La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed il riparto difensivo e territoriale. I veterani.
Le glorie della cavalleria leggera stradiotta erano sfiorite da gran tempo. I fieri cavalieri albanesi—o cappelletti—al soldo della Repubblica, vestiti di abiti succinti, armati di piccolo scudo, di lancia e di spada, che avevano empito delle loro fulminee gesta i campi d'Italia nel Cinquecento, si erano a grado a grado ammansiti. Avevano dapprima smussate le unghie, poscia ripiegate le zanne e si erano da ultimo confusi e perduti in un largo innesto nei più miti cavalleggeri Dalmati e Croati. L'essenza dell'arte del combattere leggero alla stradiotta, fatto di balenare d'incursioni, di tagli ratti e violenti inferti sul corpo greve dell'avversario, di solchi sanguigni e profondi vibrati sulle terre devastate dalla loro rapacità, era esulata altrove sotto forme più disciplinate e conformi al diritto delle genti, specie in Francia, dove si era raccolta e tramandata, con qualche sapore di venezianità, sotto le insegne del reggimento cavalleggeri Royal Cravates[194].
A Venezia rimase, come di tutto il bello ed il buono del passato, soltanto l'eredità delle memorie. Trascorso il periodo delle grandi guerre e delle lotte di conquista, nelle quali la cavalleria stradiotta con il suo rapido dilagare parve quasi il simbolo e l'arma per eccellenza; ripiegatasi la Serenissima in sè medesima, la cavalleria divenne nell'esercito veneto un'arma esotica. Si restrinse cioè al modesto compito di milizia addetta alla custodia dei confini, alla scorta dei convogli di privative dello Stato[195] e delle reclute, alla guardia d'onore delle missioni e delle alte cariche governative; dedicò infine il proprio servizio al mestiere di staffetta lungo le principali rotabili, per trasmettere con qualche celerità lungo di esse le ducali e gli ordini più urgenti del Savio alla Scrittura.
Sotto questo riguardo adunque la cavalleria veneziana prese la veste di un pubblico servizio e si spogliò delle caratteristiche di arma combattente.
Le esenzioni e le difficoltà dei pascoli, mentre tendevano a raccoglierla in determinati centri meglio provvisti di foraggio, obbligavano per contro a frazionarla in piccoli posti là dove questo scarseggiava. E ciò anche per meglio soddisfare alle esigenze del servizio di scorta e di staffetta. La campagna bresciana e la veronese primeggiavano per floridezza dei pascoli e quivi i riparti di cavalleria potevano stare più raccolti: la provincia del Friuli, specie il circondario di Pordenone[196], pur essendo assai più ricca di foraggi era nondimeno esente da ogni servitù, e ciò per antico privilegio.
Nei dintorni del Chievo (Clevo) stava quindi alloggiato un buon terzo della cavalleria veneta al tempo della decadenza, ed a Verona risiedeva il suo sopraintendente. I possessori di quelle praterie acclive e dei pingui pascoli sotto quella fortezza erano obbligati—per vecchi statuti—a somministrare le decime dei loro fieni alla cavalleria[197].
Ma quel vincolo—fatto di antiche schiavitù terriere—era diventato insopportabile ai terrazzani veronesi della decadenza della Repubblica, che ripetutamente ed acerbamente se ne dolevano, offrendosi perfino di pagare la prescrìtta decima in denaro sonante. Con ciò quei terrazzani intendevano piuttosto a liberarsi delle guarnigioni che dell'onere che loro derivava per la presenza della cavalleria nelle loro terre.
Ma il Senato, nel 1782, riconfermò nel modo più esplicito il pieno vigore delle antiche servitù, «essendochè la fornitura delle decime alla pubblica cavalleria è destinata alla comune salvezza di tutti, per il mantien di quell'arma»[198].
A squadriglie, a drappelli, il rimanente della cavalleria era suddiviso in parte nelle città e nel contado della Bresciana e del Bergamasco, ed in parte tra i centri di Padova, Rovigo, Treviso, Udine e Palmanova. Delle province di Oltremare, la sola Dalmazia aveva cavalleria preferibilmente croata, oppure di corazze; e poichè a questa specialità da tempo era affidato il servizio di vigilanza verso le frontiere turchesche e nell'interno, i nomi di corazze e di croati suonavano nei luoghi come sinonimi di gendarmi ed anche di sgherri[199].
Inauguratosi poi, nel 1783, il sistema dei cambi di guarnigione o dei turni—come si disse più avanti—-fra i grandi riparti territoriali della Serenissima, questa tradizione poliziesca andò a grado a grado affievolendosi, ed il servizio di ordine pubblico fu indi appresso egualmente ripartito tra le diverse specialità dell'arma che si avvicendavano nei presidi d'Oltremare.
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I còmpiti della cavalleria veneta si esplicavano anzitutto nei servizi mobili, cioè nella perlustrazione delle strade di maggior transito insidiate dai malviventi, nella sorveglianza delle linee di confine, nella protezione dei convogli di biave (frumento) che dovevano servire alla panificazione per la truppa[200] e nei servizi fissi di guardia e di vigilanza locale; cioè nei così detti appostamenti dell'arma stabiliti ai nodi stradali di maggior rilievo, nelle vicinanze delle fortezze e dei castelli più importanti. Sotto quest'ultimo aspetto, la cavalleria veneta si prestava all'occorrenza anche al disimpegno del servizio di staffetta e di corriere, come si è ricordato più sopra.
Il senso di cosiffatto servizio spigliato, disimpegnato a piccoli nuclei, contribuiva nondimeno a rendere l'arma maneggevole, usa alle fatiche e bene allenata. I frequenti contatti tra l'una e l'altra riva dell'Adriatico avevano fatto inoltre acquistare alla medesima buona pratica degli imbarchi, degli sbarchi e dimesticità nelle traversate oltremare, abbenchè nessuna prescrizione regolamentare si occupasse della materia e se ne lamentasse oltremodo il difetto[201]. I trasporti si eseguivano di solito tra il Lido e Zara usando le manzere, o barche per il trasporto dei bovini, ed in genere «approfittando di tutti i legni in partenza, sia per armo che per scorta delle reclute»[202].
Quanto al frazionamento della cavalleria esso era per certo molto considerevole. Nel 1794, le quattro compagnie di croati del Reggimento Colonnello Avesani e le quattro compagnie di dragoni del Reggimento Colonnello Soffietti, che avevano stanza attorno al Chievo, fornivano appostamenti a Mozzecane, Valeggio (Valeso), Sorgà, Villanova, Castelnuovo, San Pietro in Valle, Caldiero, Cà de' Capri, Sega, ed eventualmente anche posti di vigilanza attorno alle fortezze di Legnago e di Peschiera[203]. Le rimanenti quattro compagnie di ciascuno dei reggimenti sopra ricordati, che tenevano guarnigione nella Bresciana, provvedevano a loro volta agli appostamenti di Palazzolo, Ospedaletto, Ponte San Marco, Orzinovi, Àsola, Pontevico, Salò e Crema. Infine, due compagnie del reggimento croati del Colonnello Emo distaccate nel Bergamasco, somministravano gli appostamenti di Cavernago, di Vercurago, Lavalto, Sorta, Villadoda, Cividale, Barican, Sola, Brambat, Lurano, San Gervasio, Romano e Pontida[203].
E le compagnie della cavalleria veneta a quel tempo, «detratti gli ufficiali, bassi-ufficiali, camerata (attendenti e piantoni di scuderia) selleri, forier e marescalco, che non fanno servizio…» si erano ridotte a soli 27 cavalieri ognuna[204],
Intorno a questo medesimo tempo l'arma si suddivideva in due reggimenti di croati, in uno di cavalleria dragona ed uno di cavalleria corazziera. I reggimenti di croati e di dragoni avevano la forza di otto compagnie ciascuno, quello di corazzieri ne contava solamente sei.
Le compagnie di dragoni, croati e corazzieri, accoppiate due a due, formavano uno squadrone agli ordini di un sergente maggiore.
I corazzieri, per vecchia tradizione nobilesca, costituivano anche nella cavalleria veneta la milizia a cavallo più pregiata e ragguardevole, e la legge di Ottazione assicurava ai loro graduati alcuni privilegi in confronto agli altri graduati della Serenissima[205]. I dragoni erano destinati a combattere occorrendo anche a piedi ed erano perciò armati di moschettoni[206]; i croati infine formavano la cavalleria leggera.
Sulla fine della Repubblica era sopraintendente dell'arma il già colonnello delle corazze conte Giulio Santonini. Quando questi fa elevato alla suprema carica della cavalleria veneta (1788) con l'anzidetto titolo di sopraintendente e con il grado di sergente maggiore di battaglia, il Santonini contava 52 anni di servizio e 67 di età, dedicati in massima parte al pubblico servizio nelle guarnigioni di Dalmazia e di Levante[207].
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Il grande frazionamento delle truppe venete, le loro unità stremate di gregari e decrepite nei quadri, il servizio anfibio che esse prestavano tra terra e mare, tra le frontiere turchesche e le isole sperdute dell'arcipelago ionico, rendevano assai rare le occasioni utili per stabilire contatti reciproci di cameratismo, per affinare il senso dell'arte, per esercitare insomma le truppe medesime in nuclei di qualche rilievo, conforme a quanto si usava a quell'epoca nei campi di manovra di Francia e dell'Impero. Richiamate poi a nuova vita le cerne nel 1794, con il loro innesto nei riparti di soldati del vecchio piede le unità si rinsanguarono alcun poco, sicchè le compagnie anemiche dei fanti italiani ed oltremarini, da una trentina di soldati appena salirono in media a circa il doppio.
Si presentava allora propizia l'occasione per addestrare le truppe venete in qualche simulacro di campo o di manovra, ed il tenente generale Salimbeni—il tacciato di giacobinismo nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato—la colse ben volentieri a Verona, là dove, sulla fine del detto anno, si trovavano raccolti ben 2507 tra fanti e cannonieri, con 326 tra dragoni e croati[208].
«Il capitanio di Verona (Alvise Mocenigo) come pure il tenente generale Salimbeni—così diceva una relazione del Savio al Doge—si mostrano molto soddisfatti dei progressi della guarnigione nei campali esercizî, ad onta del tempo non lungo scorso dalla prima raccolta delle cernide e di qualche rèmora nelle successive. Nè per essere di già terminata la stagione delle campali evoluzioni[209] si introdusse l'inazione nella piazza. Mentre quel comandante delle armi profitta di questa stessa circostanza per stabilirvi il giornaliero servizio, senza tenere di soverchio occupata la truppa che gode di altrettanto riposo e coglie sempre le buone giornate per esercitarle anche riunite in corpo, il medesimo si propone alla ventura primavera di eseguire anche col presidio qualche evoluzione di tattica»[210].
Le buone intenzioni avevano adunque fruttato qualche cosa. Più tardi, nel luglio del 1796, il sergente generale conte Stràtico—il fautore di una artiglieria veneta da battaglia leggera e manovriera ed il riformatore del regolamento di esercizi per le fanterie italiana ed oltremarina—riaffermava ancora la necessità di queste manovre d'assieme, nella premessa al ricordato regolamento e nel carteggio che esso diede luogo tra lo stesso Stràtico ed il Savio di Terraferma alla Scrittura in carica.
Con la visione oramai netta e precisa della patria violentata sul margine delle lagune—come al tempo della guerra di Cambrai—quel generale vagheggiava la costituzione di alcuni campi stabili sotto ai forti di San Pietro in Volta e di Malamocco, presso i trinceramenti della Motta detta di Sant'Antonio e presso il Lido, allo scopo di formarne una scuola d'armi e d'armati sempre pronta ad ogni evenienza, sempre desta ad ogni minaccia; di apparecchiare insomma un buon istrumento di difesa per Venezia e per l'estuario. Giacomo Nani, con il prestigio del suo nome, con la profondità delle sue dottrine, con il suo patriottismo illuminato, aggiungeva a questi disegni forza e decoro.
«È bene—scriveva lo Stràtico—che si radunino al più presto assieme queste truppe e siano messe sotto le tende, come nella ultima neutralità[211] al tempo del maresciallo Schoulemburg. Tale metodo è poi molto utile nel formarsi in battaglia, nel marciare fuori dei campi per qualche lungo tratto interrotto da fossi, da siepi e da altri impedimenti, e finalmente per eseguire le grandi manovre. Da questo primo passo dello attendamento è facile condursi poi a quegli altri che formano la catena continua delle militari istruzioni; vale a dire nel rendere in pari tempo ed in unione con la fanteria esercitati gli artiglieri nella disposizione e nello esercizio dell'artiglieria di corpo e del treno da campagna, di cui dovrebbero essere forniti i progettati accampamenti, come anche la cavalleria che vi si volesse assegnare sia nei finti assalti che in foraggiare, scortare convogli e bagagli… Quanto poi riflette questa ultima arma, il maresciallo Schoulemburg era del parere doversi armare i lidi di Venezia,[212] specie i dipartimenti di Pellestrina e di Chioggia, con buoni corpi di cavalleria per impedire gli sbarchi ed appoggiare occorrendo quelle milizie che, da Venezia, fossero spedite in Terraferma. Converrebbe quindi chiamare a questa parte almeno quattro compagnie di croati, aumentando però la loro forza attuale fino a cento teste, formare con esse tre buoni squadroni (di due compagnie ognuno) ed aggiungervene un quarto di cavalleggeri». Così, mentre la Serenissima stava agonizzando, si istituirono in tumulto gli ultimi campi di manovra dell'esercito Veneto, sicchè essi uscirono alla luce del sole come nati-morti.
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Il riparto militare della Repubblica comprendeva i quattro dipartimenti territoriali d'Italia, di Dalmazia, del Golfo e del Levante. I tre ultimi, per essere d'oltremare, avevano stretta correlazione con la suprema magistratura politica, civile e marinara di ciascuna provincia (i provveditori generali). Il primo dipartimento invece, quello d'Italia, non avendo normalmente tale analogia di forme e di reggimenti—a meno che speciali circostanze politiche non consigliassero di nominare anche colà un provveditore—esercitava la propria giurisdizione per mezzo dei capitani e dei podestà.
Nel riparto di Levante[213] primeggiava l'isola di Corfù, per la sua posizione geografica e per il ricordo degli ultimi fasti di guerra della Serenissima (1716) indivisibilmente congiunti alla strenua difesa del maresciallo Schoulemburg. E la fortezza corfiotta nel 1796 contava ancora sui rovinati rampari ben 512 bocche da fuoco di varia specie e calibro. Dopo Corfù, in ordine d'importanza, si contava Santa Maura (Levkàs) cui pendevano di continuo sul capo come scimitarra gli orrori delle incursioni turchesche; Zante (Zakynthos) la boscosa e feconda per i pingui pascoli, assai mal guardata dai suoi 21 cannoni barcollanti sugli affusti tarlati; Prevesa la cittadella perduta in fondo al promontorio aziaco, ricca di gloria romana ed anche un poco orgogliosa per la recente fortuna dei Veneti[214], guardata da un pugno di soldati macilenti per i miasmi dell'acquitrino ambracico. Venivano ultime Vonizza, l'isola di Cefalonia con il presidio di Asso, e li scogli perduti di Cerigo e Cerigotto.
Nel contado delle Bocche, cioè in parte della giurisdizione del Golfo, aveva il primo posto la fortezza di Cattaro con 153 cannoni, compreso l'armamento del Forte Spagnuolo di Castelnuovo[215], quello del castello di Budua e degli appostamenti di Zupa e del contado dei Pastrovicchi. Frequenti erano le relazioni politiche e commerciali dei governatori delle armi di queste due ultime fortezze con l'attiguo territorio dei Montenegrini e dei pascià dell'Erzegovina[216].
Il riparto di Dalmazia aveva per capoluogo Zara. Non minore importanza
dopo questa città avevano i castelli di Knin, di Sign, di Spalato, di
Traù, le opere di Sebenico, quelle di Almissa e di Imoschi.
Nell'Istria Veneta primeggiava infine Capodistria armata con 12 pezzi.
Tra le piazze forti d'Italia aveva grande fama Palma, o Palmanova, retta da uno speciale magistrato militare.
Il numero dei castelli e delle fortificazioni di Venezia e dell'estuario era assai grande, e tale si trasmise pressochè in integro, attraverso le dominazioni francese ed austriaca, fino al 1848. Tra le opere più notevoli si contavano, al tempo della caduta della Repubblica, quelle del Lido, di Campalto, della Certosa, di San Giorgio Maggiore, della Motta di Sant'Antonio, del Maltempo, di San Pietro in Volta, degli Alberoni, di Chioggia, di Bròndolo, del Castello di Sant'Andrea, di San Giovanni della Polvere, di San Giorgio in Alga; oltre una folla di opere minori, batterie, trinceramenti, ottagoni, palizzate ed appostamenti[217].
Sugli spalti di queste opere di Venezia e dell'estuario risultavano collocate in complesso 2471 bocche da fuoco, comprese le disponibili nell'Arsenale.
Caposaldo della difesa di Terraferma era la fortezza di Verona. In essa si notavano il castello di San Pietro e quello di San Felice,[218] entrambi ricchi di solide muraglie, di torricelle, di opere a corno e di terrapieni d'ogni maniera, demoliti in buona parte in forza del trattato di Luneville nel marzo 1801; Castel Vecchio di remota costruzione Scaligera[219] con grossi parapetti, feritoie sui piloni del classico ponte e merlature, opere deturpate anch'esse in virtù del detto trattato; e la cinta murata con le numerose porte, cortine e bastioni illustrati dall'arte del Sammichieli. Minore importanza avevano infine la piazze di Legnago e di Peschiera—recentemente sistemate nei fossi acquei e nelle mure dal colonnello Lorgna—il castello di Brescia, le opere di Orzinovi (Orzi-Novi), di Crema, di Àsola, di Pontevico e di Bergamo.
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L'alta giurisdizione territoriale militare sui riparti di Levante, Dalmazia, Golfo ed Italia, era esercitata dai rispettivi sergenti maggiori di battaglia, secondo i turni dei quali si disse più sopra. Il comando effettivo delle fortezze competeva invece ai singoli governatori delle armi, suddivisi in alquante categorie a seconda dell'importanza delle fortezze medesime.
Ai governatori delle armi spettava un certo numero di lance spezzate costituenti una piccola guardia del corpo. Successivamente però questo diritto andò modificandosi e si trasformò, sul finire della Repubblica, in una specie di indennità di carica da corrispondersi in contanti.
A questi governatori delle armi nelle fortezze d'Oltre mare incombeva un còmpito assai spesso difficile e pericoloso. Quello cioè di servire da ago della bilancia in mezzo alla violenza delle passioni politiche delle genti contermini, e da scudo contro le incursioni e le depredazioni delle vicine tribù turchesche. E l'uno e l'altro ufficio essi dovevano assolvere con dignità e con fermezza, quasi sempre con scarsissimi presidi, con armi spuntate e rugginose.
In quest'opera giovava ancora alcun poco il bagaglio delle antiche memorie e del vecchio prestigio repubblicano rinverdito dopo le campagne del 1716-17, ma più che tutto valeva l'intreccio dei vincoli politici, sociali e feudali, solidamente ribadito dalla Repubblica nei domini d'Oltremare tra i suoi stessi rappresentanti ed i maggiorenti delle terre. Così, con fine accorgimento, la Serenissima soleva scegliere non pochi dei governatori delle armi delle principali fortezze di Dalmazia e di Levante tra gli ufficiali superiori degli Oltremarini, vale a dire tra i conterranei medesimi; sicchè, per tale riguardo, le genti entravano di leggeri in una tal specie di convinzione di godere una autonomia propria, convinzione che gli istituti repubblicani rafforzavano e corroboravano. Il crogiuolo delle milizie regionali oltremarine serviva così da elemento unificatore, da valido intermediario tra le libertà cantonali d'Oltremare ed il potere centrale repubblicano, da scuola d'armi insieme e di pubblici poteri dalla quale il dominio veneto usciva rafforzato e popolarizzato. Le migliori famiglie dalmate quivi dovevano acquistare i titoli per l'esercizio del governo sui conterranei, in nome della stessa Serenissima, e questo automatico ricambio di uomini e di reggitori raddolciva le suscettività individuali e collettive delle municipalità dalmate e le cointeressava agli accorti fini politici della Repubblica.
Nelle principali fortezze i governatori delle armi erano inoltre coadiuvati dai così detti maggiori alle fortezze, tratti in buona parte dal corpo degli artiglieri, con incarichi esclusivamente sedentari. Non mancavano però degli strappi a tale consuetudine circa il reclutamento di questi ufficiali, e tra gli altri merita particolare rilievo quello che si verificò nel 1794 quando—nell'assoluta impossibilità di trovare un posto agli ufficiali promossi per merito di guerra da Angelo Emo—convenne trasferirli appunto nel personale delle fortezze, senza riguardo di sorta all'ufficio ed all'arma di provenienza.
I còmpiti di questi ufficiali alle fortezze erano assai simili a quelli che, sotto la Francia del vecchio regime, erano attribuiti ai majors ed agli aides majors généreaux des logis[220].
Poche parole rimangono da dire intorno alla dislocazione effettiva delle truppe venete. I documenti più autorevoli in materia sono per certo i «Piedilista generali di tutte le pubbliche forze» compilati all'Inquisitorato sull'amministrazione dei pubblici ruoli. Codesti specchi, che servivano di base ai càlcoli relativi alla forza bilanciata dell'esercito della Repubblica, comprendevano gli effettivi sotto le armi, gli aumenti e le diminuzioni dei fazioneri in confronto del periodo di tempo immediatamente precedente, gli amassi o risultati delle nuove leve, i cassi o congedati per compimento d'ingaggio o per inabilità fisica, i fuggiti o disertori, i morti, i passati di riparto o trasferiti ad altra sede, ed infine i realditi, o condannati la cui pena era sospesa momentaneamente per revisione di processo[221].
Le modalità di tali piedilista erano tassativamente fissate dalle Terminazioni degli Ill.mi ed Ecc.mi Signori Inquisitori sopra l'amministrazione dei pubblici rolli[222], e ad esse si dovevano uniformare tutti i comandanti di truppa nello intento di evitare brogli, peculati e tentativi di frode per via dei passavolanti[223]. Epperciò ogni ufficiale, sulla propria fede di uomo d'onore, doveva redigere la copia del rispettivo rollo, o riparto, da trasmettersi quindi agli inquisitori competenti, vidimata dalle autorità superiori. Analoghe pratiche si osservavano per le truppe imbarcate sui pubblici legni, disposte a guardia di lontani presidi e negli appostamenti. I sergenti maggiori di battaglia, i capi dei riparti territoriali, gli aiutanti di reggimento e di battaglione, dovevano sorvegliare con somma cura la compilazione scrupolosa dei piedilista, che si trasmettevano all'Inquisitorato semestralmente prima dell'anno 1790, ed annualmente dopo di quell'anno[224].
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Dai piedilista adunque—orgoglio e tormento della burocrazia militare veneta dell'epoca—si rileva che la forza bilanciata sullo scorcio di vita della Repubblica oscillava intorno alla dozzina di migliaia di soldati, e che pochi anni prima della caduta questa forza era timidamente salita sopra alle quindici migliaia di uomini[225].
Tale contingente di truppe era suddiviso pressochè in parti proporzionali tra i quattro dipartimenti militari. Così nel 1780, sopra un totale di 313 compagnie e 12,406 teste a ruolo, compresi gli invalidi, gli addetti all'Arsenale, alle scuole militari ed alle compagnie di leva, spettavano a ciascuno dei grandi riparti gli effettivi seguenti:
Riparto di Levante.—Presidi, numero 24[226]. A terra, uomini 3326. Sulle navi, nomini 1683[227].
Riparto di Dalmazia.—Presidi, numero 49[228]. A terra, uomini 2761. Sulle navi, uomini 255.
Riparto d'Italia.—Presidi, numero 43[229]. A terra, uomini 2141. Sulle navi, uomini 453. Riparto del Golfo.—Presidi, numero 2[230]. A terra, uomini 197. Sulle navi, uomini 460.
Nell'interno dei corpi le guarnigioni di solito erano distribuite in giusta misura, con senso di equità e di equilibrio tra i buoni ed i cattivi distaccamenti, e con riguardo ai turni destinati a ristabilire l'equilibrio in questa necessaria altalena di «bona mixta malis» delle guarnigioni degli eserciti a base nazionale. Pochi erano invece i corpi che avevano tutte le compagnie raccolte in una medesima sede, o riparto territoriale, e ciò dipendeva ordinariamente tanto da necessità di transito da un riparto all'altro (Lido-Padova-Zara), quanto da convenienze particolari d'arma (corazzieri, croati, travagliatori, invalidi etc.).
Nel piedilista del V settembre 1776[231]—uno dei più accurati della specie—risulta infatti che, dei 18 reggimenti di Fanteria Italiana, 14 avevano le proprie compagnie tutte riunite nell'interno di uno stesso riparto, che i rimanenti reggimenti le avevano frazionate, e che tutti i corpi di Fanti Oltramarini all'infuori di due[232] si trovavano con le proprie unità sparpagliate tra la Dalmazia, il Levante, l'Italia ed il Golfo.
Della cavalleria veneta, il Reggimento di Corazze aveva le sue sei compagnie tutte in Dalmazia, quello di Dragoni era per intero dislocato in Italia. Il reggimento Croati del Colonnello Begna presidiava la Dalmazia senza distaccamenti in altri riparti, quello del Colonnello Gregorina era tutto raccolto in Italia. Il Reggimento artiglieria infine era suddiviso con sei compagnie in Levante, tre nella Dalmazia ed altrettante in Italia.
Questa dislocazione delle truppe venete si mantenne presso a poco immutata fino alla caduta della Repubblica. Subì soltanto qualche alterazione nel 1796 quando, a cominciare dai primi di giugno, dalle province d'Oltremare furono chiamate alla Dominante truppe per la difesa delle lagune minacciate dagli eserciti di Francia. Allora, per la seconda volta dopo la guerra di Cambrai, si videro raccolte milizie in buon numero dentro l'abitato cittadino di Venezia, violando la tradizionale consuetudine che ne le escludeva in via normale in omaggio alle libertà repubblicane.
All'infuori di codesti casi eccezionalissimi, unici rappresentanti della legge e della forza armata veneta dentro alla città delle lagune erano i birri ed i fanti, ministri questi ultimi al servizio del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato[233].
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Poichè l'esercito veneto della rovina repubblicana accentuò il proprio carattere di istituto di beneficenza, pullularono come una fungaia i corpi degli invalidi, o dei benemeriti, senza contare i nuclei di militari fisicamente inadatti al servizio, non inquadrati in unità sedentarie ma semplicemente mantenuti a ruolo e stipendio con il benefizio delle così dette mezze paghe.
Di queste ultime si avvantaggiavano in particolar modo i cannonieri, intendendo con ciò la Serenissima di conservarsi sotto mano—prima della fondazione del Reggimento Artiglieria e subito dopo di essa—una certa riserva di militari pratici delle artiglierie per far fronte alle eventuali esigenze.
Ma poichè lo scandaloso costume delle mezze-paghe, che manteneva a spese del pubblico erario una falange di fannulloni e di disadatti fu abolita nell'anno 1777, un'ondata di postulanti e di malcontenti venne a rifluire alle unità organizzate degli invalidi. Se ne rammaricava inutilmente il Senato, rilevando il grave danno pecuniario che causava tale corrività, eccitando il Savio alla Scrittura a provvedere: «perchè questa caritatevole disposizione (dei benemeriti) non vada a danno del dinaro pubblico, nè trovi il privato interesse una fonte di illeciti vantaggi»[234]. La piaga però aveva troppo salde e profonde radici, d'altronde le strettezze dell'erario non permettevano di concedere giubilazioni che ai militari fatti decrepiti sotto l'assisa repubblicana; e ciò non poteva accadere di solito che verso i 60 o 70 anni di età.
Nel 1790 esistevano nell'esercito veneto 7 compagnie o distaccamenti di benemeriti. Una compagnia di essi era dislocata al Lido e nelle opere contermini, una a Palmanova ed una nel Castello di Brescia. Un distaccamento assai numeroso di quei vecchi soldati guardava il forte di San Pietro dei Nembi sotto Zara, un altro quello del Maltempo presso Venezia, i due ultimi infine erano dislocati a Zara e nel Collegio Militare di Verona.
Principale còmpito di questi benemeriti era il servizio di guardia agli istituti ed edifizi militari affidati alla loro custodia, «senza mai staccarsi dal posto sotto qualunque pretesto, per ubbidire ai comandi che loro venissero impartiti e vietando l'asporto di pubblica o di privata roba»[235].
L'addestramento della truppa veneta.
Cadeva la Repubblica quando, dopo una serie di reiterate istanze intese a porre in rilievo la vetustà dei regolamenti tattici compilati dal maresciallo Schoulemburg al principio del secolo XVIII—sui quali era passato indarno tutto lo splendore dell'arte federiciana—il Senato si induceva finalmente a nominare una commissione con l'incarico di redigerne dei nuovi. Si trattava anzitutto di rendere più agili e manovriere le forme tattiche della fanteria, anchilosate ancora nella vecchia suddivisione di ali, di divisioni e di plotoni, di imprimere maggiore impulso al fuoco, scioltezza agli ordinamenti e vigoria alle azioni da combattimento.
La circostanza che un buon nucleo di truppe venete si trovava raccolto sotto Verona, e che il generale Salimbeni ed il governatore delle armi di quella città avevano cominciato ad esercitarle in simulacri di esercitazioni e di manovre, si presentava assai propizia per compiere le necessarie esperienze della riforma dei regolamenti.
Nella primavera del 1795 una commissione composta dal detto generale Salimbeni, dal sergente generale Stràtico e da altri ufficiali inferiori, compiva infatti la prima metà dell'opera, cioè quella della revisione della parte formale dei regolamenti tattici dal titolo «Esercizi personali per gli Uffiziali, bassi-uffiziali e soldati della truppa veneta», e la presentava al Savio di Terraferma alla Scrittura Iseppo Priuli con una dotta relazione a corredo, acciocchè questo magistrato la rassegnasse a sua volta al Doge.
La relazione faceva riserva, «che i detti benemeriti ufficiali Salimbeni e Stràtico avrebbero fatta successivamente completa produzione anche della seconda parte dell'opera… la quale abbracciar deve i movimenti dei corpi, così avendo essi creduto di dividerla per maggiore facilità e chiarezza»[236].
Questa prima parte del regolamento che vedeva allora la luce comprendeva adunque il maneggio del fucile del modello Tartagna, i movimenti con la bandiera per gli alfieri, con la spada per gli ufficiali e le varianti ed aggiunte per la fanteria oltramarina. Nel proemio si esprimeva il voto, «che il libro venisse stampato in entrambe le lingue italiana ed illirica, due essendo le nazioni con differente linguaggio che hanno l'onore di servire Vostra Serenità», e prometteva di estendere gli studi e le esperienze anche alla cavalleria, «la quale ha eguale e forse anche maggiore bisogno della infanteria di regolazioni nello esercizio non solo, ma anche nella tattica, usando ancora quelle che furono estese fino dal secolo passato dal generale Stenau».
Ispirandosi a modernità di concetti, «come si deve» ed alle «nuove pratiche introdotte ed usitate dalle nazioni più agguerrite», i compilatori del nuovo regolamento esprimevano da ultimo la fiducia che la «nazionalità veneta potrà, con esso, diventare mirabilmente istrutta».
Le nuove ordinanze conservavano la formazione della fanteria su tre righe, ponevano in rilievo la sempre crescente potenza del fuoco e procuravano di disciplinare l'urto. Semplificavano oltre a ciò—nei limiti del possibile—il maneggio dell'armi ed assottigliavano d'alcun poco il pesante bagaglio delle evoluzioni, delle marce, delle contromarce e delle colonne d'attacco.
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Per eseguire i movimenti con la spada, oramai definitivamente sostituita alla picca fino dall'anno 1790[237], gli ufficiali dovevano prendere la posizione di attenti, epperciò essi dovevano: «impiantarsi con la vita dritta, petto in fuori, capo alto, tacchi tra loro distanti di due dita, punte dei piedi in fuori, ginocchia tese, braccia pendenti al naturale in giù, cappello che riposi sopra le ciglia ma voltato un poco verso sinistra»[238].
I movimenti con la spada erano 17 e cioè: spada alla mano o in parata, primo saluto, spada in parata, secondo saluto, spada in battaglia, spada in parata, spada all'orazion, spada in parata, spada a funeral, spada in parata, spada in riposo, spada in parata, spada in battaglia, spada in riposo, spada in battaglia, spada in parata, spada nel fodero.
Il saluto con la spada si rendeva dagli ufficiali veneti presso a poco come si pratica oggigiorno e così si salutavano:
«L'Ecc.mo Savio di Terraferma alla Scrittura, i Provveditori Generali da Mar, della Dalmazia e gli Ecc.mi Capi di Provincia in Terraferma». Per rendere onore alle altre autorità militari il saluto con la spada si arrestava al primo tempo dell'odierno saluto, e cioè «con la coccia della spada dirimpetto al mento, alla distanza di un palmo, guardamano voltato verso il lato sinistro e lama verticale e di piatto».
Questi modi di salutare le autorità militari superiori ed inferiori surrogarono rispettivamente la battuta della picca ed il levarsi del cappello, quando la picca stessa costituiva l'ordinario armamento dell'ufficiale.
Altre regole disciplinavano il modo di portare la spada all'orazion, che stendevasi a quell'atto davanti al corpo con il braccio disteso e la punta fin presso terra, mentre l'ufficiale ripiegava il ginocchio destro sotto il sinistro, si toglieva di capo il cappello e lo raccomandava alla mano sinistra; a funeral, nella quale positura la spada si portava serrata contro il petto lungo il lato sinistro, assicurata sotto l'avambraccio piegato all'altezza della mammella; in battaglia infine cioè con la spada stesa lungo il fianco destro, «appoggiandola verticalmente nel vuoto della spalla, col filo in fuori»[239].
Gli alfieri portavano normalmente la bandiera «sul fianco destro, l'asta alquanto inclinata verso dritta e pendente in avanti, la lancia (freccia) voltata in piano ed il calcio a terra». Nei tempi sereni e senza vento la bandiera si lasciava «a drappo volante», nei piovosi invece o con vento si prendeva «il canto (lembo) pendente del drappo e con la mano destra si serrava all'asta». Nelle parate—senza eccezione di tempo—la bandiera doveva essere sempre spiegata.
L'alfiere abbassava la bandiera davanti a quelle medesime supreme cariche militari cui si rendeva dagli ufficiali il completo saluto con la spada, «compiendo un ottavo di giro a dritta, poi con la mano dritta abbassando l'asta della bandiera verso la parte sinistra, finchè il piatto della lancia sia ad un palmo distante da terra… nell'atto stesso si raccoglieva con la mano sinistra il drappo e si impugnava per di fuori dell'asta». Per salutare tutti gli altri superiori l'alfiere toglieva semplicemente di capo il cappello[240].
E passiamo agli esercizi con il fucile[241]. Poche premesse poste innanzi alla descrizione dei relativi movimenti richiamavano l'attenzione sul fatto, «che il maneggio del fucile deve compiersi dai soldati con desterità e scioltezza… epperciò essi dovranno stare con l'orecchio attento al comando, muovere le mani sempre in vicinanza del corpo, eseguire con vigore ogni tempo di una mozione restando poi immobili da uno all'altro tempo». Per facilitare poi la simultaneità e l'esatta esecuzione degli esercizi, si prescriveva che «essendo i soldati in rango e fila, quelli di prima riga abbiano a guardare attentamente il campione (istruttore) e quelli delle due ultime file quelli della prima, onde muoversi tutti contemporaneamente».
Tra il comando di ciascun movimento e l'esecuzione del primo tempo di esso, il campione doveva lasciar correre un intervallo bastevole per contare a cadenza i primi tre numeri. Tra i tempi successivi questo intervallo doveva essere prolungato di alquanto e diventare eguale all'intervallo di tempo che è necessario per contare i primi sei numeri. Si eccettuavano da questa regola mnemonica i comandi per i fuochi e per ritirare le armi, i quali dovevano eseguirsi non appena ordinati.
La posizione di base per eseguire il maneggio dell'armi era quella del fucile collocato sulla spalla sinistra, con la canna in fuori, sostenendo il calcio con la palma della mano sinistra appoggiata al fianco, «sicchè il pollice premeva il calcio e le altre dita lo stringevano per di sotto: il braccio sinistro non doveva essere nè troppo teso nè troppo inarcato, col gomito daccosto alla vita in modo tale che la mammella cadesse tra le due viti della piastrina»[242].
Il rigido formalismo dominante non si arrestava però a tali prescrizioni e rilevando, «che vi sono uomini che hanno più anca che spalla e di quelli che sono al contrario», presumeva di correggere anche le differenze fisiologiche dei diversi attori con compensi e temperamenti, in modo da ottenere che tutti i fusti dei fucili si adagiassero in un medesimo piano inclinato, perfettamente uniforme.
«Se il soldato—-diceva dunque il regolamento—ha più anca che spalla, esso dovrà sostenere il fucile sulla spalla volgendo il pugno un poco in dentro perchè la canna più si scosti dalla testa; e se al contrario avesse più spalla che anca, allora volgerà il pugno un poco più in fuori appoggiando maggiormente il calcio alla coscia per avvicinare di più la canna alla testa. Con tale avvertenza si riuscirà a mettere nello stesso piano tutti i fucili di una riga di soldati».
E sulla pratica di questi ripieghi i campioni fondavano il supremo segreto dell'arte, la ricetta che assicurava fortuna alla complicata coreografia del maneggio dell'armi. I principali movimenti con il fucile erano 34. La loro progressione cominciava col presentar l'arme, la quale si sosteneva verticalmente davanti al corpo «in candela, proprio dirimpetto al mezzo del capo, col vidone (vitone) del cane contro il centurino… ed il piede destro tre dita dietro il piede sinistro, in modo che il calcagno di questo guardi il mezzo dell'altro piede, e ciò senza cangiare di fronte»[243].
Sull'esecuzione dei fuochi il regolamento richiamava «tutta l'attenzione dei soldati… avezzandoli a mirare con franchezza, a non torcere in verun modo la testa, a non muovere nè il corpo nè il fucile, perchè ogni piccolo moto può alterare la direzione del colpo. Allorchè poi questo vada a maggior distanza, si insegnerà ai soldati a premere bene col calcio la spalla nell'atto di far fuoco»[244].
Gli esercizi del fuoco erano preceduti dal movimento di base del preparatevi. A tale comando il fucile si portava presso a poco nella positura di «presentat-arm» e da questa si armava il cane, premendo con il pollice della mano destra sul vitone del cane medesimo. Ciò fatto si passava al secondo movimento, cioè all'impostatevi, portando il piede destro un palmo dietro al sinistro e volgendo il corpo verso destra, in guisa da «metterlo a mezzo profilo». Così si spianava l'arma «appoggiando la guancia destra sul calcio, chiudendo l'occhio sinistro per potere aggiustatamente mirare col destro lungo la canna l'oggetto che si vuole colpire…. Quando non sia determinato questo oggetto da prendere di mira, il soldato farà cadere la bocca del fucile al livello circa degli occhi».
I tempi della carica erano laboriosissimi. Al comando di pigliate la carica il soldato estraeva dal tasco (cartucciera) una carica, bene avvertendo «di aprirlo in mezzo e non da fianco per ritrovarla più facilmente»; quindi portava la detta carica alla bocca, ne strappava la carta con i denti sino a scoprire la polvere aiutandosi per ciò con uno «sforzo della mano verso la sinistra». Ciò fatto si poneva mano al focone chinando la testa per poterlo bene innescare, quindi si chiudeva la batteria e si impugnava con la destra il fucile verso la bocca, «in modo che il calcio poggi a terra accosto al piede sinistro, la cartella sia in fuori, il fucil tocchi la coscia sinistra e la bocca resti dirimpetto alla spalla destra, impugnato con la detta mano destra».
Da questa posizione, «dopo di aver soffregata con le due dita pollice ed indice la sommità della carica per bene aprirla del tutto, si versava la polvere in canna mandandole dietro la carta, e si intasava da ultimo con la bacchetta stendendo naturalmente il braccio e spingendola con forza dentro la canna stessa». Tutto ciò esigeva una quarantina di tempi.
Non minor cura esigevano l'armare le baionette,[245] il disarmarle, il sostenere l'urto[246] e portare il fucile alla pioggia, assicurato con il calcio sotto l'ascella sinistra «la bocca in basso e la bacchetta in sù»; il recare l'arma alle bandiere cioè a fianc-arm; a funeral, sotto l'ascella sinistra con il calcio all'insù e davanti, la canna inclinata indietro tenendo il fucile con la sinistra all'impugnatura e la destra dietro la schiena al mezzo di essa; infine all'orazion, verticalmente davanti la spalla destra mentre il soldato stava nella posizione di in ginocchio con la mano sinistra in atto di saluto sul frontone del caschetto.
Un'appendice agli Esercizi personali regolava i movimenti speciali della fanteria oltremarina per quanto riguardava il maneggio del palosso e recava, a mò di chiusa, un capitolo relativo alla visita delle armi e delle monizioni.
* * *
Tale fu la riforma dei regolamenti per la fanteria veneta. Con essa si dovevano abbandonare d'un tratto i vincoli che collegavano i regolamenti stessi all'arte del Principe Eugenio di Savoia, per ravvicinarli decisamente alle tradizioni più recenti della scuola francese e federiciana. Forse tali progressi sarebbero stati assai più sensibili nella seconda parte che si attendeva, quella cioè, relativa all'impiego tattico delle truppe, ma il tempo tolse non solo la facoltà di pubblicare quest'ultima, ma ben anco il destro di diffondere più largamente la prima oltre il ristretto cerchio delle milizie che componevano il campo veneziano sotto Verona. La parte formale degli Esercizi personali non vide infatti neppure l'onore delle stampe. Essa rimase allo stato di manoscritto tra le mani gli ufficiali veneti che la sperimentarono, e così si tramandò pure ai posteri confinata tra le polverose carte del Savio alla Scrittura[247].
Restò così ancora in vigore, fino alla caduta della Serenissima, il libretto del maresciallo Schoulemburg, l'ultimo capitano della Repubblica.
Gli uomini delle tre righe erano disposti l'uno dietro all'altro alla distanza di un passo. Gli esercizi erano comandati alla voce o con il tocco del tamburo, e si dovevano eseguire all'ultima parola del comando che il campione doveva pronunciare breve e forte, oppure al termine del tocco seguendo l'esempio dei sottufficiali o dei campioni medesimi. Gli esercizi del reggimento erano preceduti dal riconoscimento, o formazione delle unità di manovra. Si pareggiavano allora le file, si eguagliava la forza delle compagnie, si suddividevano tra i riparti secondo l'ordine di precedenza gli ufficiali ed i sottufficiali i quali, fuori delle righe, attendevano in questo frattempo di prendere posto. La compagnia inquadrata perdeva da quel momento ogni personalità e tutta la truppa si ripartiva in tre divisioni, cioè il centro e le due ali. Tale formazione era pure la normale per il combattimento[248].
Ogni divisione era comandata da un capitano o da un sergente maggiore: si suddivideva in mezze divisioni, e queste ancora in plotoni di manovra.
Le evoluzioni principali consistevano nel raddoppiare le file e le righe, nel serrarle, nelle conversioni, nello spezzare la fronte, nel formare le colonne ed i quadrati, nelle contromarce e nei fuochi.
Per raddoppiare le file i soldati di ciascuna fila si spostavano lateralmente ed entravano nella distanza di circa un passo che intercedeva di solito tra uomo ed uomo. Quando il movimento doveva eseguirsi sulla destra si spostavano le file pari, se a sinistra si spostavano invece le disparì.
Le conversioni si effettuavano a perno fisso e per ottenere il necessario contatto facevasi assai spesso porre ai soldati le mani sui fianchi, alla costumanza tedesca. Le contromarce facevansi per righe e per file.
Per eseguire i fuochi si serravano le righe da petto a schiena, cioè si annullava l'ordinaria distanza di circa un passo che esisteva tra le righe medesime. V'erano fuochi così detti di riga, di mezze divisioni, di plotoni, da fermo e marciando, cioè alternandosi le righe nello sparare usufruendo all'uopo degli intervalli interposti. Contro la cavalleria si formava il quadrato, sia da fermo che in marcia, armando le baionette e sostenendo l'urto.
Il libro del maresciallo Schoulemburg trattava oltre a ciò del servizio territoriale, o di piazza, del modo di accampare e di accantonare un reggimento e le unità inferiori ad esso, di porlo in marcia con le misure di sicurezza e di scortare un convoglio. Però, stante l'esiguità delle forze disponibili e l'abbandono degli esercizi nei campi di manovra, queste pratiche non erano che semplici attestazioni teoriche. Invece—come si disse altrove—era assai deplorato il difetto di norme regolamentari circa l'imbarco e lo sbarco di truppe a piedi o a cavallo sui pubblici legni; operazioni di qualche frequenza nell'esercito della Repubblica specie dopo l'adozione dei turni di guarnigione[249].
Le evoluzioni della cavalleria erano più antiquate di quelle della fanteria e risalivano alla fine del XVII secolo, cioè a dire alla pratica del generale Stenau, altro capitano della Veneta Repubblica. Anche la cavalleria—come la fanteria—si ordinava su tre righe e la distanza tra queste era normalmente di cinque passi. Gli intervalli tra fila e fila erano tali che i cavalieri potevano introdursi liberamente in questi spazi senza toccarsi l'un l'altro.
Le evoluzioni consistevano nello sdoppiare e nel raddoppiare le file e le righe, con procedimenti analoghi a quelli risati dalle armi a piedi. Le conversioni—di 180 gradi—si eseguivano tanto a righe aperte che serrate: si adoperavano per cambiare diametralmente direzione di marcia e si compievano per divisioni, mozze divisioni, per file ed anche individualmente per ogni singolo cavaliere.
L'esercizio con le armi consisteva, per le corazze ed i croati, nel maneggio della spada, della sciabola e dei pistoloni da arcione; per i dragoni inoltre nell'uso del moschetto armato di baionetta. Le tendenze difensive diffuse nell'arma di cavalleria—a motivo della importanza crescente del combattimento a fuoco—avevano accentuato nella pratica degli esercizi l'impiego delle colonne vuote di dentro e dei quadrati. La prima di queste formazioni si assumeva dagli squadroni in colonna di divisione, «facendo che la testa stia ferma e che conversino le mezze divisioni delle altre, dimodochè rivolgano la fronte alla campagna», cioè verso il nemico[250]
I quadrati si ottenevano invece dalla linea spiegata, ripiegando le ali all'indentro e ripiegandosi ancora ciascuna metà di queste ultime in sè medesime dopo effettuata la conversione verso l'interno, in guisa da costituire nell'insieme il quarto lato della figura. Ciò fatto tutti eseguivano una conversione individuale «verso la campagna».
Le cariche si effettuavano di regola in modo avvolgente. In quest'arte—tramandatasi tradizionalmente nella cavalleria veneta dagli stradiotti e dai cappelletti—si distinguevano ancora, sul cadere della Repubblica, i Croati. Questi medesimi recavano ancora la palma nel foraggiare, nel portare gli attacchi in terreni intricati e scuri, nel passaggio dei corsi d'acqua ed infine nei combattimenti temporeggianti e nelle ritirate. Le corazze distinguevansi a loro volta nelle salve con i pistolonì, ed i dragoni nei fuochi con i moschetti e nei combattimenti pedestri.
Gli esercizi campali e le evoluzione del Reggimento artiglierìa erano infine regolate, sul tipo di quelle della fanteria, da un libretto appositamente redatto dal brigadiere Stràtico.
La carica dei pezzi si eseguiva con la cucchiaia o con i cartocci. Con il calcatoio si spingeva la polvere nella camera della bocca da fuoco e vi si intasava, adoperando all'uopo un poco di strame palustre, delle alghe di mare oppure della paglia aggrovigliata, fintantochè la polvere stessa affiorava nello intorno del focone. Indi appresso si introduceva nell'anima del pezzo la palla elevandone alquanto la volata. Eseguito questo primo tempo della carica, con un fiaschetto si colmava di polvere da innesco il focone, se ne spargeva un poco anche nella parte posteriore di esso, ed il cannone era allora pronto per la punteria e lo sparo.
Dei bilanci militari.
Anche l'energia motrice di ogni organismo sociale, il denaro, difettava grandemente al tempo della decadenza repubblicana. È perciò necessario di toccare anche questa materia nelle sue relazioni con i bilanci della guerra, per conoscere quanta parte della rovina nelle armi venete tocchi ai fattori morali e quanta, non meno notevole, sia da attribuirsi invece ai fattori materiali, al governo della lésina, al metodico rifiuto dei mezzi necessari per mantenere in vita il prezioso strumento della difesa della patria, all'ostinatezza infine di negare ad esso le necessario riforme.
Importa dunque sfogliare anche il carteggio dei Savi cassieri—o ministri veneziani delle finanze—quello dei Magistrati sopra Camere, o sopraintendenti delle tesorerie provinciali, esaminare le pòlizze dei preposti al Quartieron, o cassa militare destinata a sopperire ai bisogni della milizia stanziata nel territorio dipendente da ciascuna Camera.. E da questa indagine emergerà una verità di molto rilievo. Che cioè i primi allarmi nelle angustie finanziarie si sogliono, con improvvido consiglio, far scontare alle milizie—come che queste possano in ogni evenienza privarsi di tutto quasi arnesi inutili e parassitari—e che questa decimazione mal frutta allo Stato che la pratica nel momento del pericolo, quando cioè esso si accorge troppo tardi di essersi apparecchiato lentamente e di proposito alla rovina, all'umiliazione ed al servaggio.
Al caso concreto, Venezia negò ai propri soldati e marinai il necessario per affilare le armi, tenere asciutte le polveri e validi i propri navigli, ed il mal fatto risparmio andò profuso e sperduto nel mantenere sul proprio suolo due eserciti, nemici tra di loro e pronti a sovvertirla.
Ora vediamo un poco addentro a queste cifre. Alla fine della Seconda Neutralità d'Italia (1737) la Serenissima aveva accumulato un sensibile deficit, o sbilanzo—come si diceva nel linguaggio d'allora—epperciò si escogitarono riduzioni, falcidie ed economie, atte possibilmente a colmarlo.
A quell'epoca le entrate annue della Repubblica erano valutate in ducati 5,114,915, cioè a dire in lire 21,426,378 circa: le spese complessive ammontavano a ducati 5,810,037, talchè lo sbilanzo si aggirava annualmente intorno a 705,722 ducati, cioè a 2,960,161 lire.
Da questo complessivo gèttito di pubblico danaro, le spese militari (Esercito e Marina) prelevavano ogni anno due milioni e mezzo di ducati, all'incirca[251].
Tali spese nell'anno 1737 erano ripartite come segue; Arsenale e Tana, ducati 218,037 e grossi 6[252]; Spese per l'armar, comprese le navi e le galere, ducati 46,836 e grossi 3; Fortezze, ducati 32,776 e grossi 12; Artiglierie, ducati 25,841 e grossi 15; per formento ad uso di lavoro dei forni, ducati 109,264 e grossi 19. Simile, per formento bonificato alle decime, ducati 215,165 e grossi 6; per le milizie del Lido, ducati 215,107 e grossi 3; per il loro vestiario, ducati 56,594 e grossi 22. Per capitoli varii, quali spazzi (viaggi) dei capi da Mar, sopracomiti etc., ducati 28,512 o grossi 17. Paghe e paghette alle predette autorità e serventi, ducati 28,348 e grossi 17. Per gli stipendi, compreso quello del veltz-maresciallo Schoulemburg[253], ducati 31,296 e grossi 12. Totale per l'ordine militar nella Dominante, ducati 1,008,511 e grossi 23.
Il rimanente del bilancio era assorbito dalle truppe dislocate negli altri riparti della Serenissima, distinto in analoghi capitoli di spesa, e questa fu precisamente di ducati 2,060,965 e grossi 11[254].
Sempre nell'anzidetto anno, con questo bilancio la Serenissima manteneva nelle armi 19,385 uomini.
Ma premendo ovunque le proteste e gli incitamenti ad assottigliare gli apparecchi militari ed a porli in armonia con la politica di rinuncia e di stretta neutralità dichiarate dalla Repubblica dopo la pace di Passarowitz, il Senato nell'inverno del 1738 convocò, «una conferenza per meditare e far suggerire quei sollievi e risparmi che conciliar si possano tra i riguardi della pubblica economia e quelli della necessaria custodia degli Stati». Quali fossero i termini di questa equazione vaghissima, a più incognite, solita a rinverdire ad ogni crisi delle finanze e molto più ad ogni depressione di spirito ed infrollimento della volontà collettiva delle nazioni, non è detto. Certo si voleva che l'Esercito e la marineria veneta facessero le spese dello sbilanzo e lo risarcissero.
La navigazione più non allettava, il commercio veneziano era allora arenato, l'impero coloniale scomparso miseramente: di questo ormai non rimanevano superstiti che i pochi brandelli delle isole Ionie, del Cerigo e di Cerigotto. I porti franchi di Trieste, di Livorno, di Ancona e di Sinigaglia avevano soppiantato i traffici della Repubblica, che si era ormai ridotta a dimenticare affogando le memorie del passato nella vita spensierata, spendereccia e voluttuaria del presente. Ed in quei frangenti di allegro consumo senza un'equivalente produzione riparatrice, lo sbilanzo cresceva.
Nondimeno il credito della Repubblica era ancora considerevole—una bella facciata architettonica che imponeva pur sempre per quanta rovina nascondesse nell'interno—ed il fratto degli antecedenti risparmi poteva consentire di far ancora fronte alla situazione, purchè si ponessero un poco all'incanto le armi e meglio si colorisse con quest'atto la divisa assunta dallo Stato godereccio, scettico ed imbelle.
Frutto adunque della conferenza indetta dal Senato Veneto si fu una prima riduzione della forza bilanciata la quale, da circa 20,000 nomini, discese a meno di 16,000. Si sospesero inoltre le reclutazioni e le giubilazioni e si incitò la conferenza anzidetta a proseguire nelle riforme e nelle falcidie per realizzare nuovi e più copiscui risparmi.
Nel 1738 il bilancio militare veneto si ridusse infatti ad 1,886,322 ducati; quello del 1739 discese ancora a 1,670,333 ducati; quello del 1740 infine precipitò a 1,592,784 ducati.
L'esercito o la marineria veneziani si erano adunque sacrificati alla generale assenza d'ogni spirito di sacrifizio individuale e collettivo, ed in questa bancarotta di sentimenti e di mezzi essi avevano riportati dei colpi così fieri da non riaversi mai più.
Così la Repubblica cominciò a morire da quando decretò la liquidazione dei propri armamenti. «Va ben—aveva esclamato il penultimo doge Paolo Renier—No gavemo più forze, non terrestri, non marittime, non alleanze,.. Vivaremo dunque a sorte e per accidente!…».
* * *
Vennero ben presto nuove angustie derivate dal contegno che doveva serbare la Repubblica all'aprirsi della guerra per la Successione Austriaca. Il docile strumento dei bilanci guerreschi che sembrava adattarsi all'infinito all'umile compito di dare senza nulla mai chiedere, di risarcire il patrimonio pubblico perchè altri spensieratamente lo godesse senza ombra di preoccupazioni o di affanni per l'avvenire, di servire da vàlvola di sicurezza dell'erario che si avviava al fallimento, cominciò a farsi meno duttile e più prezioso.
Le diffidenze verso la Francia e verso la Spagna, l'aperto viso dell'armi assunto dall'Austria, avevano richiamato alla realtà delle cose con quella pavidità pronta ad ogni dedizione, con quella premura decisa a troncare ogni imbarazzo e che potevano eguagliare la spensieratezza imbelle con cui si era posto mano a disfare gli armamenti. Pure conveniva apparecchiare qualche cosa, se non altro per semplice mostra.
La Repubblica aprì allora docilmente la strada di Campara (Val Lagarina) agli Austriaci—i nemici più vicini—per ingraziarseli; suonò a raccolta per le cerne e racimolò qualche migliaio di vagabondi tratti dai riparti d'Italia e d'Oltremare per innestarli nell'esercito. Alle potenze più lontane offrì in pegno la dichiarazione della sua terza neutralità a mò di una presuntuosa etichetta fatta per coprire una merce avariata. Ed il costrutto positivo di tutte queste pratiche si fu quello di riallentare i cordoni della borsa.
Nel 1741 i bilanci militari veneti risalirono ad 1,818,147 ducati, nell'anno appresso—con la leva di due migliaia di cerne—crebbero ancora sino a 2,845,481 ducati e si mantennero a questo livello per tutto il rimanente periodo della terza neutralità d'Italia. Ma dopo la pace di Acquisgrana il governo della lèsina riprese di bel nuovo il sopravvento ed accompagnò senza interruzione le vicende militari della Repubblica fino alla sua caduta.
L'esercito si ridusse daccapo prima alla forza bilanciata di circa una quindicina di migliaia di uomini, poi ad una dozzina di migliaia, compresi i non valori. Le compagnie di fanteria precipitarono alla forza di una trentina di individui, quelle di cavalleria ad una ventina, i bilanci militari al milione e mezzo di ducati ed anche meno.
La bancarotta non poteva essere più completa. L'Arsenale ridusse pressochè a nulla il proprio lavoro, le milizie incanutirono sugli artificiosi piedilista, gli ufficiali furono obbligati a morire ancora in servizio nella più tarda vecchiaia per mancanza di danari necessari a giubilarli. Nondimeno la vetusta macchina della Repubblica continuava a reclamare tutta la sua parte di dissipazione dell'erario, senza che il più timido tentativo di riforma valesse ad alleviarne l'insopportabile peso. La macchina lavorava unicamente a vuoto e peggio.
A comprovare questo spèrpero di energie basta l'esame dei bilanci dell'Arsenale veneziano, considerato come pietra angolare del vetusto edifizio guerresco della Repubblica. Esso richiedeva in media per il suo mantenimento—affatto parassitario—218,837 ducati all'anno, 46,836 ducati per l'anno dei pubblici navigli, 25,841 ducati per il rabberciamento delle artiglierìe più sganghenate, 30,000 ducati per il Reggimento Arsenal. In totale il maggior stabilimento marinaro dei Veneti pesava adunque sulla pubblica finanza per 324,504 ducati all'anno—cioè a dire per 1,356,426 lire odierne—senza contare le giubilazioni, le spese ordinarie per i trasporti Oltremare, per le esperienze ed altro.
E tutto ciò per lasciar marcire sugli squeri (cantieri) navi più che quarantenarie ed una perfino—la Fedeltà—impostata nel 1718 e varata nel 1770; per lanciare in mare tra il 1717 ed il 1780 soltanto 28 legni, che venivano così a costare all'erario pressochè tre milioni e mezzo ognuno, ammesso che questo prodotto di lavoro possa ritenersi il solo veramente sensibile dello stabilimento durante il menzionato periodo di oltre sessant'anni.
Il costo di produzione soverchiava adunque in modo inaudito il valore del prodotto, nè v'erano fede ed energia capaci di metterli in correlazione, amputando con sicurezza un organismo mastodontico di consorterie, lento e parassitario. Occorreva perciò romperla con le tradizioni corporative di una industria di Stato divenuta oramai un anacronismo economico, sociale e politico; stendere la mano franca e sicura all'industria privata che nella produzione delle armi aveva pur fatto passi lusinghieri e decisi.
Ora i buoni propositi di giovare in questo senso l'amministrazione della guerra attingendo alle floride officine della Bresciana, del Bergamasco, del Salodiano, mettendo a contributo i servizi della compagnia mercantil dello Spazziani, le ferriere di Agordo, i lanifici della Trevigiana e del Vicentino, tramontarono non appena si dileguò al Saviato alla Scrittura il benefico influsso dell'opera riformatrice di Francesco Vendramin[255].
* * *
Rimase adunque nella sua integrità opprimente il bagaglio delle spese e, per fronteggiarle, dopo di avere liquidato l'esercito e la flotta convenne ricorrere alla rovinosa china del credito.
Subito dopo la pace di Acquisgrana venne aperto un deposito o prestito di quattro milioni di ducati, valuta corrente, di soldo vivo al tasso del 3,50 per cento. Il prestito doveva essere affrancabile, cioè rimborsabile entro 40 anni mediante estrazioni (premi e rimborsi) da effettuarsi per maggiore garanzia in pien Collegio, e per la somma di centomila ducati ogni anno. Il pagamento dei pro, cioè degli interessi, doveva compiersi semestralmente.
Questi nuovi aggravi esaurirono i bilanci militari e diedero il tracollo alla moribonda milizia veneta. Il bilancio annuo della guerra si restrinse allora sul milione di ducati, nè si provvide per questo a sfrondare le spese inutili, allo scopo di rendere più efficaci e produttive le scarse risorse superstiti. In tali angustie finanziarie, in tanto disordine amministrativo, in tale ostinatezza nel persistere negli antichi errori, nella primavera del 1794 vennero chiamate alle armi le cerne. Indarno i deputati ed aggionti sopra la provvision del pubblico danaro ed il Savio Cassier moltiplicarono le interviste, per far fronte alle nuove e più gravi esigenze e sollecitarono l'opera degli scansadori[256].
Ad onta di tutto ciò si resero necessari altri centomila ducati per la prima levata delle cerne, poi altri duecentomila e più, ed alla fine di quell'anno il consuntivo delle spese maggiori per gli armamenti della Repubblica era salito a 238,584 ducati e grossi 12, compresa la cavalleria e qualche lavoro più urgente da praticarsi nelle fortezze[257].
Fu perciò aperto un nuovo credito, il nuovissimo, e si convenne di porre mano anche alla Cassa del deposito intangibile, così come si porrà mano più tardi a quella del Bagatin e si inaspriranno le decime, come infine, per sopperire ai bisogni delle armi, si era deciso di svaligiare senza remissione i magazzini dell'Arsenale[258].
L'anno terribile stava per scoccare. La commedia della finanza allegra si avviava a diventare dramma e tragedia, ma prima dell'epilogo essa doveva passare ancora sotto le forche caudine dei Commissari del Direttorio, piegarsi davanti alla voracità insaziabile dei cassieri dell'esercito francese incaricati di dimostrare alla Francia che la Serenissima poteva pur dare ancora, e che la guerra si doveva alimentare con la stessa guerra a qualunque costo, a spese degli ignavi e degli imbelli.
Questa fanfara era già stata audacemente lanciata all'aria dallo stesso generale Napoleone Buonaparte: «Io—aveva dichiarato al colonnello Veneto Fratacchio, a Castiglione, il 12 Luglio 1706—batterò gli Austriaci e farò che i Veneziani paghino tutte le spesa di guerra!»[259] Un mese dopo Bonaparte imponeva una contribuzioue di tre milioni di franchi alla città di Brescia e trattava col Battagia un prestito da imporsi alla Repubblica[260].