E poichè l'amico Cappa mi ha precisamente richiamato a qualche cosa che può presentare un dilemma molto semplice proprio al procuratore del Re della Corte d'Appello di Milano e al procuratore generale del Re che in questi giorni hanno qui la tutela della pubblica moralità e del pubblico pudore, allora ho trovato in Galleria Vittorio Emanuele nella vetrina di un editore mio vecchio amico—vecchio assai più di me, ma di castigati costumi, editore delle pubblicazioni meglio destinate a rinforzare i presenti ordinamenti sociali e politici—nella libreria del mio amico Emilio Treves ho trovato la ventesima edizione del Forse che sì, forse che no di Gabriele d'Annunzio, pubblicata in questi giorni, non sequestrata dalla regia procura. Ora, mi sia consentito, signor presidente, signori del Tribunale, e sarà forse la sola lettura che io mi permetterò svilupparvi, perchè qui forse siamo in termini e qui bisogna risolvere se vi è una giustizia per F. T. Marinetti e una per Gabriele d'Annunzio, mi permetterò di leggervi un brano di questo libro. Io non ho bisogno di rifarvi la storia che è ormai forse nota a tutti. Si tratta come ha detto il mio amico, di una complicazione di quello che costituisce una delle note dell'arte del poeta abbruzzese: si tratta di un signore che è anche un aviatore e ama una donna, e la sorella di questa donna è innamorata di lui, e il fratello di questa sorella è innamorato di questa sorella. Orbene in questo libro si legge questa scena che io vi prego di tener presente quando dovrete giudicare.

Quando per l'ultima volta Paolo Tarsis si incontra con la donna ed ha scoperto che essa è incestuosamente innamorata di suo fratello, si scambiano queste dichiarazioni:—«Conoscimi, ella diceva, conoscimi prima che io mi separi da te, prima che tu mi lasci…» ecc.

Ah! io preferisco Dante Alighieri; preferisco Dante Alighieri non per
ragioni di contenuto morale, ma per profonde ragioni di estetica.
«Soli eravamo (tu lo hai rievocato oggi) e senza alcun sospetto»…
«Quel giorno più non vi leggemmo innante».

Dante Alighieri non sente il bisogno della descrizione. Dante Alighieri pensa che le ragioni dell'arte non domandano la vivisezione dell'anima nè domandano la descrizione brutale dell'abbraccio. Dante Alighieri è forse meno morale di Gabriele d'Annunzio, idealizza l'adulterio incestuoso di Lanciotto e Francesca, ma non descrive: lascia che il lettore, lascia che colui che ha seguito quelle due terzine e visto e intuito da quelle terzine la piena dell'affetto che ha travolto in un istante quei due, lascia le delizie di quell'ora non descritte minutamente ma indovinate.

E se io fossi un letterato, me lo perdoni l'amico mio carissimo Marinetti, sarei preferibilmente della scuola di Dante Alighieri. Cioè se mi è permessa una dichiarazione a questo riguardo la quale deve mettere la mia coscienza artistica, se così mi è lecito chiamarla, da una parte e per modo che non sia confusa con la mia coscienza giuridica, io credo che le ragioni dell'arte domandino brevità di tocco, semplicità di note, domandino che qualche cosa sia lasciato da scoprire, da determinare all'anima di chi legge! E ciò nell'arte come nell'eloquenza del resto, perchè io penso questo, che quando si vuol dare della bestia all'avversario non si dice: «sei una bestia», perchè questo fa cattiva impressione in chi ascolta, questo fa credere che io che queste parole pronunzio, abbia ragioni personali contro di lui; ma bisogna narrare cose e fatti di quest'uomo per cui chi ascolta dica: «ma quello è una bestia!» Questa parola sintetica sulle labbra di chi ascolta è più efficace che non pronunziata da colui che descrive.

Ma se queste ragioni sono ragioni di arte e se è possibile dividersi in due scuole a questo riguardo, però il Marinetti ha diritto di dire: il mio libro non fu e non sarà mai galeotto ad alcuno. Il Marinetti ha diritto di affermare che il suo libro potrà partire da criterî d'arte mille volte discutibili, ma parte e procede da idee morali incensurabili: vi giunge per vie che non sono le vie comuni e conosciute, ma vi giunge senza avere intenzionalmente distrutto alcuno dei ripari che la moralità vera, la coscienza vera, la pudicizia vera hanno elevato come limite al campo dell'arte.

E allora quando questo io ho detto, che sarà come la premessa del mio rapido discorso, io ho bisogno di indagare, onorevoli signori del Tribunale, se nel caso che ci occupa, se nella pubblicazione sulla quale è richiamata la vostra attenzione, se nel romanzo Mafarka il futurista, si riscontrino quegli estremi verso i quali soltanto il legislatore si è mostrato giustamente severo e che soltanto costituiscono il reato di offesa al pudore.

Non sarà inutile io credo di intenderci subito sul valore della parola, di domandarci subito quale difesa contro quale pericolo ha inteso di levare il legislatore con gli art. 338 e 339 del codice penale.

Signori del Tribunale, assai volte nelle discussioni di questo genere si confonde il tentativo di corruzione—e lo ha confuso nella sua arringa il Pubblico Ministero—col reato di offesa al pudore.

È necessario anzitutto per farci strada e chiarire le idee, stabilire un punto di partenza nel quale tutti dovranno convenire. Il legislatore, nell'articolo oggi invocata non ha inteso di sancire disposizioni penali per la difesa dell'innocenza dei giovanetti, dei minorenni, come è stato detto anche dalla pubblica accusa, per una ragione molto semplice: perchè tra pudore e innocenza c'è una antinomia assoluta. Si tratta di due criterî che sono soltanto in rapporto di antitesi. Adamo ed Eva che si trovarono nudi nel paradiso terrestre, si vergognarono; sentirono risvegliato il loro pudore solo quando acquistarono la conoscenza del bene e del male. Cioè, il pudore è qualche cosa di profondamente diverso dall'innocenza che il codice tutela con particolari sanzioni ma la cui tutela è particolarmente affidata a organi diversi da quelli che amministrano la giustizia. La tutela dell'innocenza è affidata ai padri di famiglia, è affidata alla coscienza morale di un paese, è affidata ad un complesso di tutele di altra natura, che non sono quelle del codice penale. (Attenzione vivissima).

Il pudore invece è un'altra cosa. Il pudore è il bisogno, il desiderio, la necessità di una persona anche perfettamente cognita di tutti i misteri e di tutte le complicazioni dell'amore, di non essere obbligata ad assistere in pubblico alla rievocazione di questi misteri.

Pudet me, mi vergogno, perchè questa rievocazione messa in rapporto con la pubblicità porta precisamente a questo sentimento che ha soprattutto un fondamento di incomodità, questo sentimento per cui io che tutto ciò conosco, io che attraverso le vie dolorose o liete sono passato, ho diritto di impedire che mi sia tutto questo ripetuto in pubblico, perchè altri studî forse sulla mia fisonomia l'impressione che questo racconto o questa rappresentazione mi andrà a fare, così da farsi giudici del mio grado d'innocenza o di moralità. Io guardavo l'altra sera in teatro, precisamente quando si rappresentava una di quelle commedie che il mio amico ha raccontate stamane, e pensavo: ma se ci fosse offesa al pudore qui dentro non verrebbe da ciò che si rappresenta sul palcoscenico ma dal fatto che ci sono nelle poltrone dei signori i quali amano studiare sulla fisonomia delle signore che stanno nei palchetti le impressioni e le ripercussioni della rappresentazione scenica…

E la signora (che in casa sua ha diritto di saper tutto) ha, fuori, quello di non essere sottoposta a questa diagnosi, ha il diritto cioè che questa rappresentazione di fatti che essa conosce, non costituisca scandalo e non presenti per lei e non porti per lei questa offesa di ciò che non è innocenza ma bisogno di un mistero che essa ha il diritto di vedere tutelato.

Dunque, innocenza è una cosa e pudore è tutt'altra cosa.

Signori del Tribunale, io potrei confrontare le mie parole con qualche cosa che ha una certa autorità: una relazione ministeriale pubblicata sul codice penale, ove il legislatore ha detto che cosa voglia ottenere con la sua sanzione. Se occorre da un lato—essa recitava—reprimere severamente dei fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente e apprezzabile e che sono contrarii alla pubblica decenza, d'altra parte occorre altresì (guardi, Procuratore del Re, questa è la linea) non invadere il campo riservato alla morale. In conseguenza non si colpiscono tutti i fatti che offendono il costume, ma quelli soltanto che si estrinsecano (tenga presenti questi estremi e poi li applichi al caso) che si estrinsecano con i caratteri della violenza, della ingiuria, della frode e dello scandalo (Applausi).

Lo scandalo non si determina nella camera della persona che legge un libro, lo scandalo avviene quando, ripeto, lo spettacolo erotico, illecito, è portato in pubblico e questa persona risente nella sua moralità e nella sua coscienza l'impressione di questo improvviso spalancarsi del mistero che essa ha invece il diritto di vedere tutelato. E meglio di questo, quando verremo fra pochi istanti a discutere uno degli estremi essenziali del reato.

E allora, signori del Tribunale, quando ci siamo intesi un po' sul valore di questa parola, quando non v'è pericolo che noi vogliamo confondere il reato di offesa a questa esteriorità difensiva della moralità che è il pudore, con l'offesa che va dentro la moralità della persona, all'innocenza della persona, e che ha un altro nome e si chiama corruzione, e che il legislatore sancisce e punisce solo quando è fatta mediante atti di libidine, allora vediamo un po' se vi sono gli estremi di questo reato nel romanzo del nostro amico Marinetti.

E cominciamo, se non vi dispiace, per quanto l'amico Cappa abbia stamattina rievocato in una splendida sintesi il concetto ispiratore di questo romanzo e abbia creduto lecito e onesto alle pagine nere del Pubblico Ministero (il quale ha fatto proprio come quei fanciulli i quali cercando nel vocabolario le parole lubriche non pensano se sotto la parola che comincia per «c» e che non si ripete in pubblico c'è un'altra parola che incomincia anche per «c» e che si chiama «cuore», e quindi dice che il dizionario è un libro osceno solo per questa eletta ricerca di parole che riesce a fare), per quanto, dico, l'amico Cappa stamattina abbia a questo riguardo contrapposto i brani veramente lirici ed epici del romanzo del Marinetti, parlando assai chiaramente e nobilmente, io debbo consultare questo romanzo e questi brani incriminati che non ho paura di guardare in viso per quello che sono, da un'altro lato, da un profilo, forse non diverso, ma da un certo punto di vista non meno interessante.

Perchè a buon conto siamo d'accordo su questo, che per la esistenza del reato occorre anzitutto l'elemento naturale del possibile scandalo.

Ora credo che i brani che vi ho letto del D'Annunzio, a persona di noi meno foderata contro queste forme di eccitamento possano precisamente a qualche ora rappresentare le esteriorità di quel reato di lenocinio disinteressato che Dante Alighieri e i suoi protagonisti del Canto V imputavano al libro degli amori di Lanciotto.

Ma io alla vostra fede, alla vostra coscienza domando (e forse una risposta anticipata l'avete data l'altro giorno quando sorridevate e ridevate alla lettura delle immagini che all'ardente fantasia africana dell'amico Marinetti ha suggerite, il desiderio di quella sincerità, di quella libertà ad oltranza che ispira la sua arte e che non teme la repulsione, come egli afferma, momentanea dello spettatore o del lettore e spera anche da questa esagerazione di impressioni, da questa profondità di ferite, di ricavare qualche cosa che sia segno di risveglio, segno di rigenerazione) se il Marinetti nello scrivere queste frasi e questi episodî ispirati a questi concetti avrebbe, secondo afferma il Pubblico Ministero, suscitati i sentimenti erotici del lettore.

E vediamo ciò sotto un doppio profilo. Vediamolo per la realtà, per l'entità di queste parole e vediamolo anche per la posizione nella quale sono messe e per i commenti che per esse a volta a volta sono stati fatti. Io ometterò qualche parola in questa lettura, non perchè costituisca offesa al pudore, ma perchè può costituire offesa alle convenienze, perchè può sotto un certo aspetto e con un certo criterio costituire offesa alla buona educazione, perchè può secondo alcuni criterî miei costituire offesa a talune ragioni estetiche. Avreste potuto anche ordinare la chiusura delle porte, signori magistrati, senza che la chiusura avesse implicata la esistenza di un oltraggio al pudore. Ci possono essere delle cose che non dirò mai; ci sono delle parole che ho repugnanza profonda a pronunciare o anche a leggere dove sono scritte; ma ciò perchè io temo di offendere un criterio mio personale, sbagliato finchè volete, che posso avere del modo con cui si possono comunicare più utilmente i proprii pensieri, i proprii sentimenti agli ascoltatori. Io non credo alla teoria di violenze sul viso, dirette ad inculcare un convincimento, un pensiero, una verità; io credo, e qualche volta ho dovuto anche di questa mia credenza abbastanza felicitarmi, che vi siano altre vie meglio conducenti allo scopo o morale, o politico, o letterario che ci proponiamo.

Per questo posso anche saltare quelle parole, ma voi rivedrete l'intelaiatura completa del romanzo e giudicherete sull'argomento che nei riguardi del materiale del delitto io vi sottopongo.

Seguo i brani incriminati così come li ha letti il Pubblico Ministero e il primo è questo, che comincia: «Costoro avevano steso nella melma tutte le negre…»

Il bacio vi dà un senso di repulsione, nè più nè meno. Ma questa repulsione è anche nell'animo dell'artista, anche nell'animo dello scrittore! (Bene! Applausi).

Ed egli scrive quello che scrive col pensiero di ottenerla, questa repulsione, perchè egli non tarda, dopo avere ancora in un'altra pagina parlato dei remi i quali spingono le donne voluttuose, ad invocare la punizione dell'eccidio e della strage, ed egli parla a questa accolta di uomini i quali nella voluttà si imbragano, i quali per tal via profanano il mistero della generazione, i quali confondono l'allettamento barbarico della bestia con l'indefinibile piacere degli uomini, e: «Siete voi i direttori di questo nobile spettacolo!… Vi riconosco tutti, illustri generali di Bubassa, più che mai degni di lui!… ecc., ecc.»

Non c'è bisogno del procuratore del re, quando è l'autore che bolla così lo spettacolo con la suggestione della repugnanza che egli ha già presentato all'animo dei lettori.

E ciò che dico per questo primo capitolo si può ripetere invariabilmente per tutti gli altri. E siccome è sistema comodo quello degli eccetera, quando si tratta di capi di imputazione ed occorre essere analitici anzichè sintetici, anche più analitici di quello che non sia stato il Pubblico Ministero, e poichè la camera di consiglio del Tribunale dovrà riandare in base al libello di citazione tutti questi brani, continuo e non mi appago di sintesi troppo rapide.

Siamo arrivati a pagina 79, e in questa pagina abbiamo un altro fenomeno, abbiamo un'altra rappresentazione che non suscita questa volta il disgusto, ma suscita semplicemente l'ilarità; abbiamo una rappresentazione grottesca, abbiamo qualche cosa che è destinata a mettere quasi una nota di buon umore in un libro molto tetro, in un libro il quale per la sovrabbondanza della immaginazione del Marinetti, per il barocchismo di taluna delle sue immagini raggiunge l'effetto che due testimoni hanno descritto all'udienza. Ci vuole della fede per amarlo, bisogna appartenere alla vostra scuola, bisogna dividere i vostri ideali, Marinetti, per superare le difficoltà non del vostro stile, ma della stessa vostra concezione artistica, diretta, come voi nobilmente affermate, non a creare il trastullo e il piacere transitorio di un lettore che vada a caccia di emozioni, ma a combattere una battaglia la quale non può lasciare intorno che ferite, ma ferite dalle quali voi sperate una risollevazione, una rigenerazione della fibra letteraria, politica e morale del vostro paese.

Ma, signori del Tribunale, Mafarka ha un membro lungo undici metri… E pensate che questo faccia altro effetto che quello di far ridere? Ma questo non è umano, con questo non può avvenire l'accoppiamento sessuale, questo non rappresenta dell'erotismo. E quando questo sesso interminabile è avvolto presso il letto del povero Mafarka, il marinaio lo crede una gomena e lo attacca all'albero di trinchetto…. Voi mi parlate di rappresentazione erotica: eh! via! ma questa è rappresentazione grottesca e barocca che voi ben potete combattere in nome dell'arte, che voi non potete combattere in nome della morale perchè nessun pudore si sente offeso da questo, perchè nessuna immaginazione per quanto pudica si sente colpita da questo quadro, da questa rappresentazione. (Bene! Applausi).

Andiamo avanti: al terzo e al quarto dei punti salienti più direttamente incriminati di questo libro. E andiamo, signori, precisamente al capitolo nel quale si parla del famoso convegno di Libahbane e Babilli. Qui il Pubblico Ministero ha trovato che vi sono delle cose veramente gravi perchè ha rilevato che si tratta di dare la cantaride ad una fanciulla e di fare un giuoco divertente, e il giuoco divertente si fa all'oscuro, per modo che sapete quale impressione fa questo scherzo nel protagonista che è al tempo stesso autore del fatto? Questa, e probabilmente la farà anche ai lettori:

«Ma la bocca ignota che si addormentava sulla sua era soave e sinuosa, ed egli si sentì sconvolte le viscere dalla delizia e dal terrore». Ma gli giunge subito questo dubbio, legittimato dell'oscurità: «Non era il ventre squamoso di uno dei pescicani dell'acquario?» E allora, vedete l'effetto ottico dell'oscurità, grida: «Basta, Vattene…. Vattene…. Vattene…. Olà! schiavi, accendete le torcie! Poi, incatenate queste femmine e gettatele ai pesci!»

Rappresentazione erotica, questa? Rappresentazione, se volete, sotto un certo rispetto strana intonata, alla mentalità complessiva di questo protagonista arabo, ma Mafarka, nella cui anima parla il Marinetti in sostanza, e in cui Marinetti ha posto i suoi sentimenti, anche in questo momento sente repulsione di questo spettacolo e manda queste donne nell'acquario per inesistenza di attitudine ad oltraggiare il suo pudore.

Ma non basta, o signori, perchè egli assolutamente deve fare una requisitoria ad ogni capitolo, anticipatamente, per quanto era lecito e giusto; e infatti dopo la scena dell'orgia, egli dice:

«—Maledizione! Maledizione!… Come le farfalle e le mosche, voi avete delle trombe, per pompare le forze e il profumo del maschio!… Come i ragni, voi vi colorite così da somigliare a bocciuoli di rose, ed esalate persino dei profumi inebbrianti per attirare insetti come noi, ghiotti di fiori!… Vi coprite di squame, per somigliare al mare imbrillantato dal sole, e la nostra sete di freschezza ci fa vostre vittime! Vi coprite d'oggetti tintinnanti, perchè le tigri s'incantano col suono di una campanella!… Tutto il veleno dell'inferno è nei vostri sguardi, e la saliva sulle vostre labbra ha riflessi che uccidono…. sì, che uccidono come pugnali!…» (Applausi).

Oh, qui vi è una reminiscenza di qualche cosa che non è lubrico: vi è la parola che Amleto rivolge alla sua donna, vi è la parola di Amleto che castiga i costumi, che rievoca il concetto alto della femminilità che non si veste di questi abiti, che non si arma di questi allettamenti, che non cerca questi piaceri; e dopo che un uomo vi fa nello stesso suo libro, anche a questo punto, una requisitoria e condanna questi sentimenti che egli presenta al lettore col bollo e col crisma della sua maledizione e del suo biasimo, voi sentite ancora il bisogno di venire a domandare per lui dei mesi di reclusione?

E dopo avere, in questo modo e per questa via, presentato ad ogni punto il contravveleno a quello che potrebbe essere il veleno del suo discorso, e dopo avere avuto cura di ripetere in parola ciò che era già nel fatto, perchè i sentimenti che l'autore esprime sono gli stessi sentimenti che sorgono nell'animo del lettore alla lettura degli episodii senza bisogno di commenti… dopo aver fatto questo, egli, ad una certa ora, ad un certo punto del suo romanzo, dice qualche cosa che voi non potete trascurare: qualche cosa che non dice Gabriele d'Annunzio dopo aver tracciato i suo idillii incestuosi, che non ricorda Gabriele D'Annunzio dopo aver presentato i suoi aviatori nell'abbracciamento da me riferito, qualche cosa che suona come alta e nobile rivendicazione degli ideali della moralità dell'arte:

«Una sera, subitamente, mi domandai:—V'è forse bisogno di gnomi che corrano sul mio petto, come marinai su una tolda, per sollevare le mie braccia? E c'è forse un capitano, sul cassero della mia fronte, per aprire i miei occhi come due bussole?—A queste due domande, il mio spirito infallibile ha risposto: No!—Ed io ne ho concluso che è possibile procreare dalla propria carne, senza il concorso della donna, un gigante immortale dalle ali infallibili!» (Applausi fragorosi).

Qui è l'epilogo, la rappresentazione sintetica degli intendimenti dell'autore. Non occorre, non occorre a Marinetti, per esempio, onorevole rappresentante dell'accusa, fare come già fece un poeta accusato dai critici (meno male, anzichè dal Pubblico Ministero) un poeta il quale aveva scritto cose molto simili a quelle che sono ora rinfacciate al Marinetti, ma molte cose che erano presentate in modo attraente, molto allettatore, e in quel libro non vi era del dualismo tra il protagonista che agisce in un modo e l'autore il quale stigmatizza… non occorre al Marinetti avvertire il pubblico che egli è e resta—chiuso il libro—un buon padre di famiglia, un uomo di incorrotti costumi.

No, Marinetti non ha bisogno di polemiche dichiarative, perchè il suo libro è l'espressione dei suoi sentimenti e ripugna dalle scene, che voi chiamate oscene, dei suoi protagonisti. Egli dice che l'amore del fratello è la morale più possente del suo animo e delle sue azioni, che il ricordo della sua madre è quanto lo sostiene nelle difficoltà della vita, che il pensiero del figlio è la sua speranza e la sua fede. Ed egli dice ciò nel suo libro e non ha bisogno di ricorrere ad un supplemento per spiegare il suo ideale di moralità, il suo ideale di arte: e voi di tutto questo non gli tenete conto e domandate per lui quattro mesi di reclusione!

Onorevole rappresentante della pubblica accusa, quand'anche il diritto positivo non facesse a pugni con la pedanteria delle parole della vostra conclusione, solo per l'esame breve e rapido che ho fatto del materiale di questo libro voi dovreste, signori del Tribunale, dichiarare che esso è incensurato e incensurabile. (Applausi).

Domando ora cinque minuti di riposo, se mi si consentono, perchè ho abusato un po' della vostra pazienza e della mia voce, per continuare in questo mio esame.

L'On. Barzilai riprende quindi così:

Credo di avere dimostrato che la legge non tutela la innocenza delle ragazze.

Ferdinando Martini diceva che era ora che queste ragazze prendessero marito, non venissero a mendicare la tutela del codice per ciò che il legislatore non ha creduto fosse nel suo àmbito, e credo anche nei riguardi dei maggiorenni, che sono soltanto oggetto delle nostre indagini, il libro Mafarka di Marinetti si presenti come di nessun danno. Ma anzi ove si ammetta nella pedagogia, la utilità di una forma di educazione a base di sferzate, a base di revulsivi potenti, può anche darsi che questo libro possa stare in quella biblioteca scolastica educativa nella quale ho trovato un'ora fa il libro di Paolo Mantegazza. E allora dell'arte di questo signore e del suo futurismo si può dire quello che si vuole e che piace meglio.

Il futurismo c'entra in parte dei capi di imputazione perchè il protagonista appartiene a questa scuola, non c'entrerebbe per tutto il complesso dei programmi che furono pubblicati e propagandati nei giornali e nei teatri. È lecito essere sinceri anche a questo riguardo.

Noi certamente non pensiamo, egregio Marinetti, di distruggere le biblioteche e i musei, e non soltanto perchè questo nuoce al movimento dei forestieri. Crediamo che il presente sia figlio legittimo del passato; che la nostra psicologia è quella che sia perchè ha al disopra la storia che questo tentativo di svellere dal nostro animo il passato, distruggendolo nelle gallerie, nelle biblioteche, sia un tentativo che non risponde interamente ad una retta indagine dell'animo umano.

Si tratta, bene inteso, di incendî verbali, di distruzioni letterarie, ma anche sotto questo rispetto, all'arte di Marinetti io dico: andiamo adagio, perchè è vero che si dicono beati i paesi senza storia, ma anche è vero che qualche volta una parte delle nostre energie viene dai nostri ricordi, una parte delle nostre iniziative viene dalle nostre memorie, una parte della nostra forza di volontà viene dall'esempio. Ora, quando voi distruggete tutto questo, forse voi lasciereste i destini della patria in mano di una generazione la quale non so se riuscirebbe a far meglio di quella che è passata.

Io anche nei giorni passati ho visto dei giovani insorgere contro il pensiero di tutto ciò che rappresenta una incomodità: contro il duello, contro la guerra, contro lo sport, contro tutto quello che rappresenta uno sforzo ed un ardimento.

Ora noi siamo qualche volta in caso di rispondere a queste suadenti parole le quali invitano alla comodità e invitano alla distruzione dell'energia appunto in vista di un passato che noi possiamo rievocare. Ma certo nei concetti che il Marinetti trasfonde al suo protagonista vi è ancora una parte di giusto e di vero. Ed è per questo che noi, noi che dalle memorie e dai ricordi dobbiamo e possiamo trarre qualche cosa, assai spesso ci trasformiamo in uomini di contemplazione, in uomini i quali, paghi di avere un passato, lieti di avere degli avi, orgogliosi di avere una nobiltà o una fortuna dagli avi ereditate, non pensano a conquistarsela, non pensano, come il protagonista della leggenda medioevale, a farsi uno stemma, a farsi una gloria, a fare qualche cosa che non sia retaggio dei padri, ma il risultato dello sforzo dell'intelletto, dello spirito di sacrificio. Quindi nella esagerazione rivolta precisamente come essi dicono a far colpo, a fare impressione, a creare uno stato d'animo, un movimento di pensiero che sia auspice di una rivoluzione, certo che c'è una grande parte di vero. (Bene! Applausi fragorosi).

Ma anche se tutto è falso, tutto ciò non ci interessa, e poichè ho finito la prima parte del mio discorso con le parole di un poeta che ha avuto molte accuse e molti attacchi, e io che ho chiuso la prima parte del mio discorso rievocando quei versi, potrei adesso, avviandomi per il sentiero assai meno dilettoso di una più diretta interpretazione giuridica, dire al Marinetti che egli ha il diritto di dire come quel poeta:

    «No, sgualdrina non è perchè ricusa
    le comode bugie dell'ideale…
    No, sgualdrina non è la nostra musa…»

Sgualdrina non è la musa di Marinetti. L'intento suo non è quello di trarre fuori dai veli dell'ignoranza i giovinetti, di trarre fuori dal buono e sano gli adulti.

La sua arte può anche, con sentenza di giudici che non siete voi, condannarsi, ma senza rievocare altri tempi, altri processi, altri giudici, altre sentenze che noi credevamo separati da noi da secoli di civiltà e di progresso; la condanna della sua morale e delle sue idealità di arte, da giudici italiani come voi siete, in Milano, oggi, non può essere pronunziata.

E non lo sarà anche perchè voi se foste, ciò che non siete, attaccati al passato così come non vuole Marinetti, se foste attaccati più che ai ricordi e alle memorie, ai pregiudizii di un passato ora morto, voi avreste, per arrivare laddove vi vorrebbe trarre il rappresentante della legge, da superare altri ostacoli.

Non si passa, perchè la legge lo impedisce, dunque perchè manca, ed è già qualche cosa, il materiale del reato.

Ma ci fosse, avessero i brani di questo volume la capacità che loro attribuisce il Pubblico Ministero, di ledere il pudore: allora noi abbiamo l'obbligo di vedere la nostra legge positiva, abbiamo l'obbligo finalmente, dopo aver cercato di leggere male dei poeti e dei romanzieri, di leggere anche questo grande scrittore, il quale nel suo libro ha certamente messo tutto quanto si agita di bene e di male nella vita sociale, di leggere, dico, gli articoli del codice.

Dunque il codice vuole questo: che per essere colpevoli del reato imputato a Marinetti, si offenda il pudore con scritti, con scritture, disegni, o altri oggetti osceni sotto qualunque forma distribuiti o esposti al pubblico od offerti in vendita.

Due questioni, sostanzialmente, io vi propongo, signori del Tribunale. La prima: che è da ricercarsi in questo reato un dolo particolare; cioè che occorre dimostrare non solo la coscienza di esporre, di offrire, di distribuire, di vendere un oggetto osceno, ma occorre anche la volontà di offendere il pudore pubblico. Il Pubblico Ministero lo ha negato, ma forse si ricrederà. Forse si ricrederà perchè io non gli dirò parole mie assai povere e che non potrebbero giungere certo a mutare il suo convincimento, ma dirò parole di uomini che stanno nella sua classe, di uomini che hanno cooperato largamente alla nostra legislazione penale e che lo faranno facilmente convinto. Se poi egli alla convinzione farà seguire la confessione, non so.

Egli ha citato ieri un articolo dal codice penale; ha fatto un confronto che, mi perdoni, non era del caso, ed egli stesso probabilmente non insisterà per dimostrare che pel reato di offesa al pudore non occorre la volontà della offesa. Ora vi è un reato per la perfezione del quale il legale non ha rilevato sufficientemente la coscienza dell'offesa.

C'è l'articolo 393 del codice penale, che ha sancito il reato di diffamazione. Ora quando il legislatore ha voluto che basti la coscienza di scrivere cose ingiuriose o diffamatorie perchè si debba rispondere di diffamazione, ha usato una frase speciale. Non ha detto «chiunque offende», ma ha detto: «chiunque attribuisce a una persona un fatto determinato tale da esporlo al pubblico disprezzo», cioè, purtroppo, dico (e la buona giurisprudenza ha già, precorrendo ciò che farà fra non molto la legislazione, reagito contro questo concetto), purtroppo quando il legislatore ha voluto stabilire che basta la coscienza di dedurre la circostanza oltraggiosa e ingiuriosa l'ha obbiettivato così dicendo: «cosa tale». Allora lei mi cerchi un po' se in questo articolo si dica «chiunque offenda il pudore con scritture tali da ottenere questo risultato». Nemmeno per sogno.

E allora? E allora dobbiamo evidentemente ritenere, già per questo primo esame comparativo, che il legislatore ha voluto precisamente indagare la intenzione di colui che commette il delitto. (Applausi).

E badi, sa, non dica di no, perchè solo così, solo interpretando l'articolo di legge con la necessità dell'indagine dell'intenzione, si può liberare lei dalla contraddizione di cui l'avvocato Cappa le ha parlato. Soltanto più esattamente stabilendo la ricerca dell'intenzione si può ammettere senza scandalo che vi sono libri processati e libri non processati perchè il magistrato precisamente non dovrà fermarsi alla materialità, se non messa al servizio di una intenzione oltraggiosa del pubblico costume. Perchè altrimenti sarebbe ben ridicolo che il Marinetti fosse come quel tale poeta il solo corrotto del suo tempo e del nostro paese e che soltanto contro di lui, contro questo untorello che vorrebbe da solo spiantare Milano, si dovessero scagliare i fulmini. Ella può volerlo, lo vuole su quel banco, solo perchè crede che abbia avuto l'intenzione di offendere il pudore; ed ella solo così può volere, perchè altrimenti stabilirebbe una sperequazione di giustizia assolutamente più scandalosa di un articolo o di un romanzo di questo genere.

Ma lo dico io, lo dice il codice implicitamente. Ho ansia di finir presto e capisco la insofferenza dei signori del Tribunale per le lunghe letture, ma mi basta che mi sia Concesso di leggere quattro parole che sono appunto, se riesco a trovarle, della relazione ministeriale, che è accompagnata dal progetto di legge.

Vi è nel codice penale un articolo dove si punisce come contravvenzione la esposizione in pubblico di disegni, l'emissione dei canti osceni, ecc. Ora il legislatore, ministro proponente Zanardelli, diceva così nella relazione: «La rubrica del capitolo modificata (si parla della contravvenzione) eliminava la parola offese, perchè quantunque il testo dell'art. 490 usi la parola offende non si supponga per avventura nella contravvenzione richiesto quell'elemento intenzionale che è proprio invece nell'altro reato punito in altri articoli.

Ora io non so, quando in un codice ci sono due articoli che dicono così, come si possa col dovuto rispetto per le opinioni di tutti, parlare di non necessità di intenzione nel reato di cui ci occupiamo. Ma c'è un'altra cosa molto più tipica, nella relazione ministeriale, ed è la conclusione dell'articolo. Infatti il relatore ad un certo punto dice:

«Taluno aveva proposto di escludere con apposita dichiarazione dall'articolo 339 il caso di disegni fatti a scopo di studio. Venne in proposito osservato che il delitto contemplato presupponendo l'elemento doloso, escludendosi il dolo cessa la punibilità e non c'era bisogno di eccezioni specifiche».

Cioè, in poche parole, ha dubitato la commissione: voi andate a punire anche un trattato di ostetricia. E il legislatore dice di no. Perchè va bene che l'ostetrico ha la coscienza di pubblicare certi disegni, certe cose che possono offendere il pudore, ma dal momento che voi magistrato dovete vedere se lo ha fatto per educare la gente o per demoralizzarla, potrete perfettamente escluderlo da ogni responsabilità senza una casistica che turba e che può ingenerare equivoci.

Ed io non vi leggo altro, per quanto veramente vi siano delle pagine meravigliose per semplicità e lucidezza. E per stabilire la necessità del dolo specifico io voglio fare un esempio al Pubblico Ministero, che forse potrà essere di qualche significato.

I due articoli 338 e 339 sono legati dallo stesso concetto. Quindi presiede ad entrambi la necessità di questa indagine. Ora, supponiamo di trovarci su una spiaggia di mare, in uno stabilimento di bagni. Ci sono degli uomini, ci sono delle donne. Ad un certo punto si vede là in fondo un disgraziato che sta per affogare. Un uomo sente il bisogno di svestirsi all'improvviso e di buttarsi in acqua, e svestendosi mostra alle signore spettatrici adunate commosse sulla spiaggia, qualche cosa che non si deve mostrare in pubblico. Lei lo manda in prigione per oltraggio al pudore? Ma quell'uomo non ha l'intenzione di offendere il pudore, ha l'intenzione di compiere un'atto nobile e generoso. E se allora mostra qualche cosa di impudico pur sapendo di farlo non lo può punire, perchè deve punire la sua intenzione e non il suo atto. Dunque lei ammette nell'intenzione una discriminante. (Bravo! Bravo!)

PUBBLICO MINISTERO.—Ma vi è lo stato di necessità!…

ON. BARZILAI.—Lo stato di necessità! Oh, lo stato di necessità… In verità ella in condizioni analoghe non sosterrebbe questa teoria. Stato di necessità molto relativo; tanto è vero che di tutti quei signori che si trovavano sulla spiaggia uno solo si è buttato in acqua, mentre gli altri sono rimasti a terra a aspettare che il naufrago fosse loro portato dinnanzi.

Quindi, signori del Tribunale, la necessità di indagare l'intenzione. Ma vediamo la logica della legge che qualche volta vale anche l'interpretazione. Perchè ci vuole l'intenzione di offendere il pudore e perchè non si punisce? Forse vi è un'anima legislativa che possa ammettere che vi sia un materiale veramente offensivo del pudore, senza l'intenzione di offenderlo? No, per questo: Perchè la legge intende che a seconda dell'intenzione anche il materiale presunto oltraggioso assumerà una forma particolare. Perchè se avrò l'intenzione di educare, io, pure esponendo i misteri, i segreti dell'accoppiamento, li presenterò come forse non ha fatto il senatore Paolo Mantegazza, per modo da suscitare pensieri e riflessioni gravi, non l'erotismo di chi legge; perchè quando io avrò scritto una pagina d'arte, se sarà una pagina d'arte, se sarà determinata da un sentimento discutibile finchè volete, ma nobile, di arte e di estetica, io imprimerò a questa pagina una suggestione più forte di quella del senso. Io richiamerò prima i sensi del mio lettore, la sua anima, la sua mente, la sua psiche su tutto quanto di bello, di attraente, potrà uscire dalle viscere del mio romanzo, quindi non darò a lui quel tempo che gli dà lo scrittore del Tempietto di Venere di deliziarsi nello studio e nel presentimento della imitazione che potrà prepararsi di quei giocondi misteri: io avrò creato nel suo animo una sentimentalità più alta, io non avrò oltraggiato il suo pudore. Ed ecco come l'elemento subbiettivo si fonde con l'elemento obbiettivo, ed ecco perchè la ricerca è richiesta: perchè in caso diverso Pubblici Ministeri meno intelligenti di lei potrebbero mandarmi al pubblico giudizio dei trattati di medicina legale, potrebbero fare un fascio di tutto quanto l'arte e la scienza hanno dovuto lavorare sull'inconoscibile e sul misterioso per uno scopo elevato di conquista del vero e del bello. E perchè questo non avvenga, la ricerca è necessaria, e quando l'intenzione è nobile, elevata, disinteressata, e se ne trovano le tracce, voi questa intenzione la riconoscete, anche nel presunto materiale criminoso.

A questo punto debbo fare una interrogazione al Pubblico Ministero, che si riallaccia alla definizione che non a puro scopo di esordio ho posto nelle prime parole del mio discorso.

Guardate: il legislatore, in armonia con quanto promette e annunzia nella relazione ministeriale, ha escluso dalla punibilità l'oltraggio al pudore privato. Si punisce lo spettacolo erotico rappresentato anche da persone legalmente congiunte, sulla pubblica strada o il medesimo spettacolo portato nella platea di un teatro (perchè se è sul palcoscenico, gode una certa impunità, come abbiamo visto); ma il legislatore, se voi, senza violazione di domicilio, andate in un luogo non esposto al pubblico a commettere un atto osceno, in presenza anche di signori e signore, dice: io non me ne incarico.

Dunque allora è vero, come dicevamo prima, che il legislatore non fa il moralista, che il legislatore lascia libera la padrona nella cui casa si facesse qualche cosa di simile, di prenderne rispettosamente per un orecchio l'autore che egli lascia alla sanzione morale che colpisce coloro i quali contravvengono alle norme della convivenza civile, ogni forma di oltraggio di questa natura. Il legislatore è… pagato dal pubblico e si occupa unicamente del pubblico. Si occupa del pudore collettivo e niente altro. Il pudore individuale importa niente: importa solo quando oltre al pudore si offende la innocenza, quando si va dentro e si colpisce alle sorgenti la moralità. (Applausi).

Ma guardate anche allora cosa fa: anche allora lascia che se la sbrighino, occorrendo, le parti private, anche allora la suprema difesa della moralità è messa alla mercè di un gruppetto di biglietti da cento o da mille che per riparare l'atto di libidine o magari stupro violento si richiede dalla parte in qualche caso veramente lesa. Dunque a fortiori non si occupa del pudore privato.

Ora mi spieghi lei come il legislatore che non punisce, questa scena al vero che si compia nello sfondo, nell'interno di una casa o di un circolo privato o dove insomma convengano anche più persone, punirebbe poi il fatto di Tizio che è andato a comprare un libro, se lo è messo in tasca ed è andato a leggerselo a domicilio.

Oh, ma questa è una stranezza! Io penso che il legislatore non può aver voluto punire questa diminuzione del pudore, questa offesa del pudore individuale che io mi procuro con l'acquisto del libro, e non ha mai pensato a questo, il legislatore.

Il legislatore vuole una cosa: vuole che l'oggetto incriminabile si offra in vendita. Egli non colpisce il fatto dell'acquisto del libro, egli vuole la offerta in vendita, e arriva a punire la offerta in vendita con una giurisprudenza discutibile per sè stessa, indipendente dalla effettiva oscenità del libro. Quando si scrive per esempio «Venite: noi abbiamo dei libri osceni», dice il legislatore, dicono le sentenze: è inutile a guardare se siano o non siano tali. È offesa al pubblico pudore il fatto della profferta di questi libri. Ma qui non siamo nel caso.

Siamo nel caso di Tizio che va a comprare il libro di sua volontà, e se lo porta a casa.

E allora vediamo. La teorica sembra troppo nuova forse, ma appunto perchè non si ha mai occasione di svolgerla, essa non può essere affidata soltanto alla mia povera interpretazione della legge e quindi abbiamo assolutamente il bisogno di andare a cercare qualche cosa che la sorregga. Io sento tanto la mia personale debolezza nel sostenere questo, che prima di ogni altra cosa e subito, vi voglio leggere una pagina la quale forse vi dirà molto di più e forse mi dispenserà dal prolungare la mia dimostrazione. La pagina è dovuta ad un uomo che voi tutti conoscete come io lo conosco.

È una pagina di Aristo Mortara, presidente della Corte d'Assise di Milano, uomo il quale non solo è magistrato di alta coscienza, ma anche un cittadino d'esemplare moralità. Non ho mai visto Aristo Mortara per la strada se non al braccio della sua signora. Egli è uno di quei cultori veramente appassionati del sentimento della famiglia e di quanto vi è di più nobile, mi sia consentito il dire questa parola nei riguardi di un uomo che una lunga convivenza professionale mi ha insegnato a stimare assai. Orbene, sentite che cosa dice a questo riguardo Aristo Mortara, e dico quello che dice, per risparmiarmi ciò che nel suo libro sull'Oltraggio al pudore, dice l'altro magistrato egregio: l'avvocato Formica: (Attenzione vivissima)

«Viene esposto, nel negozio di un libraio, un volume osceno nella sua esteriorità (titolo lubrico, immagini oscene della copertina). Niun dubbio che questo fatto, considerato a sè, tanto come esposizione, quanto quale tacita offerta in vendita, esaurisca gli elementi del reato di offesa al buon costume; la sola percezione della immagine, o la sola conoscenza del titolo del libro essendo sufficiente a corrompere il costume dei giovani, a svelare loro turpitudini e sconcezze, a far sorgere negli stessi adulti un senso di ripugnanza per la lubricità dell'oggetto così sfacciatamente esposto al pubblico ed offerto in vendita.»

E qui osservo che offrire in vendita non vuol dire vendere, perchè quando si vuol parlare di «smercio», lo si dice come nell'articolo in cui è sancito il caso della vendita. Qui si tratta di offrire in vendita, e voi vedete subito il venditore di cartoline postali che va in giro e offre, e quando anche non si acquista mostra le figure e le leggende oscene. Ma proseguiamo:

«Supponiamo invece che sia esposto in vendita un libro dall'esteriorità perfettamente onesta, che si annunzi con titolo insospetto, ma che nel suo contenuto sia osceno. Chi giungerà a corrompere quella esposizione ed offerta in vendita? Ma certamente soltanto coloro che avranno acquistato il volume e nel segreto della propria casa ne avranno compiuta la lettura. La demoralizzazione non è inerente al fatto dell'annunzio, parte veramente liberata alla pubblicità, ma è conseguenza dell'atto proprio di colui che volle del libro fare acquisto, e pascere la mente alle lubriche narrazioni che contiene; quindi non offesa al costume pubblico, ma sibbene e solo a quello privato.» (Applausi)

E qui viene l'obbiezione del Pubblico Ministero:

«Senonchè si può obbiettare che la pubblicità, la réclame in sè stessa, non ha altro scopo che quello di diffondere un libro il quale è offensivo del costume. Il mezzo usato per la offerta in vendita, per quanto rivestito di veste bella, deve diventare obbietto di sanzione penale appunto perchè ha l'attitudine di raggiungere un fine vietato dalla legge.» E allora leggiamo:

«Stimiamo necessario di porre in guardia da queste precipitate conclusioni… Noi le impugniamo perchè alla moralità privata o individuale debbono provvedere i singoli cittadini; ciò rientra nell'ambito della educazione domestica, e non tocca la mansione legislativa; la scelta della letteratura e quindi l'acquisto di un libro buono ed utile, anzichè di un libro immorale e dannoso, non si può neppure in via indiretta far rientrare nel codice penale.»

O signori del Tribunale, ecco che noi scopriamo la intenzione del legislatore, ecco che noi vediamo perchè dopo essersi proposto nella dichiarazione della relazione ministeriale di non invadere il campo della morale, ma di punire l'oltraggio al pudore solo quando reca pubblico scandalo,—sono le parole del legislatore,—dopo avere esentato da ogni responsabilità la rappresentazione di oscenità fatta in privato, il legislatore non potesse pensare a colpire altra cosa fuori di quel che costituisce è l'incitamento pubblico, la rappresentazione di un qualche cosa che abbia nella sua esteriorità, nella sua offerta, lo stigma delle oscenità e quindi pubblicamente, indipendentemente dall'esame e dalle indagini particolari che ciascuno andrà a fare di questo corpo del reato in casa sua, costituisce un pericolo e un danno per la società e per i cittadini.

Guardate, o signori del Tribunale: con una frase molto semplice, in un altro punto, in un altro suo libro il magistrato che io vi ho ricordato pochi minuti or sono, descriveva quale è il diritto che si è voluto tutelare con queste sanzioni. Io purtroppo ho perduto le carte, ma mi ricordo a memoria. Diceva Aristo Mortara in un'altra pubblicazione:

«Il legislatore ha voluto che il galantuomo il quale va a spasso con la sua signora o con i suoi bambini non sia turbato e offeso da qualche cosa che sotto forma di disegni o sotto la forma di scritture gli sia offerto in vendita nè posto sott'occhio.» Voi conoscete, voi tutti sapete che vi sono dei girovaghi nelle pubbliche strade i quali si avvicinano a Tizio, a Caio, e dicono e promettono: «noi abbiamo, noi possiamo, noi vi diamo; guardate, leggete….» e vi invitano in un portone, in un cantuccio ad esaminare la merce. E noi abbiamo quelli che vendono cartoline postali oscene e libri i quali nell'interno non contengono alcuna oscenità, ma per eccitamento del pubblico hanno delle magnifiche planches straordinariamente oscene sulla copertina.

Questo è ciò che tocca il pudore pubblico che, solo, il legislatore ha voluto sanzionare e difendere. Il legislatore non può andare a domicilio: ci sarebbe andato per altro titolo. Il legislatore mostra con tutte le sue disposizioni in questo campo del codice, con la stessa larghezza con cui ha lasciato il cittadino privato arbitro della sanzione penale, mostra che in materia di moralità pubblica meno processi si fanno e più la moralità ne guadagna. (Applausi fragorosi).

E questo la legge dice riguardo alle lesioni gravi, gravissime che intaccano l'ordine della famiglia e offendono la pubblica moralità: e voi, Pubblico Ministero, dovete sofisticare per far rientrare nei cancelli del codice tutto ciò che il codice ha escluso, come cosa che va fuori del suo dominio, della sua giurisdizione, della sua missione sociale?

Quindi nessuna offerta in vendita, quindi nessuna effettiva offesa al pudore come per altra via ha dimostrato il prof. Capuana, cui mi è grato di rendere in questo momento l'omaggio che è dovuto ad un augusto veterano dell'arte, che come diceva l'amico Cappa non sarebbe venuto qui a barattare la sua coscienza o il suo criterio artistico per far comodo a noi o al signor Marinetti. Ed io, o signori del Tribunale, mentre affermo e sostengo che in tutto questo che ci è passato innanzi agli occhi manca in ultima ipotesi il materiale del reato, vi soggiungo e dimostro con la lettura che ho fatto dei testi di legge e delle loro interpretazioni più sicure, che non poteva nemmeno, ove diversa fosse l'ipotesi del Pubblico Ministero, che non poteva nemmeno, questa sostanza, essere di dominio, di competenza di una azione e di una persecuzione giudiziaria.

Io credo, o signori del Tribunale, che voi comprenderete come l'ufficio che vi è in quest'ora demandato, sia alto ufficio civile. Guardate: stamattina mi arriva questo giornale da Roma, dove vi è un brano di una lettera rivolta a me, e in cui mi si dice che faccio meglio ad occuparmi di processi che non di politica.

«Meglio occuparsi delle cose nostre come fai tu ora in tribunale difendendo una causa che è molto importante, perchè si tratta di arrestare la vecchia gesuiteria, Barzilai mio. Pensa a quello che accadrà dopo un rinforzo di gesuiti esuli dal Portogallo con molti quattrini per giunta.» (Applausi fragorosi).

Voi siete magistrati moderni, siete magistrati che conoscete i limiti del vostro ufficio, che sapete come l'avvenire della specie, gli interessi supremi della moralità e della civiltà esigano sanzioni, che forse forse non dovrebbero essere lasciate sotto questo rispetto all'arbitrio del privato, contro i fatti che riflettono il costume, ma non siete in ogni ipotesi uomini disposti a rompere lo specchio perchè vi riflette ciò che lasciate e dovete per certe ragioni lasciare impunito quando si verifica nella realtà! Non siete magistrati i quali vogliano trovare questo nuovo argomento di critica storica e letteraria: i mesi di reclusione.—Eh! lo so; essi furono in vigore; ma non credo che abbiano raddrizzato la letteratura e l'arte, giacchè non credo che sia l'arte che crea la moralità, ma sia la moralità che crea l'arte.

E il Marinetti ha fatto un libro discutibile, un libro che come dicevo, io sono stato ben lieto di leggere perchè volevo venir qua e dirvi il bene e il male che penso della sua opera, un libro che è la manifestazione di un'arte la quale suscita entusiasmi da un lato, suscita riprovazioni dall'altro, ma è grande arte.—Non vi leggerò tutto ciò che del Mafarka hanno scritto uomini che hanno un diritto di cittadinanza incontestabile nel campo della letteratura. Vi ripeterò ciò che uno dei più importanti, forse il più importante giornale di critica letteraria francese, Le Mercure de France, per opera di una illustre scrittrice (Rachilde), dice di questo libro, tributandogli un elogio che io non vorrei leggere per non abusare della modestia del mio raccomandato.

«Vi ripeto, scrive Rachilde, che ho trovato veramente bellissimo questo romanzo, perchè F. T. Marinetti è veramente riuscito a farmi vedere il suo enorme sogno. Ora, se uno scrittore mi fa vedere realmente un'esistenza pazza, riesce realmente a darmi la visione dello stravagante, io non domando di più per trovare in lui del genio.

«Non mi piace il procedimento impiegato dall'autore, e non discuto la sua esagerazione spesso di cattivo gusto. Egli possiede d'altronde tutti i difetti di Victor Hugo, ma sta con regale disinvoltura nel disordine. Se constata che la voce di un muezzin è violetta, non ne sono urtata: mi ci adatto, quando mi trovo davanti al quadro dei Cani del Sole. Mafarka che combatte accanto a suo fratello Magamal l'arrabbiato è una pagina favolosamente impressionante. Il festino dei mostri del mare e l'orgia che segue sono capitoli meravigliosi.

«Certo, tutto ciò non è affatto castigato: certo, vi è terribilmente sparso il pimento africano e il romanzo odora furiosamente di negro (specialmente nello Stupro delle negre); ma è pieno di vita, poichè, in fondo, nulla è più vivo di incubo. Credete voi che il fabbricare da capo a piedi un uomo artificiale e il farlo camminare non sia difficile, quando s'abbia dell'immaginazione? Lo credete? Io penso invece che sia difficilissimo essere Dio. Ed io credo di non far dispiacere a Marinetti paragonandolo a questo primo autore del primo volume dell'umanità. (Applausi).

«Ma ciò non ha nulla a che fare con la ragione quotidiana. Se fossimo proprio sinceri, confesseremmo che la ragione, come la vita quotidiana, ci annoia ancor più nei libri che non fra le nostre quattro mura.

«Io non raccomando la lettura di quest'opera straordinaria ai giovani che tagliano il loro pane quotidiano in tartine; ma prego i poeti, questi uomini tanto felicemente dotati di pazzia, di fermarsi davanti a questa immagine: Sotto la volta altissima, la luce azzurra della notte si ritirava lentamente, come una donna cerimoniosa che esce, indietreggiando, dalla terrazza, facendo inchini e abbassando in cadenza le braccia da cui pendono cenci. A me sembra signori, che questa frase, copiata a casaccio in un libro nel quale se ne trovano molte dello stesso valore, dovrebbe da sola salvare il futurismo» (Bene!).

Vi leggerò inoltre ciò che di un altro libro del Marinetti ha scritto un critico d'arte, Ettore Janni, su questo giornale di Milano: Il Corriere della Sera.

Si tratta del libro Le Roi Bombance (Re Baldoria). E voi da questo brano vedrete come si possono fare delle accuse al temperamento complessivo dello scrittore, ma come tutto ciò che urta il senso del Pubblico Ministero sia lontano dalla intenzionalità, dalla intenzionalità determinata e oltraggiosa del pudore pubblico, ma sia piuttosto, ripeto, connaturato a un sistema, a uno stile particolare:

«Lasciamo stare i nomi e prendiamo l'occasione. Il Marinetti—e ne sono già prove i suoi due poemi: La Conquête des Etoiles e Destruction—ha bisogno dell'enorme per ispirarsi, stavo per dire… eccitarsi, in tutti i sensi di questa parola: ha bisogno di accordar la sua musica frenetica a un rombo catastrofico, ha l'avidità ed il gusto dello smisurato.

«Era naturale che quella vasta sala popolare tutta appestata di stupidità brutale, gli facesse balenar l'idea della tragedia satirica ed era naturale che questa divenisse il turbine senza confine delle eterne cupidigie umane, una specie di Giudizio Universale grottesco, il Giudizio Universale di tutte le deformi e colossali idropisie corporali e mentali—una larga visione artistica, piena di difetti, scintillante d'ingegno, simbolica, decadente, secentistica, mariniana…. marinettiana, che è quanto dire; ricchezza invidiabile, ma deplorevole abuso d'immagini—una vera imagorrea:—quasi ogni aggettivo condannato a portarsi appesa una proposizione maggiormente esplicativa, tutti i pensieri e tutti i paragoni in così alto rilievo che vi manca del tutto la virtù della gradazione: un bel talento che ha l'aria di essere un po' infermo di satiriasi…

«Ma passerà, poichè tutti questi difetti si riducono a uno solo: alla sovrabbondanza o, per dir meglio, ad una insolente incuria giovanile della misura: e questo è un difetto che fa mettere i colpevoli alla destra dei giudici: alla sinistra vanno gli stitici, che si grattano il capo un anno prima di trovare un'idea o una metafora, e l'anno seguente vi raccolgono intorno due volumi» (Bene! Applausi).

Dunque è lo stesso Marinetti che dà tanto sui nervi giuridici del Pubblico Ministero, è lo stesso Marinetti con la stessa sovrabbondanza, con lo stesso grottesco, con la stessa arte piena di immagini, di sovrapposizioni e di esagerazione, è lo stesso temperamento.

Il Janni propone una cura, e la cura la affida alla critica letteraria, al gusto del pubblico, al procedere degli anni, a quella selezione naturale di tutte le esagerazioni che nel procedere dell'opera d'arte si possono compiere: è magari severo contro di lui, ma domanda che all'arte o all'intenzione dell'arte si contrapponga qualche cosa che rispecchi l'arte diversa, non contrappone, onorevole rappresentante dell'accusa del 1910, ad una forma d'arte la forma di galera che ella propone. Il proporre la cura dei mesi di reclusione che non si dànno nè allo stupratore, nè a coloro che fanno atti di libidine, nè a coloro che commettono adulterî quando paghino la parte lesa, infliggerli ad un galantuomo che ha dato tutta la sua attività, tutta la sua giovinezza, tutto il suo patrimonio a questo ideale d'arte, onorevole rappresentante dell'Accusa, è soverchio. Lei è giovane, ed io spero avrà un brillante e nobile avvenire. Ma io le auguro che questa sua requisitoria ella possa cancellarla dal suo stato di servizio professionale, come auguro, e sono certo che il mio augurio sarà coronato dal successo, che magistrati come voi siete scriveranno una sentenza come quell'altra lodata dal Pubblico Ministero e che voi ora non dimenticherete e che fu resa a Parma riguardo a un'altra causa; una sentenza la quale, si occupi o non si occupi del valore letterario dell'opera, ma non sia una sentenza infamatrice di un'arte discutibile ma non degna, però, di essere messa alla gogna come vorrebbe il Pubblico Ministero.

(Questa formidabile perorazione è salutata da interminabili applausi. È una vera, entusiastica ovazione all'illustre uomo politico, che viene calorosamente felicitato da tutti i letterati e da tutti i giornalisti presenti).

La replica dell'avv. Cesare Sarfatti

La causa pare ormai vinta. I giuristi presenti, colpiti d'ammirazione per la novità e la profondità della tesi giuridica sostenuta dall'onor. Barzilai, non esitano a dichiarare che la requisitoria del P. M. è assolutamente schiacciata. Il P. M. fa una breve ed inefficace replica, dopo la quale prende la parola l'illustre avvocato socialista Cesare Sarfatti, che subito assale il Tribunale con la sua bella eloquenza ironica, insolente e aggressiva.

Mi si consenta non solo di rispondere al Pubblico Ministero, ma di soggiungere poche cose alle moltissime che hanno detto i miei onorevoli colleghi, dei quali io sento ancora la voce mentre parlo.

Io devo parlare mentre ascolto ancora. E devo parlare non perchè io sia qui nel Collegio di difesa, ma perchè non sia lecito alla dignità e alla moralità di questa causa che l'ultima parola non sia quella della difesa di Marinetti. E mi studierò, per risparmiare a me la fatica, a voi la noia, di essere il più breve e più sintetico possibile.

Argomenti d'arte e argomenti di diritto. Ci si consenta una pregiudiziale. Se voi ritenete Mafarka il futurista un'opera d'arte, voi non avete nè competenza, nè giurisdizione a giudicarla, perchè, onorevole rappresentante del Pubblico Ministero, il Tribunale è competente a giudicare la pornografia, non le opere d'arte. Intendiamoci: ho detto il Tribunale, perchè poi ogni giudice a casa sua e negli amichevoli conversari può essere più competente di ogni altro. Ma il Tribunale giudice di letteratura è un non senso: qualche cosa che è fuori dell'arte e fuori del diritto. Perchè badate alle conseguenze dei Tribunali giudici d'opere d'arte, e dei pubblici ministeri persecutori, e delle circolari del profeta che dirige le sorti della politica italiana; ecco le conseguenze: che il profeta, il quale ha studiato molto, scrive nella famosa circolare: di perseguitare l'immoralità, ecc., ecc., eccezion fatta per l'Arte classica. Ora qual'è l'arte classica?

Onorevole rappresentante del Pubblico Ministero, voi che avete parlato di arte europea, la conoscerete, voi, l'arte che si studia sui banchi delle scuole e soprattutto si vede per le chiese d'Italia, l'arte classica, e soprattutto nei musei d'Italia, dove, la domenica e le altre feste comandate, il governo eccita alla corruzione i grandi e i piccoli, le bambine e i bambini, gli scolari e i maestri. L'arte classica, mio caro signore, è l'arte che ha la sanzione del tempo. Se non m'inganno, Mafarka il futurista (io non ho nessuna riserva a fare, nemmeno quelle del mio amico On. Barzilai), Mafarka il futurista diventerà un'opera classica. Quando? Quando il Marinetti non sarà più futurista: questa è una cosa che appartiene al futuro. Ma l'arte classica signor rappresentante del Pubblico Ministero, è il vivaio di tutte le porcherie, di tutte le offese al pudore, di tutte le esaltazioni della carne sullo spirito che abbiano dato al mondo i più grandi artisti. (Applausi fragorosi).

Io non vi dirò più niente sul «non è necessario» o «non era necessario». Quella parte lì, Innocenzo Cappa ve l'ha messa davanti come un tale rimorso, che voi ne domanderete scusa al vostro professore d'italiano e di letteratura latina: ma l'arte classica è la Mandragola del Macchiavelli, è la Calandra del Bibbiena, che si recitavano alla Corte di Leone X tra uno stuolo di cardinali e di prelati; l'arte classica è il Nettuno di Giambologna, al quale in verità non era necessario che lo scultore fornisse di un membro, diciamo, così equino; l'arte classica è la statua del David, che i tardi nepoti hanno ricollocato, in una brutta copia, alla porta d'ingresso del Palazzo Vecchio.

PUBBLICO MINISTERO (interrompendo).—C'è discussione!

AVV. SARFATTI.—C'è discussione, ma è al suo posto, e non le consiglio di andare sotto a quella statua perchè non le venga in mente d'incriminare il prevenuto Michelangelo Buonarroti (Ilarità).

L'arte classica sono le scene di accoppiamento nella chiesa di S. Marco, di cui un poeta passatista, e ahimè passato, ha scritto: El mio San Marco xe 'na maravegia de luse, de colori e de armonia, xe de splendori una superba regia; ma l'esaltazione del poeta dev'essersi fermata davanti a certe gustose scenette che S. Marco, proprio nell'atrio, offre agli spettatori. È vero che sono cattolici e religiosi.

L'arte classica è nei capitelli del Palazzo Ducale a Venezia; l'arte classica è nel Palazzo di Mantova, dove le consiglio di andare; e quelle sono cose non offerte in vendita, ma esposte al pubblico. L'arte classica vada a vederla nel Museo di Napoli (lei è stato, è vero? a Napoli, dove ha anche studiato e ha anche imparato la storiella sporca del professore?)

PUBBLICO MINISTERO (Fa cenni di diniego).

AVV. SARFATTI (continuando).—E se non c'è stato, ci vada, e impari tra le magnificenze e gli splendori formali di esseri umani, equivoci e ambigui, impari là tra accoppiamenti di uomini e ahimè! di donne, che cosa è mai l'arte classica. (Applausi).

E qual competenza avete voi, signor rappresentante del Ministero Pubblico in fatto d'arte classica o non classica? Voi dite moralità media, moralità corrente, vi mettete nel cervello dell'artista, ripetete: moralità corrente, moralità media, gli gridate: dovete rispettarla. Moralità, moralità con quel che segue; e allora siate logici: tutto ciò che è stato il nostro nutrimento spirituale e intellettuale, tutta l'arte classica che noi abbiamo ammirato, datela in pasto ad esecutori di giustizia, perchè se quell'arte classica non deve poter impunemente offendere il pudore, la pudicizia, ecc., ecc., ebbene, caro signore, siate logico, imitate Fra Gerolamo Savonarola, date al rogo quante opere dell'arte classica, incriminabili, vi capitino fra mani, e non paventate, se potete riparare dietro il pappafico del profeta. (Bene!)

L'arte classica, caro signore, dovreste farla distruggere per le vie, per le piazze, per i musei d'Italia e, badate bene, molto più di quello che non abbia osato di fare Fra Gerolamo Savonarola, il quale—sia detto fra parentesi—meriterebbe tutto il nostro odio, se non fosse stato un martire, perchè fra altre cose senza di lui immortali, pare abbia bruciata o fatta bruciare un'opera del divino Leonardo.

Dunque, arte classica, no intanto: moralità corrente, nemmeno: queste sono scuse, sono pietosi artifici, con cui un giovane d'ingegno cerca di sostenere un'accusa che gli sfugge.

Marinetti però è in buona compagnia: Madame Bovary è stata processata. Il nome dei magistrati che l'hanno incriminata si raccomanda alla storia soltanto per l'assurda accusa. Credo che Flaubert si raccomandi per qualche altra cosa. Certo è che la sorgente, la polla sorgiva (mi corregga il Marinetti, se non dico esattamente, perchè, per quanto egli sia uno scrittore pornografico, in letteratura mi fido più di lui che di me), la polla sorgiva della letteratura naturalistica europea, Madame Bovary, ha dovuto subire gli oltraggi di un vostro collega francese. Eppure Madame Bovary appartiene all'arte classica.

E vi faccio grazia dei Fleurs du mal, di quello spirito irrequieto e profondo che fu uno dei più grandi poeti di Francia, ho nominato Baudelaire; ma non posso tacere di un'imputazione che ha colpito lo Swinburne, il quale quando pubblicò il suo Poemi e ballate, si trovò di fronte un vostro collega inglese che incriminò sopratutto l'Ode ad Anactolia, per chi nol sapesse l'amica e amante di Saffo, il più turpe amore che si possa immaginare, perchè non è diretto, secondo la Bibbia, alla fecondazione. (Mormorii).

Arte classica ancora! Orbene, lo Swinburne è stato anche condannato; ma ciò non gli ha impedito di essere salutato dalla pudica Albione come uno dei suoi più grandi poeti.

«Alla pubblicazione dei Poemi e ballate, osserva il Chiarini, scoppiò in Inghilterra a sudden thunder from the serene heavens of public virtue. Gli anonimi custodi della pubblica morale scattaron su, come tanti diavoletti dalle scatole alle quali si cavi il coperchio, scattaron su dalle Riviste, dai Magazines, gridando all'empio, all'immorale, al pagano». E i tribunali ordinarono che il libro fosse ritirato dalla circolazione.

L'autore finì dichiarando che il verdetto dei suoi giudici era per lui materia di assoluta indifferenza, che poco gl'importava apparisse agli occhi dei suoi critici morale o immorale, cristiano o pagano; fu, dice egli stesso, costretto da alcune circostanze che accompagnarono la prima e la seconda edizione del suo libro, a rispondere; e rispose, cioè, gittando agli altri sarcasmo e disprezzo, rispose ad uno dei suoi critici, la cui opera riconobbe essere d'un nemico sì, ma d'un gentiluomo.

Nei Poemi e ballate Swinburne è artista, niente altro che artista e, come tale, non sa intendere che cosa abbiano a che fare con l'arte le idee di morale sanzionate dalla società umana; si meraviglia dello scandalo prodotto dalle sue poesie, a quel modo che il Canova, certamente non immorale nè irreligioso, avrebbe, credo, fatto le meraviglie se lo avessero accusato di oltraggio alla decenza, perchè aveva scolpita la sua Venere senza neppure un cencio di camicia che le coprisse il petto e le coscie. (Bene!)

Aggiunge il Chiarini che è impossibile determinare esattamente il punto nel quale un'opera d'arte può incominciare a divenire un'offesa alla morale, ciò dipendendo sopratutto dalla diversa impressione che può fare nelle persone che la considerano, secondo ch'è più o meno gentile e colto l'animo loro. E qui cita l'esempio della Venere del Canova, davanti alla quale l'artista si esalta perchè non vi vede la carne (come la vedete voi nei romanzi contro i quali fulminate le vostre accuse), e, invece, il facchino vede una bella donna che vorrebbe fosse ridotta in carne per goder di quelle cose che le porte aperte non ci consentono di nominare, perchè nessuno sa, proprio nessuno, di che roba si tratti.

Ah, se lo Swinburne diceva: «a me ripugna immaginare certe cose che essi hanno saputo scoprire nei miei versi», io temo che Marinetti possa fare eguale discorso. E potrebbe anche lui aggiungere: «evidentemente, io non sono virtuoso abbastanza sì che io possa intenderli, e ringrazio il cielo di non esserlo. La mia corruzione arrossirebbe del loro pudore».

Dunque, riassumendo, l'arte classica non vi giova, non giovano alla vostra tesi gli esempî dei più illustri scrittori della letteratura europea.

Vediamo se vi giovi l'opera precedente del Marinetti. È vero che il mio amico Cappa vi diceva stamane: condannate pure lui, e salvate Mafarka; ma questo è impossibile, caro amico, questo è un volo poetico, perchè la condanna investirebbe l'autore e il romanzo insieme. Quando voi, vedete, mi prendete fra le vostre forbici accusatone il Sig. Marinetti e volete arrostirlo con quattro mesi di reclusione e 1000 lire di multa, dovete giudicarlo un po' anche lui; Mafarka, va bene; ma anche F. T. Marinetti, scrittore.

Ora l'opera letteraria di lui, in sintesi, è questa (non so quale sia la sua vita e non posso giurare che corrisponda all'opera): egli è un odiatore delle donne—peccato, perchè è un bel giovane—un misogino. Se scrive la Conquête des Etoiles, imbevuto, in quel momento, di pessimismo leopardiano, immagina l'assalto delle onde contro le stelle, l'ira delle onde per non poter raggiungere il cielo, quasi a simboleggiare la suprema aspirazione degli uomini verso l'irraggiungibile infinito. E le donne non compariscono. Se scrive Destruction, forse potrà essere incriminato come anarchico, non certo come offensore del pubblico buon costume. Se scrive il Roi Bombance, egli fa la satira spietata dei bassi e volgari appetiti del potere; ma di donna nemmeno l'ombra. E quando trasporta Roi Bombance sulla scena, non si sentono che delle voci di donne in lontananza, fuggenti, indignate da quello spettacolo di bassezza sensuale, (nel senso puro della parola, signor rappresentante del P. M.), dato dai ghiottoni che sono al proscenio. Se scrive Mafarka il futurista, vi premette il suo credo letterario e morale di superuomo e di misogino, in una prefazione diretta ai suoi compagni di idee e di fede. E quando descrive gli spettacoli di lussuria che fanno sorridere voi, signor accusatore, li descrive con lo sdegno di un uomo amareggiato e dolente che le virtù della stirpe e del popolo si frangano, si perdano, rovinino, si macerino nel letamaio della corruzione sessuale. Ora, col leggere alcuni brani del romanzo, i difensori non hanno inteso di opporre cose belle a cose brutte, come se queste potessero essere discriminate da quelle, ma argomenti a prova del contenuto etico dell'intenzione dell'agente, in opposizione al dolo che, comunque considerato, l'accusa sostiene contro di lui. E qui, signor rappresentante del P. M., voglio anche darvi ragione, per quanto abbiate torto: non dolo specifico, dolo generico, ma dolo. Il quale è costituito, in ogni modo, dei due essenziali elementi di coscienza e di volontà; coscienza che le cose che si dicono possano offendere la pubblica morale, volontà diretta ad offenderla. (Bene!)

PUBBLICO MINISTERO. (Fa cenni di diniego).

AVV. SARFATTI.—Sì, è proprio così. Questo è il dolo, cioè questa è l'intenzione. Perchè quando voi parlate di fine e leggete le sentenze di Cassazione che parlano di fine, alle quali sentenze aderiamo, voi cadete nell'equivoco, del resto comune, di confondere l'intenzione col fine, mentre il fine è uno degli elementi dell'intenzione ma non è l'intenzione. Il fine è la méta verso cui si dirige l'intenzione.

Ora quando avete dimostrato che il fine non è necessario, non avete ancora dimostrato che il fine costituisca l'intenzione, e questa, ripeto, non è la méta verso cui ci si dirige, ma la molla che spinge verso la méta. L'intenzione è costituita sempre di coscienza e di volontà, nella più esatta, sicura, concorde interpretazione dell'Art. 45 del Cod. Penale. E guardate bene che l'intenzione soltanto salva e discrimina le opere d'arte dalla pornografia. Se i giudici non dovessero fare l'esame della intenzione, sarebbero trasformati in letterati carnefici, i quali dovrebbero oggi condannare un grande autore, domani un piccolo autore, oggi una bella opera di pittura e di scultura, domani un poema d'immagini follemente alate, un romanzo di rappresentazione spietatamente verista, un dramma d'intensità profondamente umana. Ciò che salva i giudizii di questo genere anche dai fulmini degli uomini nuovi, persino dei futuristi, è appunto la ricerca dell'intenzione. Con questa non condannerete l'Autobiografia di Benvenuto Cellini, i mosaici di S. Marco, il Nettuno del Giambologna, le commedie del Macchiavelli e del Bibbiena, la carne trionfante nelle pagane novelle di messer Giovanni Boccaccio. E non condannerete Mafarka il futurista, come (ne parleremo subito, del vostro esempio classico) come non avreste dovuto condannare e non avete condannato Quelle Signore. Insomma, il solo elemento discriminatore tra l'arte e la pornografia è l'intenzione; e quando Cappa, in quella sua meravigliosa e vagabonda improvvisazione, vi legge delle belle frasi marinettiane e mafarkiane, e quando Barzilai entra con più profondo specillo nelle viscere degli aneddoti da voi incriminati, l'uno e l'altro, ve l'ho già detto, intendono soltanto a distruggere quello che voi sostenete essere il dolo. L'intenzione del Marinetti non credo sia stata morale; ma è stata soltanto di natura, a dir così, artistica e intellettuale. Quando egli vuol rappresentarvi il suo eroe, ha bisogno di rappresentarvelo svincolato dalle oppressioni della carne. (Applausi).