per l'affannosa ricerca di un programma. E questo idealismo rinascente ha una grande cura, pressochè in tutti, di affermarsi realistico e studiare problemi pratici; segno di promettente maturità… quando non è indizio di superstite positivismo.
Ma nessun uomo è così alto da aver l'autorità di un maestro e segno dell'idea nazionale, quale lo invocava, negli anni della decadenza, Agostino Bertani¹. E i gruppi e le scuole e le iniziative sorgono e si moltiplicano e si spezzano e si disperdono perchè, purtroppo, i giovani italiani non hanno ancora acquistato o educato in sè il senso della disciplina, della lealtà (la loyalty che è, in Inghilterra, la base dei partiti e la forza della vita pubblica), del sacrificio che ciascuno il quale lavora veramente per un'idea deve pur fare ad essa di una parte di sè, delle sue ambizioni, di ciò che la coscienza gli dice non esser la sostanza e la ragione della lotta, ma modo occasionale e personale di vedere.
¹ Scrive L. Fera nella prefazione ai discorsi parlamentari di Agostino Bertani, pubblicati testè in grosso volume per deliberazione della Camera dei deputati:
«Vigile e severo non mancò di resistere alle deviazioni degli uomini e dei partiti nel periodo incerto del trasformismo e in un momento rapido di depressione degli spiriti e di smarrimento degli ideali proruppe in un grido dell'anima offesa:—Al governo manca il sacerdote dell'idea nazionale, che interpreti i plebisciti e compia tutto quello che possa giovare alla nuova Italia.—
«Il sacerdote dell'idea nazionale è l'invocazione fulgida e solenne che erompe dall'anima eroica della generazione che ha partecipato alla formazione del colossale edificio della patria e dovrebbe essere il monito suggestivo delle generazioni che all'opera mirabile intendono portare il contributo di nuove energie e di nuove speranze».
Le salde coesioni di uomini si formano là dove taluno dirige nel quale traspare da tutta la vita la devozione generosa ad un grande ideale e molti seguono, condotti e disciplinati dalla potenza dell'eroe. Dove questo manca, dove al difetto dei grandi agitatori e conduttori non supplisce in parte la disciplina dell'unità dello sforzo, non sono che labili coesioni d'interessi, tentennamenti e discordie, transazioni e piccole viltà e opportunismi male velati di saggezza politica.
Quelli che anche al partito radicale rimproverano questo oscillare ed oscurarsi dell'idea in coscienze fiacche ed opache e, dinanzi all'avvento di cinque milioni di elettori nuovi alla vita pubblica, invocano una nuova e più vigorosa attività che dirozzi questa massa e la educhi e trovi nelle sue confuse aspirazioni il segreto di un programma di nuova attività sociale e politica, debbono più che ogni altro curar di risalire alla visione della democrazia come di affanno e slancio e programma di un partito di avanguardia, ricollegarsi con commosso fervore e ricordo agli uomini eroici che così la intesero e praticarono, frugar la viva anima popolare per sprigionarne, con la luce di un programma, l'entusiasmo vittorioso, darsi, con tenace operosità, ad un lavoro di organizzazione.
Alcune indicazioni sicure su quello che è il radicalismo
I clericali contro i radicali
Molto, come è noto, si discute ora del partito radicale; e molti maligni sorridono e motteggiano da tutti i canti d'Italia. Ma nello stesso criticarlo e motteggiarlo che si fa, vengon poi messe involontariamente in rilievo dagli avversarii le caratteristiche e le funzioni di esso.
Notate, innanzi tutto. Il grido: dagli al radicale, fu gettato da una sala del patriarcato di Venezia, in quel famigerato discorso del conte Dalla Torre che rinnovava procacemente l'ipoteca del Vaticano su Roma e su tutta la nostra vita pubblica. Giova ricordare le precise parole del conte padovano:
«È a questo nemico più pericoloso d'ogni altro che noi non possiamo e non dobbiamo dar tregua. Dobbiamo ricordare che l'azione del radicalismo è subdola quanto il suo programma di adattamenti e d'infingimenti, atti a farlo apparire quasi il partito del giusto mezzo; e se osa ufficialmente proclamarsi anticlericale, sa privatamente trovare anche per ciò il giusto mezzo, promettendo neutralità… per giungere al potere, ove non tarderà al tradimento. Ricordiamo che il radicalismo è l'agente politico della massoneria¹, più e meglio che il socialismo non ne sia l'agente sociale; ricordiamo che chi precipitò l'êra del laicismo, chi determinò la laicità della scuola, chi proporrà qualsiasi attentato ai nostri diritti ed ai nostri principi fu e sarà, questo organismo, indefinibile nel suo intento e nel suo programma, ma tenace ed inconvertibile quanto lo può essere l'ambizione dei suoi, prima ed unica sua ragione di essere»².
¹ La Massoneria fu per lungo tempo ed è lo spauracchio del quale i clericali si servono per commuovere i loro; ed oggi trovano opportuno riagitarlo. In questi ultimi tempi si ebbe alla Camera e al Senato una levata di scudi, da parte di clericali e moderati, contro la Massoneria; ed altri (nazionalisti, giovani socialisti, Unità) si uniscono nell'assalto. E, dall'altro lato, un notevole risveglio della Massoneria va avvenendo; non avviene all'aperto, ma lo si scuopre a numerosi indizi.
Certo a noi dispiace che la questione della libertà religiosa sia posta in Italia come questione fra clericalismo e massoneria; e tutti sanno il lungo sforzo che andammo e andiamo facendo per porla su di un terreno più largo, scevro d'ombre e di pregiudizi.
Ma parecchie cose sono da notare: e, prima, la solita ipocrisia clericale, che s'adombra e si allarma del tentativo di conquista dei poteri pubblici e dell'esercito da parte della Massoneria, quando i clericali stanno facendo altrettanto. Il segreto, che si rimprovera a quella, non muta sostanza alla cosa; e ad esso fa riscontro l'abuso della protezione che i cattolici godono come Chiesa per avvantaggiarsi come partito. La Massoneria, inoltre, non ha mai figurato nelle graduazioni dei partiti e delle dottrine politiche come cosa a sè; essa va dal partito democratico costituzionale—se pure non si spinge, saltando i clericali, sino all'Estrema destra—ai socialisti. Quello che in taluni luoghi la Massoneria ha fatto e va ora facendo: blocco delle forze popolari, risveglio dei partiti di sinistra, propaganda anticlericale, è, evidentemente, negli interessi della democrazia.
La questione della Massoneria è quindi piuttosto una questione di metodi e di mezzi. Se, per opera di essa, la lotta contro il clericalismo dovesse un giorno assumere forme giacobine ed andare oltre le intenzioni di quelli i quali hanno cura di distinguere il clericalismo e l'azione politica della gerarchia cattolica (ai quali non va data tregua) dalla fede popolare, che dalla scuola, e non dalla politica, attende le sue rinnovazioni, la colpa non sarà nostra.
² Parecchi radicali del Mezzogiorno mi esprimevano l'opinione che non convenisse al partito prendere un più energico atteggiamento in materia di anticlericalismo per non complicare situazioni elettorali delicate e pericolose. Ecco, ora, che cosa rispondono i cattolici.
Il Giornale d'Italia, il 12 giugno, dava, sull'atteggiamento dei cattolici nelle elezioni, un'intervista con un cattolico, evidentemente bene informato, nella quale si legge:
«—Dunque guerra anche ai radicali?
«—Come e anche più che agli altri bloccardi. Anzi, sono i più pericolosi, poichè sono facili a vestirsi con la pelle dell'agnello nei Collegi salvo a tramutarsi in lupi alla Camera. Le dirò che specialmente nel Mezzogiorno si è dovuta richiamare l'attenzione dei cattolici sul pericolo appunto di lasciar riuscire dei candidati che reggono magari il baldacchino nelle processioni al paese e viceversa si schierano col blocco anticlericale a Roma. Si è raccomandato a tutti di non lasciarsi sedurre da simpatie personali e d'inspirarsi esclusivamente ad un criterio politico. Ormai non è più il tempo di trastullarsi; bisogna difendersi».
Poi, dopo il noto discorso Giolitti del 15 marzo alla Camera, sono i giornali del trust cattolico, recenti dalla confessione e dalla assoluzione papale e ancora in debito della penitenza, che diguazzano allegramente e si dilettano nella critica al radicalismo, in una lunga serie di interviste debitamente commentate. Prima e non spregevole indicazione, dunque: il radicalismo è il partito che i clericali papali sentono il dovere di combattere furiosamente, prima che ogni altro avversario antico o recente.
L'on. Giolitti e la sua politica
Ma l'attacco, iniziato con l'invettiva sonora, diviene motteggio e scherno dopo il noto discorso dell'on. Giolitti sul bilancio dell'interno e la risposta data in esso all'on. Fera. È inutile negarlo: i sorrisi ironici dell'on. Giolitti, che già nella bocca dei deputati della maggioranza negreggiante divennero risa, si son diffusi pel paese nel suono di una risata allegra e malvagia, nella quale taluni han corso il rischio di spostar le mascelle¹.
¹ Diceva Bovio nel discorso in morte di B. Cairoli: «Sulle rovine dei vecchi partiti suonò arguta l'ironia del vecchio (Depretis) e si rise spensieratamente fino a Dogali». E rispondendo il 30 marzo nella Tribuna a Francesco Crispi, il quale aveva detto pochi giorni innanzi alla Camera: «Non c'è più nulla di partiti parlamentari alla Camera; i partiti politici sono morti ai piedi del Campidoglio», scriveva: «Chi consegna all'archeologia i vecchi partiti ufficialmente ha il dovere di accennare non le sue idee ma dove sorgono i partiti nuovi. Se egli non li vede o li ha in dispetto, sostituisce sè alla storia».
L'on. Fera aveva detto, in sostanza, al presidente del Consiglio: noi radicali siamo una tradizione, una dottrina e una tendenza; tendenza di affrancamento dell'anima italiana dal dominio del prete, di riforme radicali nella finanza e nell'amministrazione, di conquiste sociali. Intende, l'on. Giolitti, continuando a valersi della partecipazione e dell'appoggio nostro al suo governo, continuare a secondare questa tendenza, far suo, per quanto le esigenze di una politica positiva permettono, questo programma? Intende avvalorarlo con le forze che un governo può legittimamente ed onestamente, dare alla diffusione nel paese delle idee ed al prevalere degli uomini di parte radicale?
E l'on. Giolitti rispose schermendosi; osservo che all'attuazione del programma di questo ministero, il quale era piaciuto ai radicali, uomini di tutti i settori della Camera avevano concorso; disse di sentirsi radicale anche lui, se radicalismo era intento positivo e realistico di riforme, ma di non vedere quale programma, di tutti i radicali e solo di essi, proponesse l'on. Fera al governo; mentre invece pareva a lui che anche nel partito radicale fossero molte opinioni diverse, se non addirittura tot sententiae quot capita; esser quindi meglio non insistere; non tentar neanche di definire; perchè omnis definitio periculosa.
Non so se proprio il collega Luigi Fera inducesse con il suo discorso il presidente del Consiglio ad occuparsi del gruppo radicale. Certo l'occasione fu buona; ma le parole dell'on. Giolitti rivelavano un pensiero che doveva esser spuntato da tempo e maturatosi poi del malumore di molti giolittiani e assumere, nel momento opportuno, importanza di una chiara designazione di tattica elettorale del capo del Governo.
Della legittimità e dell'opportunità della partecipazione dei radicali al ministero Giolitti dirò brevemente appresso.
Qui giova notare come chi conosca, le più certe tradizioni della politica giolittiana dovè prendere quell'accordo per ciò che esso valeva nel fatto e nell'atto, senza sperarne un valore programmatico e di avvenire. Valeva per quello che i radicali erano e potevano quando fu stretto, non perchè ulteriori conquiste fossero dall'accordo assicurate ad essi; significava consenso in punti di programma definiti—quelli che poi l'opera legislativa venne attuando non indirizzo recisamente democratico-radicale dato al Governo per la preparazione di una nuova situazione politica, al radicalismo ancora più favorevole.
E quando il lato, diremmo, positivo dell'accordo era quasi esaurito, dinanzi ad una Camera moribonda e senza opposizione, conveniva all'on. Giolitti, per tranquillizzare i suoi, e ripigliare intera—se pur ce n'era bisogno—la sua libertà dinanzi e di sopra ai partiti, metterne in rilievo il lato negativo.
E del resto, anche da parte dei radicali, l'andata al potere insieme con l'on. Giolitti fu riconoscimento di una situazione di fatto più forte di ogni riluttante proposito, e che la loro permanenza nel ministero, lungi dal modificare, ha consolidato.
Molti deputati sono—l'on. De Bellis lo dichiara a ogni momento—giolittiani, non ministeriali. Votano anche proposte radicali, purchè sieno persuasi che esse vengono dall'onorevole Giolitti; questi deve esser garante della bontà del programma e, rimanendo al potere, della saggezza delle applicazioni. Hanno tollerato i radicali al potere, non tollererebbero certo un Giolitti trascinato dai radicali, poichè questi non sarebbe più il loro Giolitti.
Poichè questa è la situazione, bene fecero e fanno i radicali a prestare il consenso e l'opera loro là dove essa è chiesta per l'attuazione di riforme che essi vollero e come riconoscimento della forza che l'idea radicale ha nel paese e parlamentarmente; ma è loro dovere, è per il partito suprema esigenza, non lasciarsi imprigionare dalla mutevole situazione parlamentare, e cercare di modificarla nelle feconde agitazioni della coscienza e dell'opinione pubblica. In più ampi cicli di attività democratiche il partito deve rinnovarsi, per il governo o per la battaglia.
Nè ciò farà dispiacere allo stesso on. Giolitti. Egli è oramai, per antonomasia, il governo, e il governo—come il regno dei cieli—subisce violenza e i violenti lo conquistano.
Mirabile tecnico del governare, egli ha anche, e lo ha confessato, benchè sia pronto a sacrificarla agli eventi, una leggera inclinazione a sinistra. Conscio, assai più di quelli che gli attribuiscono un'astuzia e un'efficacia illimitate, dei limiti veri dell'opera sua, e del prevalere degli eventi, le cui complesse condizioni a nessuno è possibile abbracciare con l'occhio e con l'opera previdente, egli governa a cicli.
Chiamato al potere, egli si crea intorno l'equilibrio politico e parlamentare che gli par meglio rispondente alle esigenze del momento, cautamente valutate, e governa con esse. Quando sente che il vecchio equilibrio è perduto e la legge del nuovo non apparisce, se ne va: e dà un piccolo colpo al barometro, perchè la lancetta indicatrice si muova. Finite le oscillazioni un nuovo ministero Giolitti è pronto.
Mai l'on. Giolitti si adatterebbe a fare del barometro politico di un gruppo il suo barometro, della lancetta dell'on. Fera la sua lancetta. Accoglie i partiti nel suo equilibrio, torcendoli un poco e deviandoli dal loro piano; non ama le correnti impetuose, che trascinano, nè le polarizzazioni che diminuiscono il settore sul quale gli sia possibile scorrere liberamente.
Quindi altra indicazione: nella presente politica giolittiana di equilibrio e di sintesi instabile il partito radicale entra nella maggioranza diminuito, costretto a fare parziale sacrificio di sè, per accomodarsi alle esigenze parlamentari e politiche; ma un disagio assiduo ed a volte acuto lo avverte che esso deve, se non vuol perdersi e dileguare, prepararsi a pesar sulla bilancia con un più fresco corredo di idealità e più alacre temperamento di lotta e più largo consenso popolare.
Dissensi e consensi fra radicali
Ma più autorevole, in materia, sarà l'opinione dei radicali medesimi. Gli avversari nostri ci chieggono, con ironia, se c'è un'opinione radicale; comune, cioè, a tutti coloro i quali si sentono e si muovono nell'ambito della politica radicale. L'on. Giolitti insinuava che no; molti gridano, egualmente, che no. E pure, se io potessi porvi sotto gli occhi le dimostrazioni più autorevoli, individuali o collettive, degli uomini del partito, dal congresso del novembre scorso, per non risalire più indietro, ad oggi, non vi sarebbe difficile discernere alcune direttive costanti.
Due, almeno, sono evidentissime: la laicità, come difesa contro il clericalismo e come concezione dello Stato e della sua attività nel campo della cultura, e il pensiero che il radicalismo sia in potenza e debba praticamente essere come il nucleo centrale di una nuova coesione ed organizzazione politica delle forze democratiche¹.
¹ Nel celebre opuscolo L'Italia aspetta, (1878), A. Bertani, chiestosi se esistesse una Estrema sinistra, e risposto che sì, aggiungeva: «Ma questa Estrema sinistra non avrebbe ragione d'essere se le mancasse l'appoggio della democrazia e se questa non avesse propositi fermi per far accettare le sue idee ed arrivare con essa, sia pure incerto il dì, al governo d'Italia. E queste idee e questi propositi debbono manifestarsi oggidì nella questione ecclesiastica, ecc.». E G. Bovio così indicava la funzione dell'Estrema: «L'Estrema sinistra compie il suo ufficio educando la coscienza nazionale, affinchè intenda la parte sempre crescente che le è dovuta nella funzione della sovranità. Tende al potere perchè non è ascetica, ma vi tende in una rivoluzione più larga, cioè non puramente parlamentare, ma nazionale». Ed ancora egli le attribuiva «le funzioni, così feconde di ottimi risultati, di esploratrice di avanguardia del grande partito di sinistra».
L'affermazione di laicità militante voi trovate nell'ordine del giorno del congresso ricordato sulla tattica del partito, nel discorso dell'onorevole Fera, nelle interviste di radicali autorevoli, nel recente ordine del giorno della direzione del partito, nel programma di recenti derivazioni del radicalismo, come sono le nuove associazioni democratiche di Milano e di Cremona.
Documentare sarebbe lungo e poco utile. Uomini insigni della politica e dell'università hanno partecipato a questi dibattiti. E nell'incrociarsi di attacchi, di difese, di critiche, di proposte, nella varietà delle opinioni intorno a ciò che il partito radicale dovrebbe fare, il concetto dell'esistenza e della necessità di esso si profilava nettamente come di un partito di riforma; ma di quelle riforme che, esigendo una maggiore audacia di visione e di confidenza nell'avvenire e spostando troppi interessi consolidati, sono dai partiti unilaterali di estrema ritenute possibili solo mediante uno sforzo rivoluzionario, dai conservatori avversate tenacemente, dai radicali sostenute e volute come normale progresso; come esigenze dei gruppi nuovi, delle energie giovani e in formazione, degli interessi sino ad ora sacrificati ad altri politicamente più forti; e quindi esigenze di tutta la società, considerata non staticamente ma nel complessivo sviluppo suo, come giustizia e diritto che si realizzano.
La storia del partito radicale
È teoria e fatto e proposito del partito radicale, in questi ultimi anni di vita italiana e per i prossimi, la politica dei cosidetti blocchi. I socialisti e i repubblicani, dopo averla largamente favorita negli anni nei quali c'era da impiegare la somma mirabile di energie popolari liberate e fatte erompere da quella riconquista della libertà che si ebbe nella memorabile lotta del 1900, se ne sono stancati e ne sono divenuti oggi i critici più aspri; effetto, questo, in parte della pertinace ideologia rivoluzionaria e di una febbre di riforme che fanno parer lento ogni moto sociale normale, ed in parte del successo medesimo della politica dei blocchi, che deluse quelle frazioni le quali non tanto desideravano i progressi della democrazia, realisticamente intesa, quanto quello delle loro pregiudiziali e del loro sistema.
E si è voluto vedere nei blocchi come l'ultima fase del trasformismo politico, e il partito radicale, assunto prima dall'on. Luzzatti poi dall'on. Giolitti al potere, affogare in quel trasformismo. Sicchè oggi, all'infuori delle due pregiudiziali, la repubblicana e quella della lotta di classe, non ci sarebbe più che confusionismo e arrivismo; quello causa insieme ed effetto di questo. Anche i socialisti riformisti, appunto perchè non accettano nè l'una nè l'altra pregiudiziale, son dichiarati dai loro compagni di ieri transfughi e traditori e arrivisti; e soffia allegramente sul fuoco la destra.
L'ampiezza stessa e l'esagerazione della condanna, debbono avvertirvi che un grosso equivoco si nasconde in essa. Io non saprei spiegarvelo meglio che rifacendo, brevissimamente, la storia del partito radicale italiano.
La democrazia radicale italiana ebbe da principio tradizioni, intenti, animo repubblicano. Ma rivelatasi nel 1848-49 l'insufficienza di moti popolari a costituire l'unità italiana, e avendo la monarchia di Savoia fatta sua questa causa, il pensiero della repubblica fu messo da parte per costituire intanto l'unità. Raggiunta questa, incominciò il distacco del radicalismo dall'idea repubblicana, fra il 1870 e il 1876, quando, nelle prime lotte fra i mazziniani puri ed altri che facevano capo a Giuseppe Garibaldi, all'idea di un'azione direttamente rivoluzionaria, volta a rovesciare la monarchia, o all'astensionismo di altri che vedevano l'inanità di questo sforzo e suggerivano di attendere tempi migliori, accelerando intanto l'educazione delle masse, si sostituì il criterio di esplicare, pur nell'orbita delle istituzioni e dell'attività parlamentare, un'opera positiva diretta al raggiungimento delle conquiste democratiche compatibili con il monarcato; prima fra queste il suffragio universale, per il quale furono più tardi tenuti i cento comizi del 1880, ed il comizio de' comizi in Roma, nel febbraio 1881.
Per la prima volta il radicalismo ebbe forma e veste concreta di organizzazione nazionale nella «Lega della democrazia» costituita in Roma, sotto l'egida del prestigio di G. Garibaldi, il 21 aprile 1879, e da Garibaldi stesso annunziata all'Italia con un manifesto in data 26 aprile¹.
¹ Giova riprodurre questa pagina, memoranda nella storia del radicalismo:
«Agli italiani,
Il fascio della democrazia è formato.
Mi glorio che questo fatto importante, lungamente desiderato e studiato, e prima invano tentato, siasi compiuto sotto gli occhi miei, il 21 aprile.
Cospicui patrioti di ogni classe, nobili ingegni—decoro del nostro, paese—i quali si illustrarono nel preparare e nel comporre ad unità di nazione l'Italia, dal 1821 in poi, militano nel campo della Democrazia e vi milita la gioventù generosa.
E come alla Democrazia riescirà fatto di spandere la sua influenza con l'agitazione che essa verrà promuovendo per la rivendicazione o l'esercizio effettivo della sovranità nazionale, per il men aspro vivere dei diseredati dalla fortuna, per la giustizia sociale, per la libertà inviolabile, una moltitudine di cittadini egregi, che assistono sfiduciati e increduli al governo delle minorità, le quali si succedettero e si esaurirono durante venti anni, s'aggiungerà certamente e rapidamente alle sue schiere.
Oggimai la Democrazia, è un valore di prim'ordine fra i valori costituenti la nazione, è una potenza con cui quelle minorità, di buon grado o di mala voglia, hanno da fare i conti. Le sue varie scuole sonsi collegate e affermate in un ordine di idee e di fini comuni e convennero nell'adozione dell'istesso metodo di apostolato e degli stessi mezzi di agitazione palesi e sinceri dentro l'orbita giuridica—da cui la loro forza—e fondarono la Lega della Democrazia…..
Ogni scuola della Democrazia serba la individualità propria nello svolgimento e nella propaganda delle rispettive dottrine, e ad ognuna appartiene l'arbitrio delle inerenti iniziative, ma ognuna altresì ne risponde. Pur sono sicuro che tutte, animate da un elevato sentimento di carità di patria e guidate da quella sapienza civile che anche le altre genti riconoscono negli italiani, vorranno coordinare la loro opera particolare e specifica, e contemperarla a quella generale del Comitato della Lega».
Il manifesto fu, dicesi, scritto da A. Bertani: del quale giustamente scrive L. Fera (l. c.) «Egli seppe e volle raccogliere l'impeto rivoluzionario popolare delle tradizioni mazziniane e garibaldine per disciplinarlo nel regime normale di libertà e per regolarne il moto traverso un sistema di istituti che progressivamente traducono i nuovi rapporti sociali ed economici».
Un comitato fu costituito nel quale figuravano i migliori nomi della democrazia militante: e della Commissione esecutiva, residente in Roma, nominata da esso, fecero parte: Bertani, Bovio, Campanella, Canzio, Cavallotti, Fratti, Lemmi, Mario, Saffi ed altri, oltre lo stesso Garibaldi.
Repubblicani, come il lettore vede, molti di essi; ma giudicavano dover oramai la repubblica, non essere imposta da faziosi artifici di rivoluzionari, sibbene esser gradualmente preparata, perchè potesse più tardi fiorire spontanea dallo sviluppo stesso delle istituzioni democratiche e della nuova coscienza di popolo che le andava facendo e vi si andava facendo dentro¹. Quindi collaborazione con uomini politici di altri partiti, di Destra anche, per il raggiungimento, via via, di queste riforme, e per assicurarne, contro pericoli varî, le condizioni essenziali. La tutela delle libertà, la difesa delle forze economiche del paese, alle quali bisognavano raccoglimento e parsimonia nelle spese pubbliche, contro i pericoli dell'espansionismo megalomane, gli inizi di una legislazione protettrice del lavoro, quando ancora il socialismo non era entrato nel giuoco dei dibattiti parlamentari, alcune poche riforme democratiche nell'amministrazione, furono il compito del partito radicale in quegli anni.
¹ Scriveva G. Bovio nel 1878: «Cominciamo dal troncare un'ultima illusione: l'E. S. non è repubblicana… (Essa) va fino al suffragio universale. Questa è l'estrema delle riforme delle quali si estima fecondo il principato quando si disposi con la libertà. Estrema delle riforme monarchiche vuoi dire E. S.».
E Bertani, in quello stesso anno (op. cit.):
«Finchè la monarchia mostra di comprendere di essere stata per l'Italia quello che realmente fu, mezzo, cioè, alla sua ricostituzione, epperò dura nell'attitudine passiva che le conviene, non opponendosi al progressivo affermarsi della coscienza nazionale, nè si adombra della espressione che deve man mano acquistare quella sovranità, io non vedo ancora che gli interessi della patria esigano di staccarsene».
E ancora, G. Bovio:
«L'Estrema compie il suo ufficio: educando la coscienza nazionale, affinchè intenda la parte sempre crescente che le è dovuta nella funzione della sovranità. Tende al potere, perchè non è ascetica; ma vi tende in una evoluzione più larga, cioè non puramente parlamentare ma nazionale».
Ma la «Lega della Democrazia» ebbe breve vita. Il radicalismo era insidiato da due lati; dal fascino che conservava l'idea repubblicana verso la quale le delusioni amare che si ebbero dal passaggio del potere alla Sinistra storica risospingevano molti; e, dalla parte opposta, dalla conversione di molti—tipiche quelle di Giosuè Carducci e di A. Fortis—alla monarchia, reputata necessaria al consolidamento delle libertà e all'opera di riforma.
Nel celebre patto di Roma, del Congresso del maggio 1890, fu elaborato da Cavallotti e approvato dai convenuti un vasto programma di riforme immediate da propugnare: delle quali poi talune furono abbandonate, altre ebbero sanzione legislativa, altre, infine, e le più essenziali, rimangono come programma di domani.
Certo c'è qualche cosa di triste per i partiti di avanguardia, cioè idealisti, in questa degradazione storica degli ideali che si realizzano; e le ore meno liete nella vita di un partito e di un popolo sono quelle nelle quali consumano, senza rinnovarli, gli impulsi e le energie ideali del momento anteriore.
Ma questa è dura legge della vita. Chi vorrebbe amare l'idea solo perchè essa rimanesse nella chiusa bellezza della sua pura verginità?
Grande è il desiderio umano e raramente uno scopo, che pur merita di esser raggiunto, solleverebbe gli entusiasmi e spingerebbe ai sacrifici che la lotta richiede se esso fosse sin dal principio veduto nella concreta limitazione che gli eventi gli assegneranno. Ma della modestia dei risultati l'animo forte prende le sue vendette raccogliendosi e disciplinandosi per il compimento del dovere nuovo che emerge dal dovere compiuto.
Se, dopo la magnifica lotta dell'ostruzionismo, nella quale la Sinistra parve riacquistare coscienza di sè, il partito radicale cerca invano, ripetutamente, di riorganizzarsi e di avere una parte decisiva nella politica del paese, non per questo vien meno la sua importanza. L'Estrema sinistra, attraverso alla quale il gruppo crescente dei socialisti e il repubblicano intervengono, con una politica positiva e fattiva, nel giuoco delle forze parlamentari, fronteggiano i moderati ed impongono ai governi una politica democratica, è essenzialmente opera radicale. E ai radicali l'on. Giolitti sente il bisogno di rivolgersi quando vuol fare accettare dalla Camera riforme democratiche. E le vicende del ministero Giolitti provano come sia inefficace e quasi nulla l'opposizione dei due gruppi estremi, quando essi si scindono dal radicalismo o fanno da sè.
Il partito radicale oggi
Dell'appoggio dato a questo ministero il partito non deve in alcun modo pentirsi, poichè non mancò il risultato in vista del quale l'accordo fu stretto; e a due grandi riforme, il suffragio universale e il monopolio delle assicurazioni sulla vita¹, per tacere del resto, il partito potè legare l'opera e il nome.
¹ Di molte e severe critiche fu oggetto questo monopolio. Nè venivano tutte e solo da parte de' liberali moderati, i quali concepiscono lo Stato come un supremo moderatore di libertà o di attività private e veggono nelle imprese industriali in cui si mette falsato il suo carattere e degeneranti le sue funzioni.
E ciò è vero secondo l'antica e classica concezione dello Stato e della sua sovranità.
Ma noi vediamo in questa iniziata nazionalizzazione del servizio delle assicurazioni, come in altre iniziative industriali dello Stato moderno, non un processo di assorbimento da parte del potere pubblico e di limitazione delle attività libere e di burocratizzazione; sì bene, al contrario, un interiore processo di sviluppo della previdenza medesima e degli altri servizi sociali; i quali si organizzano e costituiscono in grandi sindacati, appropriandosi una parte delle attribuzioni dello Stato ed incorporandole in sè. Con che esse lo diminuiscono e lo modificano, nella sostanza, anche se pel momento sembrano subirne l'invadenza ed annientarne la pletorica pesantezza. E un segno evidente di ciò si ha nel nome; poichè non si parla di regie ferrovie e di regie assicurazioni, ma di ferrovie e di assicurazioni nazionali. Sono veri sindacati che, attraversando l'atmosfera Stato, si fanno il corpo e le forme giuridiche nuove.
Ma l'accordo vincola la nostra azione parlamentare, non limita la nostra propaganda. Io riconosco i meriti dell'on. Giolitti, i servigi che egli ha reso al paese, la moderazione con la quale usò del potere, il vantaggio della tregua interna che un periodo di gravi difficoltà internazionali rese necessaria, la fiducia del paese nella abilità dell'uomo, possibile. Posteriore a lui di una generazione, io ritengo che nella generazione alla quale egli appartiene lo si debba giudicare, tenendogli conto delle necessità di governo, e a questa generazione opporre una diversa e più alta concezione che noi abbiamo dei doveri dell'uomo di Stato e della democrazia, specialmente in quel che riguarda la libertà del mandato elettorale, così nelle origini come nell'esercizio.
Lottando per sè, per i suoi ideali, per una più chiara definizione dei partiti, per una ripresa di attività rinnovatrice, il partito radicale lotta per creare altre condizioni ed altri metodi alla attività dei partiti e dei governi. E se i più e i maggiori dei radicali, uomini, come Giulio Alessio, che non possono essere sospettati di opportunismo, hanno giudicato che non conveniva, alla vigilia delle elezioni, staccarsi dal governo, nè dar sì gran gioia a quelli che si sarebbero affrettati a prendere la parte di potere lasciata dai nostri, è dovere riconoscere la gravita delle ragioni che militano per questa condotta. Non fare quello che l'avversario vostro vedrebbe fatto con immenso piacere è ancora buona prudenza, quando un più diretto e sicuro criterio non soccorra.
Del resto, lottiamo oggi per la conquista del corpo elettorale; indichi esso le vie di domani.
Il radicalismo italiano fu adunque quello che doveva essere; la tradizione gloriosa del più puro idealismo del partito d'azione, che si fa via via politica positiva e realistica, secondo i tempi; l'organo più sensibile delle necessità di una politica di difesa e di sviluppi democratici; l'integrazione parlamentare dei partiti più estremi e il vincolo di unione fra essi e le maggioranze.
Io non l'esalto con questo oltre misura. Ombre e incertezze e transazioni e debolezze vi furono; ma la colpa fu innanzi tutto di tempi singolarmente avversi a ogni salda e nitida coerenza e continuità e personalità di partiti politici. Mancò alla vita italiana la passione politica, vigorosa e veemente, mancò quella che è condizione prima di ogni politica sana, la sincerità. La sincerità è chiarezza e costanza del vincolo che lega gli uomini alle cose, in politica. Poichè in questa l'individuo per sè non è molto; la pienezza del significato e del valore dell'opera sua è data dai gruppi di interessi, dalle tendenze e volontà di dominio alle quali serve. Ora per molto tempo, in Italia, per l'opportunismo che ha invaso tutta la nostra vita pubblica e per la difficoltà di distinguere e definire interessi, correnti e tendenze, uomini e cose hanno, si direbbe, seguito due vie diverse e ne è risultata una confusione indescrivibile. Avvocati intimamente borghesi per coltura per colleganze sociali per visione realistica della vita hanno preso, per aprirsi la via, l'etichetta socialista o repubblicana. I maggiori impulsi a riforme democratiche sono talora venuti da prudenti conservatori. Viceversa, le necessità economiche del proletariato giovano spesso ai fini di una politica reazionaria. Un deputato di estrema sinistra, per opportunità elettorali, diviene strumento di dominio politico nelle mani di un gruppo clericale o di un vescovo. Un nazionalista tresca, per diventar deputato, col partito che, per volontà del papa, è ostile, per definizione, alla patria. Il socialismo, frutto mirabile di una critica poderosa di tutti i dogmi del passato, diventa, nell'intransigenza, dogmatico e si chiude nelle sue teorie e, per preparar la rivoluzione, facilita la via alla reazione. Chi, in tali circostanze, ha il diritto di alzar la voce a condannare?
Un partito politico, diceva G. Bovio, è una idea che ha la sua antitesi. Dove l'antitesi langue, la tesi si attenua; dove gli animi son fatti incapaci di posizioni vigorose, i partiti si fiaccano e divengono imbelli; poichè una invincibile solidarietà li lega all'intiero processo dello spirito e della coscienza di un paese.
L'antitesi fondamentale
Ma giova tentare oramai questa «pericolosa» definizione del radicalismo. Il radicalismo è la politica del dover essere contro la politica stazionaria; è la democrazia che si fa, che diviene, la liberazione di quelli che sono ancora servi, una coscienza data alle forze sociali che non hanno ancora la loro espressione politica, la conquista dell'autonomia. Autonomia è la parola che potremmo oramai sostituire a quella vecchia e abusata di libertà; tanto vecchia e tanto abusata, che il partito moderato-clericale, in questo tentativo di ricostituzione che affatica anche esso, l'ha presa quasi a sua parola d'ordine, auspice e interprete recente l'on. Salandra.
La libertà era un programma radicale, quando appariva manifesto il nemico contro il quale, nell'ordine politico o economico o sociale, bisognava condurre la lotta per la liberazione degli oppressi. La Chiesa, organismo politico privilegiato, la mano morta, i piccoli sovrani per diritto divino, il potere politico patrimonio di una classe e chiuso alle categorie più umili e numerose, il potere esecutivo esorbitante dal suo ufficio nelle prevenzioni e repressioni poliziesche, questo il tiranno; e contro di esso si predicava e si promoveva la libertà. Vigili, per ogni conquista nuova, contro ogni insidia rinascente, i radicali. Esecutori, sotto la pressione delle forze nuove e di necessità politiche impellenti, i liberali di destra e di sinistra; fuori dell'agone, torbidi e minacciosi, nel nome del Sillabo, i clericali, aspettanti la vendetta divina e la restituzione del potere temporale al papato.
Oggi quei nemici, esterni, visibili, quei limiti imposti dal di fuori, quei poteri reclamanti una origine altra che la sovranità popolare non esistono più. C'è, sola, come vedremo, la Chiesa; ma con tattica mutata.
Eppure chi oserebbe dire che la libertà è conquistata per tutti, se essa è possesso di sè e se tanti sono posti dalla superstizione, dall'ignoranza, dalla miseria, in balia di chi ne ha in mano le coscienze, l'opera, il voto? Chi non vede che, dove ogni potere dispotico e dominio sui servi è abolito legalmente, esso ripullula spontaneo nella esorbitanza della forza dello Stato, nel giuoco delle camarille e clientele, nella stessa intolleranza dogmatica dei partiti, là dove sono turbe di uomini incapaci di autonomia, spiritualmente estranee ed inferiori ad ogni opera, di governo autonomo, e quindi bisognose di padroni, per muoversi ed agire? La libertà è spiritualità che opera sulle forme e sugli istituti sociali; e questi son sempre in arretrato per le coscienze più generose, in anticipazione per le coscienze pigre e sonnolente e servili. E dove la libertà è raggiunta e signoreggia da tempo, chi oserebbe dire che alla sola nozione di diritto che essa suggerisce ed integra, non se ne debba oramai aggiungere un'altra, quella di dovere, di responsabilità, di funzione utile, di coesioni sociali più vaste e più salde?
Vi ho detto che radicalismo è la democrazia come farsi, non come fatto. La democrazia, come fatto, è il partito liberale, equilibrio instabile, opportunità, trasformismo: che qui ricalcitra, là concede, che oscilla fra il passato e il da fare, fra il vecchio e il nuovo. La negazione immanente della democrazia, nel mondo moderno, è la chiesa e il clericalismo. L'affermazione, egualmente immanente, pungente, assillante, è il radicalismo¹.
¹ Nella sua «teoria dei partiti», G. Bovio caratterizzava i momenti storici e ideali dello sviluppo democratico nei termini seguenti:
1° C'è una filosofia della evoluzione ed una filosofia della rivoluzione: la vera filosofia le comprende entrambe, perchè, a determinato tempo, l'evoluzione esplode e la rivoluzione si evolve;
2° la rivoluzione intera procede per tre periodi: prima è rivoluzione religiosa, poi è politica, poi è sociale, perchè il pensiero prima si ribella contro il dogma, poi contro lo Stato, poi contro la casta;
3° nessuna ribellione è vera, se non comincia contro il dogma, fondamento di ogni vecchio ordine sociale;
4° essendo stata europea la rivoluzione religiosa, tale fu la rivoluzione politica e tale dev'essere la rivoluzione sociale;
5° i partiti radicali devono essere studiati tra la rivoluzione politica che è fatta e la sociale che si annuncia; i partiti conservatori debbono essere studiati fra la Chiesa che tramonta, e lo Stato che le si sostituisce.
Ricordate le origini della democrazia e il suo sviluppo. Essa rumoreggia nel medio evo con l'eresia, utopia libertaria e comunistica, affranca le coscienze della teologia medioevale con l'umanismo e col Dio immanente di Bruno, si svincola dal papato con la riforma, si costituisce un sapere autonomo con la scienza positiva, elabora lentamente, da Bruno a Hegel e ai continuatori di lui, la concezione nuova della vita sociale: la dottrina dell'umanità, e delle sue esigenze insopprimibili in ciascun uomo, della relatività delle leggi o delle istituzioni sociali, della sovranità dello spirito umano sulla sua storia, della attività creatrice dell'autocoscienza. L'uomo moderno non accetta, non subisce, ma fa e pone; le leggi e gli istituti sociali sono condizioni date non norme; la norma egli la porta con sè nel suo spirito, e alla scorta di essa fa, o meglio rifà perennemente, nelle condizioni date, la sua storia.
Questa è la sovranità democratica, sovranità non di molti o di tutti, non del numero, ma dello spirito, della ragione, della volontà consapevole; in una parola, dell'autocoscienza. La sete, che è in tutti, di riforme, l'incessante estendersi delle facoltà e delle attività politiche, individuali ed organizzate, sono appunto dovute a questo senso acquisito che la società e la storia sono perennemente da fare e da rifare. Il farsi della democrazia è in queste due forze: l'ascensione di ogni individuo umano alla pienezza della personalità umana, la collaborazione, la coesione, l'unità sociale affidata all'efficacia spontanea di interessi consaputi, di tendenze spirituali, di norme accettate con libera adesione interiore.
Questa concezione fondamentale vi permette di interpretare e di graduare nella loro successione dialettica e storica tutte le dottrine e tutti gli sforzi democratici. La proclamazione del diritto dei singoli, delle libertà, dà il primo periodo storico e costituisce il primo momento della democrazia; ma questo, non corretto da un pensiero ulteriore, finisce nell'individualismo sfrenato e nelle rinascenti tendenze egoarchiche ed autoritarie. La proclamazione del dovere, delle responsabilità e degli uffici sociali, integra il concetto di libertà, con quello di funzione e apre il passo a una concezione nuova e più intima delle autonomie collettive, della organizzazione dei fini, dello Stato medesimo.
Da questa posizione di criterî direttivi emergono chiare alcune conseguenze che è opportuno ribadire. Il liberalismo, la destra e la sinistra che, perduto il loro primo significato, divengono aggruppamenti mutevoli per la conquista del potere, la democrazia come fatto, vi danno una situazione ambigua, un oscurarsi delle differenze sostanziali, una contraddizione permanente e affannosa, un tentativo assiduo ed opportunistico di equilibrio; vi danno il trasformismo e il giolittismo, gli ultimi quaranta anni di politica italiana. Con la democrazia sono accettati i principî che la fecero, ma viceversa essi son negati quando se ne nega l'ulteriore sviluppo. E poichè il corpo sociale non si arresta, e una logica delle cose, più forte delle volontà degli uomini, pone problemi nuovi e ne matura le soluzioni, si accettano le soluzioni mature, ma come necessità, per istinto di difesa più che di progresso, e quindi con il concorso promiscuo di democratici, accettanti il progresso, di conservatori, mossi dall'istinto della difesa. Dai principî accettati, per es. da quello dello Stato laico, si è indotti a prender posizione contro i clericali; ma, viceversa, dalla ripugnanza ad applicare quei principî alle necessità e ai doveri emergenti si è indotti ad appoggiarsi ai clericali, a lasciarne ricostituire l'organizzazione politico-ecclesiastica e ad assecondarne le pretese. Per governare, si ricorre volta a volta agli uni e agli altri, coltivando amicizie nei campi opposti, stemperando i partiti nell'opportunismo, impedendo alle tendenze politiche opposte di polarizzarsi e di scendere in campo ad armi aperte.
Di qui le tentazioni e l'opportunità per il partito radicale, di profittare, a volte, di questa tendenza dei partiti medi verso riforme ritenute necessarie per governare; ma insieme il dovere di non esaurire nelle opportunità la sua azione, di non ucciderla nell'opportunismo; di opporre ai facili doveri degli adempimenti l'austero dovere della preparazione per i compiti di domani. Il senso vigile di questo rompe gli accordi degeneranti in rinuncia e rinnova i contrasti.
Democrazia e demagogia
Questo che siamo venuti dicendo ci dispensa dall'esame delle molte critiche e censure e biasimi che sono stati mossi alla democrazia da gruppi estremi di destra e di sinistra. Tali biasimi, se muovono da destra, p. es., dei nazionalisti, vanno piuttosto a colpire le esagerazioni demagogiche; se da sinistra, le attenuazioni e gli infingimenti e le soste.
Ma della demagogia, che è la maschera, e la calunnia della democrazia, ci conviene ancora dire qualche parola.
Tre, fra le molte varietà di essa, distingueremo. La prima è, diremmo quasi, la malattia professionale dei grandi sindacati operai e di chi lavora a costituirli. Non ostanti le parentele, il sindacalismo è, nella sostanza sua, dottrina diversa dal socialismo, cozzante anzi con esso in quanto mira a ricostituire le classi ed a ricomporre sulle basi di queste l'unità sociale e politica, sminuzzata e frantumata dall'individualismo della rivoluzione francese. Corporazioni, unioni professionali, sindacati sono forme di associazioni e di attività collettiva che riguardano, non certo i soli operai salariati, ma le più varie professioni ed uffici sociali, ed, in luogo di unificare lo sforzo proletario, come voleva Carlo Marx, tendono ad articolarlo e differenziarlo, dando alle varie categorie di lavoratori il senso vivo di interessi diversi e talora antitetici.
Per impossessarsi del movimento e dirigerlo, i socialisti hanno dovuto sovrapporre artificiosamente al programma dei singoli sindacati un generico e ambiguo rivoluzionarismo che li tenesse ancora associati, nella lotta contro il capitale e lo Stato. Espressione di questo rivoluzionarismo è il mito dello sciopero generale, attraverso al quale, arrestando di un tratto il funzionamento dell'attuale economia capitalistica, si passerebbe alla presa di possesso, da parte dei sindacati, degli strumenti di lavoro e del governo della società.
Un esempio tipico di questo demagogico confusionismo si ha nella C. G. T. francese e nei mezzi violenti predicati ed insegnati da molti socialisti per saboter la produzione capitalistica e i servizi pubblici. In Italia esso fermenta e sussulta a tratti nelle grandi città.
Un'altra forma di demagogismo, la quale si allea volentieri con questa prima, è il rivoluzionarismo fatto di reminiscenze e di sentimento, eredità delle rivoluzioni politiche, da quella del 1789 in poi, per il quale si pretende applicare alla rivoluzione sociale i metodi, appunto, delle rivoluzioni politiche. Pareva che il 1898 avesse liberato il nostro paese dal vagheggiamento e dal timore di simili minacce; ma esse son come una malattia di crescenza di una democrazia sociale immatura e irrequieta. Le riforme politiche attuate dalla borghesia hanno reso possibile a qualunque gruppo sociale di aspirare a quel maggior potere che si esplica nella conquista dello Stato; non c'è idea nè partito nè gruppo di forze il cui successo non possa subito tradursi in potere politico, per la via degli organi rappresentativi. In fatto, la violenza—le sommosse e la rivolta—apparisce di quando in quando nella società nostra o come esasperazione di conflitti di interessi o di scioperi sorti e svoltisi nei limiti della legalità, da parte di chi si sente mancare il successo, o come tumulto di masse non ancora impossessatesi dei diritti civili.
C'è, infine, una terza forma di demagogismo, la più comune ed anche la più superficiale: quella che serve agli arrivisti per commuovere e guadagnare le masse, per eccitare una folla, per trar partito da una coscienza politica di classi ancora immature, per sfruttare la mobilità e l'impazienza e le collere della fanciullesca anima popolare. È, alla Camera, il discorso politico e il gesto che ha in vista soltanto l'impressione da far sulle masse; è, nei comizi, l'oratoria vuota, veemente, rotonda, confusionaria; è l'arte di lusingare le passioni popolari, di eccitare le fantasie, di alimentare le illusioni e di volger la collera delle delusioni contro avversari fantastici.
Da queste varie forme di demagogia il radicalismo deve serbarsi immune; ed in ciò starà la sua forza.
Esso che la cura degli interessi e dell'educazione dei lavoratori compone nell'armonia di una più vasta visione degli interessi sociali, che nei sindacati riconosce ed apprezza i nuclei vivi e vitali di una nuova organizzazione della società democratica, che non eleva l'ordine costituito e il diritto vigente a pregiudiziale contro qualsiasi nuova conquista sociale e giuridica, deve saper dominare i moti popolari e dirigerli a fini positivi, verso una più alta giustizia.
E deve rifuggire dalla così frequente e così dolorosa illusione, largamente distribuita al popolo dai demagoghi, che per rinnovare si richiede solo lo sforzo violento delle masse e del popolo contro chi è in alto; mentre solo sono durevoli e feconde le conquiste alle quali corrisponda una cresciuta maturità e virilità delle classi che debbono compierle.
Radicalismo e socialismo
Quella posizione media d'un liberalismo oscillante ed ambiguo, della quale ho parlato, potè lungamente prevalere in Italia e impaludare nell'opportunismo la vita parlamentare per le difficoltà nelle quali, per diversi motivi, vennero contemporaneamente a trovarsi le due opposte frazioni: la clericale e la radicale. La prima, per il non expedit, era in parte fuori della vita pubblica e non poteva quindi spiegare in questa a suo agio le tendenze native; essa occupava la sua parte nel potere politico quasi per delegazione.
Il radicalismo si trovò invece sopraffatto e disorientato dal sorgere e rapido crescere del partito socialista. E dirò qui cosa che sorprenderà molti ma che pure sarà riconosciuta come vera da chi ha inteso quel che poco anzi dicevamo della democrazia e che, accettata, molti fatti spiega ed ha nella spiegazione di essi la riprova della sua verità. Il movimento socialista non è al di là del radicalismo, ma è essenziale esplicazione di questo; esso non ha realtà vera ed efficacia pratica se non in quanto coincide con la democrazia, intesa nel suo più ricco e profondo significato dinamico; all'infuori di questa e contro questa, stagna nel suo sistema chiuso, dogmatizza, si esaspera in un rivoluzionarismo inconcludente, può perfino finire con l'essere presidio della reazione ed aprirle la via, come fu con lo sciopero generale del 1904.
Come, infatti, il socialismo giuridico fu ulteriore applicazione dell'eguaglianza proclamata nell'89, il socialismo scientifico, mirabile moto di rivendicazioni proletarie ed umane, fu l'applicazione del principio democratico dell'autonomia e della sovranità dello spirito umano sulla storia alla attività politica incipiente delle classi lavoratrici; nelle quali esso accese l'autocoscienza, la consapevolezza di ciò che erano come forza produttrice, del servaggio nel quale l'ignoranza e la miseria le avevano trattenute, e insieme la volontà dello sforzo liberatore. Questa è l'anima viva del marxismo; le condizioni economiche dei lavoratori, lo sviluppo dei mezzi tecnici e dei rapporti di produzione, il costituirsi della borghesia capitalistica, colti e osservati nell'immediatezza del loro essere vero, nell'intimo processo della complicata realtà sociale, nel continuo concretarsi e sorpassarsi dello spirito, di negazione in negazione, di posizione in posizione, di sintesi in sintesi, nei rovesciamenti della praxis; ed insieme l'inserzione, in questa grande massa proletaria, di una coscienza e di una volontà nuove.
E punto di partenza di questo grande moto fu la coscienza creata nelle masse della loro situazione di servaggio economico; sentir questa profondamente e dolorosamente non più come individui presi nell'ingranaggio di un insuperabile fatalismo sociale, ma come classe, capace di insorgere, di ribellarsi, era già un opporre alle cose la propria volontà, un liberarsi interiormente; vedere tutta la storia come un complesso di rapporti economici, era un rendersi nella consapevolezza e nel proposito padroni della produzione, un collocarsi al centro della storia, una volta che di contro a quei rapporti economici se ne affermavano vigorosamente degli altri, radicalmente rinnovatori.
E dentro a questa verità psicologica e prammatica c'era un'intima verità filosofica, che il marxismo traeva dall'eghelianismo: che la realtà è innanzi tutto spirito, la storia dialettica dell'idea, e che quindi ciascuna singola coscienza umana, vedendo se stessa come coscienza e come spirito, usciva dalla necessità per collocarsi sul terreno della libertà, dalla dialettica subìta per passare alla dialettica operante, dalla servitù per essere assunta al dominio. E chi non vede, pur nelle inevitabili esagerazioni, questa grandezza ideale del socialismo, non ha inteso nulla della storia degli ultimi due secoli.
L'impeto polemico portò la dottrina, sorta tra le battaglie, a chiudersi nelle esagerazioni del punto di vista proletario; ma la saggezza dialettica di due mirabili ingegni, Marx ed Engels, approntava le correzioni e suggeriva vedute più larghe. La revisione del marxismo ha ricondotto il socialismo alla democrazia; o meglio, ha corretto con i principî democratici le esagerazioni polemiche e le espressioni mitiche del socialismo sorgente. E oggi i socialisti riformisti sono dei radicali perchè il moto proletario si è composto nel più vasto processo della democrazia che si fa e diviene, del quale è idealmente una derivazione e praticamente un aspetto; mentre il socialismo intransigente ci si presenta oggi come una ribellione contro la realtà riformistica, per la teoria rivoluzionaria.
Di qui, nel socialismo mussoliniano, l'andatura dogmatica e chiesastica, l'intolleranza, il dispregio per il contenuto reale delle riforme democratiche, la rivoluzione come letteratura, la preparazione a freddo dello sciopero generale e di giornate di sangue, e sino, indice certo dei risultati che si minacciano, le confessate preferenze per la reazione; di qui ad esso le mal celate simpatie di quanti sanno che mettere il socialismo contro il radicalismo significa spezzare lo sforzo democratico, impedire al partito radicale la sua essenziale funzione, che è quella di raccogliere in un fascio, contro la reazione, le forze di avvenire, per organizzare e preparare una democrazia di governo; di qui, negli imminenti comizii, lo spettacolo, ad es., di una candidatura di Zibordi contro Bonomi, di Montemartini contro Cabrini e le polemiche ardenti di socialisti contro socialisti.