The Project Gutenberg eBook of Igiene dei piaceri secondo le età, i temperamenti e le stagioni

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Title: Igiene dei piaceri secondo le età, i temperamenti e le stagioni

Author: A. Debay

Translator: Gianpietro Introzzi


Release date: August 8, 2005 [eBook #16489]
Most recently updated: December 12, 2020

Language: Italian

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*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK IGIENE DEI PIACERI SECONDO LE ETÀ, I TEMPERAMENTI E LE STAGIONI ***

Curiosità fisiologiche



IGIENE DEI PIACERI

SECONDO

LE ETÀ, I TEMPERAMENTI E LE STAGIONI

DI

A. DEBAY


RIDUZIONI DAL FRANCESE

DEL

D. Introzzi Gianpietro



GIOVANNI GNOCCHI
EDITORE MILANO

1886.



Bergamo—Stab. Tip. Frat. Bolis.

CAPITOLO I.

Definizione del piacere.

La vita dell'uomo è un misto di piaceri e di dolori. Queste due sensazioni del pari forti e diametralmente opposte si agitano nell'animo umano, lottano incessantemente tra loro, e a vicenda si vincono, ma ben di rado si cancellano. L'uomo portato dalla sua natura ardente, vivace cerca sempre ed ovunque il piacere, come lo stato nel quale egli meglio può gustare la vita, usandone però moderatamente. E per piacere intendo accennare a qualunque aggradevole sensazione che faccia presa sui nostri sensi. Così chiamerò piacere le ebbrezze voluttuose di amore, come le dolcezze del riposo. Le gradazioni del piacere più forte, più vivo a quello più debole sono innumerevoli. Ma tutti non esciranno mai da questa grande classificazione, cioè piaceri sensuali e piaceri morali. Inutile pure il dire che i generi sono infiniti.

I piaceri fisici o sensuali, quantunque più ricercati, sono quelli che meno restano impressi, anzi cercano col cessare dell'eccitante che li ha prodotti. I piaceri morali sono i più puri, sono quelli che giammai si cancellano dall'animo.

I diversi generi di piaceri però sono prodotti da varie cause. Dalla condizione sociale, dal temperamento nervoso, dall'educazione, dai climi, dalle stagioni, dall'età, dal sesso, dallo stato di salute, ecc. Come ben si può scorgere a priori un vecchio ottuagenario non ricercherà i piaceri vivaci e focosi della gioventù. Diversi saranno i piaceri che si ricercheranno in inverno ed in estate, in città ed in campagna. Come pure diversi sono i piaceri dell'amore da quelli della mensa; quelli della caccia da quelli del riposo, ecc.

Molto agisce sui piaceri anche il temperamento; infatti lo stesso piacere farà una più viva impressione sul temperamento nervoso che sul linfatico.

La nostra vita è dunque un complesso di piaceri e di dolori. L'indifferenza che tanti definiscono uno stato intermedio fra il dolore ed il piacere, raramente si scontra nella vita.

Il piacere può anche dirsi il possesso dei beni che si desiderano, il dolore la loro privazione. E siccome tutti nella loro vita desiderano, così tutti potranno andar soggetti alla realizzazione di questi desiderii o alla loro privazione. E questa asserzione è puramente pratica. Non è forse un piacere il riposarsi quando si è stanchi? Il mangiare, il bere quando si ha fame o sete? Anche l'amare ed essere riamato dal nostro ideale, poter sacrificare a lei tutto perfino la vita, non è forse una dolce soddisfazione, non è forse un piacere? Soccorrere l'infelice, consolare l'afflitto, morire per la patria, per un'anima bella non son forse piaceri? E se questi lo sono, la negazione di essi non produce dolore nell'animo nostro?

Ora dirò che l'uomo cerca sempre il piacere e sempre fugge il dolore. Questo non ha bisogno di dimostrazione. Anche i bruti per istinto cercano la gioia, le sensazioni gradevoli. Eccetto nel caso d'una perversione di istinto tutti cercheranno il piacevole e fuggiranno quello che può loro nuocere.

Non mi si accusi però di voler fare l'apologia del piacere o del sensualismo. No; una accusa di tal genere classificherebbe subito chi la lancia per un'anima poco elevata. Il piacere è anche morale, diss'io; e del resto, anche gustando i fisici, sempre però con riservatezza, è un bene.

Un uomo che sente dignità di se stesso non abusa dei piaceri sensuali, perchè ha anche la cognizione di sapere che, oltrepassato un dato limite, diventano dannosi. È forse male gustare l'odore grato d'una mammola, il delicato sapore d'un frutto maturo? È forse male amare onestamente una vaga fanciulla dalla treccia nera e lucente? L'Ente supremo ci ha largiti questi beni affine di sollevare lo spirito nostro dalle fatiche del lavoro; non sarebbe forse follia il rifiutarlo?

Uno dei più dolci incanti della vita è la unione dei piaceri dei sensi al godimento dello spirito, perchè ci sollevano come in un mondo incantato, tutto nuovo per noi. Guai però a chi si lascia trasportare dal piacere. Esso non deve mai essere un bisogno, una abitudine, un vizio! Se lo fosse ci abbasserebbe al livello del bruto, perchè soffocherebbe in noi qualunque altro lodevole sentimento. Quanti uomini che, dominati da un piacere sensuale, presentano nella loro fisionomia analogia coll'animale, cui li assimila la loro inclinazione!....

I piaceri sensuali avviliscono ed annientano l'uomo! Quanti uomini d'ingegno non si sono per questo completamente abbrutiti. Basterà citare il romano Antonio. Non avrebbe egli vinto Ottavio se un amore cieco non lo avesse gettato fra le seducenti braccia della regina Cleopatra!

Da questo capitolo deduciamo dunque la morale seguente: gustiamo i piaceri leciti con somma prudenza; mai non lasciamoci dominare da essi. Fuggiamo quei piaceri che, pregiudicando altri, pregiudicherebbero noi stessi. Non vuotiamo per intiero il calice del piacere; dopo questo viene l'ebbrezza, la sazietà, il dolore.

Evitiamo dunque gli eccessi, uniformandoci alle nozioni d'igiene che verranno esposte in questo libro.

GAPITOLO II.

La giovinezza ed i suoi piaceri

Parte Prima.

Adolescenza—Pubertà.

Adolescenza e sua igiene.—Questa bella età che si rimpiange sempre ha i suoi piaceri innocenti ed anche giovevoli alla salute. Essi consistono in giuochi meno o più rumorosi, come il salto, le corse, la ginnastica, la danza, il nuoto e qualche volta l'equitazione. Piaceri che, quando non affaticano di soverchio il fanciullo, sono giovevoli; perchè irrobustiscono i suoi muscoli; gli allargano il torace, consolidano la sua salute e lo rendono agile e destro.

Le malattie e le indisposizioni che affliggono questa età sono le bronchiti, i mali di gola, le eruzioni cutanee, le emorragie nasali, i colpi, le cadute, ma principalmente i flussi di ventre e le indigestioni. Quando le prime cure materne non bastano a guarire il giovinetto, allora la prudenza esige di chiamare il medico, perchè è meglio prevenire una malattia che guarirla. Secondo i casi giova all'ammalato delle bibite emollienti o diluenti.

I mali di corpo e le coliche provengono dalla ghiottoneria propria a questa età; dal mangiare cioè in quantità frutti succosi, dal rodere gli acerbi.

Sono pure a temere pei fanciulli le indigestioni provocate da zuccherini, confetti, pasticci, dolci ed altro, perchè queste chicche sono molto pesanti e indigesti, e bisogna procurare di non guastare lo stomaco sì da bambini. Quando dopo qualche malattia il fanciullo non si corregga, bene è d'uopo che i genitori gli facciano una continua vigilanza, perchè la malattia si rinnoverebbe con somma facilità.

Non si predicherà mai abbastanza ai bimbi i tristi effetti dell'ingordigia, massime poi alle giovinette, perchè le chicche tolgono loro la giovanile avvenenza e la seducente freschezza.

Pubertà.—La pubertà è l'età nella quale una grande rivoluzione s'opera nel corso della nostra vita, l'età nella quale il fanciullo diventa uomo; la ragazza, donna. Questa è l'età nella quale ci si schiude davanti un orizzonte dorato; nella quale tutto ci sembra color di rosa. È l'epoca dei sogni più lusinghieri, degli affetti più vivi; è l'epoca nella quale la fervida immaginazione ci trasporta, in cui si fanno mille castelli in aria; castelli che pur troppo si sfasciano al primo vento glaciale del nord. Eppure si è felici, o per lo meno molti lo sono, perchè adulti si rimpiange questa fase della vita nella quale cominciano a far capolino i prodromi di potenti fenomeni organici che la pubertà non indugia a svolgere. È l'amore, il quale, a partire da quest'epoca, domina tirannicamente il nostro essere. E ciò ha voluto natura per mantenere il suo fine: la propagazione della specie.

Innumerevoli sono i piaceri di questa età perchè è appunto nella pubertà che lo spirito nostro è avido di novità, di svaghi, di divertimenti, di forti impressioni.

Le feste, le gioconde serate, i balli, i concerti, i teatri sono piaceri che attraggono la gioventù, ed ella vi si slancia con tale ardore al quale è bene mettere un freno. Infatti essi ponno e moralmente e fisicamente riuscire dannosi alla gioventù.

Fisicamente potranno nuocere non usando tutte quelle precauzioni che pur troppo in queste occasioni, nelle quali si è esaltati, non passano nemmeno per la testa. Infatti il subitaneo passaggio dal caldo al freddo o viceversa, l'eccitazione cerebrale che si propaga al corpo, le soppressioni totali o parziali di una esalazione, di una evacuazione sono cause di affezioni polmonari acute, di irritazioni intestinali, di dolori addominali, di bronchiti, di reumi, che possono svilupparsi dopo un po' di tempo od anche istantaneamente.

Moralmente potranno nuocere se il carattere del giovinetto è molto impressionabile. È cura dei genitori il preservarlo da questi pericoli. Non che io dica di privare affatto il giovane da qualsiasi divertimento suaccennato, dal teatro, per esempio, no. Ma aver cura, se si tratta del teatro, di sapere a quale produzione assisterà il giovane. Infatti non resterebbe male impressionato se assistesse ad una produzione nella quale l'amor coniugale si mette in ridicolo e s'innalza l'adulterio ad un eletto sacrificio da parte della donna?... Nella quale si passano in rassegna le turpitudini di qualche scellerato? Allontanatelo dunque da questi luoghi equivochi, ma però accompagnatelo là dove delle produzioni morali inspireranno nel suo cuore il sentimento del buono, del vero e del bello.

Inoltre un piacere pericoloso pei giovani è il pubblico ballo, maggiormente quello di una grande città, dove vi si slancia una folla ardente e vivace, avida di trovare il piacere nell'ebbrezza della danza.

Però i genitori potranno accompagnarvelo se il desiderio di curiosità del figlio loro si mantenga come un'idea fissa.

I piaceri che si provano invece frequentando le feste di famiglia ed i piccoli giuochi di società sono molto più innocenti e dovransi accordare di buon grado perchè sollevano lo spirito giovanile.

È in queste riunioni che il giovane si reca volentieri perchè sa di trovare l'oggetto dei suoi pensieri, e i suoi più rosei sogni giovanili. La danza per questa età è un divertimento carissimo, perchè possono far pompa della loro abilità ed eleganza, soddisfacendo l'ambizione nascente, che se si mantiene nei limiti è una leggiera alterazione dell'amor proprio. A questi convegni intervengono sempre amici di casa, per cui la decenza e il pudore non hanno nulla a soffrire. Ne risulta quindi una gaiezza sincera e scevra di qualunque fine secondario.

Inutile d'enumerarsi sono poi tutti i diversi generi di piaceri fisici e morali. Raccomandiamo alla gioventù i piaceri morali, perchè oltre all'essere incancellabili, sono di utilità grandissima agli altri, e lasciano nell'anima una soddisfazione ed un contento grandissimo. Eccone un esempio.

Un beneficio è sempre ricompensato.
RACCONTO.

Con passo frettoloso e col viso allegro e giulivo un giovane studente per nome Edmondo Derval si avviava ad un convegno per andare con diversi suoi amici a fare una scampagnata. Ma fu arrestato durante il suo cammino da un crocchio di gente che attorniavano un poveretto steso al suolo. A tal vista Edmondo si avvicinò, e vista la faccia smunta e macilente di quel giovane infelice domandò alla folla che gli era accaduto. È ubbriaco, dicevano gli uni; è uno stratagemma per carpirci qualche soldo; è colto da apoplessia, dicevano gli altri. Derval lo esaminò attentamente, e disse indignato a chi osava ingiuriare il poveretto:

—Largo, signori, concedetegli un po' di aria; quest'uomo è estenuato dalla fame.

E siccome nessuno lo soccorreva, rivoltosi a tre giovanetti vicini:

—Animo, disse loro, aiutatemi a portare questo disgraziato nella vicina osteria; gli faremo ingoiare qualcosa.

E seguiti dalla folla che benedicevano quel giovane pietoso, entrarono, e deposto l'affamato su una banca, Edmondo domandò una tazza di brodo e un bicchier di vino del più buono. Appena bevuto un sorso di quel brodo vivificante, l'infelice aprì gli occhi, sollevò un po' la testa e compreso cosa eragli accaduto:

—Grazie, disse ad Edmondo con uno sguardo languido, ma espressivo, Dio ve ne compenserà.—E a lenti sorsi trangugiò il resto della bevanda ristoratrice. Derval gli fece anche portare un bel pezzo di vitello, e raccomandato al suo protetto di mangiare lentamente, chiamò l'oste, gli diede una moneta da 5 lire, dicendogli di pagarsi e di consegnare il resto a quel povero giovane, e tra i ringraziamenti i più sinceri uscì.

Intanto l'ora del convegno era trascorsa, ed il borsellino s'era impicciolito, ma egli lungi dal rimpiangere la gita perduta, tornò a casa col cuore soddisfatto di avere fatto una buona azione. L'indomani a' suoi amici, che gli domandavano perchè non era intervenuto a una così bella gita, raccontò il fatto, ed essi lo approvarono dicendo che una così rara soddisfazione valeva meglio che i folli piaceri d'una scampagnata.

—Ma tu hai dato tutto il tuo gruzzolo al poverello? gli domandò un amico.

—Sicuro, era l'ultimo pezzo da lire 5 che mi rimaneva, rispose egli.

—Ebbene, noi siamo amici; mancano quattro giorni alla fine del mese, puoi abbisognare di qualche cosa. La mia borsa non è tanto ben fornita, ma io la metto a tua disposizione!...


Pochi anni dopo, la rivoluzione del 1789 scoppiava. La plebe inferocita sfogava il suo furore da lungo tempo represso su tutto ciò che le pareva colpevole. L'aristocrazia fuggiva, il re era prigione, l'esercito disfatto. Nel decimo giorno circa del furore plebeo un giovane elegantemente vestito si difendeva a stento dalle ingiurie e pur troppo dalle busse dei popolani, e certamente non sarebbe uscito di là colle proprie gambe se un giovane operaio, fattasi la via a forza di gomiti, non avesse fatto il largo attorno al nostro eroe con due poderosi pugni. E presolo per mano gridò: «Guai a chi lo tocca! Questi è un amico del povero, un consolatore degli afflitti; senza di lui io sarei morto di fame» E rivoltosi al giovane, dissegli: «Venite, vi condurrò a casa, questo quartiere non è sicuro per voi!» Quell'operaio era l'affamato dell'osteria, quel giovane elegante era Edmondo Derval!

Parte Seconda.

I piaceri della giovinezza e loro igiene.

Qualunque sia il piacere che ci procuriamo, dobbiamo sempre porre un limite ad esso, perchè gli eccessi sono sempre funesti, e sono il più delle volte cause di serie malattie che possono renderci infelici per l'intiera vita.

Chi non conosce le dolorose indisposizioni che provengono da un eccesso nel mangiare o nel bere?

Come si disse poi nel capitolo precedente bisogna tener calcolo anche del luogo, delle stagioni, dell'ora e del tempo. E mi spiego. Non tutti i luoghi sono adatti al benessere del nostro temperamento, e sono a fuggirsi i siti umidi, dove si leva quella nebbia malsana causa di febbri dolorose. Anche le stagioni influiscono sui generi dei piaceri, come pure il tempo. Nessuno potrà divertirsi e ritrarre giovamento intervenendo ad una partita di piacere, di caccia, di pesca, al nuoto, se non in giorni sereni e in luoghi salubri. Un consiglio che i giovani dovrebbero sempre ascoltare è il seguente. Mai non si deve bere, anche sentendo il più stimolante bisogno, quando si è corso, saltato, fatto esercizi ginnastici, perchè, sopprimendo istantaneamente la traspirazione, si va incontro a malattie molto pericolose. Altresì, per la stessa ragione, non si deve esporsi ad una corrente d'aria fissa. Tenetevi fisso nella memoria questo consiglio se un giorno o l'altro non volete che, a seconda del vostro temperamento più o meno debole, essere assaliti da reumi, da flussi di ventre, da coliche, da mali alla gola e da altre di queste forti indisposizioni che tutte provengono dalla soppressione istantanea della traspirazione. Quanti che per aver trascurato questi precetti si rovinarono per tutta la vita!....

I piaceri poi non devono essere spinti fino alla fatica, altrimenti diventano nocivi. Anche l'amore allo studio deve essere frenato, perchè un'occupazione continua logora gli organi. Così gli studi che esigono una posizione incomoda devono essere di poca durata. Tali sono il disegno, il pianoforte, il ricamo e l'arpa.

Anche la musica vocale riesce dannosa a coloro che si sforzano, o che ripetono intempestivamente esercizi che non sono alla loro portata, perchè le corde vocali logorandosi si può perdere del tutto quella voce che per tanti è la loro vita.

È dunque meglio che tali studi si ripetano spesse volte nel giorno, piuttosto che sacrificare ad essi delle ore intere.

Parte Terza.

Igiene alimentare della giovinezza.

Questo capitolo deve essere attentamente considerato, essendo la questione degli alimenti la principale, poichè, questi sono i fattori principali della vita. È una questione che dolorosamente non fa parte del programa scolastico; dolorosamente dico, perchè molti giovani istruiti escono dagli istituti senza avere nemmeno le prime cognizioni riguardo a questa materia. La scelta degli alimenti, la loro quantità e qualità dovrebbe essere calcolata in ragione del sesso, dell'età e del temperamento dell'individuo. Influiscono molto anche su esse le stagioni, i luoghi, le professioni. Essendo provvisti di queste utili cognizioni si scanserebbero tante malattie, e l'alimentazione avrebbe pieno il suo corso di rinvigorire le esauste forze del giovane. E il nutrimento di esso richiederebbe maggiori cure di quelle che attualmente si prestano. La qualità e quantità delle sostanze alimentari devono essere conformate e proporzionate sulle perdite del soggetto, quindi nella giovinezza l'alimentazione dev'essere più abbondante, perchè in quest'epoca della vita molto attiva ed operosa il giovane subisce un continuo ed abbondante spreco di forze muscolari.

Si deve avere riguardo anche al genere di vita che conduce l'individuo; infatti un impiegato che è condannato ad una vita sedentaria dovrà nutrirsi meno d'un manuale che s'affatica tutto il giorno. Le stagioni pure influiscono, ed infatti tutti d'inverno mangiano molto più che d'estate, e nella scelta dei cibi si deve aver molto riguardo nella primavera e nell'autunno.

Circa poi il numero dei pasti, questi devono essere regolati sulla forza dello stomaco dei giovani. I giovanetti hanno bisogno di fare quattro pasti al giorno. Due abbondanti e due più leggieri intermedi per attenuare la fame che si farebbe troppo sentire. Dopo i 24 anni invece bastano due soli pasti abbondanti o al massimo tre.

Sopratutto però badate di non mangiare e bere eccessivamente! Guai agli intemperanti! Lo stomaco starei quasi per dire che è il centro della vita nostra, perchè è nello stomaco che i cibi subiscono quella trasformazione chimica, per la quale, ridotti in chimo, si assimilano col sangue, risarcendoci per tal modo delle forze perdute. Chi è sano di stomaco godrà d'una vita lunga e felice, e potrà giungere ad una robusta vecchiaia esente da infermità. Una raccomandazione importante sarebbe quella di alzarsi da tavola con un leggiero appetito, mai mangiare ingordamente fino a che vi sentite sazi, perchè se lo stomaco affatica a digerire tutti quei cibi coi quali lo empite, esso si logorerà ben presto e si andrà soggetti ad indigestioni, a gastriche ed altre malattie sempre gravi allo stomaco ed agli intestini. Abbiate dunque sempre cura di questo apparato sì necessario alla vita; rifiutate qualunque cibo o bevanda che gli possa nuocere e che lo rendono incapace di funzionare nella tarda età.

Abbiate dunque sempre in mente questi precetti, perchè chi ve li dice è uno che per molto tempo ha violentemente sofferto di stomaco e vi scongiura pel male nel quale potreste incorrere di osservare attentamente queste norme elementari.

CAPITOLO III.

Dell'amor fisico

Parte Prima.

Primi palpiti d'amore.

È nella giovinezza che noi cominciamo a pensare ed a sognare: è in questa età che le nostre forze fisiche e le facoltà intellettuali e morali si sviluppano e s'ingrandiscono; è in questa età che il nostro cuore si apre ad una vita novella, che esso si accende e batte per una nuova passione che in un istante può incendiare tutto l'umano edificio. È l'amore che si mostra sotto un aspetto giocondo alla nostra fervida immaginazione, è l'amore che incomincia ad impossessarsi dei nostri giovani cuori per forse poi straziarli e farsene giuoco. Quasi tutti o ben pochi vanno esenti da questa passione; e gli antichi avevano ragione di raffigurare l'amore sotto le sembianze d'un vispo fanciulletto alato, cogli occhi bendati tenendo in una mano una fiaccola, nell'altra un arco sempre teso e sulle spalle una farètra piena di acutissimi dardi. Nulla può contro esso; anche gli Dei stessi dell'Olimpo, persino il sommo Giove furono trafitti dalle freccie dorate d'Amore.

Tutti adorano l'amore e specialmente i giovani, per esso tutto sacrificano, per esso cercano la riputazione, la fama, la gloria! Di quante nobili e generose azioni è causa l'amore! Dante, Petrarca, Tasso per lui si immortalarono! E Amore sempre volubile, perchè bello, spinge gli uni alla gloria, gli altri al tradimento, alla ignominia; quanti esempi che pur troppo si potrebbero citare!... Meglio è il silenzio.

Parte Seconda.

Sensazione del coito.

Al fine di conservare la nostra specie sul globo la natura ci ha concesso durante l'atto della riproduzione uno dei più vivi piaceri. Questa sensazione in certi insetti è così intensa che perfino la morte non varrebbe a separare il maschio dalla femmina durante il coito.

Nell'uomo un improvviso arresto, qualunque sia il motivo, dei pieceri venerei, può produrre gravissime conseguenze e in certi casi anche la morte. I piaceri d'amore poi offrono i più svariati fenomeni a seconda della costituzione fisica dell'individuo, della sua impressionabilità nervosa e del clima in cui vive.

Vi sono taluni che li gustano e vi si abbandonano con una vera frenesia; altri che restano quasi insensibili. Però questi due casi sono anormali, e dinotano un'alterazione del sistema nervoso. Il coito, per produrre buoni frutti, deve aver luogo in un voluttuoso raccoglimento.

La donna nella più tenera età, come per istinto, preludia alla riproduzione colle sue bambole e col suo amore ad esse come fossero figlie.

La giovinetta sogna d'amore e scorge davanti a sè un orizzonte roseo e sorridente.

La donna pone tutto il suo amore nei figli, uniche sue speranze avvenire, e fattasi vecchia circonda colle cure più sollecite i suoi vispi nipotini.

Parte terza.

I due lati dell'Amore.

Non sempre l'amore è causa di gioie pure ed infinite; talvolta lo è di dolori e di una vita sventurata. Se giovani lo si cerca e lo si brama, in seguito poi a qualche disillusione si cerca di fuggirlo e lo si maledice.

Esso, come già dissi, spinge gli uni alla gloria; gli altri, perchè comanda la devozione e l'ubbidienza, all'ignominia, al tradimento!

Eppure l'amore è l'ideale di tutti; tutti pongono in esso i loro sogni, le loro speranze. Ma guai a chi leggiermente vi s'abbandoni! Prima di cadere completamente nei lacci d'amore bisogna ponderare ben bene dove esso ci potrà condurre.

L'amore ha un lato vivace, sorridente, che ci attrae; l'altro è tetro, imbronciato, che ci disgusta.

L'amore puro, timido e casto appartiene al primo genere. Esso è l'amore che deve formare la felicità nostra, è un amore tutto poetico e lusinghiero.

Al secondo appartiene l'amore irato, focoso, che è funestato dalla gelosia. Guardiamoci da questo, perchè il fuoco che arde nei nostri petti ben presto si consuma senza poter nulla di poetico godere. Esso è un amore direi quasi despota e tiranno.

È vero che all'amore nulla può comandare, ma è bensì vero che gli si può resistere con un grandissimo sforzo di volontà. Tocca ai genitori di mostrare ai loro figli il lato brutto e pericoloso, tocca ad essi, dico, ad arrestarli sul lubrico cammino che conduce ad una vita desolata, piena di pianti e di tristezze.

Guardatevi pure, o giovinetti inesperti, dagli amori volubili, gelosi e violenti. Se un tal genere di amore cominciasse a far presa nel vostro animo soffocatelo al suo nascere; meglio negare, anche con dolore, la propria volontà, che essere infelici, e disgraziati più tardi.

Parte Quarta.

Dell'Amore e sua igiene morale.

Se l'amore coi suoi nodi difficilmente solubili avvicina due giovani cuori e li fa battere entrambi dello stesso palpito, raramente si può arrestare i battiti di quei cuori, raramente si può scindere i due amanti. Nulla, nemmeno l'esilio potrebbe spegnere la fiaccola ardente di quel primo amore.

Ciò che alle volte pone un ostacolo insormontabile è l'incompatibilità di carattere, la differenza della posizione sociale. E quì l'igiene e il ragionamento devono riunirsi in uno sforzo comune per rendere evidente ai due innamorati l'impossibilità di accendere la fiaccola d'Imeneo. Le ragioni però che i genitori dovranno addurre sempre, devono avere un serio fondamento, e devono essere esposte con dolcezza se si vuole ottenere la vittoria. Esporle con severa durezza non si farebbe altro che attizzare il contrariato amore.

Se questi mezzi fossero vani, allora l'amore essendo troppo radicato nel cuore del giovane, nulla varrà a estirparlo, e se un languore incurabile s'impossessasse del povero innamorato, l'unico rimedio è il matrimonio.

Però di rado si scontrano questi casi, perchè una cura amorosa e assidua da parte dei genitori può allontanare queste sventure. E più tardi, quando il giovane comprenderà la disgrazia alla quale è sfuggito, avranno la soddisfazione di sentirsi ringraziare e di essere più di prima amati.

Dopo però s'accorgono della giustezza dei rifiuti dei genitori; nella foga della loro passione nulla vedono, e non pensano che i genitori hanno molta maggiore esperienza di loro.

Mi ricordo d'una giovinetta che disse:

«Pare che i miei genitori dimentichino che io voglio maritarmi per me e non per essi. Perchè rifiutarmi l'uomo che io amo e designarmene un altro che mi è indifferente e che ben presto mi tornerà odioso?»

Se questi giovani potessero in queste occasioni riflettere, vedrebbero che queste determinazioni sono state prese dopo le più minute informazioni e ricerche, circa al futuro sposo o sposa alla sua famiglia, al suo carattere, alla sua condotta.

Vorreste voi che un padre e una madre avessero d'abbandonare la loro creatura allevata con tanti sacrifici sulla via della virtù a un giovine dedito ai piaceri più vergognosi e illeciti, a un giovane che invece di essere il sostegno della sposa, fosse il suo carnefice? Oh! no... farete bene a rifiutare la domanda d'un simile soggetto che farebbe infelice la vostra prole diletta.

È dovere sacrosanto de' genitori di vegliare sui figli loro, di consigliarli, di guidarli sul lubrico sentiero della vita. Essi non hanno esperienza, la loro mente è piena di poesia, vedono tutto color di rosa; perchè sono i primi passi che fanno nel mondo, perchè sono desiderosi di tutto vedere, di tutto gustare.

E voi giovani, pur troppo sempre presuntuosi, ascoltate i vostri genitori; se voi avete lo studio, essi hanno la conoscenza pratica della vita, e sempre potranno giovarvi i loro saggi consigli; i loro precetti potranno togliervi dal precipizio che si apre sotto ai vostri piedi. Se ora vi sembrano irragionevoli e severi li benedirete in seguito quando la vita vi sarà nota colle sue disillusioni, coi suoi disinganni. Voi non potete sapere dove può condurvi un amore pernicioso. Non disperate se il primo amore sarà infelice; un altro meno poetico, più ragionato del primo formerà la gioia della vostra vita futura. Anzi vi persuaderò con un esempio.

Come chiodo scaccia chiodo, così amore scaccia amore.
RACCONTO.

Quando l'amore si fa sentire nell'animo del giovane, palpita il primo suono ardente di esso e tutto il suo essere ne è invaso. È la vista d'una graziosa giovanetta degli occhi neri ed espressivi che gli ha messo nell'animo questo fuoco sino allora sconosciuto. Egli allora abbandona i giuochi, i trastulli di bambino, fugge i compagni, cerca solo i luoghi poetici e nascosti per poter sognare di lei, per lasciar libero corso all'immaginazione sua. E lo assale una dolce melanconia che in certi momenti lo annichilisce, è l'estasi d'amore che lo assale e gli fa trascorrere istanti dolci e felici.

A questo grado di amore giungeva quello d'Emilio e la sua bella se n'era accorta e il contraccambiava di pari affetto vero e sincero. I colloqui si succedevano, ed in uno di questi Emilio afferrata la mano di Lei, che dolcemente gli abbandonò, gl'impresse un bacio ardente, un bacio che svelava la sua interna e violenta passione. Quel bacio fece sussultare ambedue, e fece battere i loro cuori d'uno stesso palpito violento e pieno di amore. Emilo ed Aspasia erano felici; le dichiarazioni d'un amore eterno, che si sarebbe seppellito con essi nella tomba, si succederono. I baci non erano più sulla bella manina, ma sulle rosee guancie animate dal fuoco d'amore. Essi erano troppo contenti, una sventura pareva imminente. E la sventura pur troppo amareggiò il loro amore. Emilio fu condotto da suo padre a Parigi per ivi continuare i suoi studi. L'ultimo convegno d'addio fu pieno di giuramenti d'un amore costante e fedele.

Le lettere si succedettero senza alcuna interruzione nei primi sei mesi, ed erano ardenti come il loro cuore. Ma dopo questo tempo Emilio, corrotto dalle seduzioni della tremenda capitale, si sentì meno innamorato, le sue lettere diminuirono finchè cessarono del tutto. Egli attirato da alcuni suoi cattivi amici aveva dimenticata la sua gentile Aspasia per slanciarsi anima e corpo nei balli e nei festini.

La povera amica dimenticata si struggeva come una candela; un malore inqualificabile s'impadronì di lei, e senza i conforti e i saggi consigli d'una sua amica sincera, sarebbe forz'anche morta di crepacuore. Ma convinta e fatta forte dalla rassegnazione, divenne ancora la bella donzella seducente di prima.

E siccome le rose non appassiscono mai sullo stelo, trovò subito chi davvero l'amò d'un amore meno ardente e focoso ma più costante e reale. La giovanetta sulle prime non voleva aprire il suo cuore a nessuno, ma consigliata dall'amica sua lasciò che questo amore benefico cancellasse i dolorosi avanzi del primo così sfortunato.

E ciò serva a dimostrare come il primo amore rare volte finisce col matrimonio essendo troppo ardente e focoso.

CAPITOLO IV.

Conseguenze d'una cattiva scelta.
RACCONTO.

Eugenia B..., figlia di ricchi genitori che avevano pensato a ritirarsi dagli affari per godere nella vecchiaia i discreti frutti del loro assiduo lavoro giovanile, era una graziosa fanciulla sui 18 anni. Fra i molti adoratori, un giovane per nome Horimonte aveva saputo far breccia nel suo cuore e farsi amare. Era un giovanotto di belle apparenze, quantunque nascondesse sotto la sua ricercata eleganza e compitezza un cuore cattivo e un animo perverso. Tuttavia tanto seppe fare e dire che entrò anche nelle grazie dei genitori, i quali illusi e privi d'ogni informazione sul suo conto, lo tenevano caro e vedevano di buon occhio l'amore dei due giovani. Horimonte era pieno di attenzioni per la sua giovane sposa che in certo modo amava, ma d'un amore vivo e volubile quanto il suo carattere; cercando di nascondere i suoi difetti egli non faceva pompa che delle sue buone qualità che si sforzava di far credere che avesse.

Finalmente tutti completamente illusi acconsentirono al matrimonio e giunse il giorno nel quale uniti per sempre a braccio uno dell'altro esciti dalla chiesa si avviavano verso casa. La folla che era accorsa numerosa applaudiva a questa unione, e i giovani e le fanciulle da marito si comunicavano tra loro la propria ammirazione. Molti anzi invidiavano questa coppia che tutti chiamavano felice.

E così fu nei primi cinque o sei mesi di matrimonio. Il marito mai non lasciava sola la sua cara Eugenia e le prodigava mille cure e mille attenzioni.

Ma la luna di miele, ahimè! troppo presto passò e una completa rivoluzione si palesò nelle abitudini di Horimonte.

Un giorno tra gli altri marito e moglie ebbero un grave diverbio che fece accorrere la fantesca, la quale non potendo aprire l'uscio, essendo questo chiuso al di dentro, stette ad origliare e tutto comprese. Di maniera che dopo potè essere in grado di consolare la sua povera padrona, alla quale voleva molto bene. Questa la pregò di tacere quanto aveva udito. Essa lo promise; ma il giorno dopo tutto il quartiere seppe che il giovane sposo tradiva la moglie e l'abbandonava per correr dietro alle crestaie ed alle donne di mondo, per le quali spendeva e spandeva con una eccessiva prodigalità. E pur troppo era vero. Horimonte dotato d'un ricco temperamento sanguigno, aveva bisogno d'uno sfogo, e, diceva egli, doveva cangiare amore e piaceri per sopportare passabilmente la vita. Aveva speso il resto di quel patrimonio che gli era restato, e per pagare gl'innumerevoli debiti aveva già intaccata la dote della moglie.

Povera Eugenia, ben altre sciagure le sovrastavano!... Tuttavia dopo qualche tempo dacchè conduceva questa vita scapestrata sembrò si cangiasse, e ritornò infatti ad essere il marito affettuoso ed obbediente dei primi mesi. La moglie credula e resa cieca dall'amore, credette a una conversione e dimenticò le sventure trascorse. Poveretta! Questa non era che un'infame commedia. Horimondo aveva bisogno di una di lei firma per poter vendere una casa che formava parte della dote di lei. Infine dopo una settimana di costanza e di scioccherie infinite, il marito, esposto il suo progetto, rimase tutto sconcertato perchè la moglie invece di accondiscendere subito, come aveva sperato, disse che abbisognava anche il consenso di suo padre. Horimonte, preso dall'ira per vedere il suo progetto sfumato, con una voce aspra e brutale soggiunse:

«Ah! sono queste le proteste d'amore? Indegna, le vostre parole furono sempre una vile menzogna. Se il mio onore e la mia vita fossero in pericolo, voi non fareste il minimo sacrificio per salvarlo.»

Una lagrima spuntò sulle ciglia di Eugenia; voleva parlare, ma il pianto le faceva nodo alla gola.

Il vile, vedendola intenerirsi, non pose tempo in mezzo, e disse estraendosi da tasca una rivoltella:

«Signora, scegliete: o firmate o mi uccido ai vostri piedi.»

La misera moglie, impietosita, fattasi forte, prese la penna, e già stava per mettere il suo nome, quando, vedendo la faccia inferocita del marito, fu presa da un tremito convulso, e la penna le cascò di mano.

Il marito, male interpretando tale atto, fu acciecato dallo sdegno, e gridò: «Ah! voi volete il mio disonore!.... Ebbene non avrete questa soddisfazione. Voi non mi vedrete più.» E si slanciò verso l'uscio. Eugenia l'afferrò, e voleva trattenerlo, ma egli con una spinta brutale la fece rotolare sul pavimento e fuggì. Disgraziatamente, battendo del capo contro uno spigolo, si fece una larga ferita; alla vista del sangue mandò un debole grido e svenne.

Quando ritornò in sè era debolissima. Per fortuna un grumo di sangue aveva arrestato l'emorragia. Pure ebbe la forza di alzarsi, di lavare il pavimento, di pulirsi i capelli e il viso per nascondere la brutalità di suo marito. Aveva appena finito quando entrò suo padre, che tutto accorato le domandò se era successo qualcosa di grave avendo veduto Horimonte tutto stralunato ed agitato.

«Nulla padre mio.» Ma un secondo svenimento sconfessò la risposta. La ferita si riaperse, ed il sangue usci di nuovo. La fantesca corse pel medico, e dieci minuti dopo entrò con esso. Dopo aver fatto rinvenire Eugenia medicò la ferita, ed assicurò il padre sulla poca gravezza di questa, dicendo che dopo un po' di giorni sarebbe stata completamente rimarginata. Andato che fu il medico, il padre volle sapere la causa di quella ferita. Ella cercò di scusarsi dicendo che era caduta accidentalmente; ma il buon genitore, che già sospettava di qualche cosa, insistè cosi amorevolmente che Eugenia tutto gli confessò. Il padre la lodò della sua rassegnazione e ringraziò Iddio di avergli concesso una figlia sì buona, dotata di un carattere così generoso, poscia soggiunse:

«Fin troppo, figlia mia, hai sopportato i legami di quell'uomo brutale; ora questi saranno rotti per sempre, e tu vivrai ancora in grembo alla tua famiglia come quando eri zitella.»

E infatti il giorno istesso lasciò questa casa testimone di sì acerbi dolori e visse tranquilla vicina ai suoi genitori. Quel po' d'affetto che ancora restavale dell'immenso amore di quello sciagurato ben presto sfumò, e subentrò l'indignazione, ed ebbe la forza, acconsentendo alle preghiere del padre, di domandare una legittima separazione.

Dopo tre mesi però, dacchè Horimonte era fuggito, ella ricevette una lettera da lui scritta, nella quale egli domandava mille perdoni alla moglie, e la supplicava di riceverlo ancora sotto il tetto coniugale. Inutile dire che questa domanda fu lasciata senza risposta. Egli fu così vile da scriverne un'altra alla quale rispose il padre d'Eugenia in questi termini:

«I legami che esistevano un tempo tra mia figlia e voi sono oramai rotti per sempre. Noi ne abbiamo fatto il solenne giuramento. Tra poco la legge pronuncierà il suo voto. La vostra brutale e codarda condotta ci ha spinti a questo passo. Non cercate di rivederci. Per noi non dovete esistere sulla terra.

Questa lettera laconica, e pur tanto espressiva, esaspirò il nostro bellimbusto. Mai non avrebbe pensato che sua moglie così timida avesse avuta tanta forza d'energia. Invano scrisse ancora, intromise terze persone; padre e figlia furono irremovibili.

Allora disperato, vedendo che nulla poteva ottenere colle buone, bestemmiò, imprecò e giunse persino a scrivere una lettera piena di minaccie ad Eugenia.

Ma questo atto gli costò caro, perchè un agente di polizia s'incaricò di portargli la risposta, e fu una risposta amara amara. Dovette umiliarsi a chiedere perdono all'agente, dichiarando di conoscere la sua mancanza e di andare tanto lontano di maniera che i signori D.... più non udissero parlare di lui.

Ed infatti quel codardo non solo abbandonò la città ma esule volontario andò a finire tra la rabbia ed il dolore i suoi giorni in estraneo paese. Eccovi, o genitori e giovanette, un esempio atroce, ma pur veritiero dei danni che avvengono per una scelta fatta con troppa leggierezza o per capriccio.