In questo modo, nel maggio dell'anno sopra ricordato, si ingaggiarono sull'altra sponda dell'Adriatico 500 reclute, e cioè 125 nell'Istria Veneta e 375 nella Dalmazia, sorteggiate rispettivamente e proporzionatamente sopra un contingente di 525 uomini atti alle armi della prima provincia e 1375 nella seconda. Il mese successivo si levarono altre 450 reclute tra le cerne di Terraferma e nell'agosto altrettante in Dalmazia: in complesso 1400 uomini in 4 mesi. Erano esenti da questa prestazione i comuni della Bresciana, per l'antico privilegio loro di servire con la gente solo nell'interno della terra, sicchè quelle cerne si incorporarono nei presidi della provincia e più precisamente nelle due compagnie dei fanti italiani di presidio in Orzinovi.

Ma, più che altrove, questi primi saggi di coscrizione avevano incontrato grande favore sull'altra riva dell'Adriatico. «L'estensione della Dalmazia—diceva la relazione di un piedilista dall'epoca—la sua aperta e moltiplicata confinazione esigendo talora per l'indole dei finitimi uno straordinario aggregato di individui, anche per una sola occasione al servizio, così si arrolano ivi le colletizie, le quali sono più adatte di ogni altro per la loro nascita ed educazione a difendere i focolari ed il pubblico suolo. Armigeri per istituto, essi non hanno bisogno di annui esercizî che li addestrino come i sudditi della Terraferma e dell'Istria, ma cadono ben volentieri in stipendio per il solo tempo del servizio che fanno nel corpo delle colletizie sotto i loro ufficiali che, stipendiati con costanti tenuissime paghe, tengono una certa sopravveglianza sull'andamento dei sudditi della Sardarìa (o rispettivo contado), sono come accreditati e riveriti dalla popolazione e preposti al caso a dirigerla con paghe in tal caso corrispondenti al grado che dalla pratica è loro accordato per rientrare, tosto che cada la ragion dell'armo, nel consueto metodico loro piede»[129].

In quell'anno 1794 si ristabilirono pure le mostre generali, si completarono i ruoli sotto la responsabilità dei singoli rappresentanti e capi di provincia nonchè di 2 colonnelli delle cernide oltre Mincio ed in Terraferma e di 4 ufficiali dello Stato Generale all'uopo prescelti dal Savio alle Ordinanze, pure due per di qua e due per di là del Mincio; infine si ristamparono le norme della «Elementar istruzione ad uso delle cernide» edite nel 1763[130].

Sempre però ligio al concetto fondamentale dell'amalgama—da attuarsi cautamente e circospettamente—il Senato aveva prescritto di escludere al possibile i volontari dalle nuove coscrizioni, sia perchè il vocabolo aveva troppo sapore di giacobinismo, sia perchè ammettendo i volontari medesimi quella suprema magistratura temeva che l'istituto tradizionale delle cerne tralignasse con troppo rapida vicenda nel campo dei fautori delle nuove milizie.

Intanto su questo terreno delle mezze misure il tempo passava veloce. Scoccati due anni dalla coscrizione delle prime cerne con ferma biennale, nella primavera del 1796 convenne provvedere ad altre levate in Terraferma ed Oltremare[131]. I ruoli ben preparati dai merighi, o capi plotoni delle cerne, dovevano rimanere esposti nelle chiese per 8 giorni almeno prima della rassegna e del sorteggio, onde aprire l'adito ad ognuno di produrre i propri gravami, o titoli di esenzione. Per coloro che comunque avessero beneficiato di questi ultimi, il Savio aveva in animo di adottare una speciale tansa, o tassa militare alle ordinanze, sicchè riducendo i gravami personali allo stretto indispensabile, o magari sopprimendoli, il passo verso una coscrizione regolare e perfino verso una leva in massa sarebbe riuscito semplice ed agevole[132]. Ma il tempo per attuare tali riforme mancò.

Per questa seconda grande levata delle cerne il Savio alla Scrittura aveva promulgato non poche norme, da osservarsi scrupolosamente da tutte le cariche cioè autorità militari competenti. I drappelli dei congedandi della levata del 1794 dovevano essere riaccompagnati alle rispettive case da ufficiali: tutti i mezzi di trasporto oltremare dovevano sfruttarsi all'uopo, come tutte le lusinghe dovevano pure adoperarsi nell'intento d'indurre le cerne più volonterose ad assoggettarsi ad una riafferma con premio[133].

E ciò urgeva oltremodo. La proporzione delle cerne ai «regolati», causa l'inaridirsi delle fonti di reclutamento di questi ultimi, minacciava di far traboccare il piatto della bilancia a favore delle milizie paesane, ciò che se poteva sorridere ai novatori non poteva talentare per certo ai conservatori. Sicchè le riafferme mantenendo alle armi un certo numero di cerne che, sotto molti rispetti, potevano considerarsi come «regolati», dovevano funzionare quasi da vàlvola di sicurezza del sistema dell'amalgama.

* * *

Le unità dei soldati permanenti, intristite dall'indisciplina, scheletrite dalle diserzioni, si fondevano infatti come neve al sole.

«Devo infatti far presente alla E. V.—scriveva il 16 febbraio 1796 il Savio alla Scrittura Priuli al Doge,—che presidiate essendo le presenti piazze e fortezze d'Oltre-Mincio compresa Verona da fanteria italiana, con teste 2712, artiglieri 173 e 1223 nazionali (Oltramarini), eseguito lo sbando tra giugno e novembre degli Istriani, delle Craine e delle Cernide Italiane levate nell'anno 1794, il totale delle pubbliche forze della Repubblica in Italia verrà a ridursi a 4 compagnie di invalidi—in tutto teste 327—che formano il presidio delle città di Palma, Udine, Treviso, Padova, Rovigo e Vicenza, a 7 compagnie di cavalleria ed a 325 invalidi Oltremarini disposti tra gli appostamenti del Lido, Istria e Padova, e finalmente a 24 compagnie di Nazionali formanti teste 789, tra il Lido e la Terraferma, oltre a 4 compagnie di cannonieri, con teste 141 ed Italiani attive compagnie 13, con teste 325. In tutti, teste 2187, che occorrer dovranno alle molteplici esigenze della sanità, biave, oltre le guardie, i dazi etc.»[134]

A questi estremi si era oramai ridotto l'esercito della Serenissima. Epperciò parlare ancora di amàlgama in tali frangenti come nella primavera del 1794 sarebbe stato follia, dal momento che l'esercito dei «regolati», il quale doveva funzionare da crogiuolo della fòndita, più non esisteva se non di nome: ostinarsi a mantenere un sistema di reclutamento che i tempi e le circostanze unanimi designavano per anacronismo, sarebbe stato lo stesso che chiudere le caserme per sciopero di soldati. Tutto questo avrebbe oltre a ciò contrariate le viste politiche della neutralità armata, «non sospetta, ma necessariamente richiesta dall'onore e dalla salute della Repubblica,», come aveva pubblicamente dichiarato in Senato Francesco Pesaro in una concione diventata poi memoranda[135].

Il partito militare novatore della Serenissima, il fautore cioè delle milizie paesane in tutto e per tutto, aveva così vinta la propria tesi mentre la Repubblica moriva. Le novelle di Francia, i metodi rapidi e decisi delle guerre della Rivoluzione, i sistemi di leva in massa avevano spinta la loro eco fino alla città delle lagune. L'ultimo Savio di Terraferma alla Scrittura se ne era fatto persino il portavoce, unitamente al Savio uscito Bernardino Renier, a Francesco Gritti Savio alle Ordinanze in carica ed a Domenico Almorò Tiepolo Savio alle Ordinanze uscito, al tenente generale Salimbeni, e, tutti insieme—come si costumava per le deliberazioni di maggior rilievo—avevano proposto al Senato di adottare anche per l'esercito Veneto un sistema di reclutamento per coscrizione, con ferma triennale[136].

Un premio di due ducati doveva essere corrisposto subito agli estratti nelle rassegne delle cerne, il doppio a coloro che si offrissero spontaneamente alle bandiere. Ai nuovi soldati si prometteva oltre a ciò una licenza di almeno un mese all'anno, da fruirsi alle proprie case durante il periodo invernale, e più precisamente dal 1° novembre al 31 marzo. Al termine della ferma triennale gli inscritti dovevano ricevere un donativo di 18 ducati ognuno.

Questa fu l'ultima evoluzione delle vecchie cernide venete, conforme al concetto che presiede al reclutamento degli eserciti odierni. Per essa l'antico preludeva il nuovo, ed il passato di Vailate e di Rusecco avrebbe schiuso la strada ad una nuova serie di memorande imprese, se la Repubblica avesse avuto occhi per vedere e cuore per intendere. E Giacomo Nani, l'ordinatore delle nuove milizie paesane in battaglioni regolari vestiti ancora della fiammante divisa degli Oltremarini,[137] avrebbe eguagliato per certo la fama di Bartolomeo d'Alviano, se il popolo veneto che vide cadere la Repubblica come un lògoro e vecchio castello di carte da giuoco davanti alla furia di Napoleone Buonaparte, fosse stato pari in vigore e tenacia al popolo della Lega di Cambrai.

* * *

Ma i tempi, i condottieri e le buone milizie non si improvvisano, perchè sono frutto dell'evoluzione lenta dei principi e, sopratutto, della rude esperienza individuale e collettiva. Epperciò la vecchia Repubblica doveva prima, perire e poscia rinnovarsi nell'anima del suo popolo.

In queste condizioni di fatto, il fermento delle nuove età ed i sintomi precisi e sicuri di un rinnovamento prossimo non potevano manifestarsi—anche agli occhi dei più apparecchiati a comprenderli—se non con contorni indecisi e mal definiti, come una linea di orizzonte ampia e nubilosa alla luce dalla prima aurora. Di tali sentimenti fanno fede alcune scritture dell'epoca, e specialmente è suggestiva una dovuta alla meditazione, più che alla penna, di un antico allievo del Militar Collegio di Verona discepolo del maestro Giambattista Joure, cioè il capitano del genio Leonardo Salimbeni, figlio del tenente generale comandante delle milizie venete concentrate a Verona:

«Mi sono fatto incontro al generale Buonaparte—dice quella scrittura—verso la città di Brescia. Tutte le terre ed i villaggi dello Stato Veneto per dove i Francesi si incamminano si mostrano pieni di spavento e di terrore. Gli abitanti si ritirano con i loro effetti nei paesi più lontani e lasciano deserte le case e le campagne. Ho sentito qualche soldato francese lamentarsi di questo (così lo chiamano) difetto di fidanza, epperciò io ho cercato di far cuore agli abitanti delle terre per le quali sono passato… I soldati francesi sono tutti giovani e volonterosi….. in una colonna forte di 20.000 uomini almeno non ne ho veduto alcuno che giungesse all'età di 40 anni. Erano molto allegri, cantavano di continuo canzoni repubblicane, e mi si mostrarono persuasi della capacità e del coraggio dei loro condottieri, lodando sopra tutto e levando al cielo il merito di Buonaparte. Fui assicurato da molti che quei soldati non disertano mai, da quelli infuori che temono imminente un qualche severo castigo. Infatti le loro marce senza le solite cautele per impedire la diserzione mi hanno persuaso che ciò sia proprio vero; ma non sarebbe forse così al caso che fossero battuti.

«Il vestiario di questi giovani soldati di fanteria consiste in un paio di calzoni lunghi di panno bianco, o di tela, in un farsetto di roba simile ed in una velada turchina, del taglio ordinario, fornita di mostre e di paramani bianchi. Hanno cappello in testa, buone scarpe, camicie proprie e grosse cravatte al collo. Gli artiglieri differiscono nel colore delle mostre e dei paramani, che sono di rosso. La cavalleria è meglio vestita, ma in varie maniere. Non si vede però alcuna eleganza di vestiario in nessun corpo di questa armata, nè l'uniformità e la proprietà osservata dalle truppe tedesche, sicchè si riscontrano molti soldati aventi i loro vestiti affatto lògori e coi gomiti fuori.

«La fanteria è armata di fucile leggero con una lunga baionetta e di una sciabla al fianco. La cavalleria al solito, ma con carabine più corte, ed è fornita di cavalli eccellenti. Gli artiglieri sono tutti a cavallo in vicinanza dei loro pezzi, il che rende quanto mai spedito il loro manneggio durante l'azione, sì volendo avanzare che in ritirata. Nella colonna che ho incontrata non eravi che artiglieria leggiera. Abbondano di pezzi da 8 del calibro francese e di obusieri da 8 pollici, sicchè hanno per questo conto un vantaggio grande sopra gli Austriaci i cui pezzi sono per la maggior parte di calibro minore.

«Un capitano mi ha permesso di esaminare i suoi pezzi e mi spiegò tutte le innovazioni delle nuove artiglierie di Francia.

«Si ottiene tutto da essi con la civiltà e con la franchezza. La disciplina di questa armata è tutta di una nuova natura, e non è veramente in vigore se non quando i soldati si mettono sotto le armi. Dormono sempre allo scoperto e senza tende, passano i fiumi di poca larghezza sempre a nuoto ed i loro ufficiali di fanteria, fino al capitano incluso, marciano a piedi alla testa dei loro uomini. Ufficiali e soldati tutti portano delle bisacce sul dorso, essendo assai piccolo il numero dei domestici permessi dalle loro ordinanze militari….

«Bisogna ora fare un succinto ritratto del generale Buonaparte. La sua statura è al disotto della mediocre, viso scarno e pallido, occhio vivace, corpo esile. È assai composto di sua persona e molto riflessivo. Egli dà ordini così chiari e precisi ai generali subalterni, che ad essi poco o nulla rimane da aggiungere. Conosce siffattamente la forza delle sue armate, anche nelle più diverse posizioni di manovra, che a memoria ed in un istante egli ne ordina i movimenti senza per ciò ricorrere ad altri aiuti.

«Buonaparte è fertile in progetti che sa condurre a fine sempre per li modi i più semplici. È risoluto nell'operare ed ama in sommo grado la gloria, e la lode.

«Così lo ho veduto e così me lo hanno dipinto i suoi ufficiali ed i suoi soldati»[138].

Con questa confusa visione di un esercito dell'avvenire levato dalla nazione e per la nazione, pulsante della vita, della volontà e della forza cosciente di quest'ultima di cui rappresentava il fiore; con l'imagine davanti agli occhi di un esercito condotto da un generale come Napoleone Buonaparte, amante al sommo della gloria e della lode, cadeva l'esercito veneto dei soldati di mestiere per lasciare il posto al nuovo, sull'esempio di quelli che dalla Francia venivano allora ad affacciarsi alle lagune di Venezia.

CAPO VI.

L'artiglieria veneziana.

La veneta repubblica, romanamente e saviamente, ha sempre prediletta la massima in pedite robur. Sui 18 reggimenti di fanti italiani e sugli 11 di oltramarini essa non contava infatti, alla caduta, che 4 reggimenti di cavalleria, 1 di artiglieria ed 1 di operai (il così detto reggimento Arsenal), proporzione per certo assai favorevole all'arma del popolo, qualora si consideri il fondamento oligarchico ed aristocratico dello Stato e la necessità di ben presidiare i numerosi castelli e fortezze che esso aveva sparsi, dall'Adda e dall'Oglio, giù per il littorale dalmata, fino allo scoglio di Cerigotto. A cifre tonde, a 262 compagnie di fanteria non facevano quindi riscontro che 43 compagnie, tra dragoni, corazzieri, croati e cannonieri.

La prevalente soverchianza numerica della fanteria sulle altre armi non fece però dimenticar mai alla Serenissima la cavalleria e l'artiglieria, e quest'ultima in particolar modo. Quale ramo progredito dell'arte, l'artiglieristica vantava anzi a Venezia belle tradizioni dottrinali e bibliografiche: basta sfogliare la cospicua e diligente raccolta del Cicogna per convincersene[139].

Figurano in essa, tra le opere più conosciute, il Breve esame da sotto-bombardiere, capo e scolaro, redatto sotto forma di dialogo, l'Esercizio dell'artiglieria veneta e maneggio del fucil, oltre all'opera classica del maggiore Domenico Gasperoni, ricordata più sopra e dedicata al doge Paolo Renier.

Però, fino all'anno 1757, l'esercito veneto non ebbe un corpo di artiglieria a sè, a somiglianza dei reggimenti delle altre armi. Nè la specializzazione tattica dei cannonieri era giunta ancora a tal segno da richiedere particolari provvedimenti a loro riguardo, sicchè la Serenissima si compiaceva di conservare loro, al possibile, quella tal veste di maestranza, rimasuglio di vecchi statuti e consorterie, dalla quale il corpo medesimo, con poca spesa, ritraeva grande prestigio e saldo vincolo organico. Al servizio ordinario nei castelli, nelle fortezze e sui pubblici legni armati, provvedevano i così detti artiglieri urbani, bombardieri o bombisti; propaggine delle cerne e particolare aspetto delle Landwehr venete che, in origine, erano così ricche di multiformi e fecondi atteggiamenti da milizia popolare.

Ai bombardieri appartenevano infatti per obbligo gli affigliati alle maestranze ed alle scuole devote al culto di Santa Barbara, il quale rifletteva sulla consorteria uno spiccato carattere religioso militante. Dopo il 1570 la confraternita si ridusse in fraglia, cioè scuola o associazione laica, sotto la protezione della medesima santa, con capitolari che prescrivevano ai componenti dell'arte alquanti esercizi personali obbligatoli da compiersi al Lido. Il Consiglio dei Dieci ed i Provveditori del Comun[140] dovevano scrupolosamente vegliare all'assetto di questa scuola ed all'osservanza dei doveri degli affigliati, d'accordo con il magistrato alle artiglierie[141] e con «quello alle fortezze».

Ogni città fortificata o castello disponeva di un nucleo organizzato di codesti bombardieri, istruito, disciplinato e condotto da ufficiali medesimamente prescelti tra le maestranze. I bombardieri di Venezia, dell'estuario e dei riparti Oltremare, con le rispettive scuole, dovevano provvedere al servizio delle artiglierie sui pubblici legni, oppure assoggettarsi al pagamento della relativa tansa, o tassa di esonerazione come si è detto più sopra.

I bombardieri—secondo i capitolari dell'arte—dovevano presentarsi a raccolta ad ogni tocco di generala, o assemblea, sottomettersi alla estrazion del bossolo, cioè a dire al sorteggio, come praticavasi con le cerne ove occorresse designare gli artigiani necessari per servire le artiglierie sulle navi, formare pattuglie notturne nelle città murate, montare dì guardia alle porte, scortare convogli di polveri e di munizioni da guerra ed estinguere incendi nelle province di terraferma. I bombardieri di Venezia infine, dovevano esercitarsi nei pubblici bersagli di S. Alvise e del Lido, «onde ammaestrarsi nel maneggio di tutte le armi che usar debbono in guerra, con cannoni ad uso di mar e di terra, moschettoni a cavalletto, fucili e carabine, lancio delle bombe e maneggio della spada».

Oltre a questo tirocinio, i bombardieri veneziani dovevano far mostra di sè nelle pubbliche solennità, in quella dello Sposalizio del mare, nelle feste dell'incoronamento del Doge ed all'atto dell'ingresso dei patriarchi, procuratori e cavalieri della Stola d'oro.Tutti questi servizi erano gratuiti—compreso quello di pompiere cui erano astretti i bombardieri di Terraferma—salvo una bonifica di 8 ducati, corrisposta annualmente dallo Stato per ogni componente dell'arte a pro' della confraternita ed a titolo di maestranza perduta[142].

* * *

Col tempo queste costumanze derivate dalle età eroiche, da una condizione semplicista ed arretrata dell'evoluzione industriale e della compagine operaia, cominciarono prima a scadere e dopo a degenerare. Molti bombardieri si svincolarono dal giogo del servizio personale obbligatorio pagando le tanse, individuali dapprima, collettive di poi—vale a dire le insensibili—quando cioè, con l'insofferenza del servizio, crebbero l'avarizia ed il disamore alle armi, ed il mestierantismo militare attecchì su questo terreno brullo ed infecondo come una fioritura di erbàcce selvatiche.

Sulla seconda metà del secolo XVIII quasi tutte le compagnie venete dei bombardieri si erano assottigliate in modo straordinario, e con esse—ridotte in totale a poche centinaia di uomini—si doveva provvedere al servizio dei 5338 [143] pezzi esistenti a quell'epoca sui rampari e sui navigli della Repubblica. Quale truppa infine, i seguaci di Santa Barbara si erano ridotti—come scriveva il maggiore Domenico Gasperoni—nè più nè meno che un branco di individui, la cui uniforme e le stesse baionette erano quasi sempre impegnate o in vendita ai cenciauoli.

Urgeva quindi porre riparo a tanta rovina, resa ancor più grave dal progresso cospicuo che altrove aveva realizzato l'arma d'artiglierìa nella tecnica e nella tattica, mercè l'addestramento continuo ed intenso dei cannonieri; laddove i bombardieri veneti dedicavano all'arte di Santa Barbara soltanto il limitato tempo che le giornaliere occupazioni loro concedevano, ed anche questo di malavoglia o facendosi surrogare dai peggiori rifiuti della società.

Ebbe così vita, nel 1757, il primo nucleo del Reggimento veneto all'artiglieria, reclutato con i soliti metodi delle milizie di mestiere, mercè le cure del sopraintendente dell'arma di allora, che era il brigadiere Tartagna, venuto al servizio della Repubblica dall'Austria. Successivamente il brigadiere Saint-March ed il sergente generale Patisson[144]) proseguirono l'opera del Tartagna, specie il secondo che può considerarsi il vero e proprio riformatore dell'artiglieria veneta della decadenza.

Tra il 1770 ed il 1778 il reggimento crebbe di forza e migliorò d'assetto. L'istituzione del Collegio militare di Verona—avvenuta pressochè al tempo della creazione del primo nucleo stanziale dell'arma—doveva inoltre assicurare alla medesima una corrente continua di ufficiali, tratti dal miglior ceto della società veneta, convenientemente addestrati ed istruiti; uno stato maggiore insomma degno dei migliori eserciti e dei più bei tempi della Serenissima.

In sei anni di corso si studiava infatti nel Collegio la grammatica usando i libri di Fedro, i Commentari di Giulio Cesare e le Vite degli uomini illustri di Plutarco, il latino, il francese, le matematiche pure, tanto teoricamente che in pratica ed infine le matematiche miste, «quali sono adatte al matematico ed al fisico, abbracciando perciò la meccanica, la balistica, l'idrostatica, l'idraulica, l'ottica, la perspettiva, l'astronomia, l'architettura civile e militare, la nautica e la geografia»[145].

E poichè era «scopo principale dell'istituto di rendere i giovani, al possibile, perfetti nell'ufficio di artiglieri, di ingegneri e di battaglisti», così si doveva, oltre alle materie teoriche di cui sopra, «insegnare loro il modo di guerreggiare degli antichi, l'uso di accamparsi, la condotta delle mine, l'arte teorica e pratica dell'artiglieria ed il modo di guerreggiare presentemente in rapporto con gli antichi».

Nel piedilista del 1781 adunque il reggimento di artiglieria appare di già adulto. Esso contava 681 cannonieri suddivisi in 12 compagnie, quattro delle quali erano dislocate nei presidi di Levante, tre in quelli di Dalmazia e le rimanenti cinque in Italia. Dai diversi presidi poi si prelevavano in proporzione i contingenti necessari per il servizio delle navi armate in guerra. Alla disciplina, all'istruzione ed all'impiego dei cannonieri imbarcati sopravvegliavano a turno, due degli otto capitani del reggimento residenti a Venezia, l'uno a bordo della nave capitana, l'altro a bordo della galera provveditrice dell'armata, e ciò durante il tempo in cui la squadra teneva il mare, vale a dire ordinariamente dal giugno all'ottobre di ogni anno.

Il numero dei cannonieri imbarcati sulle navi era, di regola, di una ventina per ogni fregata e di una dozzina per ogni sciabecco. L'impiego delle batterie galleggianti verificatosi in quei tempi gloriosi per le imprese coloniali dell'Emo, richiedeva oltre a ciò uno speciale contingente anche per tali navigli, pari in forza a quello che si usava sulle fregate.

All'infuori di questi còmpiti essenziali del reggimento, di servire cioè sui pubblici navigli, esso funzionava da centro d'istruzione e da istituto di collaudo dei materiali dell'arma. Queste pratiche si eseguivano al tiro al bersaglio del Lido—l'antico palio dello splendore veneziano—dove si trovavano raccolti i falconetti ed i cannoni, in prevalenza del calibro da 12 e da 16, necessari per eseguire i tiri di prova, il saggio delle polveri e dei proiettili e per verificare la resistenza dei materiali. Pure al poligono del Lido si esperimentavano i prodotti della Casa all'Arsenal, l'officina classica delle armi, degli arredi e degli strumenti guerreschi veneziani, i letti o affusti da cannone, gli attrezzi e gli armamenti, e si collaudavano pure i lavori che l'industria privata somministrava alla Repubblica, specie i cannoni forniti dalla ditta Spazziani.

Le artiglierie e le munizioni—regolarmente apprestate per qualche tempo dalla detta casa mercantile—erano assoggettate al Lido ai prescritti tiri forzati, e così anche le canne dei fucili di nuovo modello, tipo Tartagna, fucinate a Gardone in Valtrompia, le armi bianche e da fuoco somministrate dagli stabilimenti metallurgici della Bresciana.

Infine, al Lido ed a Mestre, i cannonieri del reggimento si esercitavano nelle prove di traino con buoi e cavalli, e d'inverno si adoperavano per riconoscere lo spessore dei ghiacci al margine della laguna e nei canali navigabili, per determinare la capacità di transito dei veicoli sopra le superficî congelate.

* * *

Ma tutte le previdenze del sergente generale inglese Patisson e poscia dello Stràtico, nominato sovraintendente delle cose tutte all'artiglieria nel 1786,[146] coadiuvato dal capitano Buttafogo elevato alla carica di ispettore—non sarebbero state sufficienti per assicurare al corpo degli artiglieri veneti quel prestigio che essi toccarono alla caduta della Repubblica, senza l'opera del grande contemporaneo Angelo Emo.

Occorre perciò menzionare a questo punto i progressi della tecnica artiglieristica, realizzati per opera ed impulso dell'ultimo ammiraglio veneto.

Prima di lui la decadenza batteva il suo pieno nell'Arsenale e sulle navi armate. «Le sale di quel vecchio e grande edifizio—scriveva Giovanni Andrea Spada—erano adorne a pompa, non a difesa, nè v'era in esso quanto bastasse a l'armamento completo di tre reggimenti. I cannoni quasi tutti di ferro e non adatti agli usi della nuova arte della guerra, le palle in relazione…, le maestranze erano poi così svogliate, ignoranti e corrotte, che un operaio lavorava alle volte un solo giorno al mese».

Rimediò per primo a questa rovina il Patisson, spalleggiato dall'Emo, grande e geniale ammiratore dell'arte e della disciplina marinara e militare inglese, ch'egli vagheggiava introdotte a Venezie. «Le polveri nostre sono umide—dichiarava il Patisson al Savio alla Scrittura—e non si provvede a sostituirle che con altre ugualmente cattive… Le artiglierie impongono urgenti provvedimenti per rendere utili i pezzi che sono nelle cinque principali piazze di Oltremare, cioè Corfù, Cattaro, Zara, Knin e Clissa, e validi i pezzi destinati all'armo dei pubblici legni, nonchè all'attual sottile armata di 18 navi, 6 fregate, 5 sciabecchi, fissato con decreto del 1° agosto 1780… alla difesa dei forti della Dominante, per il treno di campagna e per le altre eventualità»[147].

Il noto contratto con la ditta Spazziani doveva ovviare alla gravissima crisi, unitamente ai provvedimenti organici adottati per l'arma di artiglieria, alla abolizione delle mezze paghe ai cannonieri meno abili ed al trasferimento degli inabili nel corpo dei veterani. Fu così possibile armare nell'estate del 1784 la squadra veneziana destinata all'impresa di Tunisi[148]; sforzo assai modesto se si riguarda il passato, ma tuttavia soddisfacente e lusinghiero se si considerano le critiche contingenze del tempo, le trascuranze e gli abbandoni degli istituti militari e marinari.

Nel seguente anno 1785 i cannonieri del reggimento artiglieria si distinguevano nel violento bombardamento della cittadella di Sfax. La bombarda Distruzione, nel combattimento del 30 luglio colpiva 31 volte il segno su 32 tiri, il 31 luglio 23 volte su 47, il 1° agosto infine 39 volte su 47. La bombarda Polonia il 1° agosto stesso colpiva 55 volte il nemico su 61 colpi lanciati. Il porto di Trapani—prescelto dall'Emo con sagace intuito militare e navale—per servire da base eventuale di rifornimento della propria squadra e delle artiglierie venete, ferveva allora di apparecchi guerreschi. Quivi si apportavano gli ultimi ritocchi alle batterie galleggianti protette, ideate ed allestite dal grande ammiraglio.

«La poca influenza delle navi—così egli lasciò scritto—sopra le batterie rasenti del molo, suggerì alla mia imaginazione un espediente alla prima apparentemente ridicolo… di formare cioè, con artificiosa connessione, clausura e rivestimento della unita superficie di due masse di venti botti, due zattere o galleggianti munite di un grosso cannone da 40 ciascuno… protetto da parapetti formati da una doppia riga di mucchi di sabbia… bagnata e rinchiusa da sacchi»[149].

Il 5 ottobre 1785 l'Emo, coadiuvato dai suoi cannonieri, impiegava per la prima volta due di tali batterie blindate galleggianti nel bombardamento della Goletta, «ed era molto cosa piacevole—scriveva un testimonio oculare—nel veder da tutti i lati cadere fulminanti le nostre bombe sopra la rinomata Goletta che, tutta fumante, mi sembrava un Vesuvio»[150].

Queste batterie galleggianti—migliorate in seguito ed accresciute di numero—ricevettero due cannoni ognuna, tra cui un obice, e quindi appresso anche un mortaio da 200. Al comando dell'artiglieria di ciascuna zattera blindata furono destinati due ufficiali del reggimento, e le zattere stesse si denominarono obusiere, bombardiere o cannoniere, a seconda del tipo dei pezzi che recavano a bordo.

Ma le imprese dell'Emo rappresentarono il canto del cigno della morente grandezza militare e navale dei Veneziani. Morto questi, il 1° marzo 1792, l'artiglieria veneta ripiombò nella sua rovina.

* * *

Quale servizio prettamente tecnico, l'artiglieria faceva capo al Reggimento così detto all'Arsenal ed all'Arsenale medesimo; talchè le due branche dell'attività artiglieristica—il tattico ed il tecnico—trovavano nella pratica due enti destinati a rappresentarle, cioè il reggimento suddetto e quello all'artiglieria.

Dopo i grandiosi ampliamenti introdotti nell'Arsenale ai tempi dello splendore[151], l'aggiunta del braccio nuovissimo, del riparto delle galeazze e della casa del canevo, ossia la corderia (denominata comunemente la tana), la meravigliosa fabbrica dei veneziani era caduta prima in abbandono e poscia in completa rovina.

La stupenda officina delle armi e dei navigli veneti, verso la caduta della Serenissima si era quindi ridotta un'ombra di sè medesima, una bellezza stanca e disfatta dall'opera demolitrice degli anni, la cui fama richiamava ancora le genti a visitarla, ma più come un monumento delle passate età che come cosa viva. Così la visitò Giuseppe II nell'estate dell'anno 1769.

L'Arsenale conservava ancora a quel tempo oltre tre miglia di circuito, e tutto intero il giro delle sue muraglie guarnite di bertesche sulle quali, di continuo, vigilavano le sentinelle per preservare il cantiere da ogni funesto accidente, specie dal fuoco. Queste sentinelle erano in corrispondenza con una guardia centrale posta in mezzo all'Arsenale, con cui, ad ora ad ora, esse scambiavano alla voce il grido di all'erta per sapere se vegliassero.

Dalla sera all'alba un drappello di soldati—Oltremarini in massima parte—girava tutt'attorno al grande cantiere veneziano, ed anche questi solevano chiamare dal di fuori l'attenzione di quelli che vigilavano sull'alto delle mura, di guisa che l'incrocio delle voci delle scolte era continuo e persistente. Dei due maggiori ingressi dell'edifizio, quello detto da mare, d'onde entravano ed uscivano le navi, era guardato sempre da un buon nerbo di truppa disposto presso al ponte di legno. L'ingresso detto da terra, che si apriva sul Campo dell'Arsenal, era invece custodito da un altro manipolo di cannonieri e di schiavoni, i quali facevano la scolta sotto la grande porta del leone alato, sopra alla quale troneggia la statua di Santa Giustina.

Vicino alla porta da mare—segno manifesto della corruzione e della decadenza dei tempi—sorgeva una cantina o vascone che, «da tre bocche versava vino in gran copia per dissetare a pubbliche spese tutto quel popolo di operai[152], cresciuto tra l'ignavia universale e fatto baldanzoso dalle debolezze dei governanti. E gli arsenalotti, intorno all'anno 1775, ascendevano ancora a più di duemila, suddivisi in squadre comandate da appositi capi detti proti, sotto-proti o capi d'opera, tutti vestiti con abiti talari [153].

Al riparto delle fonderie e dei metallurgi sopravegliava ancora a quei tempi la dinastia degli Alberghetti, «membri della famiglia benemerita di antico servigio la quale aveva mai sempre prodotto uomini valenti nelle meccaniche ed inventori di nuove artiglierie»[154]. E tra questi operai tutti si reclutava il grosso del Reggimento Arsenal, più corporazione e confraternita del tipo degli antichi bombisti, che corpo regolarmente ordinato. A tale arte facevano pure capo i lavori di ristauro più delicati delle armi portatili, quali il rinnovo degli azzalini (acciarini), il calibramento delle canne e la trasformazione dei fucili dall'antico modello (1715) al nuovo, del campione Tartagna.

Al lavoro delle vele ed alla fattura dei cordami sottili attendevano le donne «le quali, a togliere ogni sorta di scandalo, albergavano in un luogo disgiunto affatto dagli uomini, custodite da altre donne attempate e di buona fama, e con la sopraintendenza di un ministro di età matura»[155].

Altri operai—pure ascritti al Reggimento Arsenal—si occupavano di «filar canape e formarne gomene, alla qual cosa era destinato un luogo che è bensì dentro il circuito dell'Arsenal, ma separato da esso in modo che con quello non abbia comunicazione veruna»[156]. Questa era la Tana sopranominata, laboratorio, deposito di cànapi e magazzino di legname da lavoro e di altri attrezzi marinareschi, governato dagli appositi visdomini, o sottointendenti.

Era questa Tana un vasto locale lungo 400 pertiche, governato di un magistrato apposito, e non lungi da esso si ergeva il real naviglio del Bucintoro, che una volta all'anno, la vigilia dell'Ascensione, usciva fuori dell'Arsenale per far di sè bella mostra il dì seguente, «nel più bello di tutti gli spettacoli che si possano mai vedere in qualunque parte del mondo»[157].

* * *

Il magistrato all'artiglieria aveva giurisdizione sull'Arsenale insieme agli altri colleghi[158], ma l'opera sua si esplicava più particolarmente rispetto al reggimento all'Arsenal, mentre quella del sopraintendente, o del brigadiere dell'arma, si riferiva in modo speciale al reggimento artiglieria.

Quel magistrato teneva infatti i ruoli dei «fonditori, carreri, fabbri, tornitori ed altri uffiziali unicamente dipendenti da esso», aveva in consegna i parchi dei cannoni di bronzo e di ferro, le munizioni, le bombe, gli apprestamenti d'ogni genere ed i salnitri. Funzionava adunque, sotto questo punto di vista, da ufficio burocratico ed amministrativo; còmpito non lieve nè facile quando si pensi allo svariatissimo numero di bocche da fuoco che la Repubblica manteneva ancora in servizio alla sua caduta, claudicanti sui letti che invano attendevano l'opera riparatrice e rinnovatrice della ditta mercantile Spazziani. Erano 24 modelli diversi di cannoni, tra bronzo e ferro, 5 di falconetti, 6 di colubrine, 4 di petrieri, 13 di mortaj, 3 di obusieri, 3 di obizzi; senza contare le artiglierie di minor calibro e le speciali, come gli aspidi, i passavolanti, i saltamartini, i trabucchi, le spingarde, gli organetti ed i mortaretti per la prova delle polveri[159].

Ma il peggior lavoro da Sisifo in questa decadenza delle armi veneziane si era per certo quello di resistere alle continue insidie che si tendevano al Deposito intangibile, di cui il magistrato all'artiglieria era responsabile coma prima autorità tecnica del reggimento all'Arsenale. Questo deposito era costituito da una cospicua raccolta d'armi d'ogni fatta, composte in alquante sale dell'Arsenale medesimo, «le cui pareti erano tutte maestrevolmente guernite, dall'alto al basso, di loriche, di elmi, di spade, di archibugi e di altri militari strumenti. Alcuni di questi saloni forniti erano di armi per 25,000 soldati, tali altri per 30,000, tali altri ancora ne somministravano fino a 40,000: e ve ne erano ancora altri per 25,000 o 30,000 galeotti. Le dette sale si vedevano ancora adorne con le imagini di molti ed illustri capitani»[160].

Il deposito intangibile, ampliato e riordinato nella parte moderna dal sopraintendente Patisson e nell'antica del maggiore Gasperoni[161], era così detto perchè ad esso non si doveva ricorrere salvo che al caso di estrema urgenza ed immediato pericolo di guerra, dappoichè agli usi correnti dell'armo o della neutralità dovevano sopperire altri depositi detti di consumo, pure stabiliti dentro la cinta dell'Arsenale con annesse riserve di cannoni e di munizioni.

Ora un organismo come il veneto della decadenza, il quale consumava senza produrre, doveva necessariamente intaccare il patrimonio del passato senza reintegrarlo in alcuna guisa, e mordere dentro l'eredità del deposito intangibile senza ricostituirla. Ed al magistrato all'artiglieria toccò di assistere a questa lenta morìa delle armi veneziane, registrandone a mano a mano i battiti decrescenti del polso, assistendo inoperoso ed inutile a questo sfasciarsi, grado a grado, di una potenza militare accumulata da secoli, la quale andava sgretolandosi come sotto le percosse monotone ed uniformi di un mare ondoso e profondo.

I registri del magistrato all'artiglieria rilevano tutto questo con impassibilità e precisione. Il deposito intangibile faceva così bancarotta, ed ogni fucile ed ogni spada che si toglieva da esso e non si rinnovava, sembrava una nuova e fiera rampogna all'ignavia della Serenissima.

Nel 1794 i presidi di Brescia, di Bergamo e di Verona, erano sprovvisti di schioppi per armare le cerne pur allora arruolate, le quali abbisognavano di 2300 fucili e di 66 moschetti da cavalletto. Il Reggimento all'Arsenal non potendo fare fronte alle richieste con le armi del deposito di consumo fu autorizzato, «a fare le relative pratiche», cioè «a far passare dal deposito intangibile a quello di consumo il numero dei fucili occorrenti, guarniti di bajonetta»[162].

Da quel punto la rovina non ebbe più ritegno. Nel 1796 il deposito di consumo—secondo scrisse il colonnello Molari del Reggimento Arsenale—si era ridotto a soli 360 fucili con bajonetta, a 199 senza, a 200 tromboni per uso delle navi, a 639 palossi di bordo ed a 359 palossetti; vale a dire a nulla o pressoché[163].

Il deposito intangibile era pure disceso a quel tempo a 24,084 fucili completi, a 7750 pistole poco atte al servizio e difettose di azzalini, a 1558 palossi e ad 89 moschettoni [164]. È bensì vero che si trovavano oltre a ciò sparse alla rinfusa nelle sale 20.966 canne da rimontarsi in fucili, 7455 lame da palosso, 2624 azzalini, 11,862 guardie da palosso, 3366 lame da palossetto e 2500 guardie corrispondenti; ma per adattare tutte quelle parti d'arme occorrevano tempo, fede e lavoro, e così come si trovavano potevano rassomigliarsi ai frantumi di una grande e meravigliosa nave sfasciata dalla tempesta.

Pure, in mezzo a tanta dissoluzione, si rileva dai documenti la nota semplice ed ingenua, cioè l'offerta fatta da taluni abitanti dell'estuario veneziano di crescere, comunque, con le loro vecchie e logore armi il deposito dell'Arsenale. Erano i cittadini di Burano che in tali frangenti facevano omaggio al Principe di 20 schiopponi e di 25 schioppi da brazzo, «(braccio) serventi alla cazza (caccia) dei volatili»[165].

La piccola e modesta profferta se lumeggia il patriottismo dei bravi Buranesi, rivela nondimeno la fatalità e la grandezza della rovina militare della Repubblica, e riflette ancora molta luce sul modo di intendere e di comprendere la guerra in quei tempi.

CAPO VII.

Il corpo degli ingegneri militari.

Quando nacque il corpo degli ingegneri militari veneti, esso legava il suo nome ad un'opera che può sembrare benaugurante anche oggigiorno. Nella primavera dell'anno 1771 il Capitanio del Golfo segnalava al Senato la necessità di ridurre in quarto il grande disegno topografico dell'Albania, e ciò per gli usi correnti e per conservarne copia nella Fiscal Camera delle Bocche di Cattato.

Il lavoro fu commesso dal Savio alla Scrittura al tenente colonnello Lorgna, e questi l'affidò a sua volta ai migliori allievi del Collegio Militare di Verona destinati ad uscire in quell'anno alfieri nel nuovissimo corpo degli ingegneri militari; così quei giovani uscirono dall'ombra delle scure torri scaligere al sole di una vagheggiata vita di operosità e di studi guerreschi, con la visione davanti agli occhi di quella grande provincia sulla quale, in altri tempi, si era largamente e fortemente diffuso il nome e la gloria di Venezia.

La decisione di istituire un corpo di ingegneri militari giungeva infatti in buon punto. Si poteva beneficiare delle tradizioni e della pratica compiuta altrove, specie in Francia, dai corpi analoghi; costituire un prezioso ausilio per l'esercito veneto, oltre che quale organo tecnico anche come istituto direttivo, uniformandosi ai còmpiti che gli altri corpi del genio militare esercitavano altrove disimpegnando gli affici inerenti al servizio di stato maggiore [166].

Ma non basta. Il novello corpo del genio militare veneto avrebbe potuto rendere grandi servigi anche nelle relazioni civili. Infatti le condizioni speciali del suolo della Repubblica, il regime delle sue acque costiere e rivierasche, la lotta continua e tenace sempre impegnata con queste affine di conservare igienico e fruttifero il suolo, portuosi gli scali, facili e spedite le vie fluviali di transito ed i canali navigabili, avrebbero offerto una inesauribile materia di attività e di lavoro fecondo agli ingegneri militari veneti, una auspicata occasione insomma per bene meritare del pubblico benessere.

Ma l'occasione desiderata di creare un cosiffatto strumento, utile insieme all'esercito e dallo Stato, mancò per l'ignavia degli uomini e per l'indifferenza dei tempi. Rimase solamente traccia del buon proposito, della sua pratica assai tardiva, e, come simbolo, il prestigio del nome di un illustre ufficiale degli ingegneri militari veneti che, da solo, bastò alla deficienza di tutti gli altri. Tale fu il brigadiere Giovanni Mario Lorgna [167]—più volte ricordato—la cui sfera d'attività va indivisibilmente congiunta a quella di Bernardino Zendrini [168], il celebre matematico della Repubblica che studiò e costrusse Murazzi, ed a quella degli ingegneri idraulici che sistemarono l'alveo del Brenta ed il suo Taglio Nuovissimo.[169]

Ma la fama militare del brigadiere degli ingegneri Lorgna va sopratutto collegata alla pratica degli insegnamenti da lui professati per sette lustri nella scuola d'applicazione di artiglieria e genio della Serenissima in Verona, agli studi sull'impiego delle mine, sul miglior rendimento degli esplosivi e sul tracciamento delle gallerie, a qualche restauro ed ampliamento nelle fortezze di Mantova, di Legnago e di Peschiera, ai rilievi topografici da lui intrapresi nel territorio irriguo del Polesine, con il concorso dei suoi allievi, con la cooperazione di Giacomo Nani e con l'aiuto delle tavolette pretoriane commissionate, per iniziativa del Lorgna medesimo, in Inghilterra[170].

Frutto di questi ultimi lavori fu la grande carta corografica della regione del basso Adige, pubblicata però dalla Serenissima tanto tardi che essa servì prima ai suoi nemici—Austriaci e Francesi—che ai Veneti. Risultavano in questa carta chiaramente tracciati il corso dei fiumi, dei canali, l'andamento degli scoli, degli argini e delle strade rispetto alle province finitime, nonchè la postura delle chiuse e delle conche. La scala era circa del 50.000.

Anche lo stato delle fortificazioni e dei castelli di Venezia e d'Oltremare—dei quali si parlerà più avanti—ovunque in rovina, richiedeva urgentemente l'opera riparatrice degli ingegneri militari. A questo compito avevano atteso fino allora—però in modo insufficiente ed inadeguato—il personale dei provveditori alle fortezze, i quartiermastri alle fortificazioni e perfino gli ingegneri ai confini, corpo di professionisti di Stato dipendenti dalle Camere ai confini, incaricati in special modo del tracciamento e della manutenzione della viabilità sulle frontiere della Repubblica[171].

Con questi auspizî adunque, nel 1770, venne creato con apposito senato-consulto il Corpo degli Ingegneri militari, unitamente al Reggimento di Artiglieria[172]. Il grande favore, tutto proprio del tempo, verso quanto di tecnica militare e navale proveniva dall'Inghilterra, indusse il Savio alla Scrittura a ricercare da quella parte anche il primo sovraintendente nel corpo novello—come si era fatto per l'artiglieria—; e questi fu il colonnello Dixon, scozzese di origine.

Gli organici degli ingegneri militari furono stabiliti come appresso: 1 colonnello, 1 tenente colonnello, 2 sergenti maggiori, 8 capitani, 8 tenenti ed altrettanti alfieri, da trarsi questi ultimi annualmente dal Collegio Militare di Verona. In totale il corpo doveva contare sul primo piede 28 ufficiali senza alcun riparto di truppa.

L'uniforme era «di scarlatto, con fodera, giustacuore e calzoni bianchi, con paramenti e mostre fino alla metà del vestito di velluto nero, dragona d'oro alla spala, e spada con fioco uniforme»[173].

Adunque la buona volontà di costituire il corpo degli ingegneri militari veneti non mancava, almeno alle apparenze. Ma, tra il detto ed il fatto, le correlazioni non erano nè semplici nè rapide sotto la decadenza del governo della Serenissima.

Il Piano regolatore del corpo, studiato dal colonnello Dixon, prescriveva che, «esaminato fosse il merito non solo degli ufficiali già titolati come ingegneri e destinati a comporlo, ma degli altri ancora da inserirsi nel medesimo». E poichè si constatò, con opportune prove ed esami, che nessuno dei candidati possedeva i necessari requisiti di idoneità—all'infuori di uno—[174] il Senato deliberò subito di rimandare a miglior epoca la definitiva costituzione del corpo medesimo.

Trascorso un biennio, lo scozzese Dixon, contrariato dalle lungaggini e dalle oscitanze verso quel corpo degli ingegneri che egli non aveva fino allora comandato che sui lindi specchi dei Piedilista, nella primavera del 1772 chiese ed ottenne di essere esonerato dallo sterile servizio, e gli successe il colonnello Moser de Filseck, tirolese di origine e proveniente dall'esercito austriaco. Pure tra il vecchio ed il nuovo, tra lo scozzese che abbandonava la città delle lagune ed il tirolese che gli subentrava, il Senato continuò a nicchiare, ad onta che le istanze e le circostanze incalzassero per indurlo una buona volta a dare corpo e vita al Piano regolatore decretato fino dal 1770.

«È oramai tempo di decidersi—lasciò scritto il Savio nel 1779—e con ciò noi non facciamo che rappresentare non già sciogliere i dubbi che si affacciano su quest'argomento degli ingegneri militari, ma giudicheremo tuttavia colpa tacere e ritenere alcune riflessioni in merito e che lo zelo ci indica… La disciplina è l'anima dei militari, e la differenza nei gradi rende più sicura la dipendenza ed il buon ordine. Un sopraintendente degli ingegneri adunque, occupato nelle generali riviste per tutto lo Stato, il colonnello ispettore, costante e necessario al Collegio militare di Verona, esercitato per di più ben di frequente in molteplici e varie commissioni… il corpo senza ufficiali… tutto ciò insomma non giova a conservare l'armonia nel medesimo. Bisogna decidersi!…»[175]

Finalmente, nel 1782, il corpo degli ingegneri militari cominciò a contare qualche ufficiale ritenuto capace di disimpegnarne gli uffici. Ma siccome quel numero era pur sempre esiguo e di gran lunga inferiore all'organico, così si adottò un servizio promiscuo tra gli ingegneri militari ed i colleghi ingegneri ai confini, una specie di compromesso tra i due corpi tecnici veneti. Sulla fine di quell'anno si trova infatti che i tenenti ingegneri Carlo Canòva e Francesco Medin, unitamente al tenente colonnello Milanovich, prestavano la loro opera nell'arginatura dell'Adige, alle dipendenze del magistrato al detto fiume ed in collaborazione a taluni ingegneri civili[176].

Indi appresso, rendendosi sempre più frequenti i casi di questo servizio cumulativo, particolarmente nelle province d'Oltremare, le meno desiderate e le più trascurate, «per lo stato di desolazione di tutte le caserme, opere interne ed esterne di fortificazione, ospitali, magazzini, depositi, cisterne ed altro»[177], il Savio alla Scrittura deliberò di meglio precisare i limiti della prestazione comune dei due corpi, e stabilì «che l'aiuto dovesse essere per l'avvenire reciproco, ma libero da ogni vincolo l'un l'altro»[178].

Il senso della disposizione non era molto chiaro. Rimase però inteso, in tanta indeterminatezza di forme, che gli ingegneri ai confini dovessero occuparsi più specialmente dei lavori stradali in genere, ed in ispecie delle vie del Canale del Ferro, di Venzone, di Gemona, di San Daniele, del Taglio Nuovo di Palma, della prosecuzione dei lavori in corso sull'Isonzo, a Porto Buso, nell'Istria, alli scogli di Tessaròlo, lungo la strada di Campara in Val Lagarina, nel territorio di Cremona e verso gli Stati del Pontefice; e che gli ingegneri militari dovessero dedicare di preferenza la loro attività ai lavori di carattere militare, cioè alle opere di fortificazione, ai castelli ed alle caserme[179].

Cosicchè, soltanto nel 1785, vale a dire dopo circa quindici anni dalla fondazione teorica del corpo degli ingegneri militari veneti, questo principiava ad avere un inizio di vita, assicuratagli da nuove cure e previdenze del brigadiere Lorgna, concretate nella riforma delle «Leggi, regole e scuole del Militar Collegio di Verona».

* * *

Era però troppo tardi. Rimediare al passato non era più possibile, tanto era grande ed irreparabile la rovina del presente. Tra il 1782 ed il 1783 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck, reduce da un lungo e fortunoso viaggio d'ispezione nei domini Veneti di Oltremare, così dipingeva al Principe il triste stato delle fortificazioni della Repubblica:

«Prima di ogni altra cosa—così scriveva il Moser—voglia V. E. consentirmi che, con il cuore veramente dolente, io mi lagni del deperimento nel quale attrovai quasi ogni parte delle opere componenti i recinti e le fortificazioni dei domini d'Oltremare… specie della piazza di Zara, il più forte propugnàcolo della provincia di Dalmazia, e delle riflessibili mancanze e bisogni riconosciuti nelle sue interne militari fabbriche. Non mi sorprende però, Eccellentissimo Signore, le grandiosi somme che occorrerebbero per un general restauro di esse opere, bensì il riconoscere una grande parte dei danni medesimi portati dalla malizia degli uomini e per difetto di convenienti diligenze, che profittando delli primi intacchi in un'opera la riducono in consunzione in breve spazio di tempo, senza alcun riguardo nè timore. Tanto maggiore fu la mia sorpresa quando vidi considerabili mancanze in situazioni che sono alla vista delle sentinelle e degli stessi corpi di guardia. Il quartiermastro dovrebbe essere uomo di fermissima attenzione ed attivo, avere registri esatti ed accompagnare gli ingegneri nelle visite che essi dovrebbero fare…. ma invece nulla avviene di tutto questo. Manca il ponte che traversa il fosso capitale della piazza di Zara alla porta di Terraferma, unica comunicazione con il continente, e per conseguenza la sola parte per la quale si può entrare in Zara da tutta la estesa provincia, per la via di terra; è rovesciato il molo dalla parte di mare. Vi si rimediò con un ponte provvisionale, ma è bisognevole di restauro, ed il molo è sfasciato dalla violenza delle onde»[180].

Nè in migliori condizioni di Zara—la Venezia della Dalmazia—erano le altre piazze e castelli del littorale e dell'interno: «Spalato—soggiungeva l'ora detta relazione—ha una situazione stupenda per sè. L'imperatore Diocleziano vi eresse il suo palagio ed ha per appoggi il castello di Clissa per proteggerne il commercio verso l'interno e quello di Sign[181]. Ma Spalato è ora in decadimento ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano. Vale perciò meglio per lo Stato di stabilire colà i soli depositi generali di munizioni da bocca e da guerra, e fidarsi meglio degli appoggi di Clissa e Sign, però bene appropriati.

«Per Sign, fu il veltz-maresciallo Schoulemburg che dimostrò la necessità di fortificarla fino dal 1718. Ma il piano non ebbe seguito, e la Repubblica parve allora contentarsi di fortificare, Clissa e Dernis ed il passo di Roncislap, sulla Kerka[182]. Infine, nel 1752, furono fatti pochi lavori a Sign… ed a Spalato non furono toccate che poche rovine del vecchio forte e nulla più. Eppure Sign è luogo di confine, vi si fermano le carovane dei Turchi prima di scendere a Spalato e vi è una caserma confinaria.

«Clissa è disposta sull'erto di un greppo che domina il solo passo per il quale, da Sign, si può entrare nel contado di Spalato. I recinti della fortezza sono in buono stato e, con piccole aggiunte alle opere attuali, si potrebbe ridurre quel posto molto forte. Clissa è provvista di conservatorî da acqua (serbatoj), requisito assai necessario per una piazza di guerra in queste regioni. Qualche ristauro vi è però necessario, acciocchè possano contenere quest'ultimo elemento nella qualità e nella quantità indispensabili… Occorrono però ristauri anche sulla strada di Sign, per Clissa, fino a Spalato[183]. In questa strada, a quattro miglia circa da Spalato (dove sono ancora alcuni residui della città di Salona) è fissato un appostamento per una compagnia di Dalmatini (Oltramarini), il cui quartiere è però così miserabile che opprime lo spirito entrando nel medesimo».

Proseguendo nel triste pellegrinaggio, dalla Dalmazia alle terre Levantine, le tinte del rapporto Moser si fanno ancora più fosche, come che la vita pubblica veneta scemasse di vigore e di calore a misura che si allontanava dalla Dominante e dalle province a questa più vicine. «A Corfù—continua la ricordata relazione—le opere sono tutte ingombre, i parapetti rovesciati, disfatte le embrasure (feritoie) … sicchè confesso che grande fu la mia sorpresa nell'attraversare tanta rovina. A Cerigo ed Asso, la medesima desolazione. Quivi i N.N. H.H.[184] rappresentanti, nelle loro abitazioni, sono appena riparati dai raggi solari ed il vento e la pioggia entra per ogni parte. Gli ufficiali di Cerigo pagano alloggio di casa, essendo atterrate quelle che loro servivano da ricovero; i soldati sono pessimamente posti nei corpi di guardia. Ad Asso infine tutte le fabbriche militari sono in rovina. Le condizioni del forte di San Francesco di Cerigo… mi hanno poi fatto rabbrividire, ed invoco provvedimenti per il decoro del Principato. Li otto pezzi che quivi sono nella casa di San Nicolò, 3 da 30 e 5 da 20, sarebbe più decoroso che fossero interamente a terra, piuttostochè vederli appoggiati sui fracidissimi rottami dei loro letti (affusti).

«A Cefalonia le due fortezze sono ora interamente disabitate…
Prèvesa acquistata nell'ultima guerra contro il Turco, nel golfo di
Arta, insieme a Voniza[185] esposta alle incursioni nemiche, è
fortezza solo di nome ma in realtà è un mal conservato trinceramento».

Ed il sopraintendente Moser dopo questa fiera requisitoria così concludeva: «Si faccia presto a provvedere. Siano fornite le milizie di quartieri e di ospitali che loro sono urgentemente necessari, capitali i più preziosi per le convenienze del Principato. Se no, a nulla servono le bene intese e solide fortificazioni, gli utensili, gli attrezzi da guerra, armi di buona tempera e ben conservate, se non vengono difese le une e maneggiate le altre da destro e robusto braccio».

* * *

Il triste spettacolo delle province d'oltremare in rovina, senza difesa, senza cannoni, senza milizie, l'imagine delle residenze dei rappresentanti della Repubblica sul punto di crollare; dei picchetti di Oltremarini usciti fuori delle caserme per cercare miglior sicurezza e riparo sotto le tende, presso le rive di quel mare che fu già pieno del nome e della gloria di Venezia, quasi attendessero di momento in momento di mutare dimora, deve avere per certo commosso lo spirito del Senato Veneto. Ma poichè l'azione era a quel tempo assai più ardua della commiserazione ed i mezzucci assai più facili delle decisioni pronte e virili, si ricorse anche questa volta ai timidi tentativi, tanto per ingannare il pericolo dell'ora.

Così avvenne che in risposta al disperato appello del Moser, la Serenissima si contentò di istituire il corpo dei Travagliatori del genio.

Taluni storici della Repubblica—ed il Romanin tra gli altri[186]—vollero attribuire a quel corpo un significato moderno, qualificandolo per precursore dell'odierna arma del genio. Ma il paragone a tutto rigore di critica non regge. Al massimo i travagliatori veneti potevano rassomigliarsi alle compagnie di ouvriers, che esistevano nell'esercito francese prima dell'anno 1776; compagnie che vennero poi surrogate dai soldati pionniers con precisi attributi di arma tecnica, ciò che significa che i predecessori degli ouvriers non possedevano i requisiti dei pionieri o, quanto meno, in modo assai incompleto.

Ma anche facendo astrazione da questi còmpiti e da questi paralleli, occorre mettere in rilievo qualche altro aspetto che meglio serva a chiarire il valore militare e morale del nuovo corpo dei travagliatori, e le differenze sostanziali con il corpo dei soldati pionniers di Francia, cui si vorrebbe troppo corrivamente ricollegare le tradizioni organiche dei travagliatori veneti.

Il Moser adunque, esponendo l'urgenza di far argine al decadere delle fortificazioni veneziane, proponeva d'impiegare nei ristauri un personale militare ordinato in compagnie, con reclutamento, còmpiti e trattamento assai analoghi a quelli delle odierne compagnie di disciplina. Era quindi una specie di stabilimento di correzione militare che si trattava di istituire, realizzando con esso due vantaggi precipui: quello cioè di purgare i corpi dai soggetti più pericolosi e di impiegare la loro mano d'opera nei restauri delle fortificazioni e delle caserme a prezzo più conveniente della mano d'opera borghese.

Quest'opera di risanamento dal lato morale militare—particolarmente caldeggiata dal Savio di Terraferma alla Scrittura in carica Niccolò Foscarini—piacque al Senato che l'approvò anzitutto per tali viste. «Per togliere i perniciosi effetti—come diceva la relazione premessa dal detto Savio al decreto che ordinava la costituzione del corpo dei travagliatori—derivati dalla introduzione nella truppa dì quelle figure che, quantunque ree di non gravi delitti, chiamano tuttavia la pubblica vigilanza ad impedire loro maggiori trapassi,… e nell'intento precipuo di tenere aperta una via per allontanare dalla Terraferma e dalla Dominante gli individui infesti alla comune quiete, si assoggetta l'ora intesa scrittura.

«Ed essa si dirige a stabilire l'istituzione di due Corpi di Travagliatori[187] che raccoglier abbiano le sopra indicate figure ed inoltre quei soldati che, per indisciplina e scostumatezza, venissero giudicati dalle pubbliche cariche d'Oltremare e Savio alla Scrittura degni di tale correzione, per essere impiegati nelle fabbriche ed in ogni altro pubblico lavoro d'Oltremare. Ed il Senato, che adatto ciò riconosce alle viste del suo servizio ed alla tranquillità dei suoi sudditi, avvalora il provvedimento con la sua approvazione.

«I soldati travagliatori avranno la paga di soldato di fanteria italiana, più una diaria di cinque gazzette[188] nei giorni di continuato lavoro, onde possano procurarsi una nutrizione adatta alle fatiche: ai capi-squadra saranno corrisposte dieci gazzette. Il vestiario dei travagliatori deve esser fatto dal Magistrato sopra Camere[189] e di due in due anni loro somministrato, giusta il modello che l'esattezza della conferenza assoggetta, e che si rileva corrispondere in un sessennio al valore di quello usato dalla truppa italiana»[190]

Tale fu l'ordinamento del corpo di travagliatori Veneti suddiviso in due compagnie: una destinata ai lavori di Levante, l'altra a quelli della Dalmazia[191]. È chiaro adunque che l'idea di istituire un corpo del genio militare era ben lungi ancora dalla mente dei governanti veneti nel 1785. E come non bastassero ad attestarlo le espressioni del senatoconsulto ora citato, v'ha ancora il libro dei Doveri del Corpo dei Travagliatori, pronto a ribadire tale concetto. A custodia delle principali residenze delle due compagnie—cioè la Cittadella di Corfù ed il Forte di Zara—erano stabiliti dei grossi picchetti di guardia, ciò che dinota la condizione molto simile a quella dei forzati in cui erano tenuti i componenti del corpo.

L'anzidetto libro dei Doveri[192] specifica ancora meglio tale condizione pressochè ergastolana dei travagliatori quando prescrive che, «a far parte di diritto dei detti corpi sono chiamati quegli individui che, dai varî tribunali, uffizi, magistrati e reggimenti, vengono condannati a servire nella truppa. Non possono però introdurvisi gli individui rei di gravi delitti ed infamanti, nè incapaci al lavoro… Dietro parere delle primarie cariche delle province di Oltremare e del Savio di Terraferma alla Scrittura, si possono altresì condannare a servire nei corpi dei travagliatori quei soldati che si mostrassero di mal costume, o indisciplinati, o che meritassero almeno due anni di correzione. Spirati questi due anni e non dando i soldati segni di ravvedimento termineranno quivi l'ingaggio. I ravveduti termineranno invece lo ingaggio nella truppa dove saranno nuovamente trasferiti».

I travagliatori non erano adunque che tristi soggetti allontanati dall'esercito, e la cura di liberarnelo al possibile primeggiava sopra ogni altra, ad onta della rovina delle fortificazioni veneziane e della fosca dipintura del sopraintendente Moser. Fu soltanto pochi mesi prima della caduta della Serenissima che il generale Stràtico richiese effettivamente al Savio alla Scrittura di istituire un corpo del genio militare, con attributi e còmpiti da arma nel senso moderno; «formando finalmente un corpo di guastatori, istrutto nella costruzione dei trinceramenti ed opere campali sotto la direzione degli ufficiali ingegneri e nella gittata dei ponti per il passaggio dei fiumi. Così ad ogni comando nulla verrebbe a mancare, tanto per muovere la truppa contro l'oste nemica che per assicurarle una forza superiore alla medesima».

Ma lo Stràtico scriveva così soltanto il 20 luglio 1796[193].