Title: Le rive della Bormida nel 1794
Author: Giuseppe Cesare Abba
Release date: May 12, 2007 [eBook #21425]
Language: Italian
Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/21425
Credits: Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by Biblioteca Nazionale Braidense - Milano)
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[Copertina]
TIPOGRAFIA E. CIVELLI e C.
Via Silvio Pellico, N. 8
1875
[Occhiello]
[Frontespizio]
1875
[Verso]
«L'autore dichiara riservati a sè tutti i diritti accordati dalle vigenti leggi sulla proprietà letteraria.»
Chi si parte dalla marina del Finale, e su pel fianco dell'Appennino va verso le Langhe, si arresta trafelando ogni tratto a ripigliar lena, e a vedere quanta sarà ancora la salita, e quanto s'è scostato da quella spiaggia, diversa giù giù per foci di torrenti, per iscogliere tagliate a filo, per promontori neri, dirupati, somiglianti a mostri, che si inoltrano cimentosi nei flutti. Ma guadagnata che abbia la vetta del Settepani, sente l'affanno della via ripida e lunga, quetarsi in una vista maravigliosa. La catena dell'Alpi è di lassù un'occhiata infinita; e se vi si arriva all'apparire del sole, tutta la distesa di picchi, di coni, di aguglie, gli pare un mondo di cose vive e moventi. Si vorrebbe aver l'ali per lanciarsi su qualcuno di quei culmini, così alti nel cielo; e si abbassa di malavoglia lo sguardo, a cercare la via, giù per i gioghi avvolti ancora nell'ombra, lì sotto: dove per un lungo digradarsi di monti, si confondono villaggi, selve, burroni spaventosi; qua Montenotte, là Cosseria, castella e torri feudali per tutto; più lontana e più bella d'ogni altra quella di Vengore, che nera e solitaria si spicca su un altipiano, oltre il quale la nebulosa pianura.
Giù per le selve fumano le carboniere da mille siti. Le donne, colle ceste del mangiare in capo, s'affrettano verso quelle, pei dirotti sentieri; e ti guardano fantasticando sull'esser tuo: gli uomini, a mo' di brusco saluto, ti dicono «animo,» o «allegri!» quasi lassù non potesse passare chi non è lieto o animoso. Non ti paia d'essere capitato fra gente mezza barbara; chè se tu chiederai loro qualche servigio ti saranno cortesi, e interrogati ti additteranno i ripari di pietre ferrigne, fatti dagli Alemanni, superati dai Francesi; e i tumuli erbosi sotto i quali giacciono i morti di quelle genti; gloriandosi di non averli turbati mai. Se l'ora sarà del riposo, e sederai con loro, ti narreranno leggende antiche come quella di Adelasia ed Aleramo; o forse qualche storia della sorta di questa mia, seguita in luoghi che si vedono di lassù; quando i repubblicani Francesi, calarono in Val di Bormida, a piantar alberi di libertà, e a ballare la carmagnola pei sagrati e sin nelle chiese.
Uno dei borghi di quella vallata, in cui per amenità di postura e pel genio allegro degli abitanti, facesse di quei tempi più bello stare, era quello di D…. bagnato dalle acque della Bormida, che ivi scorre con curve leggiadre, all'ombra d'alti pioppi e passa sotto le volte d'un ponte angusto, gettato sopra di esse a guisa d'un patto, stretto cautamente fra quel popolo, in età di poca concordia. Dico così perchè D…. se ne sta diviso in tre vichi; dei quali due giacciono in riva all'acque, di maniera che uno d'essi pare lì per tuffarsi; mentre il terzo li soggioga dalla vetta d'un colle ronchioso e popolato di cerri. La via onde si arriva su questo, serpeggia con repentine svolte per l'erta; e sebbene non tutta a petto, è di molta fatica a salirla. Ma come uno è sulla cima si sente rinato. Piace il sito della chiesa e il campanile che si leva più alto parecchie braccia, con una cupoletta, che miracolo se il vento non se la porta via: piacciono il presbiterio e l'orto; e invoglierebbero ogni uomo d'essere prete, per vivere lassù da curato. Alcune case che fanno corona alla chiesa, quantunque belle pongono anch'esse in cuore un funebre senso. Le ragnatele pendono dai balconi le cui imposte cascano sfasciate; e mentre si direbbe che questa o quella delle tante porte sia lì per aprirsi, dura sempre una quiete altissima, interrotta solo dalle ventate che empiono di suoni cupi le sale deserte. Lassù, nè la state nè il verno, mai che si vegga un comignolo a fumare, e se i nostri fossero altri tempi, a udire l'ore battute dall'orologio di quel campanile, si farebbe credere chi sa quale storia maravigliosa alla gente semplice del contado. Ma ognuno sa che il sagrestano della nuova chiesa parrocchiale, sorta da pochi anni in luogo più basso e più comodo agli abitanti del piano; sale ogni giorno il colle a caricare quel vecchio arnese; e il suo è il solo passo che rompa il silenzio dell'antica parrocchia, sempre vuota come le case che ha intorno. Non più messe grandi nè vespri cantati; non più conviti nè festini; l'ultimo dei pievani dorme da oltre mezzo secolo nel sepolcro dietro l'altare; e delle allegre donne e degli uomini buontemponi vissuti lassù, rimane appena il ricordo nella mente vagellante di qualche vecchio ottuagenario.
Questo gruppo di case per essere stato sede dei feudatari della terra si chiamava il castello; e gli abitanti venuti dopo costoro, padroni della parte più vasta e ubertosa del paese, erano tutti signori. Nei vichi a piè del colle, le famiglie agiate e le case di bell'aspetto erano poche; ma in quello della riva sinistra del torrente se ne vedeva una, notevole per la grandezza, e più alta di tutto un piano sul vicinato, quasi tutto catapecchie. Mostravano di qual sorta di gente fosse, il piazzale, l'atrio, il giardino che le fioriva da un lato; e più di tutto le finestre ampie e chiuse di vetriate, le quali sebbene fatte a riquadri strettissimi, costavano di quei tempi molto danaro.
A qualcuna di quelle finestre appariva talvolta una donna, cui si leggeva in faccia lo sconsolato pensiero di trovar quella casa troppo vasta per la sua poca famiglia; e i popolani della via la salutavano con rispettosa dimestichezza. Essi la chiamavano la vedova, e i ricchi la signora Maddalena. Aveva cinquant'anni, e mostrava la sessantina, sebbene i suoi capelli fossero ancora neri, e le pendessero dalle tempia due riccioloni, che nella sua giovinezza dovevano essere stati una leggiadria. Ma le guancie attenuate, alcune rughe della fronte, il pallore delle labbra, e più di tutto il portamento della persona scemata; le davano quelle apparenze che fanno pensare al sepolcro. Essa non era nata a D…… ma dall'altra vallata della Bormida, come da terra straniera, ve l'aveva condotta sposa giovanissima il padrone di quella casa; col quale erano vissuti sempre d'un animo e d'un cuore; e morendo la lasciava con un figliuolo che nel 1794 aveva venticinque anni. Questo giovane, venuto su bello e vigoroso, era stato avviato a modo negli studi di latinità da un buon prete del borgo di C….. grande amico del padre suo; e come si era scoperto in lui l'amore alla medicina, il maestro aveva fatto che la madre si era contentata di mandarlo allo studio di Torino. La povera signora, pur pregustando le benedizioni dei paesani, che non sarebbero più morti in mano ai chirurghi di quei tempi e di quei luoghi, castighi di Dio; al pensiero della lontananza che le pareva dell'altro mondo, a figurarsi la grande città in cui il figliuolo s'andava a smarrire, aveva tremato più che la madre d'un navigante che per la prima volta si metta in mare. Ma poi a poco a poco s'era quetata; e un anno dopo l'altro sempre aspettando le vacanze, sempre ricadendo nella malinconia al finire di queste: aveva finalmente veduto giungere l'ultimo anno, che egli sarebbe stato laggiù; forse per lei il più lungo. Tuttavia era lieta d'aver sofferto e di soffrire un altro po' di mesi, perchè ogni volta che il suo figliuolo veniva in autunno, scopriva in lui i segni d'un giovane cresciuto di pregi. E così senza avvedersene aveva mescolato al suo amore grande di madre una certa venerazione; per cui s'abbandonava sovente ad una dolce contemplazione dell'ideale che se n'era formato: e a vederla in quei raccoglimenti, uno avrebbe creduto che stesse pregando. In casa non aveva altra compagnia che d'una fantesca, la quale non sapeva bene da quanti anni fosse al mondo, ma si rammentava d'aver portato bambino il marito di lei; e perchè aveva fatto da aia anche al figliuolo, essa non usava dire di lui nè il signorino, nè il padrone, nè altro; ma lo chiamava alla buona Giuliano, come egli chiamava lei la nonna Marta. Costei era sempre stata là dentro più da padrona che da serva, e sebbene già tanto vecchia non lasciava che altri vi si ingerisse di nulla. Essa in cucina, essa per le stanze, essa a far i bucati che governava meglio d'una biancaiuola di monastero; al tempo dei ricolti, faceva l'ufficio sin di gastaldo; e sempre le avvanzava qualche ora da godersela colla signora. Questa, di solito, stava seduta in una sala terrena ampia, sfogata, fresca d'estate, scaldata d'inverno da un gran camino, dinanzi al quale si tirava una cassapanca, che il rimanente dell'anno era lasciata nell'atrio a chi vi si volesse adagiare. Il tempo che erano insieme, la signora parlava del marito morto o del figlio lontano; e Marta raccontando cose antiche di castelli, di conti, di carnevali, si studiava di tenerla allegra; guardandola amorosa e con certa reverente dimestichezza; proprio come se fosse stata una sua figliuola, maritata per la sua bellezza e virtù alla buon'anima del padrone.
La sera della seconda festa di Pasqua, dell'anno 1794, esse stavano appunto sole, in quella sala terrena aspettando Giuliano; il quale era andato a C…. a visitarvi il suo vecchio maestro: e quella era la terza gita che egli vi faceva, in una settimana, dacchè era venuto da Torino, a far la Pasqua in famiglia. Sebbene la signora si fosse maravigliata di quella frequenza, non aveva dubitato neppure un istante che suo figlio non andasse proprio per amore del vecchio prete; e tutta la giornata era stata malinconica ma tranquilla. Però in sull'annottare aveva cominciato a mostrarsi inquieta. Affacciavasi ogni tantino alla finestra, aperta dalla parte di mezzogiorno, donde si scopriva la via di C…. per cui Giuliano doveva tornare; e dopo l'avemaria vedendo ch'egli non veniva, non trovava più posto ove potesse star ferma. Andava su e giù per la sala, pigliando di sul tavolino la lucerna deponendola e ripigliandola; tornava ad affacciarsi alla finestra, come avesse voluto rischiarare lontano la campagna; tendeva l'orecchio, si spazientiva, si toglieva di là sospirando e guardando Marta. Questa se ne stava colle mani in mano, badando a non mostrare quanto fosse anch'essa scontenta dell'indugio di Giuliano. Intanto l'ora in cui si soleva cenare, era passata di molto; e una grossa e vecchia gatta, levandosi di su certa stuoia su cui stava a fare le fusa, era già corsa parecchie volte a fregarsi le schiene contro gli stinchi della fantesca. A un tratto la signora non potendo più reggere, si volse, e quasi incalzando un discorso già incominciato, disse alla vecchia:
«Oh insomma, non istate a dirmi di no…! o egli è caduto da cavallo, o ebbe qualche cattivo incontro…. Chiamate Rocco, voglio mandarglielo incontro…. ditegli che venga da me…. subito….»
Marta uscì, e dopo alcuni momenti tornò a dire, che Rocco non era ancora rivenuto, da fare la merenda in campagna colla famigliuola.
«Benedetta anche la merenda!—sclamò la signora—e dunque chi manderemo?»
«Non si potrebbe aspettare un altro poco?—disse Marta—noi si sta col cuore tra due sassi, ma a chi è fuori, massime i giovani, pare sempre di far presto….»
«Pazienza gli altri tempi….! ma ora…. con questi Alemanni che sono in volta….»
«Gli Alemanni!—proruppe Marta, quasi offesa:—per essere, le so dire che gli Alemanni rispettano i signori, e a Giuliano gli farebbero buona compagnia!
«Dio voglia….»
«Ma certo! Eppoi, se egli vedesse uno mandato ad incontrarlo come a un fanciullo, potrebbe aversene a male….»
«Allora aspettiamo!—disse la signora, e affacciandosi di nuovo alla finestra, coi gomiti appoggiati sul davanzale, si mise a guardare nella notte. Marta sedette ancora, colle mani giunte e abbandonate sulle ginocchia, colla testa chinata sul seno, come la tengono le vecchie quando pare che dormano, e in cambio stanno pregando e forse pensando ai propri peccati. Essa non pregava, ma pensava agli Alemanni, de' quali la signora Maddalena, mostrava d'avere tanta paura. Costoro erano venuti quell'anno parecchie migliaia di Lombardia, e avevano gli alloggiamenti in C…. a sostegno delle genti del Re di Sardegna: le quali fronteggiando i Francesi, sui monti di Nizza, s'erano la state innanzi condotte con grande valore al colle di Raus e a quello di Milleforche. I repubblicani non avevano trovato il verso di superare quei colli; ma fattisi più grossi nell'invernata s'andavano preparando a nuovi assalti: e quelle non se la sentendo di poter reggere, poche come erano; il Re aveva chiesto aiuti all'Imperatore d'Alemagna: il quale sebbene adagino s'era mostrato disposto a dargli un poco di spalla. Marta non sapeva queste cose a puntino, ma la venuta degli Alemanni le aveva recata gran gioia, perchè le pareva che fossero tornati i tempi della sua giovinezza; quando le Langhe essendo terre dell'impero, i popoli di quelle parti si tenevano per Alemanni anch'essi. Godeva poveretta ai cento ricordi che le nascevano dalla comparsa di quelle assise; le pareva d'essere in collo al padre suo, portata bambina a vedere le rassegne o il passaggio delle soldatesche Alemanne d'allora; si sentiva sulle guance grinzose passare la mano che le aveva carezzate quando erano fresche d'adolescenza, e vedeva d'innanzi a sè il soldato che le aveva fatto quel vezzo discorrendo coi suoi sulla soglia di casa; immagine lontana e già quasi sfumata nella sua memoria; forse anco qualche affetto rimasto in sul nascere, scuoteva nel suo cuore gli avanzi di qualche fibra; e così tra il pensiero della soldatesca imperiale antica e nuova, e quello di Giuliano che non arrivando affliggeva sua madre, la mente le ondeggiava come la fiamma della lucerna, la quale scossa lievemente dal venticello della finestra, spandeva per la sala una luce tremula e fioca, che s'addiceva in mesta maniera a quel raccoglimento ed a quel silenzio.
Fuori suonava un'allegrezza di canti, ed empievano l'aria le grida sin troppo festose delle brigate, che tornavano dalla merenda, menzionata da Marta nel parlare di Rocco. Il quale era un colono che conduceva il podere intorno alla casa della padrona; e appunto riveniva anch'egli da quella baldoria, che i popoli di quei monti escono a fare in campagna l'indomani di Pasqua. Festeggiano la primavera sui prati e nei vigneti; bevono del migliore e mangiano i resti del giorno innanzi, portati nei tovaglioli messi in bucato la settimana santa; dopo il pasto gli uomini continuano a bere, le donne a chiacchierare, i fanciulli si rincorrono, ruzzano, giuocano; e le zitelle tornano finalmente a danzare coi loro dami, dopo aver camminato ad occhi bassi tutta la quaresima, senza poter parlare con essi neppur sul sagrato.
Quei canti suonavano dunque da tutte le parti, ma la signora Maddalena, assorta come era in Giuliano, non vi badava. Questi intanto veniva o piuttosto si lasciava portare dalla sua giumenta; pensoso, raccolto, tanto che neanch'egli udiva quel chiasso festereccio; nè vedeva la via, nè forse la testa della sua cavalcatura, tra le cui orecchie pareva guardasse con occhi intenti. Parlava tra sè di quando in quando, a mezza voce; e allora la povera bestia incalzava un tratto, quasi per vedere se quelle parole toccassero alla sua andatura: poi si rimetteva tranquilla a quella che aveva mosso partendo da C. Giunta così a un certo segno, squassò forte il capo, nitrì fiutando l'aria della mangiatoia vicina; e allora soltanto scuotendosi, Giuliano s'accorse d'essere lontano dai luoghi, dov'era rimasto col pensiero e col cuore. La notte era fatta, il suo borgo nativo gli stava dinanzi, si discernevano le finestre illuminate fiocamente da dentro le case; e scoprendo le proprie, egli pensò che sua madre era là in pena ad aspettarlo. Si ricompose in sella, affrettò colle calcagna la giumenta, e sebbene agli altri suoi pensieri s'aggiungesse che gli pareva d'essere un cattivo figliuolo; pure provò un po' di quel senso, che a sera rallegra soavemente il ritorno.
Era appunto in quella che la signora Maddalena, stanca d'aspettare, stava per dire a Marta, che Giuliano fosse o non fosse per aversene a male, voleva andargli incontro essa stessa; quando le pedate della bestia si fecero udire sul ciottolato del vicolo per cui si veniva nel piazzale.
«È qui!» sclamò essa, togliendosi dalla finestra tutta mutata nel viso e sorridendo; e lesta lesta attraversò la sala seguita dalla fantesca, che la raggiunse nell'atrio recando la lucerna.
Il giovane arrivò di trotto, e smontando a piè dei gradini dell'atrio disse alla signora: «non mi sgridi….. mi perdoni…. a un'altra volta tornerò più presto…..
«Ah…. te ne avvedi anche tu? Il perdono è un bel chiederlo…. ma a quest'altra volta…. vedremo….»
Giuliano non le lasciò finire l'amorevole rimprovero, ma guardandola umilmente negli occhi, le si avvicinò come per soggiungere qualcosa. Poi non trovando la parola, tenne dietro a Rocco, il quale avendolo udito arrivare, era corso mezzo brillo a pigliare la giumenta, e l'andava a riporre.
A quel fare insolito sbigottì la signora; e già chiedeva che ne pensasse a Marta, la quale s'ingegnava di riverberare colla palma i raggi della lucerna dietro Giuliano, sicchè essa rimaneva colla faccia e colla persona nell'ombra. Ma a stornarla dalla sua domanda, s'udirono alcuni tocchi lenti e lamentosi della campana di castello, venuti a mescolarsi, come la voce d'una terza persona, alla loro malinconia. A quel suono che segna la una di notte, il popolo di quei villaggi pensa a' suoi morti, e in ogni casa s'interrompono i discorsi della veglia per recitare il deprofundis. La signora Maddalena, si segnò, e si mise a dire il salmo sublime, che ad ogni verso, ci soffia sull'anima l'aria fredda dell'abisso; e recando come un grido dell'altro mondo, ci fa levare gli occhi al cielo, in cerca d'un po' di luce, d'un po' di vita, di qualche novella dei sepolti quaggiù. Marta non sapendo le parole del salmo, che mai non aveva potuto mandare a memoria, teneva dietro coll'intenzione, a lei, guardandola nelle labbra, o picchiandosi il petto; e quando la signora mostrò d'avere finito segnandosi la seconda volta, essa disse: amen. Proprio in quel punto ricomparve Giuliano.
«Qualche cosa da dirmi l'avrà di certo»—bisbigliò la signora, e dall'atrio entrò nella sala, seguita da lui e da Marta; la quale sussurrò nell'orecchio al giovane, che per amore di sua madre, facesse viso allegro. Poi andò in cucina per dare in tavola, lasciando che essi passassero nella stanza di là dalla sala, in cui la famiglia soleva mangiare.
La signora non si era mai seduta là dentro, senza pensare al suocero ed a madonna, che essa non aveva conosciuti. E quando viveva il marito, aveva pigliato sempre un mesto diletto a farsi dire cenando la loro storia; storia che ripeteva sovente al figliuolo. Ma quella sera non pensò ai morti; e mentre Giuliano messosi a sedere, come fosse molto stanco, guardava i canestri di frutta dipinti nelle pareti, con quell'occhio che fissa e non vede: essa stendeva la tovaglia, metteva le posate e i tovaglioli, volendo e non trovando il verso d'appiccare discorso con lui, senza dargli a vedere l'ansietà che non le era cessata ancora. Al fine le venne alla mente il nome del buon prete di C……, e voltasi a Giuliano con quella dolcezza che sempre usava, sedette anch'essa e gli disse:
«Oh appunto! e che nuove mi porti di don Marco?
«Don Marco? Lo vidi da lungi e di fuga…. e mi parve triste….»
«Come da lungi e di fuga? O non hai detto stamattina che andavi a
C…. proprio per veder lui?»
«Andai…. ma…. dopo il vespro egli era fuori pei monti, ad assistere non so che moribondo….»
«Egli pei monti? Ma il parroco, i curati, gli altri preti giovani…… come fanno a lasciar che vada quel povero vecchio?»
«Oh….! essi avevano altro a fare! Oggi c'era gran pranzo dal parroco: un pranzo di preti, di frati, di soldati, di signori e signore….! mezzo il borgo faceva le feste a quegli uggiosi Alamanni che sono colà!….»
La signora diede attorno un'occhiata, quasi temesse che qualcuno fosse stato a udire lo parole di Giuliano, poi mutò come potè il discorso, e proseguì: «hai detto che è triste nevvero? povero don Marco, capisco…. noi vecchi ci sentiamo fuggire il mondo….»
«Eh!…. a vedersi tra piedi quella turba di soldati, a sentire quello strascichio di sciabole, anco a non essere vecchi c'è da diventar tristi e far peggio….! Se gli Alemanni fossero a D…. non ci starei più un'ora….!
«Giuliano!—sclamò la signora, levandosi ritta—dimmelo, che tanto l'ho già indovinato….! Tu hai questionato con qualcuno di quei soldati! Oh…. no? Me lo accerti? Voleva vedere! Pensa che qui, essi hanno in mano tutto e tutti…; credi in cuor tuo quel che ti pare, ma bada a non darmi dispiaceri, chè se non te l'ho mai detto te lo dico ora: non sono più quella d'una volta e non potrei più sopportarli….!»
Giuliano sentì dar giù improvviso quel bollore che gli si era levato in petto, e guardando fisso sua madre, come se soltanto allora s'avvedesse che la salute le veniva scemando, provò uno sgomento sì forte che rispose pronto e pacato:
«Dispiaceri da me non ne avrà mai; ma questi Alemanni venuti quassù a proteggerci e a spogliarci….. gli odio…. gli aborro, vorrei vederli tutti morti.»
La signora tacque: e Marta che essendo entrata a mettere qualcosa in sulla mensa, aveva udito le ultime parole del signorino, si morse la lingua e tornò in cucina sbalordita, come vi fosse rotolata giù da un burrone, o quelle eresie fossero state ceffoni avuti in faccia. Odiare gli Alemanni, odiarli a segno da desiderarli tutti morti, non le pareva cosa che si potesse dire da un giovine dabbene, come era sempre stato Giuliano. Capì il gran mutamento che doveva essere avvenuto in lui nello stare lungi da casa; rammentò che questo mutamento, il pievano l'aveva predetto sin dal primo giorno che egli era andato a Torino; vide confusamente il male che ne poteva seguire, e una profonda malinconia mista a certo sdegno pesò sul suo vecchio cuore. Avesse visto entrare in casa la farfalla più scura del mondo; si fosse versata e rotta l'oliera; o la gallina a lei più cara avesse cantato da gallo in sul bel punto della mezza notte: essa non se lo sarebbe recato in malaugurio, quanto quelle amare parole, che biascicò due o tre volte, pesandole colla mente e chiudendo gli occhi, come se più non osasse guardare la luce.
Intanto i padroni mangiucchiando avevano mutati i discorsi; e sebbene il giovane di tanto in tanto lasciasse cadere le domande della madre, essa dalla tema di fargli saltare in capo d'andar fuori di nuovo, taceva in pazienza. Per sapere se qualcosa gli fosse avvenuto cogli Alemanni, disegnava di mandare l'indomani qualcuno a C…. con un biglietto per don Marco: ma pel momento, avendo in casa il figliuolo non temeva di nulla, e finì di cenare, senza essersi raccappezzata in quella tristezza e in quel viso scuro.
Marta chiamata a sparecchiare, venne dalla cucina imbroncita: e accesi due lumi da mano, uno ne porse alla padrona ed uno al giovane, ma non disse nulla. Egli salutata rispettosamente la madre, e data la buona notte alla vecchia, salì nella sua camera, al più alto piano della casa, proprio sopra quella della signora, alla quale non era mai parso di poter dormire tranquilla, se la notte egli non era in luogo da poterlo udire, solo che si movesse.
Rimasta sola colla signora, Marta volle sfogarsi, e giungendo le mani proruppe:
«Eh? L'ha inteso? E chi lo conosce più? Io da parecchi giorni vado in castello che mi pare di salire sul calvario…. e le occhiate del pievano comincio a capirle…»
«Che pievano…. che occhiate?»
«Certe occhiate bieche, come se volesse dirmi che io gli nascondo un peccato mortale….!»
«Oh smettetela un poco anche voi!—interruppe la signora Maddalena, con un impeto di collera non più provato da chi sa quanti anni:—questa sera n'ho già di troppo…. andate a letto….!»
Marta umiliata da quel tono insolito di parole, s'avviò alla porta che dava nell'atrio, per chiuderla come l'altre sere.
«Lasciate!—proseguì la signora—questa sera chiuderò io…. no no…. andate vi dico, Marta…. vorreste cominciare ora a disobbedirmi?
La vecchia chinò il capo, diede la buona notte con voce tremante, e andò a chiudersi nella sua cameretta terrena, in cui dormiva da sessant'anni. La signora pur sentendosi pentita del rabbuffo fattole, non istette a rattenerla per consolarla, come già il cuore le comandava. Ma, chiusa la porta con ogni diligenza, recò le chiavi con sè, salì nella sua camera anch'essa, le nascose sotto il guanciale; poi si chinò sull'inginocchiatoio, a canto al letto, e mescolando i suoi morti, i santi e Giuliano, cominciò a pregare.
In capo a un'ora volle coricarsi; ma non lo fece, perchè disopra s'udiva uno scarpiccio, come d'uomo che gira inquieto; ed era Giuliano, il quale aveva sentito rinascere i propri pensieri, a martellarlo urgenti ed acuti. Egli s'era messo parecchie volte a spogliarsi, ma sempre aveva finito per affacciarsi alla finestra, dove rimaneva un istante, poi andava passo passo fino all'uscio, dava di volta, tornava a sedere: parlava, sospirava, rifaceva tutte queste mosse, confusamente, combattuto, coi lineamenti della faccia che si facevano affilati, come lo crucciasse qualche fiera passione. Questo suo travaglio pareva crescere a smania; quando, chi sa come, gli tornarono alla mente i giorni della sua fanciullezza, e l'uso che allora aveva sua madre di non mai coricarsi, senza prima essergli venuta in camera, a dare un'occhiata alla finestra se fosse ben chiusa, a vedere se avesse acqua nella boccia, o se il lume fosse in luogo da non dar fuoco. Provò di quel ricordo una dolcezza, un aiuto; e si pregò che la madre venisse di sopra anche quella sera, perchè lì avrebbe avuto cuore da dirle una cosa, che solo a pensarla, il sangue gli faceva dentro un gran cavallone. A un tratto parve aver afferrato un'idea; stette un momento, si levò risoluto; e camminando diritto discese al piano di sotto, e picchiò all'uscio di sua madre.
La signora Maddalena, che non aveva voluto coricarsi finchè non fosse cessato quel rumore di sopra; udendolo discendere si rimescolò tutta, e si lodò d'aver portato seco le chiavi di casa. Ma inteso che veniva da lei, corse all'uscio, e mentre ch'egli picchiò, essa, già pronta, aperse, e dolcemente gli disse:
«Lo sapeva che tu avevi qualcosa da dirmi…. vieni» E tirandolo per la mano, s'andò a sedere su d'un seggiolone d'antica fattura; perchè sebbene facesse le viste d'essere tranquilla, non si sentiva di stare in piedi dal tremore; poi guardandolo amorosa soggiunse: ebbene?
«Ecco,—rispose Giuliano—io non poteva più reggere, e sono venuto a dirle…. che…. si ricorda? l'autunno passato la nostra casa le pareva troppo solitaria, e mi disse che le tardava mille anni che io fossi medico, perchè qui sola ci moriva di malinconia. Allora non osai… ma ora…. ora vorrei….
«Sposarti?—sclamò la signora Maddalena balzando in piedi dall'allegrezza, come a mensa aveva fatto dalla paura:—e spòsati, e sia benedetta la nuora che mi condurrai in casa….! Ma perchè mi hai tenuta tutta questa sera sulle spine? Ci voleva tanto a darmi questa bella nuova? Siedi, che ora non voglio vederti perdere la bella sicurezza di poco fa, per questo rimprovero; siedi e parliamo di lei. Già ho bell'e capito, essa è di C…. come si chiama?»
«Bianca dei N….—rispose Giuliano colle vampe al viso.
«Oh? Dei N…. ce n'è una famiglia sola, credo… Sua madre dev'esser morta, e si chiamava la signora Costanza nevvero? Hai fatto bene a innamorarti d'un'orfana! E la conosco sai; sta un po' a sentire: la vidi una volta, al convento dei Minori Osservanti di C….: mi ci aveva condotto tuo padre alla sagra della Madonna degli Angeli… miracolo, perchè le sagre egli non le poteva udire manco a menzionare! ebbene….. Bianca deve essere una di quelle due fanciulline che la signora Costanza si menava per mano, sotto i pergolati del convento: parevano due perle…. una era bionda, l'altra bruna….: ricordo che vedendole io dissi che la festa della Madonna degli Angeli era fatta per esse…. e tuo padre a ridere…. a ridere di sentimento…. e a chiamarmi invidiosa…. E qual è delle due?»
«La bruna.
«Ah! già perchè l'altra deve avere pochi anni….! La bruna!—Ripetendo questa parola la signora rimase cogli occhi fissi, forse pensando ai tempi in cui anch'essa era piaciuta al giovane forestiero, che poi le era diventato marito:—E sta bene,—continuò poi,—ma come non mi hai detto nulla, mai nulla? Te ne sei forse innamorato quest'oggi?
«Che so io?—rispose Giuliano, stato sino a quel punto come un barbero alle mosse:—gli anni che stetti a C…. l'ho veduta venir su sotto i miei occhi. La vedeva dal terrazzino di don Marco ogni giorno; la seguiva in ogni luogo dov'essa andasse a passeggiare, in chiesa badava sempre a trovare un posticcino da poterla guardare, e mi sentiva addosso un'allegrezza!…. altro che i canti della gente e dei preti!…. mi pareva che io avrei cantato colla voce d'un angelo! In tutto era diventato il primo tra miei compagni; allo studio, al giuoco, niuno se la sentiva più di vincermi: i pericoli io li cercava come fossero spassi: e mi ricordo d'una volta che ardeva una casa, e che io mi cacciai su fin sopra i tetti, e mi spiacque che non vi fosse una vecchia, un bimbo, Bianca stessa da salvare. Un'altra mi arrampicai su d'un pioppo, che aveva le cime curve sopra il torrente in piena, per vedere gli uccelletti di un nido, che era lassù. Le ventate mi dondolavano, e a mirare di sotto l'acqua furiosa, e lontano in faccia il balcone di Bianca, mi credeva d'essere in paradiso. Oh! quegli uccelletti come li baciai! Era diventato buono, così buono che non poteva udire i poveri pregare alla porta, e correva a portar loro il mio desinare. Don Marco diceva che ve n'erano troppi dei poveri…. e che i ricchi erano pochi e crudeli… Suvvia, io gridai una volta, facciamoci tutti poveri e così andrà meglio….! i miei compagni non capivano nulla…. e risero…. E la notte? La notte, se pioveva o tirava vento, io mi sentiva in cuore una pietà che non mi lasciava dormire, e mi doleva sin delle impannate, del cesto di basilico, delle pietre della via che pigliavano il freddo. Una vecchia, poi, ricordo una vecchia che aveva tre capre, la sua ricchezza; i compagni la canzonavano, io mi posi in capo di farla rispettare, e qualcuno le toccò sode! Poi vennero le malinconie; e talvolta tenni a mente dugento versi di Virgilio, solo a leggerli due volte, tal altra stetti settimane senza aprire un libro. Allora passava delle ore e delle ore coricato colla guancia sull'erba, in qualche campo solitario; e là mi pareva di udire quello che si faceva sotterra dai morti…. pensava sempre alla morte, e non so perchè, ma in quei giorni, incontrando Bianca, se qualcuno dei miei amici diceva che essa era bella, io avrei voluto morire. Mi pativa il cuore che l'aria me la guardasse. Eppure quelle malinconie erano nulla; le vere vennero di poi, quando andai a Torino la prima volta…. Allora sentii uno sgomento….! e mi parve che mi avessero fatto nel petto un buco tenebroso profondo, e che per uscire da quella pena bisognasse….»
Qui Giuliano s'avvide di parlare a sua madre, e di parlarle come ad un amico nelle mutue confidenze di amore. Arrossì, chinò il capo, e non osò più dire. La signora Maddalena stava ad ascoltare, come colui che camminando in sul far dell'alba, se ode il canto di un usignuolo, s'arresta e teme di sturbarlo che voli via. Ma intanto le entrava nell'anima un dolore, il dolore di avere scoperto che il suo figliuolo non era più tutto suo; e pensando a quella fanciulla che le rapiva tanta parte del cuore di lui, alfine si fece forza e gli chiese:
«E Bianca?»
«Io non le ho mai parlato:—bisbigliò Giuliano.
«E allora? E a C…. che cosa vi andavi a fare?
«A vederla.
«Via…., domani sarà di giorno: ora ho bisogno di raccogliermi…. tu frattanto m'hai tolto un gran masso dal cuore! Con quegli Alemanni m'avevi spaventata…. che t'han fatto, che c'entrano….? Basta! sono tranquilla, vattene, domani mattina riparleremo.»
Così dicendo lo accompagnò fuori dell'uscio, ed egli risalendo alla sua camera, dalla contentezza non toccava i gradini coi piedi. Là si mise a guardare il cielo dalla finestra; il cielo che in quell'ora, coi suoi splendori infiniti, gli pareva cosa meno lieta di quel che la terra stava per divenire nelle sue nozze vicine. Ma chinando gli occhi, vide nel giardino scuro, un tratto riquadro del suolo, su cui, traverso la finestra di sua madre, posavano i raggi del lume che essa teneva acceso. Quel tratto di suolo, lo percosse come la vista d'un sepolcro scoperchiato; e subito gli passò per la mente, fantasia maluriosa, l'ultima notte, in cui, la sua dolce madre sarebbe giaciuta morta sul proprio letto; e il lume funereo avrebbe posato i suoi raggi in quella maniera lugubre, da quell'istessa finestra, forse su quell'istesso tratto di suolo. Provò l'amaro desiderio di morire prima di quella notte, e chiuse le imposte pensando che grande miseria sarebbe stata quel giorno, in cui nè in casa nè fuori avrebbe più incontrato sua madre. «Che la vita sia corta è un bene:—mormorò allora avvicinandosi ad uno scaffale—e guai a noi se uno potesse farci dono dell'immortalità qui in terra, nel momento che ci muore la madre!…. Sì, che la vita sia corta è un bene, e chi se ne lagna ha torto; perchè coll'amore, collo studio, col lavoro, si può farla valere secoli.» Così dicendo prese un grosso volume, l'aperse sul tavolino, sedette, e raccolte le tempia fra le mani, si sprofondò nella lettura, o forse in chi sa quali pensieri. Ad ogni modo, chiunque l'avesse visto in quell'ora, avrebbe pensato che tanta meditazione, non fosse cosa da potersi rompere, senza togliere all'anima del giovine qualche ineffabile ed austera consolazione.
Marta essa sola, se fosse stata vicina a Giuliano, non avrebbe avuto rispetto alla sua meditazione; offesa, stizzita, afflitta, per le cose udite da lui. A quell'ora dava volta nel proprio letto, ora su d'un fianco ora sull'altro; colla mente piena d'Alemanni, col cuore travagliato dalla paura del pievano; il quale aveva predicato e fatto predicare dal capuccino del quaresimale, che guai a chi avesse negato qualcosa a qualcuno di quei soldati. Ora questo pievano non era uomo da farsi pigliare a gabbo; e quel che diceva faceva; e le cose della sua cura le conosceva a puntino; vedendo dentro le case come fossero state senza tetto, o avessero avuto le mura di vetro. Venuto trent'anni prima a quella pievania, la gente del borgo gli era nata più che mezza sotto gli occhi; e quelli che non erano stati battezzati da lui lo temevano, sebbene gli fossero meno reverenti. Rammentavano d'essere andati ad incontrarlo il giorno del suo arrivo, lontano un bel tratto, in processione, a suon di campane; e vivevano ancora quasi tutte le donne, che da giovinette tra le più belle e dei migliori casati, gli avevano fatto la fiorita per la via, vestite di bianco, e cantando lodi come al Nazzareno. Ma in cambio, a cavallo d'una gagliarda giumenta, accompagnato da un mulattiere carico di parecchie casse, e da una donnicciola che pareva venisse a morte su d'un'asina stanca; avevano visto comparire un prete prosperoso e di cera ardita; il quale ricevute le prime accoglienze, aveva subito comandato di dar volta ai maggiorenti che menavano la processione, e alle fanciulle che, dinanzi a lui, s'erano tutte confuse e messe cogli occhi bassi. Entrato al suo posto, era stato poco a mostrare d'aver preso alla lettera i nomi di pastore e di gregge: alcuni che avevano osato di badare alle opere sue, con due o tre esempi gli aveva fatti star zitti; e a poco a poco s'era acconciato in casa, come se fosse stato certo di campare cent'anni. E a dir vero, ai tempi di questa storia, aveva già fatti i funerali a una generazione intera, senza essersi mai lagnato d'un dolor di capo; e faceva conto di logorare un'altra ventina di calendari, prima che un successore fosse venuto a cantargli le esequie. Allora aveva sessant'anni, e a vederlo come vestiva lindo e con panni bene attagliati alla persona, si capiva che da giovane gli era piaciuto di parere un bel prete: ma i suoi occhi grigi, le guancie rubiconde e un tantino cascanti senz'essere flosce, i capelli sciolti e giù bassi sulla fronte; un paio d'orecchie grossissime, infiammate, ciondolanti a guisa di bargiglioni, gli davano piuttosto l'aspetto d'un uomo stato pronto e violento. Forse aveva sbagliato il mestiere, perchè sui fatti suoi, rispetto a certi voti, nessuno osava lodarlo; era avaro salvo che in certi casi che faceva il grande coi grandi; e per desinare da un amico non badava a fare mezza dozzina di miglia. Sebbene fosse di poca coltura, perchè appena uscito di Seminario aveva smesso di leggere; non isdegnava gli ecclesiastici dotti, se gli accadeva di incontrarne qualcuno: ma i laici che sapevano di lettere li teneva d'occhio, e godeva che il volgo li chiamasse stregoni e gli avesse sospetto. Anzi li gridava dal pulpito a dirittura uomini perniciosi, citando esempi, facendo allusioni, dando a capire di chi voleva parlare; e queste erano piccole giunte alle prediche che egli sapeva fare, e che ogni tre o quattro anni tornavano sempre ad essere le stesse; perchè egli le studiava in certi quaderni di carta ingiallita, scarabocchiati sulle copertine con frappe, con date antiche, con nomi diversi di preti, annestati a motti latini. Quei quaderni erano una sorta d'eredità passata per molte mani, e tenuta da lui molto riguardata in una cassetta, che il giorno del suo arrivo era parsa ai curiosi uno scrigno: e le più belle di quelle prediche le recitava dinanzi ai nobili, che dal Monferrato o da altra parte del Piemonte, capitavano la state a pigliare i freschi nei loro poderi di quelle valli. Era conosciuto da tutti costoro, perchè tutti ei visitava lontano sin dove poteva andare e tornare in una giornata; e ne aveva avuto sempre doni e carezze. Diceva spesso d'uno molto potente in corte al Re di Sardegna, che gli aveva dato a capire, di non sapere bene se i preti gli avesse a chiamare prima o seconda milizia dello Stato; e che a sentir suo, nella loro gerarchia, un pievano era pari e forse da più d'un capitano in quella dei soldati di sua Maestà. Del rimanente ogni volta che tornava fuori con questo discorso, finiva sempre dicendo che agli onori non si doveva badare; la massima che l'uomo non deve porre troppo affetto nelle cose terrene, nè in padre, nè in madre, l'aveva sulle labbra sovente, come fosse un suo proverbio; forse non aveva mai pianto, prosperava un anno più dell'altro; nel 1794 faceva quasi la sessantina e il suo nome era don Apollinare.
La donna arrivata con lui il giorno ch'egli chiamava del suo avvento, era una sua sorella più vecchia che ei si teneva in casa; creatura spersonita ed infermiccia, che proprio reggeva l'anima coi denti. Era così asciutta e grinzosa, che un parente tornato a vederla dopo mezzo secolo, non avrebbe osato abbracciarla, dalla tema di sentirsela scricchiolare tra le mani. Sotto la cuffia che colle guarnizioni faceva alla faccia scarna una cornice disadatta, mostrava corti capelli color di cenere, che forse erano una parrucca: un'aria soave di purità, spirava da tutta la sua esile persona; aveva di bello gli occhi, neri, grandi, pieni d'una profonda bontà. E buona la era davvero, sebbene la natura e la fortuna se la fossero presa in fra due; e la prima n'avesse formato una di quelle creature che stanno sulla terra lunghissimi anni, e paiono sempre vicino a morire; l'altra l'avesse posta tra quelle donne, costrette a rimanersi zitelle e ad invecchiare in casa a qualche congiunto, non care, non respinte, sofferte quasi da serve. La poveretta bisognosa di consolazioni più che d'aria per vivere; dopo la sua venuta a D…. non ne aveva avuto che di due maniere, quasi da celia. Ed una era questa che se la quaresima capitava al presbiterio qualcuno, recando uova e salati, e chiedendo licenza di mangiar latticini e di non digiunare, per sè o per un ammalato; essa con aria mistica e solenne mandava il supplicante, sciolto dalle discipline del magro e del digiuno; e non dimenticava mai di dire, che a concedere quelle licenze, il vescovo ci aveva messo il pievano, e il pievano ci aveva messo lei. L'altra delle sue allegrezze la provava ammanendo il caffè pel suo fratello ogni giorno, e le feste solenni per i sette od otto preti del borgo, che venivano a pigliarlo con lui dopo il desinare. Godeva a udirli sorbire quella bevanda, di cui allora si cominciava appena a parlare, come di cosa dell'altro mondo; ma essa non ne assaggiava, perchè la sua bocca non era da tanto. Si innebriava aspirandone il fumo, si teneva onorata d'avere in casa quella delicatura, che anco i più ricchi del borgo non avevano ancora; e se conversando dinanzi la porta, colle donne del vicinato, le riusciva di far cadere il discorso su tanta grazia di Dio; ne diceva da far venire l'acquolina a tutte; poi con certo suo piglio orgoglioso e cortese, saliva di sopra, e poco dopo s'affacciava con in mano un bricco lucente, donato al fratello da non so che marchesana di quelle parti. E porgendolo a vedere imitava, senza volerlo, l'atto che soleva fare il pievano, nell'alzare il reliquiario più venerato della chiesa, a scongiurare il mal tempo. I fanciulli, che non sapevano del celibato dei preti, sino a una certa età non la chiamavano altrimenti che la moglie del pievano; al suo nome di Placidia, si soleva aggiungere dai più il titolo nobilesco di donna; derisione inconsapevole a una povera creatura, che nulla aveva della donna salvo che i guai; nessuno avendola mai chiesta sposa, nessuno amata, e potendosi dire di lei, che la si aveva lasciata vivere per non commettere un peccato mortale.
Don Apollinare non aveva dato guari segni di voler bene a questa sua sorella, nei tempi quieti; ma in quelli torbidi che s'erano messi verso il 1790, la teneva come persona nudrita a posta, per poter darle in casa i resti delle invettive, che scagliava in chiesa e fuori contro le cose di Francia. Le quali in sul cominciare non gli erano parse di gran momento; e a chi glie n'aveva chiesto, s'era contentato di rispondere che erano follie di popolaglia, e che o pane o bastone, avrebbero finito in nulla. Ma il 1791 gli era cascato addosso come fosse stato la volta del Sancta Sanctorum, sfasciatasi mentre egli era all'altare; e d'allora in poi aveva tenuto l'orecchio alzato a tutte le novelle che poteva avere da quel paese. Ad ogni corriere, che capitava ogni mese una volta, si faceva sempre più pensoso; i notabili del borgo gli si raccoglievano intorno spauriti della sua cera: egli parlava loro un linguaggio pieno di misteri: e se qualcuno osava annunziare di suo, cosa che avesse inteso da gente d'altri borghi, o dai mulattieri, che pei loro traffichi praticavano verso la Provenza; quello agli occhi di lui, era pecora vicina a sbrancare, e cominciava a tenerlo d'occhio. La Dichiarazione dei diritti dell'uomo, avuta per via dei suoi superiori, due anni dopo che se n'era udito parlare, gli aveva fatto passare il giorno più nero di tutto quel tempo. Letta, riletta, meditata a lungo quella scrittura; chiesto a sè stesso mille cose circa quei diritti, aveva finito col capire nulla di nulla; ma in cuor suo rese grazie a Dio d'aver fatto morire un tale cui quel foglio sarebbe giunto per certe vie ch'egli sospettava; un tale che avrebbe fatto le capriole dall'allegrezza solo a leggere quelle sciocche parole, e a dirne qualcosa fra il popolo della pieve! Dio non aveva concesso che in tempi di pericolo, il lupo stesse a rondinare intorno all'ovile, ed aveva fatto benissimo. Quel morto che da vivo gli era stato in ira, aveva lasciato dietro di sè un figliuolo ricco, giovane, non di buon ramo; ma egli sperava di poterlo raddurre; e ad ogni modo gli tornava meno molesto del padre, e confidava nell'opera della madre, che appunto era la signora Maddalena. Con questa si era lagnato parecchie volte, accusandola d'aver troppo allentato il freno al figliuolo; aveva predetto che le sarebbe stato cagione di grandi scontenti; e s'era lasciato andare sino a farle la confidenza, che Giuliano era la più acuta spina che avesse nella sua pieve. Pensava tuttavia che coll'aiuto del Signore, passati i bollori dell'età giovanile, arrivato ch'ei fosse in sui trenta, si sarebbe messo a vivere più assegnato, più da senno, più da buon cristiano; e su avesse voluto dire tutta la verità, non gli spiaceva che egli in quei tempi torbidi se ne stesse a Torino. Perchè i suoi superiori gli scrivevano sempre d'aprir gli occhi, di star sulle guardie; e senza che si aggiungesse la briga di dover badare a un giovane ricco fatto di sua testa, e che se la sentiva di disputare anche con un monsignore, a lui da fare gli pareva di averne già troppo. In fatti s'era messo a spiare più attento, a capitare improvviso nelle case altrui, a scrutare le donne chiacchierone; e come le cose di D…. stavano nei limiti egli credeva di molto operare per la salvezza del mondo. Ma un giorno, mentre che stava desinando, gli fu portato uno scritto del suo vescovo, che parlava di Re Luigi stato giudicato ed ucciso. «Non può essere!—esclamò egli dando il pugno sulla mensa, per modo che il bicchiere si rovesciò—questa è una celia che mi si vuol fare, guai all'autore, se lo scopro!» A queste grida donna Placidia che veniva recando un piatto, si fermò sulla soglia guardando il fratello, e le parve ammattito. Egli intanto, tenendo il pugno chiuso e teso verso di lei, rilesse la lettera, e vide ai bolli che non v'era da dubitare. «Portate via ogni cosa:—continuò allora con voce dimessa—i popoli ammazzano i re, e questi sono tempi da fare penitenza!»—A donna Placidia la novella non fece nè caldo nè freddo; tanto più che il vino versato sulla tovaglia e grondante dalla mensa sul pavimento, non era segno di disgrazia vicina. Ma egli credè d'udire i cardini del mondo stridere per uscire di posto; la pace da lui serbata in D…. non aveva giovato nulla e se ne doleva: prese il libro dell'Apocalisse, ora in capo, ora in fondo, lo lesse; lo rilesse, lo predicò dal pulpito; spaventando i fedeli che non l'avevano mai inteso parlare a quel modo. Tenne con sè quel libro giorno e notte quasi sperasse di poterne trarre qualche aiuto nell'ora dell'imminente ruina; dopo dieci, venti, trenta giorni, vedendo che il sole continuava ad alzarsi dallo stesso lato, si quetò su quel fatto del regicidio; ma gli rimase una gran paura dei Francesi nemici di Dio, uccisori di nobili e di preti, belve che non più frenate da nessuno, avrebbero invasa la terra, e forse anche il borgo di D…. A rimettergli il cuore in corpo, non vi vollero meno di quelle migliaia d'Alemanni, venuti di Lombardia e passati per D…. nell'andarsi a porre a campo vicino a C…. borgo tenuto in conto di capitale dell'alte Langhe. La vista di quelle genti, di quelle assise, che ridestavano i ricordi di Marta, levarono a speranza l'animo del pievano; il quale fu il primo ad ossequiare il capitano dell'impero, annoiandolo con certa orazione latina, che diceva come i popoli delle trentasette terre delle Langhe, rammentassero d'essere stati sudditi di sua Maestà Imperiale, sino a cinquant'anni addietro; e che bramavano d'essere tenuti dai signori Alemanni come cosa loro. Offerse agli ufficiali la sua casa, la sua cantina, tutto sè stesso: e se d'una cosa si dolse, fu d'aver udito che i più grossi eserciti d'Alemagna, si travagliassero in sul Reno, di cui egli non sapeva nè dove nè che cosa fosse. Quella, a sentir lui, era gente sciupata; quattro e quattro otto l'avrebbe voluta tutta lì in val di Bormida; tutta, da poterla vedere, affacciandosi al balcone; e allora si sarebbe messo a ridere dei Francesi. Tuttavia rifatto un po' più tranquillo, tornò a mangiare gagliardamente, a dormire sonni quieti, a dire ogni mattina alla punta del giorno la sua messa; alla quale s'affollavano i contadini, prima d'andare a far giornata nei campi, e vi venivano le serve e le donicciuole più divote del borgo, tra le quali Marta non mancava mai.
La povera vecchia soleva alzarsi prima che fosse l'alba, e queta queta, si metteva in capo il mesero stampato ad augelli e ad alberi; poi camminando in punta di piedi, e frenando la sua tosse mattutina, usciva di casa e saliva in castello. Per l'età sua ogni onesto le avrebbe consigliato di astenersi da quel disagio; ma essa faceva quell'erta come a bersi un bicchier d'acqua. Sentita la messa tornava che di solito la padrona era ancora in camera; e s'accingeva alle sue faccende, talvolta cantarellando, talvolta brontolando, ma sempre festosa come una cuffia nuova sul capo d'una bella dama.
L'indomani di quella sera, in cui Giuliano ne aveva detto di così grosse; sebbene non avesse quasi dormito, la campana di castello cominciava appena a suonare l'avemaria, e Marta era bell'e vestita e pronta ad uscire. Pensiamo un po' che stupore dovette essere il suo, quando giunta alla porta, o tesa la mano, per agguantare la chiave, non la trovò nella toppa! Subito si rammentò che la sera innanzi la padrona aveva voluto chiudere da sè; pensò che la chiave se l'era portata di sopra, e indovinò anche la cagione di quella novità; ma le parve che non fosse l'ora da andarla a disturbare. Però l'idea di mancare quel mattino alla messa, le fece avvampare il vecchio sangue, che già le impaludava nel cuore; e fattasi animo, salì dalla signora, la trovò desta, chiese perdono; e avuta la chiave s'affrettò a rimettere il tempo perso. Nell'aria si udiva tuttavia la romba della campana, ed essa già entrata in chiesa; si rannicchiò nel banco dei padroni, si segnò, guardò, e tra due moccoli accesi allora, vide il signor pievano che saliva all'altare. Lieta d'essere giunta a tempo, pur non potè difendersi dalla stizza della sera innanzi; e quella storia delle chiavi custodite dalla signora; i certi dubbi e paure che non sapeva donde venissero, le ingombrarono la mente, con i pensieri che non erano d'orazione, tornarono ad assalirla; si raccomandò al santi, alla Madonna, si morse le labbra, invano: la sua testa andava in volta, e la messa fu finita senza che, povera donna, le fosse riuscito di recitare un intero pater. Allora delle sue distrazioni ne fece un'offerta al Signore, e il pievano non era più all'altare da un quarto d'ora, quando essa, malcontenta di sè, si levò per tornare ai fatti suoi. Ed ecco don Apollinare che, l'aspettasse o no, le si fece incontro sul piazzale della chiesa, colla tabacchiera aperta, dicendo:
«Ebbene, nostra Marta, come state?
«Eh signor pievano, da vecchia bene anche troppo!
«Oh! vecchi non si è mai, finchè l'appetito ci serve!—e qui il prete porgeva alla donna la tabacchiera, che vi facesse dentro una pizzicata.
«L'appetito—rispondeva Marta sfregando le dita contro la veste, quasi per nettarle prima d'accostarle alla tabacchiera;—l'appetito come Dio vuole c'è, sebbene del mio pane n'abbia mangiato le nove parti…..
«Mangiate anche la decima, e vi rimarrà quello del paradiso:—disse il pievano—intanto a conti fatti avete visto nascere molti che sono già all'altro mondo; e molti vi passeranno innanzi, che credono di non morire mai perchè sono giovani…. A proposito di giovani, ho inteso che il signor Giuliano è qui in D….?»
Al modo altezzoso con cui don Apollinare dava del signore a Giuliano,
Marta si sentì gelare il cuore, e a mala pena rispose:
«C'è venuto a fare la pasqua….
«La pasqua! E dove la fa la pasqua? A tavola, o forse a C…., dove è già andato tre o quattro volte, a trovare i giacobini che appestano quel borgo? Ah l'ha fatta pur grossa la vostra padrona, quando lasciò ch'egli andasse a studiare a Torino! Voleva farsi medico? Ebbene, non poteva fare come tanti altri? impratichirsi da qualcuno dei vecchi, che hanno sempre fatto il mestiere, senz'essere mai usciti da questi monti? Io l'avrei raccomandato al marchese di C….. al conte di P….., e quando fosse stato tempo, questi delle licenze di curare i malati, gliene avrebbero dato, per amor mio, non una ma dieci….! Ma egli, superbo, no….! questi dei nobili, che danno licenza ai medici, sono privilegi di medioevo; io non ci vado a trottare sulla mula tre o quattro anni pei monti, per essere poi ammesso al cospetto del marchese, a disputare dell'arte mia col prete di casa….! io non ci vado a farmi compatire dal nobiluomo, che colla parrucca in capo e colla pergamena già pronta, accennerà cortese o farà rabbuffi, se il pranzo non gli avrà fatto pro: io non ci anderò a tribolare l'umanità mandato da questi signori…. no….! ha detto così il superbo, e andò a Torino…. Almeno ci stesse per sempre laggiù! ma vedete come egli è ritornato pieno di religione? Voi dite che egli è venuto a fare la pasqua…..; tutti i galantuomini a quest'ora l'hanno già fatta, ma lui, lui chi l'ha veduto?
«Ma! sospirò Marta facendo spallucce, in guisa che parve una chiocciola che ritraesse le corna nel guscio.
«Basta!—soggiunse risoluto il pievano—vedremo che intenzione ha: ditegli che stamattina l'aspetto.»
E diede di volta, piantando la povera vecchia; la quale stata un poco, come non sapesse più ritrovare la via, partì, un passo innanzi l'altro, colla mente a quelle parole, che le suonavano col sordo rumore d'un temporale vicino. Discese di castello, con una gran guerra di pensieri nel capo; e giunta a casa, buttato il mesero su d'una sedia, si mise a rassettare e a spolverare gli arredi, senza badare a non far rumore; parendole che la padrona non avesse a rimproverarla d'averla sturbata, dacchè pel figliuolo di lei, le era toccato dal pievano quella mortificazione. A un tratto rimasta colla mano in alto, guardando il soffitto, stette a udire certe pedate nel corridoio di sopra, che le parvero di Giuliano; gioì al pensiero di potersi alfine sfogare, e smesso il suo lavoro, se lo vide comparire dinanzi.
Calzava gli stivali a ginocchiello, e aveva in gamba le brache di nanchino giallognole, che i signori di quei tempi tiravano fuori dagli armadi il giorno di pasqua, fosse questa alta o bassa, ossia nella stagione ancor fredda, o già nella dolce. A vederlo vestito proprio come la sera innanzi, quand'era tornato da C…., Marta credette che egli fosse in punto di ripartire e gli disse:
«Che tornate a C….? No? O allora toglietevi di gamba coteste brache che paiono di ghiaccio! Che si mettano la festa di pasqua per santificarla, sta bene….. ma…. e la pasqua starebbe anche meglio santificarla in un'altra maniera!
«State buona, nonna,—disse accarezzandola il giovane—stanotte non mi sono spogliato…..
«Già! vizi che si pigliano in città….! Nelle città se ne pigliano tanti dei vizi…. ma il più brutto…. il più…. Uno squillo di campanello troncò a Marta la parola, che di quel passo sarebbe forse finita coll'ambasciata di don Apollinare. Essa dovè correre di sopra a vedere la padrona; e Giuliano rammentando i discorsi che aveva tenuti a sua madre, e pensando che era sul punto di doversi presentare a lei; fu colto da un gran batticuore.
Marta, molto meravigliata, per aver trovata la padrona già vestita, e acconciata i cappelli, da parere più giovane di qualche anno; tornò giù a dire al signorino che sua madre lo voleva: ed allora fattosi animo, egli salì quella scala, ma lento come su per un monte.
«Vieni oltre—gli disse la signora Maddalena, incontrandolo sulla soglia e fissandolo negli occhi:—prima di sera, sapremo se Bianca verrà a farci felici…..
«Oh sì verrà—sclamò Giuliano stringendo fra le sue le mani della madre.
«Va, e chiama Anselmo che venga a pigliarmi, col calesse…
«Ma che vuole andare lei, colle vie che vi sono….
«Va.»
Giuliano obbedì; ed essa col cuore alla gola, levò le mani in alto e disse singhiozzando:
«Giuliano, Giuliano, se tu sapessi che dolore mi dai….!»
S'asciugò gli occhi, e si mise dinanzi all'immagine di suo marito, stata dipinta colla sua, quando si erano sposati. Stette un tratto a contemplare quella tela, come se tra lei e l'immagine fossero misteriose corrispondenze; quindi avvicinatasi a un cantarono antico, tirò una delle cassette, cavò di là dentro una veste di seta color di rosa, e la distese sul letto, dove apparve fatta alla foggia di molti anni addietro, stretta nelle maniche, rigonfia alle ascelle, accollata e lunga la gonna, quanto poteva bastare a far un po' di strasico avendola indosso. Di quella vesta ne teneva di conto; e la tirava fuori ogni anno ricorrendo il giorno delle sue nozze: trasse ancora una scatola in cui erano alcuni vezzi d'oro, collane, maniglie, anella di vario lavoro; e la pose aperta vicina alla veste. Del suo corredo di sposa, non le sopravanzavano più che quelle cose; perchè le più le aveva date, un po' alla volta a povere fanciulle del borgo, andate a marito; e dopo averle toccate e ritoccate, col pensiero ad altri tempi, uscì sommessa in queste parole: «S'ha un bel affligersi, ma nel giro di trent'anni si rinnovellano nelle case, feste e dolori! ora tocca a lui!»
Lasciò quella veste e quei vezzi così come gli aveva messi, forse desiderando che Giuliano li vedesse, mentre sarebbe stata lontana; poi sempre pensosa discese. A vedere Marta trasecolata come era, le parve di doverle dire qualcosa di quel che andava a fare, ma si rattenne senza sapere il perchè; e chiesto che le porgesse una tazza di latte, si pose a berne, mangiucchiando d'un pane casalingo, affettato lì per lì dalla vecchia, la quale dal rimescolamento e dalla rapina di non sapere qual aria volesse tirare, per poco non si tagliava le dita.
In questo mezzo Giuliano era venuto col calesse, sino all'arco, per cui s'entrava nel piazzale; e lasciato là Anselmo ad aspettare, Anselmo che aveva fatto le maraviglie per quell'andata della signora; corse a farne avvisata sua madre. Essa era pronta: nè avendo a far altro che mettersi in capo la cuffia, se l'acconciò da sè, salutò Marta, fu al calesse accompagnata da Giuliano; e senza volgersi addietro si mise dentro e partì.
Marta rimasta in forse a guardare dalla finestra della sala, colle braccia al seno, sentiva qualcosa crescere dentro, venir su a far groppo: e come la frusta d'Anselmo schioccò nell'aria, gli occhi le si empierono di lagrime, e corse verso l'uscio per andar fuori. Di certo all'abbrivo che aveva preso, avrebbe raggiunto il calesse; ma s'abbattè in Giuliano nell'atrio, e colla punta del grembiale, asciugandosi il viso lavato di lagrime, si piantò di faccia a lui e sclamò risoluta:
«Fate come volete, ma se a voi e a vostra madre piace ch'io scoppi, ho sempre obbedito! Che faccenda è questa che mi capita la prima volta, dacchè sono qua dentro? Sì, se io sono stimata un coraccio che non sente nulla, ditelo; e io faccio un fagotto della mia roba, e un cantuccio da morirvi lo troverò….
«Ma Marta….—disse Giuliano—o che adesso impazzate….? Badate invece a star sana, che avremo fra poco bisogno di voi come del pane…! Ma non vi sgomentate; piglieremo una giovane che v'ajuti…, e la farete buona come voi…; qua l'orecchio…, mi sposo…
«Dio lodato!—proruppe allora la vecchia traendo lunga la voce, mutata in faccia che non pareva più quella:—ora so in che acque mi trovo…! Vi pareva? lasciare al bujo me, che posso dire d'aver visto fondare la casa; e ho portato vostro padre in collo, e fui sola a governargli la roba fin quando si sposò….?
«Giusto! ben rammentato! quando si sposò…! Io voglio fare ogni cosa come fece mio padre; animo, che feste avete fatto quando egli condusse la sposa?
«Eh! miracolo se si è mai visto altrettanto!—sclamò Marta levando le mani in alto, come a significare che le erano state cose da non poterle rifare:—le feste durarono mesi, e se le racconto vi paiono favole da narrarsi a canto al fuoco. State a sentire. In una sua gita a M…. nella valle di là, sapete dov'è, vostro padre ebbe una sfida al pallone. Egli non sapeva altro gioco, ma al pallone, capperi, era conosciuto sino in capo al mondo! In quella sua gita s'innamorò di vostra mamma, la quale stava con parecchie zitelle di colà a vedere i giocatori….; vostro padre, non faccio per dire, ma era un bellissimo giovane…. Tornò da quella gita pensoso, melanconico, crucciato, come voi ieri sera…: ed io che, non per vantarmi, gli faceva da madre, sin dall'anno quarantacinque, che i suoi erano morti della pestilenza…. anche quello fu un bell'anno…, basta..! io credei che egli, chi sa come, avesse perduto qualche gran somma, e volli sapere che cosa lo tribolasse a quel modo. Egli mi disse, così e così….; oh! sclamai io, tutto codesto? E gli consigliai quello che avrei consigliato a voi ieri sera, se avessi saputo che cosa vi frullava pel capo. V'era casa, v'era stato; non gli mancava nulla, appunto come ora a voi; forse che avete bisogno d'esser medico, di cavar sangue, per campare ammogliato, voi? Sposate quella ragazza, gli dissi, e che Dio vi benedica! Faremo festa per un anno e un giorno, come in casa i principi…! Mi diede retta, tornò due o tre volte a M…., parlò; e di là a due settimane, vostra madre veniva qui da padrona. E mi disse poi che anch'essa s'era innamorata di vostro padre sin dal primo giorno che l'aveva veduto. Erano due bei sposi ve', e che accompagnatura! Vennero attraverso ai monti e in tanti, che non s'era mai visto una simile cosa a ricordo di vecchi. Signori, signore; a cavallo, in lettiga; musici che suonarono tutta la via; canti, schiopettate, sparate di pistole, una battaglia! E quando il corteo fu scoperto da qui a quel varco dei monti lassù, le campane di castello cominciarono a suonare a gloria, come venisse monsignor Vescovo a dare la cresima. Io era qui, in questo luogo, e un'occhiata dava al corteo che discendeva per quelle svolte come una processione; un'altra correva a darne in casa dove aveva un mondo di donne ad ammanire il pranzo: un pranzo di cento convitati, mica pochi, no; e che convitati! La sera poi un festino, che manco vi saprei dire se fossi un avvocato…; e la storia durò settimane… Chi mi avrebbe detto, tu Marta starai tanto al mondo, che queste cose le rivedrai una seconda volta? Pure una differenza v'è….; quegli erano tempi di gran pace e di gran gioia; la gioventù non s'immischiava di nulla…, al comando chi v'era vi stesse, e vostro padre era un uomo dabbene….
«Ed io…?—chiese Giuliano, che avrebbe dato il fiato alla vecchia perchè ricominciasse.
«Eh… voi… non siete cattivo…; ma alle volte…. per esempio ieri sera, che cosa vi facevano gli Alemanni….? E poi… sì… ve n'ho a dir una;—e dando un'occhiata all'arco in capo al piazzale, se spuntasse qualcuno, si fece più vicina a lui e continuò con dimestichezza;—stamane il signor pievano mi ha parlato di voi, e vi vorrebbe a fare la pasqua.»
Giuliano che, solo udendo menzionare gli Alemanni, già aveva perduto la rallegratura del viso; a quella novella del pievano divenne annuvolato del tutto; e disse a Marta severo:
«Domani, tornate lassù: e se vi chiede di me, ditegli che lasci in pace i cristiani.
«Che mi fate celia!—sclamò la vecchia indietreggiando:—manco se mi faceste diventare ricca come il mare! Il pievano vuole il vostro bene. E che credete di farne dell'anima? Questo è un altro grillo come quello di maledire quei poveri Alemanni.
«Non mi tornate a parlar di costoro!—gridò Giuliano avvampando: e
Marta concedendo il poco pel molto:
«Bene….! ma il pievano, la pasqua almeno… Dio ha le braccia lunghe, e quando gli pare ci arriva! Date retta a me…. andate, o sarà tutt'una, il pievano verrà qua….
«E venga!—proruppe allora il giovane—venga!» E assettandosi su d'un sedile di pietra fuori dell'atrio, parve proprio risoluto ad aspettarvi il pievano.
Marta pregava, badasse a non guastare la sua e la pace della famiglia; ricordasse che anche la sera innanzi aveva promesso a sua madre di non darle mai dispiaceri; pensasse che stava per farsi sposo, e che quello non era tempo di cozzare coi preti; e che ad ogni modo senza che si fosse accostato ai sacramenti, la fanciulla amata non l'avrebbe potuto sposare…. Ma egli non le dava retta, e facendo a sè stesso col pensare, quello che il leone, sferzandosi colla coda; levatosi ritto come per andar incontro a qualcuno, diceva:
«Mi vuole…! E quando m'avrà avuto lassù a forza, bella religione la sua e la mia! O perchè non lasciano che l'anime si volgano a Dio, ciascuna su quell'ali che egli le diede? No…; essi le vogliono spingere in su ajutati da questi altri servi della spada, che ci tengono col capo nel fango. E intanto si fa il male da loro, da noi, da tutti; carne, carne, carne, null'altro che carne. O vento che soffi dalla Provenza…. o Francia insanguinata come vergine nel circo, tu sei la scolta di Dio! Vieni colle tue legioni, e facciamola finita una volta!»
Il petto di Giuliano pareva si fosse fatto più ampio, e l'occhio scintillante, come d'uomo rapito nel leggere una pagina dei profeti, gli era rimasto fisso nell'orizzonte, proprio verso quella parte, dove Marta aveva inteso dire che vi era la Francia. Le prime parole del giovane l'avevano sbigottita; tutto quello che potè capire delle ultime fu che egli le aveva dette, e con amore, ad una nazione, la quale empieva il mondo di terribili novelle, sicchè se ne parlava sino dai pulpiti nelle chiese; e, povera vecchia, non avea membro che tenesse fermo. Allora sì, che le balenò sul serio il pensiero d'andarsene da quella casa, dove sotto le spoglie del suo Giuliano d'un tempo, era venuto ad abitare chi sa che gran peccatore! E fu a un pelo di dirglielo lì per lì. Ma la grande passione di lui, le fece temere di udirlo prorompere in altre eresie; di che fattasi forza, con un martellamento di cuore che si sarebbe inteso discosto tre passi, si ricoverò in casa. Là pregò Dio caldamente, che pel bene della signora Maddalena e del pievano, rattenesse questo dal discendere di castello; perchè non sapeva neanch'essa che cosa avrebbe potuto seguire. Intanto colla fantasia si figurò di essere in volta col suo fardelletto sulle spalle, alla cerca d'una famiglia, da potervi servire buoni cristiani, gli altri pochi anni che le rimanevano di vita: e non vedeva l'ora che la padrona tornasse, per dirle ogni cosa e licenziarsi.
Giuliano quetatosi un poco, e rimessosi a sedere su quella pietra di poco prima, fissò lontano il calesse di sua madre, che s'andava dilungando, fin che gli fu uscito di vista. Poi l'accompagnò col desiderio e coi voti verso la meta, oltre la quale vedeva e pregustava la sua e la parte di paradiso d'un'altra persona. Sposarsi a Bianca, condursela in casa, dirle: «qua dentro ogni cosa è tua; sii l'angelo del mio focolare; ringiovanisci della tua giovinezza mia madre; e viviamo d'amore essa, tu, io» era per lui qualcosa più che aver l'ali da volare in capo al mondo, girarlo tutto, e salire sino alle stelle. E già la vedeva venuta, già aver fatto l'uso alla nuova casa; marito gli pareva d'aver acquistato in essa una seconda coscienza; medico si sentiva tratto per la campagna a far il bene, ispirato dal desiderio di poterlo dire, tornando stanco, «ho fatto questo, ho fatto quest'altro….» padre, (questo poi era pensiero in cui si sprofondava col diletto preso da giovane a tuffarsi nei pelaghetti della sua Bormida, in tempo di gran caldura, mentre il suo genitore stava a vederlo;) padre gli pareva che avrebbe educati figli, degni di dar gloria fra gli uomini a quel Dio, nella cui bilancia dovrà pesare più una goccia d'acqua data ad un assetato, che una intera vita passata a star ginocchioni dinanzi a lui; ah! i figli, i figli! quel calesse arrivasse a C…. col buon'augurio, Giuliano v'era già col cuore!
E il calesse andava, e tacerne sarebbe come voler nascondere al lettore, che di quei tempi gli abitanti di val di Bormida, non avevano mai veduto quattro ruote di quella fatta a girare. Eppure era un vecchio e gramo arnese, che ai giorni nostri farebbe sgomento al più modesto viaggiatore che se n'avesse a servire. Anselmo lo aveva comperato dagli eredi di non si sapeva che baroni del Monferrato; ed essendo uomo molto arricchito nei contrabbandi tra le terre della repubblica di Genova e del re di Sardegna, per quell'acquisto era così cresciuto di reputazione, che a D…., quasi più nessuno osava chiamarlo col vecchio nome di mulattiere. Ma egli punto insuperbito, se gli capitava di guadagnare s'alzava anche a mezzanotte. E sebbene pel suo far costare il nolo del calesse un occhio del capo, si durasse fatica a mettersi d'accordo con lui; la signora Maddalena non era stata quel giorno a parlare di danaro, ed egli la portava verso C…, certo di toccare una grassa mercede e un buon beveraggio.
La via correva a tratti sulle vestigia di quel ramo dell'Emilia, che per val di Bormida menava i Romani da Tortona all'antica Sabazia. I dotti, quando ne parlano, rammentano la tavola Pentingeriana, e l'itinerario di Antonino. Romana o no quella via era un macereto, e dava così gran disagio a farla in calesse, che camminare a piedi, sarebbe stata per la povera signora minor fatica. Ad ogni passo il legno pigliava tali scosse, che essa era sempre lì colle mani per toccare Anselmo che si fermasse: ma egli da uomo rotto a ben altre molestie, la confortava a non vi badare, e starsi sicura; e tirava innanzi per la terricciola di R…. alla volta del borgo di C…. Il quale a chi vi giunge da quelle parti apparisce amenissimo, sebbene schiacciato com'è fra il torrente ed una rupe alta e malinconica, parrebbe star meglio in mezzo alla pianura, che gli si apre dinanzi. Questa non è ampia molto, ma quanto basta per dare aspetto magnifico ad un anfiteatro di colli, sormontati su su da dossi più alti di monti selvosi, che col verde cupo dei loro fianchi, fanno bel contrasto coi sottoposti vigneti, colle piagge ridenti, coi prati e coi campi, dove si lavora in dolcissima pace. Sulla rupe che soggioga il borgo, sorse un castello che fu dei Del Carretto, ed era degli Scarampi quando Vittorio Amedeo, generale degli eserciti di Francia e di Savoia, guerreggiando gli Spagnuoli in quella vallata, lo trovò difeso da dugento di costoro, e ne gli scovò con centoquarantaquattro cannonate giuste. Era l'anno 1625, e di là a poco il Conte di Verrua tornato a combatterlo lo atterrava del tutto. Ai tempi della mia storia quel castello era già quale è ai nostri, roba di donnole e di volpi, nè dà alla gente del borgo niuna noia, salvo che quella di toglierle una bell'ora di sole in sul tramonto, e di minacciarla colle sue pericolanti rovine. Macchie di castagni, da lasciare in desiderio il più valente paesista, s'aggruppano su per il pendio sino a quelle; e ai segni dei secoli che hanno nei tronchi ispidi e muschiosi, mostrano d'aver fatto ombra alle castellane, se nelle ore calde saranno uscite a sedere sull'erba a piè delle mura. L'edera inviluppa le macerie; e le muraglie che stanno ancora irte di comignoli smisurati, spiccano tra quel verde, come dossi di giganti costretti a mordere la polvere, colle braccia poderose levate in alto a imprecare. La Bormida lenta in quel suo passaggio, per i molti pelaghetti che forma, pare vaga di riposarsi un tratto a far più bello il paese. Riverbera gaiamente il castello, le case del borgo, i bucati distesi sulle sue rive le donnicciuole che vi s'affaccendano intorno, e quelle che vi stanno a lavare; e a chi conosce di quali piene talvolta si gonfi, pare angusto quel letto in cui scorre poca e tranquilla. Laggiù laggiù, dalla parte donde tirano i venti di mezzogiorno, menando sovente a furia sulla selve e sulla pianura, le vette di San Giacomo e del Settepani fanno l'orizzonte sempre leggiadro: ma a vedere l'azzurro oltremarino di cui si tingono a sera, paiono in certa guisa sfumare nei colori del cielo. Allora lasciando varco alla fantasia di chi le guarda, e trova oltr'esse, i borghi, le terre e il mare di cui ha inteso a dire le meraviglie; chiudono malinconicamente la bellissima scena.