22. Le compagnie, i condottieri [1314-1343].—Ma vegniamo ad una piú seria, ad una che fu danno estremo e fatale della giá misera Italia. Giá dicemmo i mercenari usati dalle cittá italiane fin quasi dalla loro origine, fin dalle prime loro invidie tra sé, ed in sé. Meno male finché furono presi ad uomo ad uomo, od a compagnie piccole, e pagati per a tempo, ad ogni occasione. Peggio giá quando vennero in ogni cittá co' podestá o capitani annui o di pochi anni. Tuttavia, ciò non disavvezzava del tutto ancora i cittadini dal tener in mano i ferri, o li disavvezzava solamente in questa o quella cittá. Ma fu danno pessimo e nazionale, quando i mercenari si raccolsero in compagnie grosse, quando esse e lor condottieri furono nuove potenze che s'aggiunsero a tutte quelle giá cosí miseramente moltiplici dell'imperatore e re, del papa, delle cittá, degli antichi e restanti signori feodali, dei nuovi tiranni. Vano, od anzi ad ogni sincero uomo impossibile è l'illudersi: la pluralitá delle potenze ordinate può sí essere, è spesso utile in uno Stato; può, facendo concorrere tutte le forze e le operositá di una nazione, accrescere la forza totale di lei; ma la moltiplicazione delle potenze disordinate, indeterminate e sminuzzate non può se non tôrre ogni nerbo, se non isciogliere qualunque Stato, qualunque nazione. Invano si vien cercando una consolazione, un vantaggio di questi sminuzzamenti, si vien dicendo che se n'accrescevano le potenze, le facoltá individuali, o, come or si dice, la personalitá d'ognuno. Questi accrescimenti delle personalitá non sono altro, insomma, se non dissoluzioni dello Stato; il quale (sia in bene o in male) può tanto meno, quanto piú vi può ogni persona staccata. Questi accrescimenti di personalitá possono esser buoni (fino a un certo segno) alle lettere, alle arti, e tali furono ne' nostri secoli decimoquarto, decimoquinto e decimosesto; ma chi non ponga le lettere e l'arti sopra allo Stato, la coltura sopra alla civiltá, lo splendore d'una nazione sopra alla forza e all'indipendenza di lei, non potrá se non deplorare queste come che si dicano esaltazioni di personalitá, o dispersioni di potenze, di quelle potenze italiane giá cosí scandalosamente moltiplici all'epoca a che siam giunti, piú moltiplicate che mai per l'invenzione delle compagnie e de' condottieri. E mi si conceda ripeterlo qui: anche a me, come a chicchessia naturalmente, piacerebbe il dar lodi ai maggiori, il compiacerne i contemporanei; anche a me dorrá esser accusato di annerire o menomare la storia di questi secoli nostri, che si chiaman repubblicani e gloriosi. Ma io cedo a quel desiderio maggiore che s'è fatto in me quasi passione a un tempo e dovere, di cercare quanto piú io sappia sinceramente, e di svelare quanto io piú possa compiutamente tutta quella serie di errori ch'io veggo; che han dovuto essere pur troppo piú numerosi e piú gravi nella nostra nazione, che nell'altre contemporanee; posciaché queste uscirono di tali secoli con quell'unitá, quella nazionalitá e quell'indipendenza che noi non abbiamo. Le disgrazie d'ogni creatura naturalmente debole, donne o fanciulli, sono per lo piú indipendenti da' fatti loro, e perciò si commiserano da ogn'anima ben nata; le disgrazie degli uomini naturalmente piú potenti sono giá men sovente incolpevoli, e si scusan tanto meno, quanto piú essi sono potenti; ma le disgrazie delle nazioni,—le quali insomma, nel complesso di tutte le classi e di tutte le generazioni, sono, in natura, tutte potenti,—le disgrazie, le miserie delle nazioni non possono essere mai indipendenti da' fatti loro, non possono essere incolpevoli, non sono pienamente scusabili mai. Tutt'al piú, è scusabile una generazione a spese d'una o parecchie altre. Ma, data una gran nazione che non abbia l'indipendenza, non si può uscire da questo terribile dilemma: o bisogna dire che ella fu colpevole, o ch'ella n'è incapace. E della nostra io credo ed amo meglio il primo.—In tutta Europa furono, lungo il secolo decimoquarto, soldati, contestabili, capitani, compagnie di ventura. Era ultima degenerazione della feodalitá, di quella personalitá o individualitá appunto che si loda cosí stoltamente. Ma altrove, dove durava un centro, un re piú o men potente nella nazione, una aristocrazia armata intorno al re, una nazione piú o meno unita all'uno ed all'altra, questo malanno delle compagnie di ventura parve cosí evidente, cosí scandaloso, cosí contrario ad ogni nazionalitá e civiltá, anche di que' tempi, che tutti, re, nobili e popolo si raccolsero insieme per liberarsene; e se ne liberarono, e serví anzi ad unir meglio popolo, nobili e re. All'incontro, in Italia, dove non era tal centro, in Italia divisa e suddivisa, in Italia miserabilmente repubblicana senza le virtú delle repubbliche, tiranneggiata senza nemmen la centralitá delle tirannie, in Italia piú colta sí ma piú mal civile giá che le nazioni contemporanee, il malanno appena inventato crebbe, si diffuse, si aggiunse agli altri, li superò tutti. Il fiorire e durar delle compagnie fu primamente conseguenza, poi prova incontrastabile dell'assenza assoluta di vero spirito pubblico, d'ogni spirito militare; cioè dunque in tutto, d'ogni spirito patrio, cioè dunque di buona ed efficace civiltá degli italiani di questo secolo decimoquarto.—In sul principio di esso si accrebbero da noi i mercenari e venturieri stranieri, degli aragonesi raccolti al soldo di Federigo re di Sicilia, e poi de' tedeschi venuti a preda con Arrigo VII e Ludovico il bavaro imperatori. Gli aragonesi, rimasti liberi per la pace del 1303 tra i re di Sicilia e di Puglia, formarono fin d'allora una numerosa compagnia, che fu detta con parola araba degli «almogavari»; ma questi non piombarono sull'Italia, furono a guerreggiare, pirateggiare, conquistare e perdersi tra latini e greci dell'imperio orientale. All'incontro, i tedeschi d'Arrigo VII rimasero in Italia dopo la morte di lui; ed accresciuti di nuovi lor compatrioti ed altri venturieri, e riuniti in compagnie non grosse per anche sotto a' lor contestabili, servirono a parecchi de' tirannucci da noi nomati, Uguccione della Faggiola, Castruccio, Can grande, e principalmente il gran Matteo e Galeazzo Visconti. Costoro, servienti ai signori di Milano, furono capitanati da' minori o cadetti di quella famiglia, Marco e Lodrisio Visconti, che si posson quindi dire primi capitani di compagnie grosse, primi condottieri, nel frattempo delle due discese d'Arrigo VII e Ludovico il bavaro, tra il 1313 e il 1327. Ma s'accrebbero durante e dopo quest'ultima, e quella poi di Giovanni di Boemia; e diventarono piú grosse e indipendenti dalle cittá e da' signori che servivano e taglieggiavano, passando dagli uni agli altri; e furono insomma perfette allora, ebbero esistenza da sé, abbisognarono d'un nome. E cosí una prima e minore si chiamò della «Colomba», e guerreggiò e predò in Toscana intorno al 1335; una seconda e maggiore, di «San Giorgio», e capitanata da Lodrisio, fu sconfitta da Luchino Visconti in gran battaglia a Parabiago [1339]. E finalmente una detta la «gran compagnia», dopo aver predati i confini di Toscana e Romagna, e minacciata Lombardia, sotto un Da Panigo e un Da Cusano, italiani, e un duca Guarnieri, tedesco sfrenato che portava scritto in argento sulla corazza «nemico di Dio e di misericordia», si sciolse tra per minacce e per danari, e il Guarnieri risalí, quasi uno degli imperatori, a Germania, per indi ridiscendere [1343]. E cosí fu costituita questa nuova peste d'Italia. E di questa, come dell'altre, verremo accennando poi gli strazi principali; non tutti, che sarebbono le dieci e cento volte altrettanti in istorie piú estese. D'allora in poi, le compagnie scorrenti dall'un capo all'altro della penisola, tra cittá e cittá o signorie italiane, si potrebbero paragonare alle comete sguizzanti tra pianeta e pianeta del nostro sistema solare; se non che, indegno o quasi empio sarebbe il paragone tra questo sistema divinamente ordinato, e quella confusione sofferta dalla provvidenza; e che niun paragone poi può esprimere il disordine nuovo arrecato da que' pubblici ladroni. E pure, anche costoro sono ammirati da taluni.—Ma ei mi pare primamente, che, anche lasciando lor crudeltá e i tradimenti e le rapine, non fossero in costoro né grand'arte né quelle vere virtú militari, che sono le prime di tutte quando elle s'esercitano per la patria, ma che non sono piú virtú, quando per la paga, o peggio, per la preda. Il coraggio virile non è che animale, quando scoppia solamente dalla passione; e diventa bestiale, quando non ha scopo che del vitto; e inferiore al bestiale, quando ha scopo di semplice ricchezza; ed io non gli trovo nome che d'infernale, quando s'esercita ad oppressione.—E quindi parmi chiaro che da costoro incominci e venga in gran parte quel pervertimento, e poi quella perdizione quasi totale della vera virtú o spirito militare, che è pur troppo innegabile in Italia. Innegabilmente, questa virtú sussisteva ancora ai tempi delle fazioni di Milano, di Tortona, di Crema, d'Alessandria, d'Ancona e di Legnano, nella seconda metá del secolo decimosecondo. Ma dal principio del decimoterzo, incominciando le compagnie di stranieri od anche d'italiani, a darsi a nolo, e bastando essi poi a tutte le guerre fatte per due secoli, ne venne naturalmente che il grosso degli italiani, cittadini, borghigiani e contadini, si disavvezzarono dall'armi, da quel vero e virtuoso mestiero dell'armi, che io non so dire se sia piú necessario a mantenere la moralitá degli individui, o la indipendenza della nazione. Le cittá mercantili principalmente, e le contrade all'intorno, Venezia e Firenze soprattutto, fecero ogni lor guerra piú co' fiorini che con l'armi proprie; pagando il sangue altrui, disimpararono a spargere il proprio. Né si citi, all'incontro, l'assedio di Firenze, od altre simili fazioni; sono lampi, eccezioni; e il vero spirito militare è abitudine. E il peggio fu quando, perduta questa, vennero meno (com'era naturale nella civiltá progredita) le compagnie che v'aveano, malamente, pur supplito. Allora non rimase piú nulla di veramente militare nelle evirate province d'Italia, o meno in quelle piú anticamente disavvezze; non ne rimase piú se non in Piemonte. Il quale lo deve a' principi suoi, che lo salvarono dall'armi pagate, dalle compagnie di ventura; capitani, venturieri essi stessi in que' secoli, cavalieri prima, generali dopo, militari sempre, di razza, secondo i tempi. Ma se lo tolgano di mente gl'italiani, i quali volgon gli occhi bramosi a questo Piemonte, a questi principi: la prova fu fatta; non importa se bene o male, anche fatta meglio, non riescirá, non può riuscire, se fatta da questi soli, se non secondata da tutte, o poco meno, le province italiane, in qualunque modo, ma proporzionatamente al pro rata. Io son per dir cosa che parrá bestemmia a taluni: ma bisogna pur che sia detta da alcuno. Non solamente quelle idee che tanto si vantano, ma le stesse virtú politiche, ma la stessa concordia sono un nulla a petto della virtú militare, per il nostro patrio avvenire. Sia un'Italia concorde e ricca di quante idee e virtú politiche, ma povera di braccia militari, ella rimarrá ciò che è: sia un'Italia anche discorde, e senza altra idea o virtú che di sapere andare e stare sui campi di battaglia militarmente, ed ella sará indipendente. Quattro milioni non servono in somma a liberarne ventiquattro. Pensino i venti al modo di disfar l'opera de' sei secoli pervertitori della milizia italiana.
23. La regina Giovanna e i suoi quattro mariti [1343-1377].—Roberto di Napoli lasciò morendo il regno a Giovanna figlia di suo figliuolo premorto, giovinetta di diciassett'anni e giá maritata ad Andrea d'Angiò fratello di Luigi re d'Ungheria, pronipote anch'egli de' due Carli I e II. Visser discordi pochi anni; fu ucciso Andrea, uscendo d'appresso alla moglie [1346]. Papa Clemente VI ne mandò giudicare da Avignone; furono torturati e suppliziati parecchi uomini e donne; e la regina si rimaritò [1347] con Luigi di Taranto, un altro collaterale di casa Angiò. Scende Luigi d'Ungheria fratello dell'estinto a vendetta, e caccia gli sposi novelli che rifuggono al papa in Avignone [1348], gli vendono questa cittá, e co' danari tornano a Napoli, onde Luigi s'era partito per paura della famosa peste (descritta da Boccaccio) di quell'anno. Guarnieri, il condottier tedesco ridisceso giá con Luigi, a capo della «gran compagnia» rifatta, passa a Giovanna, ripassa a Luigi. Se ne prolunga la guerra; riscende Luigi per mare a Manfredonia [1350]; si ricombatte, si rimette il giudicio a papa Clemente; giudica Giovanna innocente, ed ella riprende il Regno ed è incoronata con Luigi di Taranto [1352]. Morto il quale poi senza figliuoli [1362], Giovanna prende del medesimo anno a terzo marito Giacomo d'Aragona figlio del re di Maiorca, ma non gli dá titolo di re. Egli la abbandona, guerreggia in Ispagna, v'è fatto prigione, è riscattato dalla moglie [1365] e vien a raggiungerla. E morto esso pure [1374], Giovanna prende a quarto marito Ottone di Brunswick [1376]. Intanto in Roma succedeva uno degli effetti piú strani di quella smania imitativa, di quella pretesa di restaurar l'antico primato romano, che giá vedemmo sorgere in Arnaldo da Brescia e nei senatori disprezzati da Federigo I; quella smania che era venuta crescendo nel presente secolo col ricrescer delle lettere e delle memorie antiche, in parecchie cittá italiane, in Firenze e Venezia principalmente (come si scorge da' lor fatti e loro storici), ma soprattutto, com'era naturale, in Roma. Qui dunque avvenne una rivoluzione letterata, pedante: Cola di Rienzo, un giovane del volgo, ma colto e imaginoso, imagina restaurar il nome, i magistrati, la potenza del popolo romano, abbandonato da' papi, straziato da' Colonna, Orsini, Savelli ed altri grandi. Contra questi ei nodriva (è frase del Sismondi) «un odio quasi classico, e ch'ei credeva ereditato da' Gracchi». Un dí di maggio 1347 ei solleva il popolo, si fa tribuno, stabilisce quello ch'ei chiama il «buono stato», s'accorda col vicario del papa, sale con esso in Campidoglio, e cita dinanzi al popolo romano Ludovico di Baviera imperatore, ed il competitore di lui Carlo di Lucemburgo (figlio di Giovanni il venturiero, nipote di Arrigo VII). È riconosciuto, lodato in tutta Italia, massime da' letterati. Ma letterato, antiquario, poeta, il buon Cola non sa governare, meno guerreggiare. È cacciato prima che finisse l'anno da' nobili e da un legato del papa; fugge a Carlo IV che, morto il Bavaro e scartati alcuni competitori, era rimasto solo. Nel 1352 è consegnato a papa Innocenzo IV allor succeduto in Avignone, ed è da questo aggiunto al cardinale Albornoz di lá mandato a restaurar la potenza papale in Italia. Cosí da luglio a ottobre 1354 signoreggia di nuovo in Roma con dignitá di senatore; finché popolo e grandi si sollevan contro lui, e lo trafiggono a piè del Campidoglio. Non frammischiatosi, come giá Arnaldo, in cose spirituali, non in elezioni di papi ed antipapi come gli antichi Alberici, fu il piú innocente fra gli usurpatori romani; fu sognatore, ed esempio a molti altri.—Dopo di lui l'Albornoz continuò con piú politica e piú fortuna la restaurazione della potenza papale in Roma, nelle Marche, in Romagna, in Toscana stessa, durante tutto il pontificato d'Innocenzo VI e quasi tutto quello d'Urbano V, succedutogli nel 1362. Francese questi pure, pontificò primamente come gli altri da Avignone; ma nel 1367 ei fece rivedere un papa al posto suo, venne a Roma, vi rimase presso a tre anni, e tornò poi nel 1370 ad Avignone, e nel medesimo anno vi morí. Succedette Gregorio XI pur francese; il quale pure pontificò primamente in Avignone; ma pressato, dicesi, principalmente da santa Caterina da Siena e da santa Brigida, restituí finalmente la Sedia in Roma l'anno 1377. Eran settant'anni appunto dalla traslazione in Francia.—In Toscana, Firenze risplendeva, s'arricchiva, poteva piú che mai. Raccoglieva il frutto di sua costanza guelfa, di sua indipendenza, meglio difesa che non quella di niuna altra cittá italiana, salvo Venezia. Eccessiva giá in democrazia, tollerava ora i nuovi nobili o grandi, sorti sulle rovine dell'antica aristocrazia, i grandi commercianti, fra cui giá sorgevano i Medici, fra cui pure riammetteva per grazia alcuni antichi. E cosí finalmente tollerandosi, le due classi inevitabili dell'aristocrazia e della democrazia si salvarono da que' tirannucci, peggiori certamente che non le offese reciproche o gli eccessi dell'una e dell'altra. Fin d'allora, non militare abbastanza per ordinare armi proprie, per esentarsi de' condottieri, fu politica in modo da barcheggiare con essi, e servirsene nelle solite rivalitá contro a Pisa, e in quella or piú pericolosa co' Visconti di Milano. Firenze non fu buono Stato se si giudichi positivamente da sé, posciaché non asserí l'indipendenza compiuta, posciaché non ebbe armi proprie; ma Firenze fu senza dubbio il migliore Stato d'Italia dopo Venezia; e non merita né tutti gl'improperi di Dante, né tutti gl'inni di Sismondi.—I Visconti erano sempre i maggiori principi d'Italia. Morto Luchino, avvelenato, dicesi, dalla moglie [1349], eragli succeduto suo fratello Giovanni arcivescovo. Signore giá di sedici cittá, comprò da Pepoli Bologna [1350]. Fu citato a renderne conto ad Avignone; rispose che v'andrebbe con dodicimila fanti, seimila cavalli; s'accomodarono. Tenne Bologna in feudo papalino [1352]. Minacciò, guerreggiò invano Firenze, signoreggiò Genova [1353], morí nel 1354. Succedettergli insieme nella signoria tre nipoti suoi, Matteo, Bernabò e Galeazzo; ma morto il primo, dicesi avvelenato da' due altri, questi, serbando Milano in comune, si spartirono l'altre cittá. Ma liberaronsi in breve Bologna, Genova e Pavia [1366]. Capo di questa fecesi un fra Iacopo de' Bussolari, letterato, poeta, amico del Petrarca anch'egli, un Cola di Rienzo lombardo. E anch'egli durò poco; restituí Pavia ai Visconti [1359]; finí in un carcere di frati a Vercelli. E i Visconti assaliti poi da una potente lega di fiorentini e degli Estensi di Ferrara, de' Gonzaga di Mantova e del marchese di Monferrato, resistettero.—Genova e Venezia fecersi di questi tempi una guerra maggior delle precedenti; disputaronsi il primato del lago italiano, a cui Pisa decaduta giá non pretendeva piú. I genovesi, afforzati in Galata e Pera sobborghi di Costantinopoli, contesero, rupper la guerra con Cantacuzeno imperatore, gli assediaron la cittá, gli arser la flotta [1348]. Poi contesero co' tartari a Caffa, altra lor colonia [1350]; poi co' veneziani a cui voller chiudere il commercio alla Tana (Taganrog). Questi s'allearono co' greci e con gli aragonesi, e capitanati tutti da Niccolò Pisani grand'uomo di mare, combatterono una gran battaglia nel Bosforo contro a' genovesi capitanati da Paganino Doria, altro grande [1352]. Vinsero i genovesi, e fatta pace co' greci continuaron la guerra co' veneziani. Ma furono vinti dai pisani alla Loiera nel mar di Sardegna [1353], e allor fu che diedersi al Visconti. Con tal aiuto riarmarono, rifecer capitano Paganino Doria, ricombatterono una terza battaglia al golfo di Sapienza in Morea, e vinsero [1354]. Allora fecesi tra le due repubbliche una pace, che pur troppo non durò poi, che durando avrebbe forse confermato il primato marittimo all'Italia per sempre. Ma giá si sa: l'assurditá delle rivalitá marittime è l'ultima ad intendersi, anche in tempi piú progrediti che non eran quelli. Venezia fu turbata poi da una congiura, piú o meno accertata, del suo doge stesso Marin Faliero. Ne fu accusato, condannato, ucciso segretamente [1355]; materia di future tragedie.—Del resto, si frammischiarono a tutti i fatti della penisola, guerreggiarono, predarono, si moltiplicarono, si sciolsero, si riunirono, e si accrebbero di quelle che Francia veniva cacciando, le funeste campagnie italiane sotto duca Guarnieri il tedesco «nemico di Dio», fra Moriale un provenzale, il conte Lando, Anichino Bongarten, Alberto Sterz tedeschi, Giovanni Hawkwood inglese, ed altri minori.—E poco diverso oramai da cotestoro discese Carlo di Lucemburgo [1354], fu incoronato re a Milano, imperatore a Roma [1355], e risalí a Germania. Dove poi l'anno appresso [1356] ei pubblicò la Bolla d'oro; quella costituzione che ordinò l'elezione, gli elettori degli imperatori romani o germanici, e durò (mutata, s'intende, nel corso de' secoli) finché duraron quelli. Nel 1368 ridiscese in Italia, vendette signorie, vicariati imperiali qua e lá, e fece incoronar l'imperatrice in Roma da quel papa Urbano V, che vedemmo precursore della restituzione della sedia pontificale.
24. Il quarto periodo della presente etá in generale [1377-1492].—La storia politica de' nostri comuni, repubblicani dapprima, tiranneggiati quasi tutti poi, è cosí intricata, che ella cape difficilmente in niuna mente o memoria umana, che niun'arte di scrittore la fece o la fará forse mai né molto letta, né perfettamente chiara a chi la legge. All'incontro, la storia letteraria di questi nostri secoli è cosí bella e cosí splendida a chicchessia, che fin da fanciulli noi la sappiam tutti e ne abbiamo la mente invasa e preoccupata. Quindi un errore involontario e frequente: di tener il secolo decimoquarto, il secolo di Dante, Petrarca, Boccaccio e Giotto, quasi piú splendido in tutto, anche in politica, che non il decimoquinto, in che niun nome tale non apparisce a colpir gli animi nostri. Nel trattar della coltura di quest'etá, noi avrem forse a diminuire questa apparente contradizione delle due nostre storie politica e letteraria. Intanto ci pare dover qui accennare che, cessata la dimora de' papi in Francia e cosí la innatural soggezione loro alla corte francese, sottentrò sí dapprima il danno spiritualmente maggiore della divisione della cristianitá, il grande scisma occidentale; ma che, politicamente, all'Italia ferma nell'obbedienza al papa legittimo di Roma, fu minore assai lo stesso danno spirituale, e grande poi il vantaggio di riavere in sé la sedia di quella cosí intimamente, cosí inevitabilmente italiana potenza del papa; e fu vantaggio nuovo, quando, cessato lo scisma, si ordinò questa potenza; come furono l'ordinarsi, l'ampliarsi di altri Stati italiani, il diminuirsi lo sminuzzamento della penisola, il farsi italiane le compagnie. E il fatto sta, che in questo nuovo secolo escon fuori parecchi piú o men puri, ma certo splendidi nomi politici e militari: Francesco Sforza, il Carmagnola, Cosimo e Lorenzo de' Medici, Niccolò V, Pio II, Alfonso il magnanimo, indubitabilmente superiori ai nomi politici del secolo precedente.—Del resto, continua qui e continuerá sino al fine di nostra storia la difficoltá, l'impossibilitá di trovare un vero centro, intorno a cui rannodare i fatti moltiplici. Finché durò la lotta contro agli imperatori, questi furono, se sia lecito dir cosí, centro passivo, centro contro cui si volsero gli sforzi, non di tutti purtroppo, ma de' migliori italiani, dei papi e di Firenze principalmente. Ma cessata quella lotta (per l'infausta traslazione, per l'infrancesarsi de' papi da una parte, e per la trascuranza degli imperatori dall'altra), noi dovemmo giá cercare un nuovo centro tal quale, per averne epoche, date, riposi a cui condurre via via parallelamente i fatti diversi; e cosí prendemmo dapprima gli Angioini di Napoli. Ma noi vedemmo cessata in breve lor prepotenza, anzi, quanto all'Italia media e settentrionale, ogni loro potenza; ondeché forse giá prima di qua avremmo dovuto, certo qui dobbiamo di nuovo mutar centro, e ci par migliore Milano. Del resto, quanto piú si complica la storia, tanto piú arbitrario resta qualunque ordinamento di essa. E benché i piú degli scrittori non soglian notare siffatte difficoltá insuperabili o almeno insuperate nelle loro storie, parve a noi che il renderne conto candidamente potesse conferire ai due scopi nostri, di far capire e ritenere, il meno male possibile, la nostra storia.
25. Bernabò e Gian Galeazzo Visconti primo duca di Milano [1378- 1402].—Il ritorno de' papi non fu dunque dapprima se non principio di nuova calamitá. Corso poco piú che un anno, morí Gregorio XI [1378], e si disputò l'elezione tra dodici cardinali francesi, e quattro italiani. Il popolo gridava in piazza:—Lo volemo romano!—Fu per compromesso eletto un napoletano, e cosí suddito francese, Urbano VI. Contentaronsene i romani, ma non i cardinali francesi, i quali pochi mesi appresso elessero un francese davvero, Clemente VII. Ne seguí per quarant'anni quello che fu chiamato poi il grande scisma occidentale, una serie di papi italiani in Roma, a cui obbedivano la penisola italiana e Germania; ed una serie di papi francesi in Avignone, a cui obbedivano Francia, Inghilterra e Spagna con Sicilia. Urbano VI fu zelante italiano, zelante papa, ma imprudente forse ed avventato. Scostatasi da lui la regina Giovanna, ei chiamò d'Ungheria nuovi competitori. Del 1385, puní ferocemente alcuni cardinali congiuranti contro lui; lasciò ridissolversi lo Stato, riunito giá dal cardinal Albornoz; e morí poi nel 1389. Successegli in Roma Bonifazio IX. Cosí scese d'Ungheria Carlo di Durazzo, ultimo maschio della stirpe di Carlo I, contro alla vecchia regina Giovanna; prese Napoli, fecesi proclamar re Carlo III [1381]; prese poco appresso Giovanna stessa derelitta da tutti, tennela nove mesi prigione; e, dicesi, tra le piume del letto spensela poi [1382]. Giovanna aveva giá chiamato ad erede Carlo di Durazzo; ma nel frattempo che era assalita da lui, chiamò Luigi figlio del re di Francia, e nuovo duca d'Angiò, nuovo stipite di una seconda casa Angioina di Napoli. Questi scese nello stesso 1382 a difendere giá, a vendicare poi Giovanna; guerreggiò nel regno fino al 1384, che morí e lasciò le pretese a Luigi II suo figliuolo. Allora regnò solo Carlo di Durazzo; ma guastossi anch'egli col papa, guerreggiò con esso, risalí ad Ungheria e vi morí, lasciando il regno a Ladislao suo figliuolo, fanciullo [1386]. Guerreggiarono quindi per questo i suoi partigiani contra Ottone, ultimo marito della spenta Giovanna, contra Urbano VI, contra Luigi II per lunghi anni. Cresciuto, guerreggiò egli; e riunito il regno finalmente l'anno 1399, lo tenne poi crudelmente vendicandosi dei nemici, a modo del secolo.—In Toscana, in tutta l'Italia media continuavano numerosi sollevamenti dei popolani minori contro a' maggiori diventati nobili. Il piú famoso e che può servir d'esempio fu quello di Firenze. Ivi i nobili nuovi si dividevano giá in due, gli Albizzi a capo de' piú aristocratici; i Ricci e i Medici, de' piú democratici. Cosí succede e succederá sempre. Tanto sarebbe tenersi i primitivi. Ma l'invidia non ragiona, e soprattutto non sente bene; chiama generosa l'acrimonia contra quanto è grande; non pensa che sará punita essa stessa un giorno onde peccò, da nuove invidie ripunite. Salvestro de' Medici fatto gonfaloniero nel 1378, e Benedetto Alberti, sollevarono la parte democratica pura, le arti minori, quella della lana principalmente, detta de' Ciompi, contro alla parte diventata aristocratica, le arti maggiori, gli Albizzi. Disputossi ne' Consigli, combattessi in piazza, vinsero i soliti padroni della piazza, gl'infimi, i ciompi. Michele Lando, uno di essi, portò il gonfalone; fu fatto gonfaloniero. Ma fu in breve assalito da' piú democratici fra' suoi democratici, da' piú ciompi fra' suoi ciompi; resistette alquanto ma invano; gli Albizzi furono perseguitati, suppliziati [1379]. Poi, vincitori i ciompi si divisero; e le arti maggiori, gli Albizzi, i nobili popolani trionfarono all'ultimo [1382]; cioè anch'essi per allora fino a che, come vedremo, trionfò di nuovo la parte ultra popolana sotto i Medici, che se ne fecero scala alla signoria.—Cosí in Genova, alle divisioni tra i Doria e i Fieschi e l'altre famiglie antiche, eran succedute divisioni poco diverse tra gli Adorni e Fregosi, genti nuove. Ferveva intanto nuova guerra tra Genova e Venezia. Erasi combattuto dapprima in Cipro, in tutto Oriente; ma vinti i genovesi nel 1378 ad Anzio, fecero un grande armamento, occuparono l'Adriatico, vinsero a Pola Vettor Pisani [1379], che fu perciò stoltamente imprigionato da' suoi concittadini. Quindi i genovesi assediaron Venezia da Chioggia e il mare, mentre Francesco Carrara signor di Padova la stringea da terra, dalle Lagune. Non mai Venezia erasi trovata a tale estremo: chiese, pregò pace. Ma Pietro Doria, l'ammiraglio genovese, rispose: «voler prima por le briglie a' cavalli di San Marco». Questo fece tornar il senno e il cuore a' veneziani; e, tolto dal carcere e rifatto capitano Vettor Pisani, richiamate lor flotte da Levante sotto Carlo Zen, un altro grand'uomo di mare, resistettero dapprima virilmente, poi riassediarono essi i nemici in Chioggia [1380], li ridussero ad arrendersi, si liberarono. E stanche finalmente le due repubbliche, terminarono quella troppo famosa guerra, detta di Chioggia, con un trattato fatto in Torino per mediazione d'uno di que' principi Savoiardi, che ingrandivano [1381].—Tra' Visconti, morto Galeazzo [1378] uno de' due fratelli, succedevagli Gian Galeazzo figliuolo di lui, e cosí divideva la signoria, con Bernabò suo zio. Ma per pochi anni; ché nel 1385, mentre in un abboccamento s'abbracciavano nipote e zio, quegli dicendo a sue guardie tedesche—Streike,—fece questo disarmare, prendere, imprigionare, e poi dicesi avvelenare e riavvelenare. Cosí rimasero Milano e Pavia e tutta la gran signoria viscontea sotto a Gian Galeazzo. Da secoli e secoli molti signori e tiranni italiani avevano giá usate perfidie e crudeltá, ma alla cieca, alla barbara, piú per istinto che per arte. I Visconti furono i primi, i quali usarono efficacemente quell'arte, che l'opinione vergognosamente corrotta di que' secoli chiamò «virtú», che alcuni pochi ammirano ancor di soppiatto sotto nome d'«abilitá»; ma che, come il bene vien talor dal male, fu forse utile ad ingrandire e riunire gli Stati, a scemare la funestissima dispersione delle potenze d'Italia, come fu utile un cent'anni appresso a riunir Francia sotto Luigi XI. Appena Gian Galeazzo ebbe tutto lo Stato visconteo, egli si volse ad ingrandirlo. S'uní prima ai Carraresi di Padova contro a Venezia ed agli Scaligeri, e prese a questi Verona [1386]. Quindi s'uní co' veneziani contro ai Carraresi, e prese Padova e Treviso [1387]. Fuggitone Francesco II di Carrara a Firenze, tornò per Germania col duca di Baviera genero giá di Bernabò cui volea vendicare, e riacquistò Padova [1390]. Intanto Gian Galeazzo assaliva Bologna e Toscana tutta. S'alzava Firenze, ma piú da mercante che da guerriera, e soldava l'Acuto (cosí avea fiorentinamente addolcito l'impronunciabile Hawkwood), soldava il duca di Baviera [1390], soldava un conte d'Armagnacco [1391], e cosí si salvava e facea pace [1392]. Finalmente nel 1395 Gian Galeazzo comprò dal vil imperatore Venceslao (che dimenticammo di dir succeduto nel 1378 a Carlo IV di Lucemburgo padre suo) il titolo di duca di Milano per sé e suoi successori di maschio in maschio, con ventisei cittá lombarde dal Ticino alle Lagune, per centomila fiorini. Fu una delle vergogne che fecero dagli elettori tedeschi depor Venceslao, ed eleggergli a successore Roberto giá conte palatino [1400]. Questi discese subito contro al nuovo duca italiano; ma sconfittone presso a Brescia [1401], ed abbandonato poi da tutti i suoi alleati, ed avendo esausti i sussidi fiorentini, risalí e sparí in Germania [1403], dove poi regnò fino al 1410. Intanto rimase poco men che abbandonata al duca Visconti tutta l'Italia. Nel 1399 aveva compra Pisa al figliuolo di Iacopo d'Appiano, che l'aveva usurpata ad un Pietro Gambacorta. Nel 1400 acquistò Assisi, e Perugia divisa dopo la morte di Pandolfo Baglioni, capo di parte nobile colá; e ricevette sotto sua protezione Paolo Guinigi, nuovo tiranno di Lucca; nel 1401 prese Bologna a Giovanni Bentivoglio, tiranno nuovo esso pure. Insomma (tranne Modena, Mantova e Padova) avea tutta Lombardia dal Ticino all'Adriatico; con Bologna, Lunigiana, Pisa, Siena, Assisi e Perugia. Se non moriva di peste nel 1402, chi sa, costui riuniva l'Italia almen settentrionale. Cosí fosse stato! Gli uomini passano, e le istituzioni restano sotto uomini migliori.—Gian Galeazzo fece un bene; usò, promosse, ingrandí le compagnie italiane che s'eran venute raccogliendo sotto parecchi Da Farnese, un Dal Verme, un Biondo, un Broglia, un Ubaldino, i Malatesta e parecchi altri, e sopra gli altri Alberico da Barbiano. Tra un malanno straniero ed uno italiano, questo è sempre meno male. Genova divisa, incapace di difendersi, erasi fin dal 1396 data a Francia.
26. Giovanni Maria Visconti secondo duca [1402-1412].—Ma poco mancò che coloro non rovinassero il nuovo ducato de' Visconti. Morendo Gian Galeazzo avea lasciati due figliuoli di tredici e dodici anni: Giovan Maria che gli succedette nel ducato di Milano, Filippo Maria nel contado di Pavia; ambi sotto la tutela di Caterina lor madre, sotto la protezione de' condottieri. Ma le cittá si sollevarono, e i condottieri riducendole le serbarono per sé; si fecero forti in ciascuna, Facino Cane il principale di tutti in Alessandria, Ottobon Terzo in Parma, Malatesta in Brescia, Giovanni da Vignate in Lodi, Gabrino Fondolo in Cremona e via via. Caterina, tiranneggiante con Barbavara cameriero giá di suo marito, fu chiusa in carcere, dove morí; colui cacciato [1404]. Giovan Maria cresciuto e sorretto da Facino Cane, tiranneggiò, incrudelí, lussureggiò anch'esso in Milano. Gran cacciatore, dicono (ma è credibile?) cacciasse uomini; fu scannato da alcuni gentiluomini milanesi addí 16 maggio 1412. Diventò duca il fratello di lui Filippo Maria conte di Pavia. Intanto, anche piú facilmente s'erano sollevate e liberate le cittá piú lontane venete e toscane. Francesco Novello da Carrara univasi con Guglielmo ultimo degli Scaligeri, figlio di quello spogliato giá quindici anni addietro; e insieme riprendeano Verona [1404]. Ma lo Scaligero morí, dicesi di veleno, pochi dí appresso; e cosí finí quella famiglia dopo due secoli di signoria, senza vera gloria, senza risultato. Quante pene sprecate, quanti semi di virtú perduti, per ingrandir le famiglie! E non lasciar all'ultimo un'opera compiuta, un benefizio alla patria, una benedizione in cuore ai compatrioti! Verona passò quindi al Carrarese, e Vicenza a Venezia; e ruppesi guerra tra quello e questa. Ma le guerre erano allora de' piú ricchi che pagavano piú venturieri; e qui non v'era paragone. Venezia prese Verona e Padova, e Francesco Novello e i piú degli altri Carraresi [1405]; e fece strozzare in carcere lui e due figliuoli di lui [1406], e pose sfacciatamente a prezzo le vite de' minori a lei sfuggiti. Venezia entrava a un tempo nella carriera delle conquiste, e in quella della scellerata virtú del secolo decimoquinto. E cosí finí anche questa famiglia d'antichi principi italiani.—Né si mosse Firenze, giá lor alleata e patronessa; era occupata in un'impresa non dissimile, quantunque men barbaramente adempiuta. Perugia e Bologna eransi liberate da' Visconti e ridonate al papa; e liberatesi Siena e Lucca. Sola Pisa rimaneva a un bastardo di Gian Galeazzo, protetto da Boucicault, signor di Genova per Francia. Costoro vendettero a Firenze il castello di Pisa, e poi il francese fece decapitare l'italiano. I pisani ripresero il castello, fecero signore un Gambacorta, sostennero un lungo e bell'assedio, e furon venduti da colui, e i fiorentini entrarono cosí a tradimento [1406], e finí la libertá di Pisa. Non vi furono crudeltá: Firenze fu sempre relativamente mite.—Quindi ivi, nella nuova suddita Pisa, convocossi un concilio a finir lo scisma. A Bonifazio IX, papa, erano succeduti Innocenzo VII [1404] e Gregorio XII [1406]. In Avignone papeggiava Pier di Luna sotto nome di Benedetto XIII. Questi due furon citati al concilio di Pisa [1409], s'appressarono, ma non vennero. Furon deposti, fu eletto Alessandro V; e lui morto nel 1410, e succedutogli Giovanni, invece di due s'ebber tre contendenti, e furon citati tutti poi a un nuovo concilio a Costanza.—In mezzo a tutto ciò venne a frapporsi l'ambizione di Ladislao re di Napoli, che invase Roma e Toscana [1408]. Firenze, minacciata e sempre pendente a Francia, chiamògli contra il competitore Luigi d'Angiò. Guerreggiossi quindi parecchi anni in Toscana e in tutto il mezzodí, tra i due competitori; combattendo per il francese e Firenze Braccio da Montone, per Ladislao Attendolo Sforza. Erano allora i due condottieri maggiori d'Italia, i due che introdussero qualche arte di guerra in lor mestiero: piú ardito Braccio, piú assegnato Sforza, fecero e lasciarono le due famose scuole italiane de' bracceschi e sforzeschi.—Nel 1409 il regno di Sicilia erasi di nuovo riunito ad Aragona. Noi lasciammo quello cent'anni addietro in mano a quel Federigo che l'aveva difeso cosí bene contro al proprio fratello d'Aragona, agli Angioini di Napoli, a Francia, al papa, a Carlo di Valois e ai guelfi neri; e l'aveva avuto per sua vita colla pace del 1303. A malgrado della quale egli il lasciò poi nel 1337 a suo figliuolo Pietro II, che il lasciò nel 1342 a suo figlio Luigi, che il lasciò nel 1355 a suo fratello Federigo II, che il lasciò nel 1377 a sua figlia Maria, che il lasciò nel 1402 a suo sposo Martino d'Aragona, che il lasciò morendo nel 1409 a suo padre Martino il vecchio, che fu cosí re d'Aragona e Sicilia. Il quale morto poi senza figliuoli [1410], e cosí spenta in lui l'antica schiatta d'Aragona, disputossi la successione e passò a Ferdinando principe di Castiglia [1412]. Non ci possiam fermare a tutti questi, mediocri per sé e per potenza, e che, tranne alcune contese e piccole guerre con gli Angioini di Napoli, non importarono nelle vicende d'Italia.
27. Piemonte. Casa Savoia. Amedeo VIII [1100-1434].—Ma qui è d'uopo lasciar l'Italia meridionale, e volgerci a quell'angolo occidentale in cui scriviamo, e che pur trascurammo fin dal principio della presente etá, fin dalle origini italiane della casa di Savoia. Dicemmo Odone conte di Morienna e d'altri feudi oltre Alpi, ed Adelaide contessa di Torino e d'altre cittá e feudi in Piemonte, stipiti di quella famiglia, a cui alcuni cercano una antichitá italiana ulteriore, a cui può bastar questa di otto secoli, superior cosí di sette a quelle di ogni altro principe italiano presente, salvo i papi. Al tempo di Adelaide era stata nell'Italia occidentale un'altra casa molto potente, quella d'un conte Aleramo signoreggiante negli Appennini dalla sponda destra del Po fino a Savona. Alla morte di Adelaide [1091], la successione di lei fu disputata, straziata, tra Umberto II Savoiardo, figlio di suo figlio; Bonifazio conte di Savona, figlio di una figlia d'un altro suo figlio; Corrado di Franconia, figlio di Berta sua figlia, l'infelice moglie che vedemmo dello scellerato Arrigo IV imperatore; e soprattutto poi dalle cittá che appunto allora vedemmo costituirsi in comuni. Quindi Umberto II e i Savoiardi primi successori di lui furono ridotti a poco piú che Savoia e i comitati oltremontani; e le famiglie Aleramiche, tra cui principali quelle di Monferrato in mezzo agli Appennini, e di Saluzzo tra l'Alpi ai fonti del Po, divisero l'Italia occidentale con le cittá liberatesi, Torino, Chieri, Asti, Vercelli, Novara, e, quando fu fondata, Alessandria. I Savoiardi scendevano, potevano secondo le occasioni, in Torino e l'altre; e quando non potevano qui, s'estendevano all'intorno di Savoia, in Elvezia, in Francia; ovvero guerreggiavan piú lungi, alla ventura, in Inghilterra, in Fiandra, in Oriente, alle crociate. Casa Savoia fornirebbe ad una storia della cavalleria piú numerosi, piú splendidi e piú veri cavalieri, che non ne sieno di falsi in parecchi poemi e romanzi; casa Savoia ebbe quasi sempre la virtú di entrare con alacritá, e cosí con fortuna, nelle condizioni de' secoli suoi.—Al finir del decimoterzo fece un grand'errore; ma perché questo pure era del tempo, e gli errori stessi, quando sono tali, sono men pericolosi, perciò questo la indebolí appena, o forse l'afforzò. Vi si disputò, s'alterò, forse s'usurpò, e certo si divise la successione tra Amedeo V e il fanciullo Filippo nipote di lui [1285]. Gli Stati generali, raunati in Giaveno, ne decisero o sancirono la decisione; Amedeo V rimase conte di Savoia e signor supremo, il fanciullo signor vassallo del Piemonte. E cosí rimase la famiglia divisa ne' due rami (oltre altri minori) un centotrenta anni; pur signoreggiando il ramo Savoiardo su quel di Piemonte, che dalla moglie di Filippo ebbe pretese e nome di principi d'Acaia. Del resto, Amedeo V superò forse i predecessori in isplendor di cavalleria e certo in potenza. Nel 1290 entrò in una lega contro a Guglielmo di Monferrato, che fu poi preso dagli alessandrini, e tenuto in una gabbia dove morí commiserato da Dante nel poema [1292]. Finita in Giovanni, figlio di questo, la casa Aleramica e prima di Monferrato [1305], passò il marchesato a sua figlia ed al marito che era de' Paleologhi di Costantinopoli, e continuò in questa seconda casa, benché i saluzzesi gliel disputassero e perciò facessero omaggio ad Amedeo V. Questi fu poi gran seguace e consigliero ad Arrigo VII imperatore nella sua discesa dal 1309 al 1313; e gran nemico come tutti i suoi, ed era naturale, agli Angioini che da Provenza e dal mezzodí volevano ficcarsi in Piemonte. Nel 1316 dicono andasse a combattere pe' cavalieri gerosolimitani contro a' saracini a Rodi; e salvatala, ne portasse il motto cavalleresco di «FERT», il quale significhi colle quattro iniziali: «Fortitudo Eius Rodhum Tenuit». Ma se mi si conceda una digressione di due righe su questo patrio trastullo, io crederei che questo motto, il quale si trova piú antico e sempre intrecciato con «lacci d'amore», non voglia dir altro, se non che uno di que' buoni cavalieri, l'inventor del motto, si vantava di portar que' lacci. Morí Amedeo V in Avignone, dov'era andato a promuovere una nuova crociata presso ad uno di que' papi infingardi [1323].—Seguendo separati i due rami di Savoia e di Piemonte o Acaia, questi, che non aveano ad attendere al di lá dell'Alpi, attesero tanto piú al Piemonte, e vi s'ingrandirono tra' nuovi marchesi di Monferrato, e gli antichi di Saluzzo, e gli Angioini, e le cittá guelfe e ghibelline, e i tirannucci e i condottieri; mentre i cugini di Savoia li aiutavano all'occasione. Fra' Savoiardi fu di nuovo cavaliero splendidissimo in fatti di guerra e di pace Amedeo VI, detto il conte Verde dal colore (secondo quegli usi) costantemente da lui usato. In Piemonte guerreggiò e s'aggrandí; e guerreggiò contro a' Visconti parenti suoi, per difender due pupilli di Monferrato; e guerreggiò in Puglia, e in Oriente; assisté al ritorno de' papi in Roma; arbitrò e conchiuse la pace di Torino dopo la guerra di Chioggia tra Genova e Venezia. Una volta, accogliendo a sua corte Carlo IV imperadore, e ricevendone l'investitura de' suoi Stati, e rompendosi, secondo l'uso barbaro-imperiale, gli stendardi e gli stemmi al vassallo prima d'investirlo, egli afferrando il suo della croce bianca, nol patí; e cosí in modo cavalleresco e politico insieme protestò della indipendenza (fosse di diritto o di fatto) di casa Savoia. Governò, risplendette quarantanove anni [1334-1383].—Succedettegli Amedeo VII, detto il conte Rosso; il quale pure guerreggiò, torneò in casa, e fuori, e aggiunse a' suoi Stati Nizza e quella bella contea, squarcio di Provenza, datagli da quei cittadini, concedutagli da re Ladislao per non poterla difendere esso da Luigi d'Angiò, e lasciatagli prender da questo non meno impotente quantunque vicino. Morí dopo otto anni di signoria [1391].—E successegli, fanciullo, Amedeo VIII tutto diverso de' predecessori; giá non piú gran cavaliero, ma uomo politico, prudente insieme ed ardito, riunitore ed ampliator dello Stato, se non incolpevole, certo lontanissimo dalle infamie de' Visconti e degli altri tirannucci contemporanei; ordinator poi e legislatore, e che cosí, cioè secondando i tempi senza prenderne i vizi, fu fondator nuovo della sua robusta monarchia. Seppe guerreggiare, ma fu famoso massimamente in trattar negozi vari. Cosí asserí suoi diritti su Ginevra, sui marchesi di Saluzzo, contro i Delfini e i Borboni di Francia. Entrò, giovò ne' negoziati che vedremo, per far finir lo scisma. Nel 1416, ottenne dall'imperator Sigismondo il titolo di duca. Nel 1418, estinta la casa d'Acaia, riuní gli Stati. Nel 1430, ordinò, ampliò gli antichi statuti di Savoia, e feceli comuni ne' suoi Stati, pur lasciandone molti locali qua e lá; saviezza di que' tempi, in cui era ancora impossibile l'uniformitá. Come i maggiori suoi, comprò, acquistossi in vari modi parecchie signorie feodali o cittadine incastrate ne' suoi Stati o limitrofe. La piú bella fu Vercelli, avuta da' Visconti [1427]. Finalmente, nel 1434 Amedeo VIII lasciava quasi tutte le cure del governo a suo figliuolo Ludovico, e si ritraeva poi, egli primo con sette compagni, in Ripaglia, un bel sito sul lago di Ginevra, per vivervi tranquilli, romiti, cristiani. Ma il vedremo indi ritolto poi a nuovi e maggiori affari. Oramai la storia di questo gran seno occidentale, non si può separare piú da quella della restante Italia, e vi diventerá talor principale. Quella piú antica che abbiam qui corsa, non ha guari altro interesse che le imprese cavalleresche di que' principi. Ma giova, ricrea l'animo seguir le vicende di quella, dicasi pur rozza, feodale o semibarbara, ma virile, ma semplice, ma virtuosa schiatta, non pura forse d'ogni violenza od inganno, ma non imbrattata certamente di niuna di quelle nefanditá e viltá de' Visconti, degli Estensi, degli Scaligeri, degli Ezzelini, e de' papi di Avignone, e degli Angioini di Napoli, e de' senatori di Venezia e delle signorie cittadine, e dei condottieri tramezzati in tutto ciò. Siffatto paragone è semplice veritá, e non è ragion di tacerla perché sia a lode de' principi miei. Anche la paura di esser tacciato d'adulazione è viltá, se fa tacer la veritá. Or torniamo alle nefanditá.
28. Filippo Maria Visconti [1412-1447].—Lasciammo Toscana e tutto il mezzodí straziato tra Ladislao, penultimo de' discendenti di Carlo d'Angiò, insieme con Braccio, e Luigi II degli Angioini nuovi, con Attendolo Sforza. Nel 1413 Ladislao fu vittorioso, prese Roma, minacciò Toscana, Bologna. Ma ei morí l'anno appresso 1414. Succedettegli sua sorella Giovanna II, piú infame che la prima, vedova d'un duca d'Austria, e che sposò [1415] un Borbone francese. Questi prese nome di re, mandò al supplizio un favorito di Giovanna, e imprigionò lei nel palazzo. Il popolo si sollevò per lei [1416]; ella depose dal regno il marito, l'imprigionò, rilasciollo [1419]. Ed egli fuggendo tal moglie, tal paese, tal sorte, si ritrasse a Francia; e sopravvivendo a Giovanna, non tornonne mai piú. Allora, costei che era senza figliuoli adottò Alfonso V re d'Aragona e di Sicilia, succeduto [1416] a Ferdinando. Viene Alfonso [1421], si guastano, si combattono; ed ella revoca l'adozione, ed adotta il nemico, l'emulo di sua casa, Luigi III [1433]. Si combatte con vicende varie, tra tutti questi, e Francesco Sforza figlio e successor di Attendolo, e Niccolò Piccinino successor di Braccio (i due grandi capiscuola eran morti del medesimo anno 1424). Nel 1433 Giovanna si riconcilia con Alfonso, e l'adotta di nuovo; e nel 1434 si riconcilia con Luigi che muore; e muor ella nel 1435, chiamando Renato fratello dell'Angioino allor prigione in Borgogna. Regna quindi Alfonso indisturbato, salvo due discese inefficaci fatte poi da Renato nel 1438 e 1453, e regna glorioso, acquista il nome di «magnanimo».—Noi lasciammo la Santa Sede straziata tra Gregorio XII, Benedetto XIII e Giovanni XXIII. S'adunò il concilio di Costanza e non li riuní. Succeduto al primo Martino V [1417], egli riuní prima due [1419], e finalmente [1429] tutte e tre le obbedienze. Cinquant'anni avea durato il grande scisma. E Martino V de' Colonna di Roma, gran protettor di lettere, fu di nuovo gran principe; riuní la Chiesa, riuní, restaurò lo Stato papale, straziato giá durante lo scisma. Ma morto esso [1431], succedettegli Eugenio IV, che si guastò coi Colonnesi e turbò lo Stato; e che, adunato un concilio a Basilea [1431], e rottolo, turbò la Chiesa; cosicché i padri rimasti a quella contro al divieto, elesser un nuovo antipapa, Amedeo VIII, il glorioso duca e romito di Savoia, che prese nome di Felice V [1439]. Riaprivasi lo scisma. Se non che, morto papa Eugenio, e succedutogli Niccolò V da Sarzana, un nuovo gran papa [1447], il duca antipapa gli rinunciò la Sede poco appresso [1449], e morí poi nel 1451 dopo aver signoreggiato sessantun anni da conte, duca, prior di romiti, antipapa, e decano de' cardinali. Al secolo dei venturieri fu piú grande e migliore de' venturieri.—In Firenze (oramai signora di Pistoia, Arezzo, Volterra e Pisa) dopo la disfatta de' Ricci, de' Medici, e de' Ciompi, continuò a preponderare l'aristocrazia popolana degli Albizzi, alcuni anni. Ma risorse l'aristocrazia ultra popolana sotto a' Medici; sorsero i Medici per mezzo della democrazia a poco men che signoria, esempio solito. I Medici erano grandissimi fra' mercanti e banchieri di quella cittá, giá grande per industrie e commerci di terra fin da quando l'adito del mare le era chiuso dalla nemica Pisa. E perciò, oltre all'ambizione di accrescimento, volgare in tutte quelle cittá italiane che speravan ciascuna diventar una Roma novella, per ciò Firenze volle ed ebbe Pisa. E allora crebbe ella piú che mai, e in essa crebbero i Medici; cioè quel Salvestro che vedemmo ne' Ciompi; e poi Giovanni figlio di lui che fu gonfaloniero nel 1421, benché ancor potessero gli Albizzi; e sopra, Cosimo di Giovanni. Noi viviamo in tempi di grandi banchieri; ma questi non arrivan forse a quei principi del commercio d'allora. Non so, per vero dire, se sarebbe fattibile il paragone de' capitali maneggiati dagli uni e dagli altri; né, se fattolo, e tenuto conto della raritá de' metalli allora correnti, ne riuscirebbero piú grandi capitalisti questi o quelli. Certo poi non v'è paragone tra le liberalitá, le splendidezze. Cosimo aveva il piú bello e gran palazzo di Firenze, forse d'Italia o della cristianitá; vi raunava i filosofi, i dotti, i letterati italiani, e gli orientali, quando vennero, cadendo e caduta Costantinopoli. E di qua e di lá raunava codici, anticaglie, scolture, pitture, e pittori e scultori, a cui molto piú che ai letterati giova, anzi è indispensabile la protezione. Soprattutto imprestava, spargeva gran danari; strumento supremo di popolaritá. Con tali mezzi era terribil capo d'opposizione contro a Rinaldo degli Albizzi, capo del governo. Questi volle liberarsene d'un colpo. Del 1433, datagli dalla sorte una signoria composta di partigiani suoi, chiamò Cosimo a palazzo, sostennelo, fecelo esiliare, e tolse poi i nomi de' partigiani di lui dalle borse onde si traevano a sorte i magistrati. Cosimo si ritrasse a Venezia, l'antica alleata di Firenze; ed ivi, esule magnifico, continuò le medesime splendidezze, edificando palazzi, raccogliendo codici, anticaglie, letterati, artisti; e pur mantenendo relazioni con sua parte in Firenze. E cosí, corso appena un anno, ed uscita a sorte, a malgrado le esclusioni, una signoria meno avversa a Cosimo, egli fu desiderato e richiamato; e cacciossi Rinaldo degli Albizzi, che esule troppo diverso fu a rifugio a Milano, ai Visconti, antichi nemici suoi e di sua patria. Fu del resto rivoluzione pura di sangue, che è meraviglia in quell'etá. E puri, o quasi, ne rimasero i Medici allor risorti e piú che mai crescenti in tutto. Se questi primi Medici del secolo decimoquinto si voglian pure (come si fa da alcuni) chiamar tiranni, ei bisogna avvertire almeno, che essi furono molto diversi e dagli altri contemporanei, e da' loro stessi discendenti del secolo decimosesto e seguenti.—Men buono di gran lunga, e tuttavia non de' peggiori del suo, fu Filippo Maria Visconti. Brutto di figura, cresciuto tra' pericoli e le sventure, e riuscitone prudentissimo anzi timido, sospettoso e cupo, non capitano, non guerriero, non buon parlatore, fu abile conoscitore e destro maneggiator d'uomini a proprio pro, e crudele sí, ma poco per un Visconti. Scannatogli, come dicemmo, il fratello [1412], corse a Milano, fu riconosciuto signore, sposò la vedova di Facino Cane, ebbe cosí per sé quella compagnia; alla quale sovrapose Francesco Bussone, detto il Carmagnola da un borgo del Piemonte dov'era stato guardiano di vacche. Questi poi riacquistò a poco a poco a Filippo Maria tutto lo Stato dell'avo in Lombardia, e Genova stessa, che non sapendo a lungo mai star libera si diede a lui e al Visconti, come poc'anzi a Francia [1412-1422]. Ivi fu fatto governatore, facente funzioni di doge, il guardian di vacche. Ma al soldato di ventura era esiglio, posciaché era ozio, o almeno non guerra. Lagnossi, cadde in sospetto. E comandato congedar sue lance, va invece in corte a Milano, ad Abbiategrasso dove villeggiava il duca; non è ricevuto; freme, grida, risalta in sella, varca Ticino, varca Sesia, corre ad Ivrea, s'abbocca con Amedeo duca di Savoia, promuove una gran lega con Firenze giá assalita e Venezia minacciata dal Visconti, e pel San Bernardo e Germania viene a San Marco [1424]. La lega si fa; il Carmagnola n'è condottiero per Venezia [1426]. Prende Brescia e il paese all'intorno; è battuto poi a Gottolengo, ma sconfigge in una gran battaglia a Maclodio Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, emuli giá, riuniti ora nel servigio del Visconti [1427]. Ma Carmagnola rilascia i prigioni. Era uso tra quei venturieri che giá si battevan con riguardi, e finirono con non ammazzarsi; ma i veneziani non l'inteser cosí, e incominciarono da quel dí a tener in sospetto il Carmagnola. Fecesi la pace [1428]; rivolsersi i condottieri del Visconti a Toscana, ma non ne riuscí nulla; riaprissi la guerra nel 1431. Carmagnola è battuto a Soncino, lascia battere senza muoversi l'armatetta veneziana sul Po presso a Cremona, e riposa il resto di quell'anno. Al principio del seguente [1432] è chiamato a Venezia sott'ombra di concertar le operazioni di quella campagna; è accarezzato per via, a Venezia, in palazzo ancora, finché nell'uscire è sostenuto, incarcerato, e poi segretamente accusato, torturato con corda e fuoco, condannato e pubblicamente decollato in piazza San Marco addí 5 maggio 1432. Fu innocente o colpevole? Nemmen la critica storica, cosí informata a' nostri dí, non ne sa decidere. Il peggio delle persecuzioni de' tiranni non è il supplizio, è il segreto calunniatore. Del resto, ciò non potea scandalezzare in quel tempo di quella cupa e feroce aristocrazia, che avea mandati a simil supplizio i Carraresi evidentemente innocentissimi, anzi non giustiziabili né giudicabili da lei. Rifecesi pace [1433] tra Venezia e il Visconti.—Ma continuando i genovesi sudditi di lui la guerra lor propria per gli Angioini contra Alfonso d'Aragona, essi il presero in battaglia navale e il trasser prigione a Milano. Filippo Maria il rimandò libero, e Genova se ne sollevò e rivendicossi in libertá [1435]. Piccinino e Sforza guerreggiavano intanto in Toscana e negli Stati del papa. Riapresi in breve la guerra tra Visconti e Firenze [1436]. Si rifá pace, si riapre guerra [1436], istigata dall'Albizzi il mal fuoruscito, e vi s'aggiunge Venezia poi; e combattono a lungo Piccinino per il duca, Sforza questa volta per le repubbliche. Seguono nuove paci e guerre, piú intricate che mai, da Lombardia fino a Puglia, a cui notare si farebbon pagine lunghe, e che del resto non ebbero risultato; finché, cacciatone lo Sforza, ed abbattutone il Visconti, questi trasse a sé quello, offrendogli la mano di Bianca sua figliuola naturale, ma unica. Allor fecesi pace universale [1441]. Ma anche questa ruppesi in breve. Guastaronsi suocero e genero; e ne seguiron simili guerre, simili scompigli e simile conchiusione. Ridotto a mal partito il Visconti, vecchio, morente, e perciò tanto piú allettante allo Sforza che gli volea succedere, si ripacificarono. Ma morí Filippo Maria prima che si congiungessero [1447].—Sigismondo imperatore discese in Italia nel 1431. Fu incoronato a Milano (assente e chiuso in suo castello d'Abbiategrasso il timido Filippo Maria); a Roma [1432] tentò paci e non le fece; risalí nel 1433, morí nel 1439. Succedette [1440] Federigo duca d'Austria; dal quale in poi, l'imperio non uscí piú di quella casa, prima o seconda.
29. Francesco Sforza quarto duca di Milano [1447-1466]. Il ducato era stato dato a' Visconti in feudo mascolino; niuna femmina, niun discendente o marito di femmine, v'avea diritto. Tuttavia vi preteser cosí parecchi; il duca di Savoia, il duca d'Orléans e Francesco Sforza. I milanesi si rivendicarono in libertá, restituirono il comune o repubblica, ma non seppero ordinare armi proprie a difenderla; assoldarono i migliori condottieri, due Sanseverini, Bartolomeo Coleoni, due Piccinini figli di Niccolò [morto nel 1444], e Francesco Sforza stesso. L'Orléans assaliva dal Piemonte, prendeva Asti, e la serbava poi; i veneziani continuavan la guerra incominciata contra il Visconti e passavan l'Adda. Sforza vincevali e rivincevali costí e sul Po, tre volte in un anno [1448]; ma faceva poi pace con essi, a patto d'esserne aiutato alla signoria di Milano [1448]; e cosí alzava lo stendardo contro alla repubblica, indebolita giá per sue pretese a serbar le cittá suddite. Perciocché, il nome di «libertá» è bello ed attraente senza dubbio; ma a chi la vuol per sé e la toglie altrui, il nome sta troppo male in bocca e non tira nessuno. E perché cosí facevano di lor natura tutte le cittá o repubblichette del medio evo, perciò poche poterono fondare Stati grossi. Insomma, le cittá del ducato apriron le porte allo Sforza, e Milano restò quasi sola. Nel 1449 fece con Venezia un trattato a cui lo Sforza accedé, ma per poco. Anzi, riprese l'armi, tagliò le vettovaglie a Milano; e il popolo si sollevò, e addí 26 gennaio 1450 gli aprí le porte e riconobbelo per duca.—E qui v'ha chi piange, e dice perduta una grande occasione di collegarsi le tre repubbliche di Milano, Venezia e Firenze per l'indipendenza di tutta Italia; e certo s'ei vuol dire che elle avrebbero dovuto ciò fare, io consento per questa come per qualunque altra occasione. Ma il fatto sta che le repubbliche o comuni o cittá, furono, piú che non gli stessi signori, discoste sempre da tali idee; e che la storia de' quattro secoli addietro dimostra la loro incapacitá ed all'indipendenza ed alla libertá stessa; e che qui appunto, da questa metá del secolo decimoquinto, da questo ascendere dello Sforza alla signoria, incomincia un periodo, pur troppo breve, non arrivante a mezzo secolo, ma che fu forse il piú felice, il piú vicino all'indipendenza compiuta, certo il piú fecondo di grandezze e splendori che sia stato mai all'Italia, dopo il vero imperio romano. E il fatto sta che la preoccupazione repubblicana fece a molti travedere ed anche travisare la storia d'Italia; li fece quasi per disprezzo tralasciare di studiare e notare la storia di que' grandi principati italiani, che si vennero apparecchiando fin da quest'epoca, che durarono d'allora in poi, e durano, che hanno quindi per noi un interesse molto piú attuale. Siffatte preoccupazioni esclusive, siffatte trascuranze volontarie od involontarie di tutta una serie di fatti, sono fonti di miseri errori, grettezze in tutti gli studi; nella storia, nella scienza de' fatti, sono distruzione della scienza intiera.—E studiando dunque i principati non meno che le repubbliche, noi noteremo fin di qua, che qui si vede la gran differenza tra un principe assoldator di condottieri, e un principe condottiero lui stesso. Quattro anni bastarono a Francesco, principe nuovo ma militare, per finir quelle guerre che avean occupata tutta la vita di Filippo Maria, principe antico ma non militare. Nel 1454 fu firmata una pace, stabile oramai, che fermò, limitò gli Stati di Milano e Venezia, quali li vedemmo fino a' nostri dí. Francesco signoreggiò poi tranquillo, glorioso, splendido altri dodici anni; e negatagli l'investitura da Federigo d'Austria, non se ne curò; offertagli per danari, la ricusò.—Costui era disceso nel 1452, ed avea fatti gli Estensi duchi di Modena e Reggio, cosí innalzando un altro de' principati duraturi; e scansata Milano, erasi fatto incoronar a Roma, non solamente imperatore, ma, contra l'uso, re d'Italia, da papa Niccolò V troppo condiscendente; poi era risalito. Nel 1453, Stefano Porcari, un gentiluomo romano, che poc'anni addietro, nell'interregno della elezione di Niccolò, avea propugnati i diritti di libertá del popolo romano, fece una congiura di fuorusciti, rientrò con trecento una notte in una casa; fu tradito, accerchiato, preso, appiccato.—In quest'anno medesimo si compiè la gran vergogna e calamitá della cristianitá europea; fu presa Costantinopoli da Maometto II e i turchi; e cosí finí l'imperio greco, orientale, romano, quella reliquia, lungamente superstite, della civiltá antica. Quindi si sparsero i turchi tra pochi anni nelle province greche dell'Eusino, del Danubio, di Atene, della Morea e nelle isole; facendovi servi, «giaurri», i milioni d'abitatori cristiani. Spaventossene la cristianitá, ma non se ne mosse; non avea piú quel fior di zelo cristiano che avea mosse le crociate; non ancora quello zelo di civiltá che la muove, benché tanto discordemente epperciò lentamente, a' nostri dí. E giá fin d'allora lo zelo commerciale superava qualunque altro, faceva prendere i mezzi termini. Nell'anno della conquista, Venezia fece col barbaro conquistatore un trattato di pace, d'alleanza e buon vicinato, per salvare i suoi stabilimenti, i suoi scali, e a capo di essi il bailo ambasciadore, consolo, giudice de' cittadini veneziani lá sofferti. Trovasi menzione d'una lega italiana ideata tra il 1454 e il 1455; ma furon parole: gl'interessi minori ma presenti fecero lasciare i maggiori e lontani. Fu nuova vergogna e danno alla cristianitá; danno poi particolare all'Italia, in cui saran sempre sogni le confederazioni immaginate in generale, senza scopo, senza occasione; in cui le occasioni sole posson condurre alle leghe temporarie, e queste sole, se mai, a qualche confederazione perenne; in cui dunque dovrebbesi prender come benefizio della Provvidenza qualunque occasione di far leghe, piccole, grosse, temporarie o durature. Ad ogni modo spargevansi in Italia letterati, filosofi, reliquie di quella reliquia; a' quali fu mal attribuito il fior delle nostre lettere giá fiorenti spontanee da duecento anni, a cui è tutt'al piú da attribuir l'esagerato affetto alle cose antiche che seguí. Furono accolti principalmente da Cosimo de' Medici e da Niccolò V, il quale morí poi due anni appresso, e, dicono, di dolore [1455].—Successegli Calisto III, uno spagnuolo, un primo Borgia, ottimo papa, che occupò il breve pontificato in confortar invano la cristianitá contro a' suoi nemici naturali. E morto esso [1458], succedette Pio II (Enea Silvio Piccolomini) un dotto ed elegante uom di lettere, che diede due buoni esempi: lasciar le lettere per li fatti quando s'arriva a potenza, e condannar gli scritti propri quando non si trovan piú buoni. Volsesi poi tutto anch'egli a riunire e confortar contro a' turchi la cristianitá. Venezia fu costretta [1463] a romper guerra per le sue possessioni stesse in Morea; e allora fece alleanza con Mattia Corvino re d'Ungheria e grand'uomo, col duca di Borgogna uomo ambizioso che volea porsi a capo della crociata, e con Giorgio Castriotto sollevator degli albanesi. Ma morirono Pio II [1464], e il Castriotto [1466]; e tutto quel rumore cessò, e Venezia che s'era voluta isolare nella pace, rimase meritamente sola alla guerra. Nel papato successe Paolo II (Pietro Barbo veneziano).—Intanto [1456] era succeduta in Venezia una nuova di quelle misteriose tragedie a lei peculiari o simili solamente a quelle del serraglio o dell'altre corti orientali. Dogava dal 1423, cioè dall'epoca delle ambizioni, delle conquiste, delle glorie di sua patria, Francesco Foscari, il piú glorioso principe che Venezia avesse avuto da Enrico Dandolo in qua. Eppure, fin dal 1445 gli era stato perseguitato, torturato, esiliato il figlio Iacopo, accusato da un vil fuoruscito fiorentino d'aver toccato danari dal Visconti. E fu riaccusato di assassinio, ritorturato, riesiliato cinque anni appresso. E fu accusato, torturato una terza volta per una lettera di lui al duca di Milano; scritta apposta, disse il miserando giovane, per essere cosí ricondotto dall'esilio, e ricomprare con quelle torture l'invincibil brama di riabbracciar i parenti decrepiti, la dolce moglie, i figliuoli. E per la terza volta fu ricacciato, e morí lontano. Quindici mesi appresso, il vecchio glorioso, ma certo rimbambito, posciaché soffrí di regnare dopo tutto ciò, fu deposto; e al sonar della campana grossa che annunciava l'incoronazione del successore, morí di dolor d'ambizione colui che non avea saputo morire di dolor di padre [1457]. Che libertá, che repubbliche, che aristocrazie!—Con gloria piú incolume, morí [1458] Alfonso il magnanimo. Benché signor di altri regni in Ispagna, non avea piú lasciato quello delle Due Sicilie da trentott'anni; v'avea combattuto a lungo, l'avea pacificato, ordinato, fatto riposare e risplender d'arti e di lettere; e compié i suoi benefizi a' sudditi napoletani, lasciando i regni spagnuoli e Sicilia a Giovanni suo fratello, ma Napoli distaccato, a Ferdinando suo figliuolo naturale. Se non che, qui come ad ogni altra occasione passata, presente o futura, lamenteremo sempre qualunque sminuzzamento del bello ed util Regno di qua e di lá dal faro, come di qualunque altro Stato italiano esistente. Ma che giova? Mentre si disperano e cercano riunioni l'une difficili, l'altre impossibili, si sminuzza ciò che è giá riunito. Sogni ed ire, sempre la medesima storia. Non solamente il desiderabile proseguito in luogo del possibile; ma niun criterio a distinguere ciò che sia desiderabile veramente, niuna costanza a desiderar le medesime cose; inconseguenza, inconsistenza, passioni.—Ferdinando poi non valse il padre: s'inimicò i baroni; e questi chiamarono un duca di Calabria figlio di Renato d'Angiò, che scese e si mantenne parecchi anni nel Regno. Ferdinando fu mantenuto dalla sapienza politica dello Sforza e di Cosimo de' Medici, che non vollero introdurre un nuovo straniero in Italia; ma si deturpò peggio che mai colle vendette, e col tradimento che fece a Iacopo Piccinino, accarezzandolo, traendolo a sé, ed uccidendolo, a modo di Venezia con Carmagnola [1465].—Pochi mesi addietro era morto Cosimo de' Medici il gran cittadino di Firenze, il grande autore e conservator della pace in sua cittá e in Italia. Avea governato per mezzo di sua parte giá democratica, poi meno aristocratica, poi aristocratica sola; né aveva usurpati, o nemmen ritenuti carichi; anzi li avea dati e mantenuti a Neri Capponi, a Luca Pitti, a tutti i grandi minori di lui; avea portato il segno della vera e rara grandezza, non aveva avute invidie. Non vi fu sangue al tempo suo; pochi di quegli stessi esigli, i quali son forse inevitabili nelle repubbliche, dove qualunque cittadino presente può forse esser potente; mentre ne' principati puri è facilissimo annientar un suddito, presente come assente. Ed a malgrado di tutto ciò, Cosimo è da alcuni vituperato quasi tiranno, perché, volente o non volente (chi può saper le intenzioni?), egli apparecchiò le vie a' discendenti che tiranneggiarono cinquanta o sessant'anni dopo lui. Ma il fatto sta, che ei governò la repubblica, primo sí, ma non principe, ed anche meno tiranno; ch'egli ottenne da' contemporanei il nome di «padre della patria»; ch'ei somigliò a quanti grandi cittadini furono nelle piú splendide repubbliche antiche, e superò forse quanti furono nelle italiane. Quando saprá l'Italia far giustizia tra i veri e i falsi grandi suoi? Forse non prima che ella sia compiutamente libera. Intanto par che corra quasi un impegno di abbassare i veri grandi e d'innalzare i piccoli di nostra storia. Sarebb'egli per ridurli tutti insieme alla misura di nostra mediocritá? Vi badino coloro che han credito sull'opinione patria. Forse per gran tempo ancora non si potrá in tutta Italia dare a coloro che la servono, ciò che ogni generoso fra essi desidera naturalmente piú, i mezzi di piú e piú servirla, la potenza; per gran tempo ella non avrá altro premio a dar che le lodi; sappiamo almeno non negarle né avvilirle.—L'ultimo a morire di questa gran generazione del mezzo del secolo decimoquinto fu Francesco Sforza [1466]. Due anni innanzi, Genova, che dal 1458 aveva ridonata la signoria a Francia, abbandonata da questa, l'aveva donata a lui. Cosí morí Francesco nel colmo di sua fortuna; uomo meno incolpevole certamente, ma non minor principe egli, che Cosimo gran cittadino; la loro amicizia serbò allora la pace d'Italia, e li onora presso ai posteri amendue.
30. Galeazzo Sforza quinto duca di Milano [1466-1476].—Fu poi uno di que' fatti indipendenti forse da ogni colpa umana, ma gravidi di mali ad ogni modo, che a tutti que' grandi della metá del secolo decimoquinto succedessero uomini di gran lunga minori; a Francesco, Galeazzo Sforza figliuolo di lui; a Niccolò V e Pio II, Paolo II; ad Amedeo VIII di Savoia, Luigi ed Amedeo IX il beato; ad Alfonso il magnanimo, Ferdinando il bastardo; a Cosimo de' Medici, Piero.—Questi, fin dal secondo anno [1466], fece o lasciò esiliare molti cittadini; ond'essi, unitisi agli antichi fuorusciti, e a Bartolomeo Coleoni condottiero, fecero contro alla patria una di quelle imprese, dove si spera e non si trova poi l'aiuto del popolo [1467]. Del resto, sopravisse la pace fondata da que' grandi. Italia posava, Italia avrebbe piú che mai potuto far la lega contro a' turchi; e molto se ne trattò; e se ne firmò una a Roma, nel 1470, tra papa Paolo II, Luigi marchese di Mantova, Guglielmo marchese di Monferrato, Amedeo IX duca di Savoia, Siena, Lucca e Giovanni d'Aragona. Ma, oltre alle feste che se ne fecero, non n'uscí nulla, e fu lasciata Venezia sola proseguire con varia fortuna la guerra, che avrebbe potuto e dovuto essere nazionale. E cosí avviene sempre ed avverrá, finché si ricadrá in questo vizio femminile e da bimbi, di festeggiare ciò che si spera e non si sa compiere poi, di sciupare in feste quello che rimane d'operositá.—Poi, come succede nelle paci subitane dopo grandi moti, quando restan disoccupati a un tratto e malcontenti molti animi irrequieti, seguiron parecchi anni, che si potrebbon dire i classici delle congiure italiane, gli anni che gioverebbe studiare, per vedere a che elle montino, che ne risulti. Tre ne furono nel solo 1476, l'anno millenario della distruzione dell'imperio antico. Quanto lenta ancora era progredita la civiltá! Una di quelle tre fu in Genova, di un Gerolamo Gentile che volle liberarla dal giogo milanese, e riuscí ad impadronirsi delle porte, poi soggiacque. Un'altra in Ferrara (testé dal papa innalzata a ducato in favor degli Estensi giá duchi di Modena), dove Niccolò d'Este s'intromise con una mano di fanti per cacciare il duca Ercole, e soggiacque, e fu decapitato egli, impiccati venticinque compagni. Finalmente, una in Milano, dove tiranneggiava Galeazzo tra le crudeltá e le libidini, da dieci anni. E contro tal tirannia doveva riuscire e riuscí la congiura; ma a danno de' congiurati, non men che del tiranno, a danno forse della cittá patria, e certo poi della intiera patria italiana. Tre giovani, un Olgiati, un Visconti ed un Lampugnani, giustamente adirati della tirannia, stoltamente istigati, dicesi, da un Cola Montano letterato e filosofo all'antica, s'esercitarono alla milizia, si confortarono alla religione, e tradiron l'una e l'altra esercitandosi al pugnale. Poi, addí 26 dicembre 1476, aspettarono il tiranno nella chiesa di Santo Stefano, e com'ei s'avanzava tra due ambasciadori, se gli appressarono, e lo trafissero. Furono fatti a pezzi lí dalle guardie, Lampugnani, inceppatosi tra i panni delle donne inginocchiate, e pochi passi discosto, il Visconti. N'uscí solo l'Olgiati a gridar libertá; ma non fu ascoltato da nessuno, fu rigettato da suo padre stesso, si nascose, fu scoperto, imprigionato, scrisse sua confessione, e morí straziato e vantando il proprio fatto. Ed allo Sforza ucciso succedé tranquillamente Gian Galeazzo suo figliuolo, fanciullo, sotto la tutela di Bona di Savoia, madre di lui; e si vedrá qual destino egli avesse poi, e qual traesse a tutta Italia.
31. Gian Galeazzo Sforza sesto duca di Milano [1476-1492].—Corsi due anni, avvenne una quarta congiura, essa pur fatale alla libertá. A Pier de' Medici, morto nel 1469, eran succeduti Lorenzo e Giuliano, figliuoli di lui, nelle ricchezze e nella potenza indeterminata di lor famiglia. Amendue giovani eleganti, generosi, dilettanti. promotori di lettere ed arti come l'avo; ma men che lui liberali di quella potenza pubblica, la quale par sommo bene ai popoli, ed anche piú alle aristocrazie libere. I Pazzi, stretti di parentele co' Medici, erano stati de' principali chiamati al convito di potenza da Cosimo; furono ora de' principali esclusi. Accomunarono gli odii col Salviati vescovo di Firenze, co' Riari nipoti di papa Sisto IV (Della Rovere, succeduto a Paolo II fin dal 1471), e dicesi col papa stesso, oltre altri minori. Congiurarono, appuntarono vari luoghi a pugnalar i Medici, e gridar libertá; e fallite loro altre occasioni, appuntaron la chiesa, come s'era fatto allo Sforza. Pare impossibile, ma è certo; avvi una contagiositá dei delitti; e tanto piú, quanto piú eccessivi. Addí 26 aprile 1478, in mezzo alla messa udita da' due fratelli, al segno dell'elevazione, un Bandini trafigge Giuliano, un Pazzi pure gli s'avventa con tal impeto, che trafigge se stesso; mentre un Antonio da Volterra manca il colpo su Lorenzo, che si difende colla cappa e rifugge in sacrestia. Ciò veduto, e che il popolo fiorentino inorridiva invece di sollevarsi, il Bandini fuggí di cittá, d'Italia, dalla cristianitá, a Costantinopoli. Intanto il vescovo Salviati, che dovea prendere il palazzo della Signoria, separato per un caso da' compagni giá introdottivi, s'era turbato e scoperto; e preso esso ed essi dal gonfaloniero, e chi scannato lí, chi sbalzato dalle finestre, furono ivi appiccati il vescovo con due cugini suoi, e Iacopo Bracciolini, figlio del famoso letterato. La congiura era spenta. Si spense dopo essa, come succede, molto di libertá fiorentina, e, che forse fu peggio, quell'unione degli Stati italiani, la quale era stata fondata da' grandi uomini della penultima generazione, mantenuta dagli stessi minori dell'ultima. Lorenzo, rimasto solo alla potenza repubblicana, la rivolse poco meno che in signoria; non risparmiò supplizi, non rispettò la costituzione dello Stato. E tutta Italia se ne turbò. Il papa scomunicò Lorenzo e la Signoria per l'uccisione del vescovo Salviati, e s'uní con Ferdinando di Napoli e con Siena contra Firenze. Federigo, duca di Urbino, fu condottiero della lega; Ercole d'Este, de' fiorentini, che al solito non avean grandi uomini di guerra tra lor cittadini. Bona di Savoia, reggente il ducato di Milano, era sola alleata loro. Ma le furon suscitati nemici in casa e intorno. Nel medesimo anno i genovesi scossero la signoria di Milano, e rifecersi un doge cittadino. Poi (1479), scesero svizzeri, e vinsero i milanesi a Giornico. E finalmente, Ludovico il moro (il gran traditor d'Italia poi), lo zio del fanciullo Galeazzo, dichiaratolo maggior d'etá, tolse a Bona e prese egli la potenza che tenne sempre poi. Intanto, i fiorentini, sconfitti al Poggio imperiale, erano all'ultimo. Allora Lorenzo, che non era stato buono a far il capitano, mostrossi buono e coraggioso uomo di Stato. Entrato in negoziati, e veduto di non poter conchiudere co' capitani della lega, e che il tempo pressava, fu egli stesso a Napoli, a quel Ferdinando che poc'anni addietro avea finiti i suoi negoziati col Piccinino con tradirlo ed ucciderlo. La cosa riuscí a Lorenzo; conchiuse pace con Ferdinando [1480], e tornò in trionfo a Firenze, che ne fu piú che mai sua. E tanto piú che, del medesimo anno scesi i turchi ad Otranto, il papa se ne spaventò, e fece pace anch'egli. I turchi furono cacciati [1481].—Ma in breve fu suscitata nuova guerra da quel vizio che veniva sorgendo ne' papi di far principi i lor parenti, quel vizio a cui fu quindi inventato il nome di «nepotismo». Non pochi principati, Milano, Savoia, Modena e Ferrara, Mantova, Urbino, s'erano costituiti ultimamente, crescendo di grado gli uni per concessioni imperiali, gli altri per concessioni pontificie. Questo destò ne' papi la nuova ambizione, il nuovo vizio del nepotismo che guastò da Sisto IV in poi tanti papi; che, per quasi un secolo, fu arcano o piuttosto sfacciata massima di lor politica, ed abbandono della grande e nazional politica papale, proseguita da' loro gloriosi predecessori; che diminuí poi, diminuita la potenza de' papi, ma' fu anche allora impiccio, impoverimento del loro Stato; e che nell'un modo e nell'altro, essendo vizio il piú anticanonico di tutti, ambizione personale, piccola, interessata, e tanto minore delle grandi ed ecclesiastiche ambizioni dei Gregori e degli Innocenzi, conferí forse piú che null'altro a diminuir la dignitá, la potenza del papato nella pubblica opinione per tre secoli, fino all'immortal Pio VII. Sisto IV voleva far uno Stato al nipote Riario. Collegossi con Venezia per ispogliar gli Estensi e dividersi loro Stati, Napoli, Milano e Firenze, cioè Ferdinando, Ludovico e Lorenzo collegaronsi per difenderli [1482]. Seguirono intrighi, alleanze nuove, minacce; e morí tra esse Sisto IV, lasciando Gerolamo Riario signor d'Imola e Forlí [1484]. Successegli Innocenzo VIII (Cibo di Genova); perciocché questa del nepotismo è la ragione, che ci sforza a notar i casati di questi nuovi papi, cosí diversi da quegli antichi che non avevano famiglia se non, come pontefici, la Chiesa; e come principi, la parte nazionale d'Italia. E quindi io non so non trattenermi ancora a notare quella che mi pare anche qui non giusta distribuzione di lodi, quell'errore d'inveire contro agli antichi papi italiani, italianissimi, per lodare, blandire o scusar almeno questi nuovi, splendidi sí sott'altri aspetti, ma cattivi italiani, arrendevoli a qualunque straniero li aiutasse a collocar lor nipoti. Che gli scrittori stranieri facciano tal errore, è naturale; parlan per essi: sappiamo anche noi parlar per noi, o piuttosto (né è a disperar che si faccia un dí nella civiltá progredita) parliamo tutti per quel principio politico sommo, di difendere o promuovere in casa, di rispettare ed aiutare fuori la nazionalitá d'ogni nazione. Papa Cibo non fu migliore, anzi peggiore del predecessore; nepotista al par di lui; e di piú, depravato di costumi, altra novitá, altro scandalo aiutato re e accrescitor del primo. Seguono negoziati, guerre, paci e congiure ed assassinii per interessi privati, piú che per comuni: una guerra d'Innocenzo contra Ferdinando e fiorentini, ed una pace del 1486; un matrimonio tra una figliuola di Lorenzo de' Medici e Franceschetto Cibo, a' cui posteri rimase quindi il ducato di Massa-Carrara; Gerolamo Riario, pugnalato da tre capitani suoi [1488]. La sua vedova seppe conservar il principato a lor figlio; ed ella sposò poi Giovanni de' Medici, detto delle «bande nere», che vedremo ultimo de' condottieri italiani, primo de' fiorentini, e padre a Cosimo granduca. E fu pugnalato [1489] Galeotto Manfredi, ma rimase pure ad Astorre suo figliuolo la signoria di Faenza. Piú che mai si vede l'inutilitá dei delitti: le cose continuano ad andare, mutati i nomi, per il lor verso; e continuarono allora per quello dei principati fermi ereditari. Il solo acquisto che se ne facesse, fu d'infamia. Appressavansi gli anni che l'Europa civile tutta quanta si versò sull'Italia; e quando costoro (che non eran pure di civiltá avanzata né severa, ma perfidi ingannatori, politici a guisa di Luigi XI, Comines, Carlo il temerario di Borgogna, Arrigo VIII, Fernando cattolico ed altri simili) trovarono generazioni d'italiani piú perfidi, piú scelleratamente abili, piú congiuratori, piú pugnalatori che non essi; essi si scandalizzarono, come fanno volentieri i cattivi de' peggiori; e riportarono a lor case, e tramandarono di generazione in generazione il mal nome della perfidia italiana. Noi paghiamo il fio delle colpe de' maggiori. È giustizia? Non lo so. Certo, è abitudine, e sará finché duri mondo. E noi non saremo ammessi a lagnarcene, finché si rinnoveranno, men frequenti che a' secoli decimoquarto o decimoquinto, ma troppe ancora pel decimonono, simili nefanditá. Né queste poi torceranno il secolo nostro dalle monarchie rappresentative, piú che quelle dei maggiori torcessero il loro dalla signoria assoluta.—Ad ogni modo, l'etá dei comuni repubblicani è qui finita. Firenze, Siena, Lucca, Genova, Venezia sopravvivon sole. Coloro che prolungano l'etá repubblicana quarant'anni ancora, fino alla caduta di Firenze, la potrebbon prolungare sessanta, fino a quella di Siena, o fino a' nostri dí, quando caddero le tre ultime; ovvero dir che durano le repubbliche anch'oggi, in San Marino. In nome d'Italia, lasci di guardare ciascuno all'idolo suo; guardiamo alla patria tutta intiera, alla condizione universale, alle importanze principali, anche scrivendo.—E cosí facendo, concorderemo poi con tutti gli scrittori contemporanei in dire: principio, èra dei nuovi guai d'Italia, del massimo di tutti, la venuta di nuovi stranieri che seguí d'appresso alla immatura morte di Lorenzo de' Medici (all'etá di quarantaquattro anni, 8 aprile 1492). Come gran cittadino repubblicano, Lorenzo non pareggiò Cosimo certamente: fu men modesto, s'accostò piú al principato; e cosí, invece di quel gran titolo di «padre della patria», non gli rimase che quello, volgare allora, di «magnifico». Com'uomo di Stato poi e grande italiano, se Cosimo fu l'inventore, l'ordinatore della grande unione di Milano, Firenze e Napoli (quell'unione, quella politica che valse, che fu una vera confederazione italiana), Lorenzo ebbe pure il merito di mantenerla in condizioni fors'anche piú difficili, con uomini certamente molto minori, anzi cattivi; di serbarla, quando pericolante; di rinnovarla, ad ogni volta che si venne guastando. E il fatto sta, che mutando nomi o luoghi speciali, secondo le occorrenze, questa unione di tre grandi principati nazionali del settentrione, del mezzo e del mezzodí d'Italia, è forse la sola confederazione possibile in Italia, la sola che possa salvare o rivendicare mai la nazionalitá di lei. Certo, era la sola a que' dí; e, spento Lorenzo, ella si spense fino a' nostri. E quindi incominciò l'etá degli Stati italiani sotto le preponderanze straniere combattute, pazientate, equilibrate, e ad ogni modo duranti, e durature Dio solo sa fino a quando.