Title: Il processo e l'assoluzione di "Mafarka il Futurista"
Author: F. T. Marinetti
Salvatore Barzilai
Innocenzo Cappa
Luigi Capuana
Cesare Sarfatti
Release date: April 28, 2008 [eBook #25211]
Most recently updated: January 3, 2021
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/25211
Credits: Produced by the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net
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Il processo e l'assoluzione di "Mafarka il Futurista"
col discorso
di F. T. MARINETTI
la perizia di LUIGI CAPUANA
e le arringhe
dell'on. SALVATORE BARZILAI, di INNOCENZO CAPPA e dell'Avv. CESARE SARFATTI
Il giorno 8 ottobre 1910 la grande aula della 3.a Sezione del Tribunale di Milano era gremita di una enorme folla, accorsavi pel processo di oltraggio al pudore intentato al poeta Marinetti pel suo romanzo Mafarka il futurista.
Erano presenti numerosissimi futuristi, venuti da ogni parte d'Italia, schiera di giovani gagliardi e risoluti, che affrontavano come sempre la battaglia con la loro spavalderia divenuta leggendaria. Notammo i pittori Boccioni, Russolo, Carrà, e i poeti Paolo Buzzi, Cavacchioli, Palazzeschi, Armando Mazza, ecc. Spiccavano inoltre, nel pubblico, moltissime signore della società elegante milanese e tutti i rappresentanti della critica italiana.
Difensori di Marinetti erano l'on. Barzilai, l'avv. Sarfatti,
Innocenzo Cappa e l'avv. Brusorio.
All'inizio dell'udienza, il Pubblico Ministero domandò subito che il processo si svolgesse a porte chiuse, dovendosi dar lettura dei brani incriminati. Sorse allora l'avv. Brusorio, che con una brillante e sottile disquisizione giuridica dimostrò lucidamente come un simile provvedimento si dovesse ritenere assurdo. Incalzò l'avv. Sarfatti, sostenendo vittoriosamente questa tesi, e il Tribunale deliberò poco dopo che il dibattimento si svolgesse alla presenza del pubblico.
Cominciò poi l'interrogatorio di F. T. Marinetti, che con una sfolgorante, vivace e sincera eloquenza difese sè stesso e l'opera sua, prendendo a parlare così:
Interrogatorio di F. T. Marinetti
Ebbi la fortuna di ereditare da mio padre una discreta sostanza, ma non me ne sono mai servito in modo basso e banale. Mi sono valso, anzi, della mia posizione indipendente per attuare un mio vasto e audace progetto di rinnovamento intellettuale ed artistico in Italia: quello di proteggere, incoraggiare ed aiutare materialmente i giovani ingegni novatori e ribelli che quotidianamente vengono soffocati dall'indifferenza, dall'avarizia o dalla miopia degli editori.
Questi, naturalmente, tutto sacrificando ai morti illustri, agli opportunisti, o ai gloriosi moribondi, professano un profondo disprezzo per la gioventù, specialmente quando essa esplica la sua attività in modo temerario e innovatore.
Per purificare quest'atmosfera di vecchiume, dove imperano il culto maniaco dell'antico e il più pedantesco accademismo, un immondo opportunismo affaristico e una grande vigliaccheria morale e fisica, ho creato il vasto e coraggioso movimento futurista, iniziato a Parigi nelle colonne del Figaro e continuato nella mia rivista internazionale Poesia, che dirigo da cinque anni con enorme sacrificio di denaro e col lavoro accanito dei miei giorni e delle mie notti.
Così venni raggruppando intorno alla mia rivista futurista una schiera di poeti e di pittori giovanissimi, ma dotati di una ispirazione formidabile e di un disprezzo assoluto pei facili successi mercantili e le banali consacrazioni ufficiali. Ne conoscete già i nomi. Sono i poeti futuristi G. P. Lucini, Paolo Buzzi, Cavacchioli, Palazzeschi, Govoni, De Maria, Armando Mazza, Folgore, Libero Altomare, Mario Betuda, e i pittori futuristi Boccioni, Russolo, Carrà, Balla, Severini e molti altri. Ed ora è con noi anche il giovane e grande musicista Balilla Pratella, autore della Sina d' Vargoün.
Il nostro movimento è fatale. Noi siamo attesi dall'Italia morente… Ma disgraziatamente le mie parole sono rotte da un'eccessiva emozione… E mi ripeto sovente!… Tanto meglio!… Non mi stancherò… Opportunismo affaristico, disprezzo della gioventù, vigliaccheria morale e fisica: ecco ciò che combattiamo!… Ecco, ciò che combatte in Italia il pornografo da voi incriminato! (Applausi),
Tengo inoltre a dichiarare che io non sono un dilettante di letteratura il quale consideri i suoi versi come dei fiori all'occhiello, nè uno spirito bizzarro che abbia scelto per capriccio snobistico una lingua straniera come la francese, per sedurre le belle dame e distrarre i suoi ozi eleganti.
Vi darò in proposito, alcune spiegazioni:
Nacqui in Alessandria d'Egitto di padre piemontese e di madre milanese. La mancanza, in quella città, di un insegnamento classico italiano fece sì che io dovetti entrare in un collegio francese, dove fui preparato al diploma di bachelier ès lettres, da me conquistato, in seguito, alla Sorbonne di Parigi. Con questo diploma entrai poi nell'università di Pavia ed in quella di Genova, dove mi addottorai in legge.
Diventato così, per un concorso di circostanze involontarie, scrittore francese, pure essendo di anima e di nazionalità italiana, divido la mia attività letteraria tra Parigi e Milano, dove ho i miei editori francesi ed italiani.
A Parigi, nelle Edizioni della Plume, apparve precisamente il mio primo poema epico: La Conquête des Etoiles, enorme visione oceanica in cui si svolge una lotta fantastica fra le onde in tempesta e le irraggiungibili stelle.
Questo poema, di un simbolismo idealistico trascendentale, non ha assolutamente nessun dettaglio erotico o sentimentale. La donna, dirò anzi, ne è assolutamente esclusa, come è pure esclusa dalla mia tragedia satirica Le Roi Bombance, apparsa a Parigi nelle edizioni del «Mercure de France», rappresentata con grandissimo clamore al Théâtre de l'Oeuvre e recentemente pubblicata in italiano dagli editori Fratelli Treves, col titolo di Re Baldoria.
Aggiungerò in proposito che il pubblico parigino ebbe un grido di stupore, all'alzarsi del sipario, nell'assistere all'esodo immediato di tutte le donne del paese fantastico da me ideato, le quali, indignate contro la bassa e volgare sensualità degli uomini, li abbandonano ai loro destini con una vivace protesta ultra-idealistica.
Dopo parecchi altri volumi di versi e di prosa, pubblicai un anno fa, a Parigi, il romanzo Mafarka le futuriste, opera che amo più di tutte le altre mie e nella quale sono riuscito ad esprimere il mio gran sogno futurista.
Vi ho descritto l'ascensione impressionante di un eroe africano, fatto di temerità e di scaltrezza, che, dopo aver manifestata la più irruente volontà di vivere e di dominare in battaglie ed in avventure molteplici, sbaragliando gli eserciti dei negri e conquistando lo scettro della sua città liberata, non sazio ancora di aver foggiato il mondo a suo piacimento, si innalza subitamente dall'eroismo guerresco a quello filosofico ed artistico. Egli vuol creare e crea, in una lotta sovrumana contro la materia e le leggi meccaniche, il suo figlio ideale, capolavoro di vitalità, eroe alato a cui trasfonde la vita in un bacio supremo, senza il concorso della donna, che assiste al tragico parto sovrumano.
Io volli, con questo romanzo, dare all'uomo una speranza illimitata nel suo perfezionamento spirituale e fisico, svincolandolo dalle ventose della lussuria e assicurandogli la sua prossima liberazione dal sonno, dalla stanchezza e dalla morte.
Volli descrivere l'elevazione gloriosa della vita, che fu vegetale, animale e umana e che si manifesterà presto in un prodigioso essere alato ed immortale. Volli sconfinare il divenire dell'uomo in una moltiplicazione infinita di forze e di splendore.
Questo grande poema, a volta a volta epico, lirico e drammatico, parte da un primo capitolo costruito coll'equilibrio e la precisione di particolari che il romanzo esige.
È questo primo capitolo il capitolo incriminato.
Nello scriverlo, io naturalmente obbedii ai principî dell'alta letteratura, i quali si riassumono nell'esprimere il proprio sogno con la massima efficacia, considerando le immagini non già come fronzoli o gemme decorative, ma come elementi essenziali dell'espressione, istrumenti incoscienti per fissare l'inafferrabile verità e per precisare l'indefinito e l'indefinibile.
Scrissi dunque Lo stupro delle negre perchè da una gran fornace torrida di lussuria e di abbrutimento potesse balzar fuori la grande volontà eroica di Mafarka.
La descrizione cruda e i particolari osceni, le parole che possono suscitare disgusto sono di una necessità assoluta nel mio poema.
Ho potuto, così, produrre secondo una legge di contrasto e direi quasi «di trampolini», il balzo dello spirito umano, che, svincolato dalla tirannide dell'amore e dall'ossessione della donna, si stacca finalmente dalla terra e schiude le grandi ali che dormono nella carne dell'uomo. (Applausi fragorosi).
Mi si dirà, con una soverchia miopia critica, che avrei potuto trascurare questo o quel particolare, usando palliativi, velature, maschere e sottintesi a base di puntini…
Mi permetterete di dichiararvi che uno scrittore non può avere altro metodo che la più assoluta sincerità, poichè l'angoscia della creazione non ha nulla a che fare con la civetteria e i falsi pudori di una fredda cortigiana.
Vi farò notare inoltre che per quanto vi è di mostruoso nella leggenda narrata da Mafarka sotto la tenda, nel secondo capitolo, bisogna considerare anzitutto che l'Africa può essere sintetizzata con tre parole: calore, sudiciume e lussuria. Non parlo dell'Africa di Pierre Loti, stilizzata e profumata appositamente pei grandi salotti accademici di Parigi.
Voi sapete, d'altronde, che il membro virile, mostruosamente sviluppato e incessantemente operoso, costituisce il motivo centrale e ossessionante della letteratura e della vita africana. (Ilarità vivissima).
Citerò ad esempio una delle commedie recitate nei teatri arabi e turchi: la commedia del Saggio e dell'Almea, nella quale un vecchio, chino sui papiri, si commuove all'apparire di una donna velata che si denuda gradatamente, mentre egli inalbera a poco a poco un mostruoso membro virile di cartone, che suscita la più viva allegria ed il massimo compiacimento negli spettatori. Uno spettacolo consimile appare sulla scena nella famosa commedia turca: Il Trionfo dell'Amicizia, o Caraguez.
Concluderò facendo osservare che un pornografo avrebbe scelto un soggetto ben diverso, voglio dire un soggetto europeo, anzi cittadino, e avrebbe scritto per esempio un romanzo sui bassifondi milanesi, invece di un poema africano, acceso di una sbrigliata fantasia, concepito e scritto per pochi intenditori e assolutamente precluso alla maggioranza delle intelligenze, che disgraziatamente non hanno alcuna dimestichezza con la poesia.
Una grande ovazione a stento repressa dal presidente chiuse il discorso del poeta Marinetti. Ebbe poi la parola l'illustre romanziere Luigi Capuana, professore all'Università di Catania, venuto appositamente dalla Sicilia quale perito di difesa del fondatore del futurismo. Egli lesse in un silenzio di religiosa attenzione una sua lunga, profonda ed esauriente perizia, che resterà documento prezioso nella nostra letteratura.
La Perizia
di Luigi Capuana
Nelle questioni intorno alla difesa morale contro l'opera d'arte, si sa donde si comincia e non si sa mai dove si andrà a finire.
Si comincia dalle pubblicazioni di quei poco coscienziosi editori, speculanti su la malsana curiosità della più bassa sfera della gente che legge; ed è bene d'impedire che quella malsana curiosità sia alimentata e aumentata da libri e libercoli i quali non hanno mai avuto niente che vedere con l'arte. Si può giungere poi agli scrupoli di non ricordo quale scrittore francese, di cui, anni fa, lessi nella cattolica rivista Polibiblion, che aveva creduto opportuno di pubblicare una traduzione… espurgata… dei Promessi Sposi! (Applausi).
Costui aveva voluto mostrarsi più manzoniano dello stesso Manzoni. La glaciale figura di Lucia e la mirabile analisi del cuore della monaca di Monza (già così attenuata—com'è noto—dal grande romanziere milanese per la sua strana convinzione che nel mondo si fa troppo amore e troppo se ne parla, da non essere conveniente di ragionarne anche nei libri) avevano spinto quel traduttore a castrare un romanzo che è il colmo della purità, tanto da non esser mai passato pel capo a nessuno dei nostri più rigidi Procuratori del Re di procedere a sequestri e d'incriminarne i mille editori.
Quei poveri diavoli che tentano di far quattrini stampando e spacciando la loro sudicia merce, forse si credono autorizzati a far questo dall'esempio del Governo che permette e copre con la sua protezione legale certe istituzioni dove non si danno certamente lezioni di morale, e, quel che è peggio, s'insidia l'igiene pubblica. Ma il Governo ha paternamente pensato di istituire una legione di sanitarî incaricati di garantire, per quanto si può, la salute dei frequentatori delle case da the, come le chiamano nel Giappone, e la igiene pubblica si sente pienamente tranquilla. Gli spacciatori di libri pornografici non hanno fatto nulla di simile, ed è giusto perciò che, di tanto in tanto, intervengano uno zelante Procuratore del Re o un generoso Presidente dei ministri a levar la voce contro lo scandalo dilagante e a porvi rimedio.
Confesso, con mio rossore, che non ho letto la famosa circolare di S. E. Luzzatti; ma veggo dagli effetti, che essa rispetta l'arte classica e che i magistrati esecutori mostrano quasi tutti di averne un uguale lodevolissimo rispetto.
Non ho sentito, per esempio, che la stupenda recente traduzione delle commedie di Aristofane, regalata all'Italia dal mio carissimo amico Ettore Romagnoli, sia stata colpita, finora, da nessun fulmine penale: e bastava una sola scena della Lisistrata (se mai uno scrittore moderno si fosse indotto imprudentemente a scriverla) per richiamare su di lui l'indignazione di tutti i nostri Procuratori del Re. S. E. Luzzatti e i magistrati incaricati di far rispettare le prescrizioni del Codice hanno immensa ammirazione e, senza dubbio, quella dell'innumerevole schiera degli studiosi, per questo omaggio di venerazione classica. Si capisce che la stimano compiutamente, come oggi si dice, sterilizzata dalla azione del tempo e resa inoffensiva anche quando, nel concetto e nella parola, si mostra assai più libertina di qualunque produzione moderna.
Probabilmente S. E. Luzzatti e i Procuratori del Re hanno anche riflettuto che nel caso contrario, bisognerebbe proscrivere, per lo meno, tre quarti della letteratura universale: impresa non molto facile, oltrechè estremamente ridicola.
Aristofane, Luciano, Catullo, Giovenale, Petronio, il Boccaccio, il Bandello, Rabelais—cito pochi nomi che mi vengono primi alla memoria—sono dunque, per fortuna, liberissimi di andar per le mani della gente e deliziarla senza paura di sentirsi accusati di solleticarne le viziose inclinazioni e di indurla a peccare.
Perchè non si vuole usare lo stesso trattamento per l'opera d'arte moderna? Si noti bene che dico: opera d'arte. Per quanto vi abbia pensato su, non sono riuscito a spiegarmi questa mostruosa differenza.
Così oggi non so nascondere lo stupore di vedermi chiamato a manifestare il mio parere intorno alla moralità di un lavoro di alta poesia, non destinato, appunto per la sua elevata concezione, per la sua impetuosa ed esuberante ricchezza di immagini e di vocaboli, a quella maggioranza di lettori che chiedono al libro, più che altro, uno svago, una diversione alle molteplici noie della vita o al loro invidiabile sfaccendamento.
Avrei amato meglio di sapere che l'incriminante Procuratore del Re si fosse ricordato di S. Girolamo—il richiamo non può offenderlo—che mentre era occupato a tradurre la Bibbia, teneva sotto il capezzale le commedie di Aristofane, niente scandalizzato dalle grasse arditezze del grande ateniese: e non intendo adulare bassamente il Marinetti, ricordando Aristofane a proposito del suo Mafarka il futurista. Voglio far osservare semplicemente che l'Italia ha, in questo momento, un Procuratore del Re più intransigente del Santo traduttore della Bibbia.
Mi si potrebbe rispondere che, forse, quando S. Girolamo si beava della notturna lettura delle commedie di Aristofane, era occupato a tradurre quei capitoli del Libro dei Re dove si racconta—con particolari da dar dei punti agli odiati veristi futuristi—la brutale storia di quel principe (figlio del David, se non sbaglio), che, innamoratosi perdutamente della propria sorella Tamar si finge malato per averla come infermiera e con questo stratagemma riesce a farle violenza, e a soddisfare la incestuosa voglia; o, forse, il santo era intento a tradurre l'idilliaco libro di Ruth, dove questa si concede, con un poco lodevole inganno, al suo vecchio parente Booz e lo costringe a sposarla. Mi si potrebbe rispondere che in quell'occasione S. Girolamo era suggestionato dalle vivacissime pagine bibliche, e perciò indifeso contro le seduzioni del poeta greco pagano.
Senonchè, v'è da opporre che il paziente traduttore probabilmente pensava che se lo Spirito Santo, inspiratore, secondo la Chiesa, dei libri sacri, non credeva sconveniente diffondersi in quegli audaci particolari, tanto più ciò poteva essere permesso ad un poeta pagano che voleva fare soltanto opera di poesia, e non collaborare ad una raccolta destinata ad essere il testo sacro della religione ebraica e del futuro cristianesimo.
Ora nel romanzo futurista del Marinetti, non si descrivono, coi più smaglianti colori, un incesto nè la interessata seduzione di un povero vecchio.
Il Marinetti è semplicemente un artista, e non si crede sotto la influenza dettatrice dello Spirito Santo. Suo Spirito Santo è il pensiero, è il sentimento di elevazione umana verso un nobilissimo, e forse irraggiungibile ideale: e questo pensiero, questo sentimento, egli artista, non può ragionarli, discuterli per via di sillogismi, di deduzioni filosofiche e scientifiche, ma esprimerli con la rappresentazione, con la creazione immaginativa, che ha le sue leggi fisse, di proporzioni, di armonie, di colorito, alle quali nessun artista che voglia esser tale può sottrarsi.
E il giorno che gli si presenta alla mente la fosca visione di quel mondo barbarico che poteva rendere artisticamente il contrasto fra la brutalità degli istinti e la spiritualità dell'aspirazione verso una regione più umana, anzi divina, non ha esitato di cedere alle imposizioni del soggetto, nè ha tentato di sottrarsi a nessuna delle esigenze che potevano rendere più evidente il concetto del suo poema, cioè: il disprezzo della parte moralmente animale degli istinti, e l'entusiasmo per la liberazione della parte più nobile dell'uomo che le carnali passioni diminuiscono, quando non giungono ad annullare.
Mafarka non è altro. È precisamente il poema, non il romanzo, della conquista del pieno possesso della libertà spirituale dell'individuo; poema, che è quanto dire (non bisogna dimenticarlo) rappresentazione fantastica che deve colpire l'immaginazione, rendere evidente, solido, reale il mondo destinato ad adombrare il concetto. L'artista è più logico della natura: non divaga, non si lascia trascinare, com'essa, dagli accidenti che spesso ne intralciano l'opera. Nel mondo dell'Arte, il caso cieco e importuno non esiste: ripeto cose vecchissime, ma non fuori di luogo. L'artista, infine, è nello stesso tempo egualmente pregiudicato quanto la Natura: non deve avere esitanze, pentimenti, ed essere onnipotente al pari di lei.
In Mafarka la forza di creazione è veramente straordinaria. Quel mondo—uomini e paesaggio—gigantescamente barbarico vi si afferma come realtà, si spiega senza reticenze, senza quegli sciocchi pudori che diventano, se si guarda bene, ipocrite e vigliacche spudoratezze. (Applausi fragorosi).
Per questo mi sembra, che stia bene al suo posto l'episodio fondamentale dello Stupro delle negre che ha eccitato soprattutto la magistrativa coscienza del Procuratore del Re, impedendogli di vedere che l'artista aveva bisogno della base di quel sostrato schifoso per mostrare la sua violenta indignazione contro la bassezza degli istinti. Si è scandolezzato della necessaria brutalità della rappresentazione, della crudezza del vocabolo preciso; ha attribuito una deplorevole compiacenza di vizio alla prodigiosa evidenza di quell'orgia nefanda e non ha più badato al resto: non ha pensato che lo spirito dell'autore parla, proprio colà, per bocca di Mafarka el Bar, quando lo fa irrompere in mezzo a tutta quella putredine umana, con la scimitarra—cito le stesse parole del Poeta—folgoreggiante e ricurva sul suo capo come un'aureola.
—Cani rognosi! rozze pustolose! Cuori di lepri! Orecchie di conigli! Razza di scorpioni! Non avete altro che un'ulcera fetente al posto del cervello, sotto le vostre fronti schiacciate…. ecc.
E interrompo la citazione, per non abusare della pazienza del Tribunale. L'intimo concetto del poema del Marinetti è condensato interamente là. Si vede che i sensi del Procuratore del Re dovettero essere più eccitati dalla potenza artistica della rappresentazione di quell'orgia, se gli impedirono di comprendere la profonda ragione, anzi la necessità artistica di essa, e fargli supporre una vilissima speculazione libraria in quelle pagine che formano parte integrale dell'organismo del poema, e non si possono scindere, senza distruggere la vita della vigorosissima opera d'arte, di cui Marinetti è certamente orgoglioso, come di un'opera grande, di altissima moralità.
Questo, con piena, libera e serena coscienza, è il mio parere intorno al poema Mafarka il futurista.
=Luigi Capuana.=
Scoppia nella sala un lungo, clamorosissimo applauso. Tutti gli avvocati e tutti i giornalisti presenti accorrono a stringere la mano all'illustre romanziere e a felicitarlo.
La prima giornata del processo si chiuse con la requisitoria del P. M. che mal riuscì a sostenere l'assurda imputazione fatta a Marinetti. Non la riproduciamo qui, poichè il pudibondo P. M. domandò e ottenne per sè stesso il provvedimento delle porte chiuse.
Nella seconda giornata, il pubblico, ancora più folto che il primo giorno, era composto di letterati, di giornalisti e di artisti, di signore e di studenti. L'intellettualità milanese vi era largamente rappresentata. Innocenzo Cappa fu il primo oratore, e tenne un'arringa smagliante, affascinante, meravigliosa nella forma e nelle argomentazioni eleganti e sottili. Possiamo aggiungere che il grande oratore repubblicano non fu mai tanto eloquente come in questa sua veemente difesa di Marinetti e del futurismo.
L'arringa di Innocenzo Cappa
Io sono un avvocato più teorico che pratico; assumo le difese più per gusto intellettuale e sentimentale che con la speranza di lucro; ho un'assoluta tranquilla ignoranza di quasi tutte le cose che si riferiscono al giure; mi trovo dunque in questa causa all'atto sì di un cliente, ma all'atto soprattutto di un amico, come uomo che ha un piacere morboso, qualche volta una passione delle lettere, vicino a un altr'uomo il quale mi ha dichiarato di essere un ammalato di letteratura. Il mio discorso sarà dunque disordinato, poco conclusivo: discorso di sensibilità, discorso di solidarietà estetica, ma credo che ce ne sia bisogno, soprattutto perchè, sia detto con ogni rispetto, il rappresentante dell'accusa pubblica, sabato, non ha dato prova di quelle virtù di serenità e di bontà che egli ha lodato spontaneamente in sè stesso. Egli ha rivelato una strana antipatia per colui che è un prevenuto; egli che deve essere un uomo mite, uno spirito indulgente e generoso, era evidentemente attraversato da una passione di dissomiglianza estetica. Non so se l'offendo, ma mi pare di capire che se l'amico Marinetti è il capo ardente, appassionato, convulsivo quasi, del Futurismo, il sig. avv. Valenzano è un passatista della più bell'acqua. Egli ha un'antipatia formidabile per il piacere dello stile singolare; egli ha un disgusto che lo ferma quasi quasi in un dissidio morale davanti a un'immagine insolita, davanti ad un aggettivo eccessivo, davanti a un periodo composto di nuovi elementi.
Noi ci troviamo di fronte non a uno dei soliti o prevenuti o imputati, ma a un gentiluomo—perchè Marinetti è sì futurista, è sì letterato, è sì uomo di discussioni pubbliche accese, è l'inventore se vogliamo di un genere di comizi di battaglia che possono avergli suscitato contro le antipatie dell'infinita bestialità collettiva che regna e governa il dolce nostro paese, ma è anche e soprattutto un gentiluomo.—Abbiamo udito qui la parola di tale uomo che non si sarebbe mosso con una preoccupazione soltanto letteraria se la solidarietà non potesse essere anche morale: Luigi Capuana. Egli è abbastanza innanzi con l'età, è abbastanza alto nella nominanza, è abbastanza sicuro della sua coscienza e della sua vita per non aver bisogno che io attesti di lui in questo momento. Ma certo quando Luigi Capuana che non è uno dei soliti professionisti della parola o un medico legale disposto a sostenere la delinquenza congenita sì e no a seconda che sia pagato da una o dall'altra parte, ma che è insegnante in un ateneo, amico della gioventù, spirito austero; quando Luigi Capuana viene e pone la sua mano nella mano incriminata dello scrittore di Mafarka, allora mi domando come sia possibile, equo, elegante, che il rappresentante dell'accusa pubblica cominci, continui e termini in tono aspro e ostile che mostra essere la sua anima turbata, non essere il suo spirito sereno.
Ecco dunque la mia solidarietà per la sua antipatia e la mia solidarietà forse sarà più utile che non l'antipatia del rappresentante del Pubblico Ministero, perchè io non so se saprò leggere quest'oggi—di solito non si riesce a far quel che si vuole quando si è molto innamorati della propria impresa—ma di solito io capisco di più i volumi di letteratura che non mostri di capirli il rappresentante del Pubblico Ministero, e di solito io leggo meglio la prosa italiana che non abbia mostrato di saperla leggere, quando è prosa italiana futurista, l'accusatore.
Egli ci ha detto: «Mafarka il futurista, romanzo. Signori del Tribunale, state in guardia. Io sono un pover'uomo, ma io voglio leggervelo e riassumervelo. Mafarka è un re africano, re di non so quale paese perchè il nome io non lo saprei pronunciare, ma sta il fatto ad ogni modo che egli è nipote di uno zio il cui nome non mi sovviene ma è senza dubbio nipote di uno zio che c'è, perchè non si può essere nipote senza avere uno zio. Questo nipote di uno zio ha vinto una battaglia e ha detronizzato il proprio parente. Siamo nell'ora della vittoria. Si portano i prigionieri, le vettovaglie, il bottino e poi avviene uno stupro di negre. Signori del Tribunale, pagina tale… Io ho fatto chiudere le porte per potervi leggere con un'antipatia piena di compiacenza, con una compiacenza piena di antipatia, queste pagine, queste righe orribili, che mi danno un po' del piacere che forse ai ragazzi danno le righe orribili del vocabolario, quando sono fra le loro mani per la prima volta, in cui si definiscono i genitali del maschio e della femmina: righe orribili che non si capisce perchè siano stampate in libri che vanno per le scuole, in cui si definisce quella parte deliziosa che non voglio nominare e la seconda parte che non posso nominare, e la terza parte che è deliziosa in Germania ma che non voglio nominare e che riesce deliziosa anche in Italia».
Detto ciò, il rappresentante del P. M. vi ha guardati, signori del Tribunale, e ha detto: «Era necessario? Ecco la mia domanda, ecco tutta l'imputazione: ecco che mi frappongo fra Marinetti letterato, io che non sono letterato e la sua letteratura, io che non capisco e che non amo la sua opera letteraria. Era necessario? Vi ho detto in quattro parole che cosa è un capitolo di parecchie pagine, di queste parecchie pagine vi ho lette alcune righe, e poi vi ho chiamati a giudici». Signori del Tribunale, io non so, voi potete farlo, tutto si può fare, anche il miracolo, si può anche intuire ciò che non si legge; ma quando si vuol accusare con rettitudine, con serenità d'animo, con profonda sincerità umana, allora si danno tutti gli elementi dell'accusa, e allora si legge completamente il capitolo e si pongono in rapporto le parole incriminate e allora si domanda: È necessario?
Senza di ciò non è più l'accusa, ma è la pugnalata nella schiena. Io mi posso salvare dal ladro, ma non dal Procuratore del Re, se mi ruba la mia fama! (Applausi).
«Capitolo secondo. Lo stratagemma vizioso è questo, signori del Tribunale: Mafarka va, e va sotto la tenda del re nemico (il nome non me lo ricordo). Egli che si è vestito da mendicante racconta una storia.—Il signor Marinetti sa molte storie.—La storia si riferisce a un cavallo venduto al demonio: quel cavallo aveva una parte virile, questa parte virile era smisurata: questo cavallo era feroce: il demonio lo ha montato, poi è caduto, si è rotto un braccio. E allora il demonio si è voluto vendicare, ha preso questo membro, lo ha cucinato, l'ha dato in pasto a Mafarka. Mafarka ha sentito il furore della libidine, ha conquistato tutte le domestiche (qui il P. M. ci ha fatto una confidenza: ci ha detto che le domestiche non sono così facili; non so se sia specialista) e poi si è addormentato e voi sapete il resto».
Ma bene: ma e la poesia di quella parte del volume, e il colore, e il cielo, e la sabbia ardente, e le tende, e gli scudi, e i tatuaggi, e la ferocia, e la semplicità, e l'ignoranza, e il feticismo, e la rabbia, e la grazia, e l'eroismo, e tutto ciò che può contenere di carne, di sangue, di immagini, di entusiasmo, di febbre, di delirio, di estetica il grande capitolo di un grande romanzo, ce l'ha detto? No. E continua: «Era necessario? Era necessario?»
Terzo capitolo; quarto capitolo. Le belle offerte al vincitore, le mani, le ànche, il ventre piatto… Era necessario? I seni, persino i seni—questi si possono nominare senza nessuna offesa al pudore—i seni, i capezzoli, signori del Tribunale, queste punte rosse deliziose… So anch'io qualche storiella; so di un volume di Catullo Mendès che non è mai stato sequestrato, in cui si narra d'un duello di donne. Queste sono gelose perchè amano lo stesso uomo e l'una si slancia contro l'altra che è la più timida e con la spada le straccia la veste, e vede il sangue, e allora si precipita, presa da una grande pietà e bacia quel sangue. Ma non è sangue: è un capezzolo, signor rappresentante del pubblico Ministero. E allora il bacio si prolunga e allora le due donne si perdonano e una dice all'altra: «Se noi ci sapevamo! Ma licenziamo l'amico. C'è bisogno di uomini dove le donne sono belle?».
Signori del Tribunale, questo non è stato sequestrato, questo non offende il pudore, neppure quello del Procurator generale del Re. Ebbene: Marinetti ha detto i seni! «Era necessario? Era necessario?» Poi il P. M. ha proseguito. A un certo punto ci ha concesso il contrario delle guance: ci ha concesso le natiche, poi le ha ritirate… In ogni modo c'è stata un'alternativa, un dubbio, e poi è arrivata la nascita di Gazurmah, e ha tentato di descrivere… «Sapete: è un aeroplano! No, deve essere un monoplano, forse un biplano, ma c'è una gabbia: non si capisce bene… Certo ci sono delle ali». Per disgrazia, o Signori del Tribunale, vedete l'inconseguenza di questo prevenuto disgraziatissimo, questo Gazurmah, il quale è generato, voi lo sapete, dall'eroe Mafarka senza l'intervento piacevole della signora donna, il quale nasce da un re eroe senza il mistero eterno, immutabile dell'amore, questo Gazurmah ha ancora quelle tali famose parti che sembrerebbero non più necessarie alla generazione dell'eroe. «Perchè?»
Ma perchè, per Bacco, o signor rappresentante del P. M., ma perchè voi che avete saltato tutto ciò che poteva dar senso a quest'opera, perchè vi siete dimenticato di un'altra antitesi che alla vostra intelligenza non può essere sfuggita, in quel capitolo in cui si parla—e voi lo avete accennato troppo rapidamente—del viaggio dell'eroe Mafarka agli Ipogei, dove va a trovare la madre e le parla, e le dice: «Ti porto il cadavere di mio fratello Magamal, che è morto di idrofobia per aver combattuto eroicamente: io non l'ho ucciso, madre; non domandare perchè non ho potuto salvarlo, io non sono che io, io sono il fratello che l'amavo e non ho combattuto per la mia ambizione, madre, ho combattuto anche per lui. Un regno, gli volevo dare, e la più bella fanciulla del regno! L'ho difeso sempre, ma egli è morto! Madre, perdonami perchè io soffro, perchè io genererò chi ti compensi di questo strazio.» E allora, signor rappresentante del P. M., giacchè facciamo i miopi, giacchè ci mettiamo gli occhiali della diffidenza e dell'odio, fermiamoci. Ma non c'è antitesi anche qui? E allora, se si vuol distruggere la donna, come, nel momento supremo di questa generazione senza intervento femminile, come ricordarsi della madre e perchè far omaggio alla madre? Ma non è invece da questa antitesi straziante, da questa dialettica eterna che nasce la grande bellezza? Ma l'eroe non è eroe appunto perchè afferma e nega sè stesso: ma non è lo strazio, l'inquietudine, la febbre, il delirio, l'estasi che afferma ciò che è l'eroe? Gli uomini conseguenti, gli uomini precisi, assoluti, sono impiegati di banca, droghieri sentimentali; ma non diventeranno mai dei condottieri di popolo o dei grandi letterati. Allora io sono costretto, non è vero, e domando scusa al Tribunale illustrissimo, sono costretto a far ciò che il P. M. non ha voluto fare. (Applausi).
Ma siamo in questa situazione. È facile avvelenare il giudizio degli uomini, non è facile dare l'antidoto; è facile, Signori del Tribunale, sceverare pagina da pagina e dare di un volume un'impressione che possa anche sembrare di disgusto: non è facile in altrettanto pochi minuti ricostruire il volume. Se io volessi fare il malvagio, vi direi: che cosa sono i Promessi Sposi?
Primo Capitolo: c'è un prete vigliacco il quale è un porco idiota e pauroso, che cammina con il suo breviario ed è fermato da due bravacci che gli proibiscono di unire in matrimonio la signorina Lucia con il contadino Renzo. Il prete dice di sì! Signori del Tribunale, era necessaria questa constatazione della vigliaccheria del prete, questa esaltazione della prepotenza dei bravacci? Ma c'è di peggio, Signori del Tribunale. Il povero amante Renzo va per le sue nozze con Lucia ed è respinto col latino, il latino dolce, santo, il bel latino della nostra fede infantile, quello che ha accompagnata la grandezza cattolica del popolo italiano: eccolo, questo latino, maculato sul labbro di un vile parroco. Era necessario in uno scrittore cattolico questa profanazione del latino, della santità religiosa? Ma c'è di peggio. Si continua: Renzo si ribella, si ribella e cerca per frode di avere in moglie la sua donna. E c'è persino il consiglio di un frate: fra Cristoforo. Era necessaria, Signori del Tribunale, questa complicità di un frate, di un contadino, di una madre, per la frode al prete? Ma bisognava invece andare a Milano, parlare col vescovo, col cardinale: questo era l'insegnamento di un sant'uomo. Fama usurpata anche quella del cattolico Manzoni! Ma c'è di peggio, Signori del Tribunale. La monaca di Monza, una triste donna, signora del peccato, amante di Egidio, l'assassina della conversa, colei che porta la sua sensualità tormentosa là dove dovrebbe essere precetto la macerazione dello spirito e della carne, l'elevazione nella grande speranza dell'al di là. Ed era necessario che questo martirio dei sensi ci fosse definito in venti, in trenta ed in quaranta pagine, sospendendo l'azione ed allontanando il romanzo dalla sua economia generale, creando quello strano senso di stanchezza di cui vi ha parlato del resto un grande poeta e critico: Vincenzo Monti. Quello sì che era uno spirito acuto, il quale, appena usciti i Promessi Sposi, disse: Non avrà fortuna questo libro, perchè troppo dotto per gli umili e troppo umile per i dotti; è di moralità ipocrita, e perciò non potrà vivere.
Vincenzo Monti, grande poeta, l'avv. Valenzano, futuro grande procuratore del Re, fanno egualmente.
Invece è difficile prendere l'opera di Marinetti e da pover'uomo come sono io cercare di ricostruirla. Come farò? Io ho segnato molte pagine; prendiamone qualcuna a caso: 107. La città del Re Mafarka è assalita ancora dagli eserciti nemici. Ma in qual modo? Hanno mandato innanzi non gli uomini, ma i cani arsi dalla siccità, idrofobi, che hanno la paralisi negli occhi e che corrono all'assalto con la bava alla bocca. Leggiamo (pag. 107-108).
—«Sì è vero…—dice Mafarka—Le sentinelle non si sono ingannate!…», ecc.
O Signori del Tribunale, siamo in piena epopea, anche se non piace al
Procuratore del Re.
(Continua a leggere).
Io temo di annoiare, se qui ci sia qualcuno dei fischiatori nei comizî dei colleghi futuristi, o qualche mio collega di giornale. Io non sono futurista, nè figlio di futurista, nè solidale in pieno coi futuristi, ma io sento una grande bellezza in tutte le ribellioni, in tutte le audacie, in tutte le novità impensate; sento una grande bellezza nella ricchezza che si dà alla letteratura, non al piacere; sento una grande bellezza in questo giovane signore che esce dai salotti dei commendatori, delle belle dame, che affronta le piazze, che va nei teatri, che si batte, che urla e piange e ride; sento una grande bellezza, in tutto ciò, ed è una grande tristezza che nel regno d'Italia con tanti milioni di analfabeti e di delinquenti, il delinquente che si vuol condannare, si chiami Marinetti! (Bene! Applausi fragorosi).
Ora, quante altre cose e tutte belle, tutte strane, tutte diverse, tutte insolite, multiformi, deliranti!… Ma io l'avrei capita un'elegante ferocia del Pubblico Ministero: me l'aspettavo anzi, perchè mi hanno detto ed è certo che è un uomo di ingegno e di cuore. Mi aspettavo, Signori del Tribunale, l'art. 46: pazzia, pazzia letteraria: ma non mi aspettavo, Signori del Tribunale, l'articolo solito: oltraggio al pudore, offerta in vendita.
Chissà che cosa ha offerto in vendita il nostro buon amico Marinetti. Egli non è autore di Mafarka il futurista romanzo, ma è autore di Mafarka le futuriste, romanzo africano, scritto a Parigi, pubblicato a Parigi; libro che fu pensato in un'atmosfera di libertà diversa dalla nostra, non perchè repubblicana, poichè non voglio fare il portoghese, ma diversa dalla nostra perchè secolare, perchè nutrita, perchè sincera; una bella grande civiltà e una bella grande libertà. Egli l'ha pensato a Milano e l'ha scritto a Parigi, e lo ha stampato a Parigi, nella bellissima e sonante lingua francese. Questa è la traduzione del sig. Decio Cinti. Guardate: siamo così fuori del normale che non abbiamo neppure imputato il traduttore; non si è visto se egli ha alterato il testo. Avete fatto il confronto? C'è una mutazione fin nella prima pagina: nel testo originale è scritto: «Romanzo Africano», nella traduzione italiana è scritto solamente: Mafarka il Futurista, Romanzo. Cosa è questo avvenimento? Eh! io lo so che cosa è… Quando sorse l'accusa contro Marinetti egli era reduce dai suoi comizî. Al Lirico l'avevano fischiato, come non sono stato fischiato io neppure dai cugini socialisti. Egli era buttato fuori.
La sera dopo va a sentire la lettura di un bel poema, fatta da un uomo biondo, grasso, lento, con voce pastosa, piena di erre e di vocali, e sente un po' di stanchezza, e grida, e lo mandano via un'altra volta. Egli dice: «Io vi piglio a schiaffi tutti!» E il pubblico ride. Gli schiaffi collettivi non offendono l'onore…. E uno solo gli parla, a questo solo per combinazione è sovversivo, e Marinetti dice: «Ebbene, io voglio rendere lo schiaffo, da collettivo, individuale.» E gli dà lo schiaffo, e allora l'altro se ne va perchè ha capito che Marinetti faceva proprio sul serio. (Applausi).
Egli va a Trieste: a Trieste ha coperto di fiori non una prostituta, non una dama, ma la madre di Oberdan!… Ed è ritornato con una grande nostalgia dei sentimenti vecchi e passati, questo futurista che non sa forse cosa sia il futurismo; è tornato con l'amore della patria, col desiderio della razza, con la nostalgia delle vittorie italiane. Ha sentito la bellezza del mare veneto, ha ripetuto parole che non sono più dette che dal mio povero e grande amico Barzilai e da qualche mio amico che non sarà mai deputato; egli ha detto un sentimento di riconoscenza che doveva essere un sentimento di gloria, ma ha irritato borghesi, prostitute, donnicciuole, impotenti della vita, povere donne, vecchi cisposi, presidenti delle leghe di moralità, tutta questa gente viscida, bavosa come i cani intorno alla città africana, tutta questa gente che non combatte, che non osa, gente della sesta giornata quando sono cinque, dell'undicesima quando sono dieci, patrioti dell'indomani, patrioti alla conquista del 48, austriacanti per il 1910. Era il furore nel cielo, nell'aria. Il Corriere era d'accordo col Secolo, il Secolo d'accordo con la Sera, io ero d'accordo coi miei amici, i miei amici erano d'accordo con me, tutti eravamo avvelenati. Egli ci dava noia. Noi non ne vogliamo di questi ingegni: io sono applaudito, ma se parla lui, non mi applaudisce più nessuno. C'è bisogno del grigio, dell'incomposto, del lento. Egli è accusato da solo, prevenuto da solo, trascinato da solo, e deve rispondere in Italia di un libro francese, di cui la traduzione non sappiamo se sia fedele. E questo in Italia, perchè il senso della giustizia non è esatto.
Ma io devo leggere ancora, non più allo scopo di dimostrarvi la bellezza, ma allo scopo di rispondere ad altri: «Era necessario?» Già tutta l'arringa del Pubblico Ministero è stata questa: Era necessario?
Il resto, lo lascerò distruggere dalla sapienza del dire dei miei colleghi e maestri, lascerò che domandino al Tribunale, per esempio, cosa vuol dire il lucro, perchè io credevo che ci fosse solo una cosa indistruttibile: il dogma, il pontefice, l'infallibilità e la santissima trinità. E il dogma non si discute. Ma il lucro intangibile, il lucro dogmatico? Ma come! Vi portiamo dei testimoni i quali dicono: Egli non solo non guadagna, ma spende: questa è la dissipazione della sua vita, ma anche del suo denaro. Ma invece no, il lucro c'è, dal momento che lo ha supposto il Pubblico Ministero. «Io sono indulgente—egli dice—me ne appello a tutti: ho sempre domandato l'assoluzione tutte le volte che non ero in udienza: domani io faccio credito, oggi voglio la condanna: quattro mesi di reclusione e il libro rovinato».
Ah, no! Dategli 12 mesi di reclusione, ma non rovinate il libro. Io credo di conoscere l'animo del mio amico: non gliene importa niente della condanna, purchè la sua opera sia salva. (Applausi fragorosi).
Ma continuiamo a leggere per dimostrare che non c'è oltraggio al pudore…
«Era necessario?»
Prendo un'altra pagina. (Non c'è nessuna parte genitale; è Mafarka che va sotto la tenda del re nemico vestito da mendicante):
«La geometria irritata e forcuta di quella tenda regale frastagliava il turchino incandescente del cielo, e i panneggiamenti color marrone, sovraccarichi di conterie verdastre e gonfiati dal vento del deserto, somigliavano, in certi momenti, a vecchie carene coperte d'alghe e di muschi. Sulla soglia stava ritto un negro colossale, completamente nudo, dalla testa massiccia ai larghi piedi. La sua folta capigliatura faceva fluttuare con grazia tutto un giardino multicolore di penne di struzzo e di pavone, ed egli aveva, nello sguardo e negli atteggiamenti, un'aria di eleganza disinvolta, ad un tempo aristocratica e zingaresca, che seduceva immediatamente. Nei lobi delle sue orecchie, erano inseriti due dischetti di legno odoroso. Era costui Brafane-el-Kibir, il capo supremo, che sorvegliava in persona il lavoro di una ventina di soldati seduti in terra e intenti a spalmare di veleni gialli i ferri delle lancie».
È bellissimo, ma non continuo. Credo di avere sottolineato abbastanza questo bisogno di insistenza, questa compiacenza del minuto, questo strazio di rappresentazione esatta, minuta, che qualche volta esaspera l'immagine, che l'insegue perfino e la soffoca talvolta nei particolari. Perchè Benedetto Croce, parlando di Gabriele d'Annunzio, il più grande dilettante di incesti che ci sia in Italia senza sequestri della procura di Milano, di d'Annunzio il quale ha scritto un libro di esaltazione al volo, ma passando attraverso la contaminazione dei fanciulli e delle fanciulle, ha detto, senza sequestro del procuratore del re di Milano, ha detto: Due sono le grandi categorie dei letterati: letterati sintetici e letterati analitici. I letterati sintetici dànno una sola parola per ogni immagine e per ogni sentimento, Dante il più grande: «Quel giorno più non vi leggemmo avante». Mettete qualunque letterato, anche l'immenso Shakespeare, davanti ad un'ora d'amore, ad un bacio di due cognati adulteri e incestuosi, sentirà il bisogno di dirvelo, questo bacio: Dante sosta. Prendete d'Annunzio e troverete la compiacenza perfettamente contraria. Egli deve parlarvi di un bambino che muore? Ebbene: si ferma ad enumerare le piaghe, le rughe, a descrivere gli occhi, la bava: c'è in lui un grande dilettante estetico, un sensibile dell'immagine, e questo piacere rallenta l'ispirazione poetica, ma è la grandezza come la condanna del suo spirito.
Orbene: se vi leggessi non le venti righe apparentemente oscene, con le quali si domanda la condanna di Marinetti, ma le duecento, trecento e più pagine con cui si può, si deve assolutamente domandare l'assoluzione, voi sentireste come questo piacere della complicazione, dell'insistenza, questo piacere, come lo aveva un altro, Alfonso Daudet, che guardava tutto da vicino, come lo ha un altro, Giovanni Pascoli, che sente il giardino, il fiorellino, il canterino, il rosmarino, il frin-frino, finchè si fa cogliere dal Guerin Meschino… ebbene: se vi dicessi tutto questo, voi sentireste che non è la compiacenza isolata, non è il vizio, non è il desiderio di complicare l'immagine lussuriosa proprio quando si capita all'immagine lussuriosa, ma è l'evidenza pittorica, è la complicazione dello spirito, è il delirio ispirato, è la sua natura d'artista. Condannate un uomo, ammazzatelo, fate quello che vi piace, tornate alla pena di morte, ma non è lecito diminuirlo: è lecito uccidere ma non diffamare, neppure sotto la toga del magistrato. (Bene!).
E allora dovrei leggere dell'altro. Ma lei, Pubblico Ministero, vive a Milano. Ma insomma, lei dice, questo libro offende la morale corrente. Ma essa corre tanto, che non so dove sia; io non l'ho mai raggiunta. Ma se a porte chiuse lei, che è una simpatica e degna persona, in un certo momento ha sentito il bisogno di fare omaggio alla morale corrente raccontandoci l'episodio di quel professore, che domandava se un certo gesto era riflesso o volontario!…
Era necessario? Aveva bisogno di dirlo?
Lei stesso ci ha detto che le domestiche non sono facili. Ma l'abbiamo sulle labbra, nelle mani, negli occhi, l'istinto. Ma come: l'Italia ha una morale corrente che lei ha acchiappato? Ha una morale di castità? Ma lei li conosce, i casti in Italia? I vecchi, si sa, sono onesti, e io ho un grande rispetto per gli uomini di settant'anni, quando non vogliono ammazzare i giovani di trenta. Ma la morale corrente in che modo si offende? Io dovrei leggere, ma richiamo il Tribunale alle pagine 216, 170, 288, 228, 271… Lo richiamo al grande dolore dell'eroe Mafarka quando è ferito presso di lui il fratello Magamal: il fratello che ama il fratello. Ma ad ogni modo potrebbe essere la morale corrente (mettiti adagio chè ti voglio raggiungere), perchè non c'è fratello che non odî il fratello, come giornalista che non odî il giornalista, come avvocato che non odî l'avvocato.
Io lo richiamo al viaggio agli Ipogei, quando alla madre egli dice: Madre, tu l'hai cullato tanto fra le tue braccia, tu hai pianto tanto, madre, e te lo restituisco cadavere.—Io vorrei ricordare quanto la madre risponde: Ho pregato tanto nel silenzio della tomba, per vederti, Mafarka! Tu sei ritornato, figlio mio, figlio mio nutrito col latte del mio seno!—C'è offesa! c'è il seno, si figuri e c'è anche il latte! Orbene; io vorrei ricordare questo, quando dice al popolo: Perchè vuoi soffrire, perchè hai bisogno dell'eterna dominazione? Vattene in libertà e canta te stesso e canta la gloria della vita: non c'è più bisogno di tiranni, lasciami al mio sogno. E vi vorrei richiamare la pagina in cui parla a Gazurmah: «Figlio mio, ti do tutta la mia vita, prima che sia infralita, prima che il fracidume dell'egoismo sia penetrato nelle mie vene torbide. Sono ancora giovane, sono ancora amante, sono ancora generoso, sono altruista. Gazurmah, figlio mio, sgozzami e potrò provare la santità della paternità nel dare la vita per il figlio.»
Questa è morale corrente. Ma lei no: lei va al Manzoni a vedere Angelo Custode, ad ammirare gli stupri sulla scena; occhi ardenti, membra che palpitano di desiderio e l'uomo che balza, afferra la donna, la mette a letto, la bacia, ed ella che morde il fazzoletto e continua: «uh! uh!… mi avete baciata!» C'è perfino sua moglie che sta attenta se succede qualche cosa. E le signorine: «Dio mio, chi sa come sarà quel bacio!» E non c'è bisogno di saper leggere, perchè lo spettacolo drammatico vale anche per gli analfabeti, e non c'è bisogno di pagare, perchè il teatro Manzoni, anche senza la repubblica, è pieno di Portoghesi, e non c'è bisogno di una popolazione morale: si entra e si esce come si vuole. Ma l'Angelo Custode c'è, almeno nel titolo. (Ilarità. Bravo!)
E allora vado all'Olimpia: cocottes, cortigiane, giovinotti… c'è l'amore dell'arte. E poi: ssst, sst, che vogliamo sentire: e si alza il sipario. Il Biglietto d'Alloggio. Che cosa è? È una casa di tolleranza. Ci sono donnine che hanno tuniche sciolte, fanno scherzi, una offre un poncino in cui c'è un errore ortografico che nessuno capisce. E non basta, signori del Tribunale, perchè c'è un uomo fra gli altri, un uomo tutto sbarbato: il comico (io lo so perchè sono un po' drammatico), il comico che deve fare questa parte è obbligato ad essere sbarbato, a camminare ondeggiante e a mettersi molte mutande per avere quelle tali natiche che lei ci ha concesse, molto rotonde, e per offrirsi, e per muoversi: e si paga un franco quando si paga un franco, ma se si è soci del Filologico, per l'aiuto della cultura italiana si pagano soltanto 75 centesimi. Ma non è soltanto il Biglietto d'Alloggio, signori del Tribunale: vi è anche l'Albergo del Libero Scambio e la Dame de chez Maxim e perfino le Pillole d'Ercole di cui vi auguro di non aver mai bisogno… E c'è il Bosco Sacro, dove la bellissima Borelli sviene tutte le volte che vede un uomo nuovo, e quando sviene vuol dire che ha voglia di volargli fra le braccia. E siccome c'è il busto di Voltaire che la guarda e par che le sorrida, perchè il sorriso è il fondo estetico dell'anima volterriana, dice: «Ah, tu sorridi, Voltaire, perchè io casco quando arrivano gli uomini: ma tu non sei che un busto; se tu fossi quello che comincia dopo la cintola, non sorrideresti più!»
Signori del Tribunale, questa è la morale corrente: sono le novellette dei miei amici redattori giudiziarî… Vi ricordate di quel signor Colombini che è stato assolto, di quella signora che aveva sentito cantare sette volte il gallo e che ha intentato un processo di diffamazione e ha dovuto pagare le spese…
Le signore ridevano e il Corriere della Sera e il Secolo
riproducevano, e la mia bambina mi domandava col giornale fra le mani:
«Papà, cosa vuol dire: cantare sette volte il gallo?» E io ho detto:
«Aspetta: non è ancora la tua età.»
Morale corrente, morale passata, morale eterna, morale classica, morale pagana, morale cristiana! Le chiese incrostate da mostri osceni, San Marco che è tutto un'offerta all'amore, il nostro bel Duomo di Milano, il quale fra breve avrà un gabinetto di decenza ai piedi, per pregare la Madonnina d'oro, che ha l'esaltazione di Sodoma e la rappresentazione precisa di ciò che è Sodoma, e la Bibbia con la rappresentazione continua dei sessi. Ma lo vada a dire a San Gerolamo, ai Santi Padri: «Era necessario?» E Shakespeare? E Ariosto? Era necessario? «Fra le gambe di Fiammetta che supina giaceva» e «La baciò stretta e sotto lei tutta notte si giacque»… E non posso dire il resto perchè se no commetterei io l'oltraggio al pudore, e non il letterato Marinetti.
Lei dice: «Morale corrente! Oggi è diverso, oggi non si stampano più certe cose! Forse a teatro….» A teatro non si colpiscono: perchè? Soprattutto perchè gli autori francesi, i comici italiani, il presidente della società degli autori cav. Marco Praga, Re Riccardi importatore, quello che fa le scene, Rovescalli, Caramba che fa i costumi, Suvini e Zerboni che sono i medici di Milano, che governano il buon gusto d'Italia, e il pubblico che ha bisogno di divertirsi, e noi che se dovessimo fare la critica alle commedie per bene moriremmo o daremmo le dimissioni, sono tutta gente interessata per danaro o per curiosità. Ma Marinetti è solo. Neanche il tipografo! Solo! Neanche il libro francese: quello italiano! E la Francia ha una morale, noi ne abbiamo un'altra, signor Valenzano, e lei l'ha vista correre, e questa morale che corre deve prendere quest'uomo che sta fermo! E allora la morale corrente manca nel libro. Io potevo portarvi la nuovissima edizione donatami da un amico, perchè io sono povero e non compero libri, della traduzione di Aristofane fatta dal Romagnoli, e leggervi quella Lisistrata, dove ci sono quegli spartani che parlano in romanesco e dicono: «Stamo attenti, perchè se ce vedono co sti manganelli, ce pijano pe' delle statue, pe' monumenti.» (Ilarità—Applausi),
Ma rispettiamo Aristofane! E allora prendo questo: Afrodite, di Pierre Louys, traduzione italiana: Milano, Casa Editrice Baldini e Castoldi: la casa che pubblica le opere di Fogazzaro, di quello scrittore che fa il giro del mondo intorno ai brevi genitali femminili senza cascarci mai, che fa l'esaltazione dell'anticamera dell'amore, con una bella lascivia cattolica, ipocrita, gesuitica, balorda, nella quale c'è tutto il vizio possibile e immaginabile, ma non si può afferrare. È un vecchio che ha la moglie giovane e una vecchia che ha il marito giovane. Però è casto. (Bene! Bene! Abbasso Fogazzaro! Applausi prolungati).
Ma qui, ripeto, abbiamo Afrodite; pagina 12. Si prepari a rabbrividere signor rappresentante del P. M. Ma questo non è stato sequestrato, perciò non c'è oltraggio al pudore:
«I tuoi occhi sono come gigli d'acqua azzurri senza stelo…», ecc.
Signori del Tribunale, e non ho letto tutto, potrei leggere a pagina 115 almeno: «O dolci mani, reni profonde, torsi rotondi…», ecc.
E poi c'è anche di peggio. Leggo a pagina 176: «Quel bacio non finirà più. Sembra che vi sia….»
Ora io domando: Ma forse lei avrà ancora un piccolo dubbio. Infatti, non le ho ancora letto quella tal parola… Ecco qua: pagina 204 di un libro del grande poeta Gian Pietro Lucini pubblicato a Milano nel 1909, regnando Vittorio Emanuele III, essendo Procuratore del Re quello che era, essendoci la moralità che corre come oggi. Ecco: ed anche questo, Signori del Tribunale, è pubblicato e non è stato sequestrato: dunque si può leggere.
Sono le prostitute che parlano:
Sgroppiam le terga cavalline e seriche che fremitano al pungolo. Sorelle, al giuoco alterno galoppasi a battuta. Stirinsi i muscoli ai balzi lussuriosi. Danza de' fianchi, protendiamo il ventre: assorba l'ingordigia de' fumanti amori. Vibrin le coscie, ansino i fianchi, e il corpo s'inrugiadi di sudore: contraggansi le natiche; la vulva inghiotte! La bocca sformata e bavosa mugula tronche voci: al bel festino, Noi dispensiere, ciascun uomo si serve di ruggiti, non di parole—più.
E potrei leggere infinitamente, continuamente: libri che si stampano ogni giorno, traduzioni, testi originali di cui tutta la nostra Italia è piena. Fate una nuova legge se la legge vecchia non basta: fate una nuova moralità se la moralità che corre non si ferma. Ma non venite ad aggredire all'angolo della strada un uomo che non ha che l'usbergo di sentirsi puro.
«Era necessario?» Già, quando si è procuratori del Re, per un libro, si trova che per quel libro è necessario quello che non è necessario per un altro.
In qualche libro, per esempio, vi è un passo che può essere pornografico e più piace al P. M. inquantochè non è giustificato da un intento falso o non falso, ma che è anzi esasperato da una prefazione che è l'apologia della sensualità. Eppure questo libro si stampa e si vende perchè non c'è di mezzo il futurismo, perchè non c'è di mezzo un giovane ricco, dei comizi tumultuosi, perchè non è venuto l'irredentismo, perchè non c'è a un certo momento la foglia di un grande oratore veneto diventato presidente del Consiglio, perchè non abbiamo i barbari alle porte, perchè non abbiamo le case invase da una sorpresa nuova, da una nuova immoralità.
La verità, o Signori, come la sento debolissimamente, (e voglio accostarmi al fine, per lasciar parlare chi parla molto meglio di me) è forse questa: la sensualità è al fondo della vita ed al fondo perciò delle lettere: ma vi è una letteratura che questa sensualità canta con giocondità, una letteratura della sensualità sana, tranquilla, la sensualità di Ser Giovanni Boccaccio quando mette una bella figliuola in un orto in una notte di primavera per sentir cantare l'usignolo, e poi la madre al mattino la scopre in braccio ad un uomo con le mani dove il tacere è bello, e la madre dice al marito: «Vieni a vedere: ancora ha preso l'usignolo e tienlosi in mano». Sensualità grassa, licenziosa, ma che non conturba.
Ce n'è un'altra che tormenta la sensualità e la raffina, e le va in fondo, e dà un senso estetico, ed è quella dell'Afrodite di Pierre Louys. Ce n'è un'altra infine che insegue la sensualità come per schiacciarla, che la raffina ma per schiaffeggiarla meglio, che vuol conoscerla tutta per poterla tutta vincere.
Voi ricorderete, Signori del Tribunale, quella che è la leggenda di Rinaldo, che narra nel suo latino medioevale che un legnaiuolo era sorpreso da un rumore e si svegliava e vedeva una donna fuggire ignuda e un cavaliere a cavallo seguirla con la spada sguainata, raggiungerla, trafiggerla, gettarla in un rogo, e poi così ischeletrita metterla in groppa al suo nero cavallo, portandola seco in furia di vittoria con dolore e trionfo. Al legnaiuolo turbato da questa strana visione, il conte di Novac che lo amava e pel quale lavorava, gli chiese se qualcuno gli facesse ingiustizia. No, rispose il legnaiuolo; no, mio sire, alcuno non mi fa ingiustizia, ma la notte sono tormentato da una spaventosa apparizione che non so se sia visione o realtà. E allora il conte veglia col legnaiuolo: torna il cavaliere, torna la dama, e allora il conte gli domanda: «Cavaliere, t'ho conosciuto; tu fosti alla mia corte. Perchè strazi quella donna?». «Perchè costei era moglie di un altro uomo e fu invece la mia amante, perchè così ci castiga il buon Dio di lassù, ed io che l'ho tanto amata in vita debbo darle strazio in morte e ogni notte la uccido e ogni notte la riabbraccio e ogni notte la detesto, e ogni notte l'amo di nuovo».
Questa novella è riportata dal Passavanti per dire che il diavolo talvolta assume la forma di animale. Questa novella è riportata per dire che il purgatorio si sconta talvolta sulla terra. Questa novella è ricordata dal Boccaccio, questa novella è in fondo a tutte le visioni, a tutti i tormenti, è in fondo alla Francesca da Rimini di Gabriele d'Annunzio, nell'ultimo atto dove la donna incestuosa, adultera ha avuto il sogno non del cavaliere ma dei cani latranti, è al fondo del Trionfo della Morte dove l'amante deve uccidere; è al fondo del Piacere di Gabriele d'Annunzio dove tutto ciò che ci può essere di osceno è detto, ma per portare alla espiazione; è al fondo del Fuoco di Gabriele d'Annunzio dove una divina attrice è denudata per la vanità di un grande poeta, ma in fondo v'è un senso ancora di tragedia e di espiazione; è in fondo al Forse che sì forse che no e di tutti i romanzi. È nei romanzi di Emilio Zola, nella Voluttà e in Nanà; è nei romanzi di Flaubert; è in quella Madame Bovary che ha trovato in Francia un imbecille che voleva condannarla, ma ha trovato una posterità che ha detto che quei magistrati nulla comprendevano. È in fondo a dei versi lussuriosi, e qualche volta a dei versi che volevano essere casti e c'è anche in Antonio Fogazzaro per il quale poco fa ho avuto parole che potevano sembrare poco rispettose.
Ma noi sentiamo il desiderio della dominazione, dell'arte, della politica; vorremmo avere una vita multinoma, correre per le strade, non essere fermati dalle femmine negli angiporti, non dover salire certe scale, non sentir morire la nostra vita sotto delle bocche sapienti, e ci ribelliamo, e ci ritorniamo.
Mafarka è strano, ed è per questo che queste immagini si alternano: immagini di vittoria e di amore, di desiderio di castità e di bisogno di lussuria, di dedizione e di ribellione: questa dialettica che rende tragico questo poema, questo lirico poema, questa dialettica per cui si comprende che l'animo del Marinetti era in esaltazione di ispirazione quando scriveva.
Leggete le ultime settanta pagine, quando si incendia il bosco per opera dell'eroe Mafarka, quando egli sradica trecento piante fortissime dalla foresta per darle alle fiamme. Non sembra più nemmeno un eroe, sembra quasi Orlando innamorato che è diventato Orlando pazzo; ha la forza di una iperbole, ha la forza di un'ubbriachezza; in fondo è un delirio, è un simbolo. L'arsione delle piante è una sfida al vento. È la gioia dell'uragano che balza verde e livido fra gli scogli della notte, la gioia di questo Gazurmah, l'aeroplano che è uomo, l'eroe che è un simbolo, il figlio che è nato dalla monogenesi. Oh! il gran sogno di fendere l'azzurro, di correre sopra gli uomini, di dimenticare le basse contese, le contumelie, le invidie, i rancori, di affermare la dignità della razza, la bellezza dell'umanità, di scorgere le stelle da vicino, di insultare perfino il sole perchè è troppo vecchio e troppo freddo! È un'esaltazione di vita, è un divino delirio. Non fate come il cardinale che all'Ariosto diceva: «Dove le ha prese tutte queste corbellerie?», non fate come il magistrato accusatore di Flaubert che ha detto: «Dove ha preso queste immoralità?» Fate come il cittadino italiano, il cittadino coraggioso sotto la toga, coraggioso se avvocato, coraggioso se letterato, coraggioso se magistrato, che non sente soffiare d'intorno il vento della moda passeggera: oggi siamo più morali, ieri meno morali, oggi vogliamo il carcere, ieri non lo volevamo, ieri applaudivamo alla Mandragora, oggi uccideremmo il Macchiavelli. Ma facciamo di questo un unico diritto e un'unica equità! E salutiamo questo giovane poeta e diciamogli: «Forse al tuo animo manca una nota: la pietà definitiva; forse alla tua virtù di futurista manca una sola visione, la pace del futuro: tu sei probabilmente esaltato, fanatico, tu sei il sublime ossesso della tua nuova religione. Ma non si condanna un sacerdote davanti all'altare, non si condanna il poeta davanti al suo poema, non si assassina il gentiluomo che dona il suo grande ingegno, la sua giovinezza e il suo denaro per la gloria della letteratura italiana.» (Bene! Bene! Lunghissima ovazione. Il poeta Marinetti si alza e abbraccia l'oratore).
Arringa dell'On. Salvatore Barzilai
Signori del Tribunale!
Quando stamane il mio amico Innocenzo Cappa vi disse nell'esordio del suo meraviglioso discorso che egli non era un avvocato, il pubblico ha ammirato la sua modestia; quando io esordendo dico oggi che non sono un letterato, il pubblico non ha che da constatare la mia sincerità. Egli è letterato, è giurista e certo egli ha saputo sposare nel suo discorso le ragioni dell'arte alle ragioni del diritto, così da esporvi la causa per tal modo, signori giudici, che se non fosse l'obbligo—in questo caso obbligo gradito—dell'ufficio, avremmo potuto noi rinunziare alla parola.
Ma i letterati sono anche ingenui qualche volta, e il mio amico Innocenzo Cappa forse non previde tutte le eccezioni che alle sue riesumazioni e ai suoi confronti potrebbe opporre e opporrà nella sua coscienza e nella sua mente sagace il Pubblico Ministero. Il Pubblico Ministero può opporre eccezioni di prescrizione, eccezioni di giurisdizione, eccezioni di incompetenza. Tu hai alluso ai tempi antichi, ai tempi di Babilonia, quando le prostitute erano adorate nei templi, o a quell'Oriente ove il Fallo si portava in processione. Tempi andati, tempi antichi, altri costumi, altre mentalità, altre coscienze. Tu hai citato gli spettacoli teatrali: tu sei critico d'arte, io lo fui venticinque anni or sono, e ho conservato anch'io l'abitudine di andare a teatro.
Sono stato anch'io in questi giorni all'Olimpia e so perfettamente che oltre ai lavori che tu hai raccontati ve ne furono rappresentati in questa settimana degli altri, come per esempio lo Chopin, ove sono illustrati i rapporti che corrono fra certe melodie e… la virilità. E io sono stato anche ieri sera, per esempio, al Trianon, e al Trianon—mi ricorderò sempre, signori del Tribunale, di parlare a porte aperte—c'era una signora la quale era vestita, diremo così, con un tal costume che rappresentava combinate la toilette di una gran dama in una serata di gala con quella di una ballerina nelle serate ordinarie… Orbene: in quelle condizioni di abbigliamento quella signora si contorceva spasmodicamente in una danza che si diceva essere una danza giavanese (costumi d'altri tempi e di altri paesi) e il pubblico non rideva come voi ridevate alla lettura dei brani incriminati del romanzo di F. T. Marinetti, ma guardava intento e pensoso. E quel pubblico in cui era non soltanto gente della borghesia di Milano, ma anche gente che all'abbigliamento pareva venuta dai dintorni forse per questi giorni di corse, si beava alla vista di questo spettacolo. (Bene! Applausi).
Ma, egregio amico Cappa, il Pubblico Ministero ci può rispondere: i teatri e i café chantants non sono sotto la mia giurisdizione, ma sotto quella del prefetto (art. 40 della legge di P. S.) e io non c'entro. Non c'è quindi contraddizione. Il prefetto non ha creduto di proibire e forse il prefetto si è ricordato che quando l'art. 40 fu discusso alla Camera, insorsero uomini che non appartenevano alle falangi estreme a dire: sono arcaismi, residui dei tempi passati, il miglior giudice dello spettacolo sarà il pubblico, sarà il padre di famiglia se ha delle tenere giovanette da preservare dai pericolosi contatti. Ma l'amico Cappa ha portato dei ricordi storici anche: ha parlato di monumenti, della basilica di S. Marco, ha anche pensato forse al David di Michelangelo, perchè verte in questo momento una questione, se debbasi elevare un paravento botanico per chiudere agli occhi del pubblico le sue nudità. Ma il Pubblico Ministero anche a questo riguardo vi dice: io non ci posso far niente: la competenza è del ministero della Pubblica Istruzione. E continuando Cappa ha portato dei libri che non furono nè stampati nè pubblicati a Milano; ma cosa c'entra il procuratore generale presso la Corte d'Appello di Milano col modo nel quale interpreta la legge per esempio il suo collega della Corte d'Appello di Firenze? Ma anche a Milano, dice l'amico Cappa, si permettono certe cose più gravi di questa innocente che è stata processata. E invero io sono entrato in questi giorni qualche volta in taluni negozi librarî che veramente esercitano il loro ufficio sotto la giurisdizione della R. Procura di Milano e mettono in vendita libri che sono stampati a Milano. Per esempio, sono entrato in una libreria che sta vicino a via S. Margherita e che ha un insegna dove si dice: «Libreria scolastica educativa». L'insegna parla chiaro. E nella libreria scolastica educativa ho comperato «L'igiene dell'amore» di Paolo Mantegazza che fu rimesso in luce in questi giorni per la, non dirò prematura, ma sempre rimpianta morte del suo autore. Il Pubblico Ministero accenna di sì: «L'igiene dell'amore» di Mantegazza è un libro di studio, un libro destinato a mettere la gioventù in guardia contro i pericoli di certi eccessi. È verissimo, sì: leggiamo un po' se vi piace soltanto l'indice di questo libro, nel quale si spiegano quali siano i primi crepuscoli dell'amore della donna, quale sia la misura lecita e quella vietata della voluttà, quali gli afrodisiaci, dei quali però… non bisogna usare, naturalmente; e parla poi delle debolezze dell'amore, delle ipocrisie genitali, e si descrivono lucidamente tutti i pervertimenti dell'amore, tutti gli artifici della lascivia per concludere che tutto questo non va bene e non si deve fare. E si parla poi dei veleni dell'amore, e si parla dell'igiene coniugale e si fa una statistica della attitudine amatoria dei principali eroi dell'umanità, da Carlo V a Caterina di Russia, e si descrivono quanti erano gli amplessi e come questi amplessi si manifestavano. Dice bene il Pubblico Ministero: i diritti della scienza non possono essere violati. La scienza va alla conquista del vero, come noi diciamo, l'arte va alla conquista del bello, e non è possibile per un inconveniente di questa natura proibire i libri di questo genere. E allora io sono entrato in un'altra libreria, nella libreria Ulrico Hoepli, che pubblica e vende libri scolastici. Ho trovato che proprio ieri l'altro da Firenze è arrivata la splendida edizione della giornata terza del Decamerone, di Messer Giovanni Boccaccio. Ah, se si tratta onorevole rappresentante della legge, della storia dell'arte e della letteratura, se negli scaffali polverosi della biblioteca i libri di Messer Giovanni Boccaccio si possono gelosamente conservare, io domando: è lecito, è possibile che questi libri siano non solo ristampati, ma ornati di splendide illustrazioni che Messer Boccaccio non aveva messo nei suoi libri, nelle quali non solo si narra «come Masetto si fa mutolo e diviene ortolano nel monastero, le donne del quale concorrono tutte a giacere con lui», ma si mette il ritratto del monaco, il ritratto del marito, il ritratto dell'amante e delle converse. Tutta questa è sì storia antica, ma evidentemente rinfrescata e illuminata da un soffio di arte moderna.