Sfogliamo un poco tra le pagine di codesti titoli vetusti. Dagli stati di servizio prodotti dai capitani Zorzi Rizzardi e Donà Dobrilovich al Senato per ottenere la loro giubilazione, risulta che il primo di questi era soldato dal 1734, cadetto nel 1740, alfiere nel 1753, tenente nel 1766, capitano-tenente nel 1778, capitano nell'anno medesimo; vale a dire che aveva impiegato ben 51 anni di servizio per ottenere quest'ultimo grado, dei 68 di età che contava il postulante. Il collega Dobrilovich era soldato dal 1733, caporale nel 1739, sergente nel 1742, alfiere nel 1745, tenente nel 1766, capitano-tenente nel 1773 e capitano pure nello stesso anno: gli erano quindi occorsi 51 anni per raggiungere la desiderata mèta di comandante di compagnia, accumulando per via il fardello di ben 68 anni di età.
Nè gli accademici, per dir così, erano i soli a far concorrenza ai vecchi soldati della Repubblica. Oltre ad essi si dovevano contare gli ufficiali sopranumerari, cioè quelli il cui rollo di anzianità era per un motivo qualsivoglia sospeso, i provenienti dai nobili e dai figli degli ufficiali, ed infine i titolati, cioè coloro che in virtù di una grazia sovrana, per benemerenze personali o di famiglia, ricevevano un grado ed i relativi emolumenti senza però disimpegnarne gli uffici.
Ingrossata così la schiera dei competitori—talchè i cadetti nel 1781 erano cresciuti a 605, laddove nel 1776 toccavano il centinaio e mezzo appena—il malcontento dei vecchi ufficiali non ebbe più ritegno.
«Quando—dice un'istanza avanzata al Senato dal tenente Teodoro Psalidi, del Reggimento di Artiglieria—dovetti fare le prove anche nelle scienze matematiche, volendo aspirare al grado di capitano-tenente, e mi venne imposto di prestarmi in tali studi che non mi erano mai stati prescritti, mai insegnati dai miei superiori, cui infine non ebbi mai il tempo di applicarmi, mi cadde l'animo. Pensi dunque l'E. V. quanto inaspettato mi giungesse il nuovo precetto, grave e difficile, di immergermi in quei ardui studi nel periodo ristretto di 18 mesi, termine alle prove assegnato, e quanto fosse il mio svantaggio rimpetto ai giovani tenenti di me meno anziani, che tratti recentemente dal Militar Collegio di Verona avevano avuta la fortuna di essere da valenti maestri istrutti con ottima disciplina in quelle scienze»[61].
Nelle armi di linea, si impugnava in luogo delle tesi scientifiche il valore delle prescritte prove, per quanto si riferivano alla parte teorica del regolamento di esercizi e di quello sul servizio delle truppe in campagna. Il Senato ed il Savio, imbarazzati di fronte a questa selva di proteste che rimpinzavano di suppliche e di lagni le voluminose filze del carteggio, ordinarono infine alle commissioni reggimentali di rassegnare i titoli dei candidati e le prove di esame al Savio stesso, acciocchè questi potesse giudicare con uniformità, di criteri, come in ultimo appello. Ma non per questo i lagni cessarono: occorreva un rinnovamento profondo di uomini e di principi per porre rimedio al male, e questo rimedio non poteva essere nelle mani della vetusta Serenissima.
Era l'estate del 1796, quando il Savio alla Scrittura Leonardo Zustinian—già denominato in alcuni reclami con il vocabolo giacobino di cittadino—si risolse di proporre al Senato uno schema di svecchiamento dell'esercito, mercè una larga applicazione del sistema dei limiti di età, visto che quello degli esami aveva ormai dichiarato la sua bancarotta.
«Occorre—diceva il Savio Zustinian al Principe—purgare una buona volta la milizia dagli ufficiali inetti, di età troppo avanzata, ovvero affetti da mali incurabili… prescrivendo la giubilazione di questi con intera paga del rispettivo grado, a moneta di ogni riparto. E le norme che sembrano da stabilirsi, sono quelle di 70 anni di età per i graduati (ufficiali superiori), di 60 anni per i capitani, capitani-tenenti ed alfieri»[62].
Ma era troppo tardi. L'esercito Veneto cadeva giusto allora sotto la rovina della Repubblica, ed i provvedimenti escogitati dal Savio alla Scrittura Leonardo Zustinian non servirono ad altro che a formare argomento di curiosità nella storia della vecchia organica militare dei Veneziani, ed a fornire oltre a ciò un buon esempio atto a comprovare come talvolta ad eguali difficoltà, o molto simili, ad onta dei mutati tempi, si procura di far fronte con espedienti assai affini.
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Sparpagliati nei diversi presidi d'Italia e d'oltremare, gli ufficiali della Serenissima non erano tra loro in eguali condizioni d'istruzione e di addestramento professionale. Quelli poi che soggiornavano nella Dominante, per le loro occupazioni da guardia oligarchica e per i loro contatti con le primarie cariche dello Stato, godevano di un prestigio che non aveva riscontro con gli altri colleghi dell'esercito.
Lo stesso carattere della milizia veneta—prevalentemente levata per ingaggio—contribuiva oltre a ciò a creare attorno agli ufficiali stessi un ambiente molto affine a quello in cui trascorrono oggigiorno la loro esistenza gli ufficiali di taluni eserciti delle libere repubbliche d'America.
Nullameno, ad onta di queste circostanze poco favorevoli dell'ambiente—cristallizzato nelle vecchie pratiche e nei vetusti pregiudizi, sopravvissuti ancora dal tempo delle compagnie di ventura e del Quattrocento—la decadenza militare della Serenissima brilla ancora per il nome di qualche ufficiale, salito in fama unicamente per virtù propria; ciò che è garanzia del suo merito indiscusso. E sono nomi cari non soltanto nel ristretto cerchio della Repubblica oramai moritura, ma eziandio in quello più vasto e luminoso della storia militare italiana.
Tra essi primeggia il brigadiere del genio militare Anton Mario Lorgna, da Cerea, fondatore di quel corpo; architetto, idraulico, topografo e matematico di gran fama, il cui nome va indivisibilmente congiunto alla riputazione del Collegio Militare di Verona, già grande prima della caduta di Venezia, talchè non pochi eserciti stranieri facevano a gara nel richiederne gli allievi al Senato[63] ed egregia anche dopo la caduta, talchè non sdegnò di occuparsene il Foscolo. Meritevoli di nota in questo periodo di tempo sono pure i nomi del maggiore di artiglieria Domenico Gasparoni, veneziano, ordinatore del Museo dell'Arsenale ed autore di una pregevole opera sull'artiglieria veneta dedicata al doge Paolo Senior[64]; del sergente maggiore di battaglia Stràtico, introduttore di considerevoli riforme nei regolamenti militari Veneti, ed infine di Giacomo Nani, per quanto quest'ultimo appartenga per provenienza alla marina, ma per anima e per circostanze della gloriosa sua camera delle armi all'esercito, intorno al quale scrisse il volume inedito dal titolo Della Milizia Veneta[65] e l'opera perduta relativa alla difesa di Venezia[66].
Gli stimoli per suscitare una nobile gara di emulazione e di benemerenze tra gli ufficiali Veneti erano ben pochi. Le stesse ristrettezze del bilancio impedivano perfino di assolvere il sacrosanto obbligo contratto dalla Serenissima verso i prodi combattenti sotto le bandiere di Angelo Emo, assegnando loro quel grado e quello stipendio che erano stati decretati dal Senato per merito di guerra[67]. Per questo titolo—abbenchè con molta minor frequenza—si assegnavano agli ufficiali anche delle medaglie d'oro, con l'impronta del leone di San Marco, del valore medio di 30 zecchini[68].
Ma per l'assenza di clamorose imprese, verso la fine della Repubblica anche questa costumanza, derivata dai tempi eroici, cadde in disuso, sicchè se ne ricorda a mala pena qualche raro caso. Tale è quello del capitano Gregorio Franinovich, del Reggimento Cernizza, decorato per speciali benemerenze ed atti di valore compiuti dal detto ufficiale in Levante[69].
E passiamo al rovescio della medaglia. Le punizioni degli ufficiali Veneti avevano, in prevalenza, il carattere di coercizione morale. Così l'ammonizione, l'arresto semplice, l'arresto più lungo, la sospensione dal grado, la notazione speciale sul libro-registro del servizio—della quale si teneva conto a suo tempo per la compilazione dei titoli di esame—infine l'esclusione o la sospensione temporanea dalle adunanze, o circoli di persone per grado e per nobiltà distinte[70].
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L'antica foggia di vestire degli ufficiali era stata riformata nel 1789 sull'esempio degli Austriaci e dei Prussiani. In seguito a questa riforma introdotta dallo Stràtico, che compilò la relativa «Ordinanza contenente la prammatica e la disciplina relativa all'uniforme della fanteria italiana», tutti gli ufficiali veneti, dall'alfiere al colonnello, dovevano indossare la nuova divisa, non soltanto in servizio ma anche nelle presentazioni, negli spettacoli e nelle pubbliche solennità. Erano comminate punizioni a chi non ottemperasse a questi precetti o alterasse la foggia del vestire. E che tali mancanze non fossero rare, lo attestano le minuziose cure con cui l'Ordinanza sopra citata prevedeva i relativi casi.
«Tutti—soggiungeva l'Ordinanza—dentro un triennio dovranno avere la nuova uniforme, pena la sospensione dal servizio e la sottomissione a ritenute, finchè la nuova uniforme non sia fatta, oltre le notazioni da farsi sul Libro Registro, a pregiudizio dello avanzamento».
La pettinatura degli ufficiali veneti era liscia, con due bucali (riccioli), uno per parte delle tempia, sostenuti dalle forchette che giungevano fino a mezza orecchia: i capelli dovevano essere bene incipriati (polverizzati) e la chioma raccolta in una rete (fodero) di pelle nera.
Il principale capo di vestiario della fanteria italiana era la velada, o abito a coda di rondine di panno blò, foderato di roè bianco,[71] guarnito di un collarino e di balzanelle, o manopole, pure di panno bianco, adorno di grossi bottoni di metallo dorato con impresso, in cifre romane, il numero del corpo cui gli ufficiali appartenevano[72]. Gli ufficiali dei fanti oltramarini avevano l'abito di panno cremisi, come i soldati, e quelli di artiglieria di panno gris di ferro.
Nella stagione fredda si indossava da tutti un cappotto di panno bianco, della stoffa di quello usato per il bavero della velada, guernito di bottoni pure di metallo dorato e foderato assai spesso di una buona pelliccia. I calzoni d'inverno erano di panno blò e nella stagione calda di rigadino bianco forte.
L'abbigliamento degli ufficiali veneti era completato dal colletto di pelle nera lucida, dai manichini di buona tela batista, dai guanti di pelle gialla lavabile, dagli stivali di bulgaro cerato, dagli stivaletti di pelle nera da usarsi in estate, allacciati dalle cordelle, e dal cappello a tricorno.
I distintivi di grado si portavano sul cappello. L'alfiere non recava sopra di esso alcuna distinzione, i tenenti ed i capitani-tenenti si riconoscevano invece per una rosetta, o coccarda, mista d'oro e di seta azzurra, assicurata sull'ala sinistra del tricorno mediante un bottone ed un'asola (laccio) di seta nera. I capitani si distinguevano per due rosette simili alle anzi descritte, assicurate sopra ciascun'ala del copricapo: i sergenti maggiori, i tenenti colonnelli ed i colonnelli infine recavano tutti, senza distinzione alcuna, due rosette come i capitani, intessute però per intero di solo filo d'oro. Oltre a ciò il bavero degli abiti degli ufficiali superiori era ornato di un largo gallone d'oro mentre quello degli ufficiali inferiori ne era sprovvisto.
Anche i fiocchi delle spade e dei bastoni erano differenti per ogni grado. I bastoni dei subalterni erano guerniti di un pomo d'avorio, quelli dei capitani di un pomo di metallo liscio dorato: i bastoni degli ufficiali superiori non avevano altro distintivo che un risalto anulare disposto verso l'attacco del pomo alla canna. Le cinture ed i pendoni (tracolle) delle spade erano di pelle bianca lucida, con scudetti di metallo recanti in rilievo l'emblema del leone di San Marco: gli scudetti degli ufficiali subalterni erano semplicemente inargentati, quelli dei capitani inquartati dentro un ribordo dorato, quelli degli ufficiali superiori infine erano tutti dorati [73].
Quanto alle armi, abolita definitivamente la picca nel 1790, le lame delle spade, le fasce ed i puntali dei foderi dovettero, in tutto e per tutto, uniformarsi al modello prescritto dall'Ordinanza dello Stràtico.
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Prima di lasciare l'argomento degli ufficiali veneti, occorre aggiungere ancora qualche cenno che valga a lumeggiare la loro posizione interiormente ed esteriormente all'ambiente militare del tempo.
I sistemi di ingaggio delle truppe—sopravvissuti a Venezia per lunga tradizione fino dall'epoca delle compagnie di ventura—riflettevano di necessità sugli ufficiali la fisionomia particolare di comandanti non tanto d'uomini, quanto di custodi di merce acquistata a suon di quattrini dalla Serenissima sul mercato dei soldati di mestiere.
Si spiega quindi come, dato tale ambiente, le occupazioni dell'ufficiale fossero in prevalenza amministrative, anzichè tecniche, educative e morali. Le tradizioni del reggimento, i ricordi dei principali fatti di guerra—che solevano tramandarsi egregiamente in Piemonte tra le milizie paesane—non avevano quindi un equivalente riscontro morale tra i Veneti, neppure tra le cerne dei migliori tempi della Serenissima. I soldati di mestiere avevano anzi smarrite tutte queste tradizioni, a motivo dell'avvicendarsi dei nuovi ingaggiati nei corpi, del frantumarsi dei riparti nelle varie guarnigioni e degli atteggiamenti diversi assunti dalle milizie venete della decadenza, divise di continuo tra il servizio di sentinella, quello ai daziere, di guardia confinaria e campestre, oppure di rincalzo ai satelliti degli Inquisitori di Stato.
Epperciò, all'infuori del comandante di compagnia, il cui compito era quello di amministrare il mezzo centinaio di uomini che la Repubblica gli confidava, per essere equipaggiato, armato e nutrito, nessun altro ufficiale aveva attributi speciali nell'ordine dell'educazione e dello apparecchio morale dei propri dipendenti. Neppure il colonnello aveva sotto questo riguardo particolari incarichi; che anzi, per l'uniforme costume di ridurre tutto quanto aveva attinenza al soldato al denominatore comune dell'amministrazione, seguendo la moda del tempo anche nell'esercito veneto sopravviveva la compagnia colonnella, alle cui funzioni contabilesche non potendo accudire di persona il capo del reggimento venivano da lui delegate ad un tenente anziano, detto perciò capitano-tenente. In analogia si regolava il tenente colonnello ed il sergente maggiore, che avevano pure essi la rispettiva compagnia, confidata figuratamente al governo di un capitano che ne faceva in realtà le veci amministrative in tutto e per tutto.
Dal capitano, comechè si trattasse di un vero e proprio possesso individuale, prendevano poi nome le altre compagnie, la cui anzianità e disposizione nelle manovra era fissata dall'anzianità del rispettivo comandante, dopo la compagnia del colonnello e degli altri ufficiali superiori del reggimento.
Il prevalente carattere mercenario delle milizie venete aveva inoltre, da tempo, avvezzi i governanti a considerarle quale strumento ligio all'oligarchia che le manteneva in vita; e tale modo di essere—contrario ad ogni libero svolgersi delle attività morali—si rifletteva necessariamente anche sul carattere degli ufficiali. Valgano a questo proposito due ordini di concetti: quello di servirsi degli ufficiali nelle operazioni poliziesche di maggior rilievo,—quale l'arresto fatto dal colonnello Craina, dei fanti oltremarini, del noto patrizio liberale Zorzi Pisani—e della fiscalità continua esercitata sopra di essi—specie sui comandanti di compagnia—in tutte le manifestazioni amministrative; ciò che contribuiva a far ritenere gli ufficiali medesimi come asserviti di continuo ad una specie di stato di tutela da parte delle maggiori autorità e magistrature competenti.
Ma, ad onore degli ufficiali Veneti, conviene pure soggiungere a questo punto che mai, nelle voluminose filze del carteggio militare della decadenza, si trova citato un caso che giustifichi codesta diffidenza fiscale, la quale d'altronde era connaturata nei tempi ed in molti eserciti d'allora, e che si è tramandata per qualche traccia perfino a giorni non lontani dai nostri [74].
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Se la grande massa degli ufficiali adunque—quelli di Linea— trascorreva l'esistenza morale ed intellettuale in tale angusto cerchio di attribuzioni e di consuetudini, fatto ancora più uniforme dal grigio dell'inoperosità della decadenza repubblicana, ciò non toglie che qualche altro corpo di ufficiali stessi—a base più ristretta ed a reclutamento più omogeneo,—non intravedesse degli spiragli verso orizzonti più audaci o verso aspirazioni che precorrevano il futuro.
Il Collegio Militare di Verona, per le sue relazioni scientifiche con l'Università di Padova, per l'indole e la nazionalità di taluni suoi insegnanti, si prestava anzitutto da buon crogiuolo delle nuove idee ed a propalarle nell'esercito. Fino dal 1764 si lamentava infatti dal Savio alla Scrittura, che tra i giovani dell'istituto serpeggiassero «dei mali principi, pregiudicievoli alla buona morale, molto più ancora contaminata dalle massime di libertà che vien fatto di credere che si siano nel Collegio disseminate».
Tale sospetto motivò un'inchiesta, eseguita dal Savio alla Scrittura Marco Antonio Priuli, la quale accertò che tre ufficiali capisquadra del Collegio, «consumavano il loro tempo con la lettura di romanzi e di libri oltramontani, dei quali contribuiscono pure i giovani, avendosi giurata deposizione che si fossero vedute nelle mani di qualche alunno le opere di Volter (sic), e venendo perfino introdotto il sospetto che si leggessero quelle ancora di Niccolò Macchiavello».[75]
Gli ufficiali modernisti vennero sfrattati dal Collegio di Verona, e la mala pianta delle idee novatrici pareva del tutto spenta quando, nella primavera del 1785, vi si scoperse una loggia di Liberi Muratori, fondata da Giovambattista Joure, maestro di lingua francese nell'istituto, allo scopo di diffondere tra i futuri ufficiali veneti i principi delle nuove dottrine liberali, e «di restituire alfine l'uomo alla prisca libertà naturale, da cui la teocrazia ed il principato lo avevano allontanato».[76] A questa loggia «muratoria» militare deve avere partecipato molto probabilmente anche il colonnello Lorgna—poichè le adunanze degli affigliati si tenevano in certe camere dal medesimo occupate in Castel Vecchio—e, certamente, non pochi ufficiali della guarnigione di Verona appartenenti al corpo di artiglieria, come risulta dagli interrogatori del processo, nei quali sono spesso citati il maggiore alle fortezze Solidi e l'alfiere conte Rambaldo, da Legnago.[77]
Scoperta l'associazione, gli Inquisitori[78] sfrattarono subito il maestro Joure dagli Stati Veneti e sbandarono gli ufficiali ascritti alla loggia di Verona in diverse guarnigioni di terraferma ed oltremare. Nullameno, i germi diffusi dal Joure nel maggior istituto militare della Repubblica lasciarono traccia oltre al rogo dei libri e dei registri della loggia ordinato dagli Inquisitorì, ed essa traspare nel continuo fermento cui andò soggetto il collegio, da quell'epoca fino alla violenta sua soppressione accaduta per opera del generale Rampon, a metà luglio del 1796. Il desiderio di riforme era dunque la spinta principale di quei moti, intesi «a sovvertire l'attuale spirito di concordia, di pace e le leggi della sottomissione e del buon ordine che furono naturalmente stabilite» e di realizzare infine «delle novità nei metodi nello insegnare… non volendo ufficiali ed alunni più vivere soggetti».[79]
Pure anche questi germogli di giacobinismo, cresciuti come pianta sporadica all'ombra delle torri merlate del castello Scaligero di Verona, dovevano un giorno tornare utili alla Repubblica[80]. E ciò avvenne quando si trattò di spedire i primi messaggeri di pace al generale Buonaparte, sotto Brescia; messaggeri che il Senato volle servilmente prescelti fra gli antichi allievi del Collegio Militare veronese, nella speranza che il ricordo delle relazioni «muratorie», perseguitate un tempo e ritornate in onore per la circostanza, valesse a propiziare loro ed alla Repubblica l'animo del conquistatore.[81] E questi ufficiali furono il colonnello Giovanni Francesco Avesani ed il capitano Leonardo Salimbeni, inviati il 27 maggio 1796 a Brescia con il mandato di implorare grazia da Buonaparte per l'avvenuta occupazione di Peschiera, fatta pochi giorni avanti di sorpresa dagli Austriaci.
Di ufficiali inferiori dell'esercito infine, coimplicati in movimenti politici, non si trova traccia nel carteggio della decadenza militare veneta. E questo serve da conferma, tanto del carattere di guardia oligarchica—conservato dall'esercito stesso fino alla rovina del governo della Serenissima—quanto della infondatezza del timore da alcuni nutrito che esso avesse potuto tralignare in mano di audaci e di novatori.
L'espressione di questo sospetto di tradimento—naturale d'altronde in ogni organismo inesorabilmente votato alla rovina—si trova in talune «polizze» anonime trovate nei bossoli del Maggior Consiglio e del Senato durante l'anno 1796[82]. Queste «polizze» insinuavano di diffidare dell'ottuagenario tenente generale Salimbeni, comandante in capo delle milizie venete raccolte sotto la piazza di Verona e dei suoi figliuoli, tra i quali era il capitano Leonardo citato più sopra.
Uno di questi foglietti così diceva:
«Non prestar fede al generale Salimbeni».
Un altro ancora proclamava:
«Governo, nò ve fidè del generale Salimbeni, Recordève del
Carmagnola».
Un terzo riproduceva il rozzo disegno di una forca, con la scritta:
«Per il general Salimbeni».
Un ultimo infine insinuava:
«_Il tenente generale Salimbeni è giacobino coi figli ed adora solo l'oro,
Governo, guardatevi che non vi tradisca essendo più francese che suddito_».
Le truppe assoldate.
Tra il principio dell'assedio di Mantova e le giornate di Lonato e Castiglione i fanti oltremarini, per comando espresso dal generale Buonaparte, furono clamorosamente allontanati da Verona. Questi soldati—denominati volgarmente Schiavoni—raccolti in buon numero in quella città[83] andavano di certo a contraggenio al giovane generale francese. Forse egli li riteneva una specie di guardia pretoriana, ed imbevuto di studi e di prevenzioni sul governo dispotico degli antichi Stati d'Italia, ne deve avere desiderato lo scioglimento come un impegno civico commesso alla sua opera ed a quella del Direttorio di Francia. Rispondendo ad analogo concetto il generale Schèrer, sul finire del 1795, aveva imposto lo scioglimento dei corpi còrsi alla Repubblica di Genova[84].
L'indisciplina degli Schiavoni era d'altronde grande, documentata perfino dalle attestazioni del generale Salimbeni. Essa poteva prorompere ogni momento ad eccessi e costituire il focolare dei mal repressi spiriti di malcontento che serpeggiavano tra le popolazioni veronesi, taglieggiate, angariate, violentate nelle persone e negli averi. Certo, sotto questi riflessi, Buonaparte divinava in qualche misura l'esplosione cittadina delle Pasque Veronesi.
Anche le esigenze militari imponevano urgentemente ai Francesi di premunirsi da tale minaccia. La fortezza di Verona era diventata, ai primi di luglio del 1796, la loro principale base d'operazione contro l'esercito mobile degli Austriaci e contro la piazza di Mantova, il punto d'appoggio contro gli sbocchi dal Tirolo e dalla Val Sugana, la tappa intermedia dal Milanese e dal Bresciano nella vagheggiata marcia dei Francesi alla volta di Venezia, del Friuli e dei confini occidentali dell'Impero[85].
Occorreva perciò rompere subito gli indugi ed in quest'arte Buonaparte era maestro insuperabile. Il caso di un ufficiale francese ucciso per le campagne di Villafranca, qualche borseggio, qualche rissa accaduta fra gli oltremarini mal compresi dai soldati di Francia non famigliari con l'idioma illirico, porsero l'occasione propizia per imporre al Senato di sfrattare da Verona le casacche cremisine dei fidi dalmati.
Al generale Massena toccò di apparecchiare l'animo dei Veneti alla grave rinunzia. «Il est temps enfin, monsieur le provvediteur»—così scriveva quel generale a Nicolò Foscarini, il 4 luglio 1796—que les assassinats que vos soldats ne cessent de commettre envers les miens, finissent. Le général Rampon, commandant à Veronne, m'a dejà rendu compte que plusieurs de nos volontaires avoient été assassinés a coups de stilet, ou de sabre, par vos Esclavons»[86]. Tre giorni dopo Massena ribadiva ancora la sua tesi con cresciuta insistenza e protervia: «Par les piéces ci jontes Vous verrez que les assassinats continuent, et que les ordres que je presume que Vous avez donné pour les reprimer ne sont nullement suivis. Je Vous previens que si ces horreurs ne finissent pas, je ne pourrai plus Vous répondre des suites funestes q'elles causeront infalliblement»[86].
Infine, dopo il cupo rombo della tempesta lontana, venne il guizzo della folgore.
L'8 di luglio Buonaparte indirizzava al provveditore Foscarini la lettera che segue: «Il y a entre la troupe française et les Esclavons une animosité que des malveillaux, sans doute, se plaisent à cimenter. Il est indispensable, Monsieur, pour eviter des plus grands malheurs, ainsi facheux que contraires aux intéréts des deux Republiques, que Vous fassiez sortir demain de Veronne, sous les pretexes les plus specieux, les bataillons d'Esclavons que Vous avez dans la ville de Veronne»[87].
L'espressione della volontà del vincitore era chiara e precisa e non ammetteva replica. Essa si fondava per di più sulla presunzione che il contingente illirico stanziato a Verona fosse di molto superiore al mezzo migliaio di dalmati che vi teneva effettivamente guarnigione sui primi di luglio. Epperciò ogni tentativo per far recedere Buonaparte dalla determinazione presa riuscì vano, ad onta che il provveditore Foscarini, col collega Battagia, si fossero adoperati coi modi più soavi ed insinuanti a produrre l'effetto bramato. «Ciò però non servì ad altro—aggiungevano i provveditori—che a far prendere a Buonaparte un tuono ancora più deciso, sicchè abbandonando quelle maniere piacevoli colle quali ci aveva in prima accolti, disse che era tempo oramai che cessassero tutti gli scandali, e che fosse tolta radicalmente l'occasione a querele… e che senza dilazione di sorta gli Schiavoni si rimpiazzassero con Italiani, in quel numero che fosse piaciuto. Che egli poi (Buonaparte) non si curava di esaminare chi tra gli Schiavoni o Francesi avesse ragione o torto, che non dovevamo però ignorare che scambievole era tra queste due nazioni il livore e lo spirito di vendetta. E facendoci intendere che era necessitato di occuparsi di altri affari, ci obbligò subito a congedarci»[88].
Ai due rappresentanti di un potere oramai morituro messi così duramente alla porta, tra la vergogna del sottomettersi e l'incertezza dell'esito in una reazione improvvisata senza la ferma volontà di rinsanguarla con il braccio e con la fede, il primo partito parve più prudente e conforme alle necessità dell'ora. E gli Schiavoni, all'alba del 9 di luglio—come Buonaparte aveva voluto—uscirono da Verona di soppiatto, come fuggiaschi di fronte alla fatalità di un destino che incombeva sul loro capo come su quello dei governanti della Serenissima. Le casacche cremisi, che mai avevano indietreggiato per lungo volgere di anni di fronte alla furia turchesca, cedevano ora misteriosamente terreno come pressati dall'avvento delle nuove età. Sotto questa oscura minaccia il passato, quasi fatto persona in quegli ultimi soldati fedeli della Signoria, pareva ripiegarsi su sè medesimo, come dentro le pieghe della vermiglia bandiera della Repubblica.
Tre compagnie del reggimento oltremarino Medin si trasferirono a Vicenza e quattro a Padova, «attendendo in quelle città gli ultimi ordini dell'Ecc.mo Senato». Lo stesso giorno 9 di luglio 1796, le artiglierie del generale francese Rampon salivano indisturbate sui rampari della fortezza di Verona e, con gesto violento, si surrogavano alle armi paesane che vergognosamente si erano date alla latitanza.
Così uscirono gli Schiavoni da Verona. Vi dovevano però ritornare quasi un anno appresso, nel crepuscolo sanguinoso delle Pasque Veronesi, per tingere di rosso quella scena drammatica con cui la Serenissima doveva chiudere il suo lungo e glorioso dominio in terraferma [89].
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Gli oltremarini costituivano le milizie assoldate per eccellenza della Repubblica. Corrispondevano un poco agli Svizzeri, con i quali quei soldati di mestiere avevano comuni lo spirito di ventura, la tenacia delle tradizioni militari e la religione della fede giurata; sentimenti tutti che, saldamente ed atavisticamente, si trasmettevano tra le milizie dalmate come un vero e proprio culto per la Signoria. E la Signoria—quella dello splendore del Cinquecento—ben sicura di questo lealismo e di questa fede, il cui eco non è ancora del tutto spento sull'altra riva dell'Adriatico, aveva confidato agli oltremarini la custodia e la difesa delle fonti della sua ricchezza e della sua gloria: il presidio de' propri navigli quale fanteria di marina, la guardia delle stazioni commerciali più esposte alle incursioni musulmane, la difesa delle teste di tappa sulle strade commerciali più sensibili e rimunerative per i traffici veneziani, infine il servizio da scolta più disagioso e pericoloso sui castelli sperduti in mezzo all'aridità delle Alpi Dinariche.
Gli oltremarini si distinguevano tra la milizia veneta per il loro armamento pesante da arrembaggio, costituito da una grave e lunga spada detta palosso—corruzione della pallasch degli Imperiali—munita di un'impugnatura a più else, e per la loro vistosa assisa di panno cremisino, ornamento delle navi parate a festa nelle solennità del Bucintoro e segno da raccolta nelle mischie navali più aspre e serrate. Si ingaggiavano, come tutti i soldati mercenari della Repubblica, esclusivamente nei domini di oltremare, d'onde traevano il loro nome da battaglia: illirico era il loro linguaggio ed i comandi militari.
I capi-leva si occupavano del loro reclutamento—edizione senza confronto migliore e corretta dei racoleurs dell'antico regime—anzitutto perchè questo ufficio era disimpegnato da ufficiali, in secondo luogo perchè era espressamente vietato nello ingaggiare le reclute di usare lusinghe per indurle più facilmente ad imprendere il pubblico servizio.
«Tutte le reclute—dicevano infatti le capitolazioni dei capi-leva—dovranno essere volontarie e non ingaggiate con frode o con ubbriacarle, sotto pena a chi avesse ingaggiato con frode alcuna recluta, di essere casso immediatamente dal rollo della compagnia (di leva) e spedito in Levanto per anni sei in figura di soldato; ed essendo incapace del servizio, di essere condannato in prigione ad arbitrio di S. E. il Savio alla Scrittura, dovendo i soldati rimettersi ad incontrare il pubblico servizio di buon genio e di tutta loro buona volontà»[90].
D'altronde le tradizioni militari dei Dalmati ed il prestigio che aveva presso di loro il veneto governo, disimpegnavano ampiamente gli ingaggiatori dal ricorrere a queste arti subdole. Tra i capi leva in Dalmazia godeva anzi di bella fama, ai tempi di Angelo Emo, il tenente colonnello Carlo Marchiondi[91].
I capi-leva si aggiravano per le borgate e le campagne di oltremare a far l'incetta d'uomini, coadiuvati da provetti subalterni esperti nella lingua illirica, e l'attività loro si esplicava rispetto allo Stato pressochè nell'orbita di un vero e proprio appalto da privative[92].
La levata regolavasi mediante apposite capitolazioni accettate dalle due parti contraenti, l'ingaggiatore a nome del governo e l'ingaggiato. Le reclute dovevano contare «almeno 4 piedi ed 8 oncie di statura, (metri 1,622216)[93] avere un'età compresa tra i 16 ed i 40 anni, essere sani, senza alcuna imperfezione di corpo, parlare l'illirico, non essere disertori dalle pubbliche insegne, non avere infine esercitato mai alcun mestiere infame[94]».
All'atto dell'ingaggio e dopo la visita «di un chirurgo stipendiato dal pubblico o dalla comunità, il quale era tenuto inoltre a risarcire in ogni caso la Signoria col suo stipendio di qualunque frode», la recluta contraeva la. ferma di sei anni di servizio continuo sotto le bandiere.
Ammassati—come si diceva allora—i nuovi oltremarini, si suddividevano nei diversi riparti territoriali della Serenissima. Quelli destinati alla Dalmazia erano nuovamente visitati dal provveditore della provincia residente a Zara, quelli assegnati a prestare servizio sulla squadra dal Capitanio del golfo, quelli infine destinati alla Terraferma dal Savio alla Scrittura, al Lido di Venezia. Non appena le anzidette autorità avevano riconosciuta la piena attitudine al servizio de' nuovi inscritti, questi si descrivevano sui pubblici rolli, d'accordo con gli inquisitori competenti, e da quel punto cominciavano a decorrere gli assegni in conto della forza bilanciata della Repubblica. Con queste pratiche di accentramento amministrativo e di controllo, l'esercito veneto andava sicuramente esente dalla piaga dei passavolanti.
Gli assegni dei nuovi soldati erano di doppio ordine, verso i medesimi e verso i loro impresari. Ogni ufficiale ingaggiatore riceveva infatti per ciascuna recluta riconosciuta idonea 22 ducati, se destinata alla Terraferma e 20 ducati se assegnata alla Dalmazia o al Golfo.
Su questo premio poi si dovevano prelevare 12 ducati per l'uniforme ordinaria la quale, in omaggio alla vecchia tradizione feudale dalmata—che ancora sussisteva tra le sopravvivenze formali—doveva essere fornita insieme al nuovo soldato dall'ufficiale capo-leva, laddove l'uniforme cremisi di parata era somministrata dal rispettivo comandante di compagnia.
Rimanevano così in attivo ai capo-leva dagli 8 ai 10 ducati di guadagno per ciascuna recluta, vale a dire dalle 32 alle 40 lire, a secondo del corso della moneta; ciò che costituiva il lucro di tali operazioni.
* * *
Seguiamo ora la nuova recluta oltremarina nelle sue peregrinazioni e tra le strettoie della fiscalità amministrativa del tempo. I trasporti a Venezia si eseguivano con le cosidette manzere, barche onerarie della specie dei trabaccoli e generalmente usate dai beccaj di Venezia per trasportare colà i buoi da macello (manzi) dalle province d'oltremare. Ordinariamente i trasporti si effettuavano dagli scali di Spalato, di Traù, di Sebenico e di Zara.
Sul littorale del Lido—vera e propria caserma di passaggio dei soldati della Serenissima [95]—i nuovi Schiavoni ricevevano, nell'attesa di essere sbandati o assegnati ai corpi, un'istruzione sommaria. Poi, per via d'acqua, si trasferivano a Fusina e Padova, d'onde si iniziava il loro faticoso pellegrinaggio per raggiungere i corpi cui erano stati destinati, nel Veronese, nel Bresciano e sui lontani confini del Bergamasco.
La paga mensile era di 31 lire venete [96]—oltre il biscotto per uso di barca che gli Schiavoni ricevevano sempre in omaggio alle loro tradizioni originali di servizio sulle pubbliche navi—laddove i fanti italiani, ossia gli ingaggiati nei paesi di Terraferma, avevano il pane. Con questa somma, pari a circa 16 lire odierne, [97] lo Schiavone doveva soddisfare le voraci brame del fisco, del proprio comandante di compagnia, e provvedere infine al proprio vitto durante il mese. Egli doveva cioè lasciare 8 lire venete per la massa vestiario, 2 e mezza al comandante di compagnia che lo riforniva dell'abito cremisi di parata, sborsare oltre a ciò l'importo dell'olio per l'illuminazione delle camerate, della terrabianca (bianchetto) per tenere monde e pulite le buffetterie e le parti bianche dell'uniforme, comperare il grasso, il lucido per le scarpe e perfino i piccoli oggetti di pulizia personale. Restavano così allo Schiavone poco più di 15 lire venete al mese per sfamarsi, eguali a 7 e mezzo delle attuali.
I compensi dei soldati veneziani non erano quindi molto lauti. Invano i Savi alla Scrittura avevano rappresentato al Senato la necessità di aumentare l'assegno della truppa, ma le strettezze finanziarie lo avevano vietato sempre.
Ed i comandanti di compagnia—tra l'incudine delle masse vestiario oberate ed il martello delle cariche superiori che esigevano negli Schiavoni «velade» sempre fiammanti—picchiavano sul grigio del ferro che tenevano tra le mani, cioè sulle masse dei loro dipendenti, il cui peculio castrense di 7 lire e mezzo si assottigliava allora ancora di più. Il Senato in molte di queste circostanze soleva venire in soccorso, ma a beneficio dei comandanti di compagnia piuttosto che dei soldati, specie al caso di mostre straordinarie, di passaggi di principi e di visite. Così essendo di passaggio per Udine nel gennaio del 1782 i principi imperiali di Russia, sotto il nome di principi del Nord, e volendosi in quella circostanza che la compagnia del capitano Borissevich, dei fanti oltremarini Cernizza, destinata loro per scorta d'onore si presentasse nella maggiore militare decenza, il Senato trovò giusto di compensare quel capitano delle maggiori spese incontrate nella circostanza per il corredo della truppa con 120 ducati di valuta corrente[98].
In queste strettezze, diventate sempre più acute verso la caduta della Repubblica per l'abbandono deplorevole delle cose della guerra, la merce uomo scadeva quindi sempre più sul mercato dei soldati di mestiere. Così convenne transigere con le prescrizioni delle capitolazioni ed ammettere nella truppa schiavona «li vagabondi e li malviventi, nonchè i banditi che disturbano ed infestano la Dalmazia, provvedimento suggerito dell'attual Provveditore Generale con plausibili argomenti di carità verso i sudditi e di sicurezza di transito sulle pubbliche strade di quella provincia, ed in vista di rendere utile in qualche modo allo Stato tale sorta di gente scorretta ed indisciplinata»[99].
Il corpo dei Travagliatori—o compagnie di disciplina istituite nel 1785 per sfollare i riparti dai più torbidi elementi raccolti dai capi-leva—alleviò alcun poco l'esercito della Serenissima da questo còmpito d'istituto di correzione[100]
Ma il male aveva troppo salde e profonde radici perchè questo provvedimento, escogitato dal Savio alla Scrittura Francesco Vendramin, potesse sortire a buon esito. Anzitutto il male travagliava le milizie prezzolate con il tarlo roditore delle diserzioni. Dal 1° settembre 1780 al 1° febbraio 1784, abbandonarono le insegne nei reggimenti oltremarini ben 662 soldati: dal 1° marzo 1785 al 1° settembre 1789 ne disertarono altri 1129; e ciò sopra una media di 3500 uomini presenti in quel torno di tempo nei reggimenti oltremarini[101].
Con queste cifre significative alla mano, si spiega il grido d'allarme gittato non molto prima dell'arrivo dei Francesi nel Veneto dal generale Salimbeni; grido che se parve a taluno troppo pessimista a tal'altro sembrò perfino sospetto di fellonia. Ed i bossoli del Maggior Consiglio e del Senato, come si è detto più sopra, ne sanno qualche cosa.
«I nostri vecchi soldati—scriveva il Salimbeni al Savio alla Scrittura Iseppo Priuli—sono oramai diventati sentina d'ogni vizio. Bisogna separarli nelle fazioni della piazza (di Verona) dalle cernide, ma non è possibile di separarli anche nei quartieri dove hanno alloggio in comune»[102]. Ed il Salimbeni proponeva sommessamente al Savio di allontanare gli Schiavoni più facinorosi da Verona, e più specialmente le compagnie dei capitani Missevich e Valerio, «le quali venute dalla Dalmazia sono da sostituirsi con altre… per preservare le cernide dal contagio dei vizi».
Il Savio Iseppo Priuli non ascoltò la proposta ed il destino serbava a
Buonaparte di farla accogliere con la forza.
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Gli Oltremarini erano ordinati in 11 reggimenti contrassegnati dal nome del rispettivo comandante oppure da quello del circolo di reclutamento più cospicuo. Nel piedilista del 1° settembre 1776 quei corpi erano descritti come segue: [103]
Reggimento Bubich, Selich, Scutari, Sinj, Matutinovich, Craina, Minotto, Rado, Macedonia, Dandria e Bua. Ciascun reggimento contava di regola 9 compagnie, o raccolte per intero in uno dei grandi riparti territoriali della Serenissima, o suddivise tra i riparti medesimi e le navi armate. Faceva però eccezione da questa regola il reggimento degli oltremarini del circondario di Sinj, il quale contava 11 compagnie ripartite nelle province d'Italia e di Dalmazia. La maggior forza di questo corpo era dovuta all'importanza militare del territorio nel quale esso si levava, ed al valore e numero dei castelli di frontiera che in esso esistevano (Spalato, Salona, Clissa, Sinj ecc.).
Secondo le tabelle organiche di formazione, approvate dal Senato, il reggimento di oltremarini non doveva superare la forza di 432 uomini, ciò che stabiliva l'effettivo delle compagnie in una media di 54 presenti ognuna. Tale forza non era però mai effettiva, neppure nei periodi di neutralità o durante i mesi del completo armamento delle due squadre, grossa e sottile, quando trattavasi cioè di spedizioni marittime o di crociere di maggiore rilievo. Così nel 1787, al tempo delle imprese di Angelo Emo, presero imbarco il 1° marzo del detto anno sulle navi armate in guerra ben 19 compagnie di fanti oltremarini, ma essendo tale contingente troppo scarso nella sua forza complessiva di un migliaio di uomini appena, convenne ricorrere al complemento dei reggimenti italiani, i quali fornirono altre 12 compagnie alla squadra, oltre alle 19 fornite dagli Schiavoni.
Alla vigilia dell'arrivo dei Francesi nel Veneto gli oltremarini avevano 24 delle loro compagnie dislocate in Terraferma, con una forza complessiva di 1648 uomini compresi i rinforzi dovuti alle craine [104].
Tutte queste compagnie erano ripartite come segue: A Verona, Legnago e
Peschiera 9, a Brescia con il castello di Orzinovi 4 1/2, [105] a
Bergamo e contado 3, a Crema mezza compagnia, al Lido, con Chioggia e
Capo d'Istria 7 compagnie.
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I soldati del tempo oziavano molto, e nell'ozio sfibrante e prolungato che li logorava gli elementi più torbidi degli ingaggiati avevano modo di compiere un vero e proprio corso di perfezionamento. L'azione degli ufficiali non rappresentava di certo alcun freno in questi moti, perchè essa si limitava al controllo delle cifre sui registri, alla sorveglianza del maneggio d'armi nei cortili delle caserme e dei castelli, e si arrestava alla soglia delle camerate che perciò restavano abbandonate a sè medesime ed ai propri inquilini in un vero stato di abbiezione morale e di miseria materiale.
Al tocco del tamburo, che batteva la diana ogni mattina all'alba, cominciava il giornaliero servizio sulle navi armate e nelle caserme. I soldati si levavano dai loro giacigli, composti di regola della semplice schiavina, o rozza, coperta da letto gittata semplicemente sulle nude tavole, o più spesso sul terreno sul quale essi dormivano quasi sempre vestiti.
I paglioni, o pagliericci, vennero a mitigare la durezza di queste vita dei soldati della Serenissima soltanto verso la sua fine, e più precisamente a principiare dall'anno 1781; e furono limitati dapprima ai presidi delle più notevoli fortezze ed in particolari circostanze di servizio[106].
Le guardie rappresentavano il pensiero dominante della vita di guarnigione, epperciò il soldato semplice era anche denominato con l'appellativo di fazioniere, come che quello fosse il suo ufficio esclusivo. Nel servizio territoriale era impiegato ordinariamente un terzo della forza, del qual costume è rimasta traccia fino ai giorni nostri nella norma regolamentare la quale prescrive che il soldato debba avere almeno due notti libere per una passata in sentinella. Le esigenze della società del tempo, il grande numero delle magistrature militari e la frequenza delle risse tra i soldati moltiplicavano a dismisura i posti di guardia. Così vi erano gran-guardie nelle principali piazze delle città fortificate, guardie d'onore alle primarie cariche militari del luogo, agli ufficiali superiori del reggimento, e così via. Valga ad esempio il seguente specchio delle guardie della città di Verona, nell'anno 1794 [107]:
MUTE GUARDIE E PORTE
Capitani
Subalterni
Sergenti
Caporali
Tamburi e pifferi
Fazionieri
Totale
Artiglieri
Guardia di S. E.
il capitano e podestà [108] — 2 1 2 2 37 44
Croati
Guardia detta di
cavalieri
al medesimo. — — — 1 — 11 12
Italiani
Guardia di S. E.
il tenente generale
comandante [109] 1 2 1 1 2 24 31
Guardia alle bandiere
dei reggimenti — — — 7 — 35 42
Picchetti dei reggimenti — 5 — 6 — 36 47
Gran Guardia 1 1 1 2 2 24 32
Porta Nuova — 1 1 1 1 20 24
Porta San Zeno — 1 1 1 1 20 24
Porta Vescovo — 1 1 1 1 20 24
Oltramarini
Porta San Giorgio — 1 1 1 1 16 20
N. 2 pattuglie — — 2 2 2 16 22
Castello San Felice — — 1 1 — 8 10
Id. San Pietro — — — 1 — 6 7
Ospedale delle Milizie — — — 2 — 8 10
Guardia in Ghetto — — — 1 — 5 6
________________________________
2 14 10 30 12 279 355
Nè è forse fuori luogo ricordare a questo punto anche il servizio di guardia che le truppe prestavano nelle isole e nell'estuario di Venezia, nel 1792 [110].
Guardia al Lido, 44 uomini; appostamenti e feluche di sanità al Lido, 24; feluca S. Erasmo, 8; feluca Tre Porti, 8; Falconera, 8; Carvale, 8; Porto Quieto, 8; sciabecco del canale dei Marani, 12; feluca del canale dei Marani, 12; due feluche a Poveglia, 16; feluca S. Pietro in Volta, 8; feluca di Fisolo, 8; feluca delle urgenze 8; fusta, 24; sciabecco Po di Goro, 48; feluca Po di Goro, 8; feluca Malamocco, 8; seconda feluca di Malamocco, 8; servizi vari di guardia alle reclute, alle caserme ecc., 60. Totale, 308 uomini comandati a Venezia e nell'estuario in giornaliero servizio da «fazionieri».
* * *
Al distacco della guardia, fatto con solennità intorno al mezzodì, tutta la truppa prendeva le armi. Si faceva l'appello per segnalare i disertori, si leggevano gli ordini, si dava una sommaria occhiata alle armi ed agli abiti, dopo la quale funzione la vita militare formale cessava di regola per riprendersi l'indomani alla medesima ora.
Restava la grigia monotonia della vita di caserma. Con quei pochi soldi che rimanevano ancora nelle mani dell'oltremarino, dopo il passaggio sotto le forche caudine del fisco e del comandante di compagnia, egli doveva rifocillarsi. E disinteressandosi ancora lo Stato dal fornire il vitto ai propri soldati—all'infuori del biscotto agli oltremarini e del pane agli altri—v'era taluno che lo surrogava in quest'opera con ingordigia ed esosità, di guisa che il misero peculio castrense dei soldati di mestiere veniva ad assoggettarsi per questo ad una nuova ed estrema decimazione.
Esistevano all'uopo sulle navi armate e nelle caserme i così detti bettolini, specie di vivanderie esercitate assai spesso da loschi personaggi, nelle quali i soldati si provvedevano dei generi di prima necessità ed anche delle vivande confezionate. A coloro poi cui le strettezze non consentivano di procurarsi le vivande confezionate, i bettolieri fornivano gli arnesi di cucina per apparecchiare di solito la classica polenta ed un misero intingolo per companatico, e ciò previo un piccolo compenso che lo scarso nucleo degli utenti corrispondeva a titolo di noleggio degli arnesi stessi all'esercente del bettolino.
Delle norme—ossia terminazioni—regolavano il servizio di queste vivanderie, specie sulle pubbliche navi, ma l'ingordigia dei bettolieri era assai spesso più forte anche delle terminazioni. Lo sconcio era anzi giunto a tal segno, poco avanti alla caduta della Repubblica, da indurre il generale Salimbeni a proporre al Savio alla Scrittura dei provvedimenti radicali in materia:
«Bisognerebbe—egli diceva—assegnare ad ogni camerata di 10 soldati almeno una caldaia da polenta, una secchia di larice cerchiata ed una tavola per rovesciarvi di sopra la polenta stessa… Sarebbe inoltre desiderabile, per liberare il soldato dall'obbligo che ora ha di spendere la mòdica sua paga in una bettola, o bettolino, con grave danno della disciplina e peso della sua sussistenza, di fornire anche la legna necessaria per cucinare il cibo. Con questi mezzi si potrebbero tener uniti i soldati, lontani dalle osterie, dove è forza che dimentichino la loro nativa semplicità e contraggano il mal costume»[111].
Il governo disciplinare risentiva fortemente degli effetti di questo colpevole regime di abbandono e di trascuranza, acuito dalla fiacchezza dei tempi. Abolita virtualmente la bastonatura sull'ultimo quarto del secolo XVIII, restava la prigionia e la condanna al remo, la punizione classica delle milizie della Repubblica marinara la quale ne usava sempre con molta larghezza. La pena della galera o del remo era solitamente inflitta ai disertori, ma anch'essa aveva perduto sulla fine della Repubblica molta parte del suo prestigio, per essersi assottigliato il numero delle navi armate e ridotta a poca cosa la loro navigazione. La punizione alla galera era così diventata un succedaneo della prigione ordinaria.
Circa questa bancarotta del governo disciplinare e dei suoi freni, basti dire che molti disertori preferivano la condanna al remo al servizio militare, triste preferenza che illumina l'ambiente dell'epoca. «Considerano infatti i soldati—dice un documento—una breve condanna al remo assai meno pesante della vita militare, stentata, faticosa e prolungata per un più lungo periodo di tempo»[112].
La disinvoltura, con cui affrontavasi questa pena appare infine nei trucchi che solevano usarsi, alla caduta della Repubblica, per gabellare al Savio alla Scrittura i premi promessi a colui che restituisse alle insegne un disertore. Si accordavano per questo in un medesimo corpo due soldati, l'uno s'infingeva di abbandonare le bandiere, l'altro di scoprirlo in un rifugio convenuto in precedenza; «sicchè colludendo notoriamente assieme captori e fuggiaschi tra loro si dividevano il premio assegnatosi ai primi… Onde sarebbe utile, in luogo di dare il premio a questi captori, di servirsi al caso dei metodi usati dagli esteri eserciti, cioè di obbligare le terre, ville e paesi, ad arrestare i fuggiaschi e condurli senza mercede alcuna alle pubbliche forze, con la cominativa che venendo scoverto in qualsivoglia tempo e modo negletto il fermo di qualche disertore, sarebbe obbligato il villaggio o terra a supplire alle spese incontrate dalle pubbliche casse per il mantenimento e vestiario di un altro soldato»[113].
Quanto si disse fino ad ora trattando più particolarmente degli Oltremarini può riferirsi anche all'altra specie di milizia pedestre ingaggiata, cioè agli Italiani. Questi si levavano nei domini della Serenissima in Italia e nell'Istria Veneta e si raccoglievano al Lido d'onde, accertata la loro idoneità alle armi, «in tempo di pace, in tempo di guerra, che Iddio non voglia, o di neutralità» erano «sbandati» nelle diverse guarnigioni di terraferma.
Gli itinerari delle nuove reclute erano minutamente stabiliti nei capitolati dei capi-leva e circondati da cautele, tutte intese a far giungere sicuramente a destinazione la preziosa merce dei soldati di mestiere, incerti in questi primi passi tra la rude alternativa di seguire una strada intrapresa di mala voglia, oppure di abbandonarla al suo inizio medesimo. Drappelli di croati o di dragoni, oltre la scorta dei soldati delle compagnie di leva, accompagnavano in queste marce le giovani reclute che, così guardate, potevano rassomigliarsi in tutto e per tutto ad un triste convoglio di prigionieri di guerra. Partiti dal littorale del Lido, cioè dal deposito di reclutamento, i nuovi fanti italiani facevano una prima tappa al Castello di Padova che, in molti rispetti, funzionava da deposito succursale del Lido. Dopo una breve sosta in quell'antico maniero, le reclute destinate a proseguire il loro èsodo continuavano nel cammino fino agli estremi presidi della Serenissima, cioè fin sulle rive dell'Adda e dell'Oglio. Talvolta queste tappe erano abbreviate da qualche trasporto per via d'acqua dal Lido a Chioggia, e di qui con i barconi (burchi) a ritroso dell'Adige fino a Verona. Ma erano casi poco frequenti e subordinati in ogni modo alla occasione di qualche grande trasporto militare da Venezia alla grande piazza di terraferma.[114]
* * *
La fanteria italiana surrogò nel 1775 il tricorno, che aveva portato in giro con qualche gloria nelle campagne di Morea sotto il Morosini, con un caschetto di pelle di vitello adorno di una «placca de otton.» In quella circostanza le compagnie di granatieri degli stessi fanti—create assai tempo prima—ebbero dei berrettoni di pelle d'orso sul modello francese, guarniti di fiocchi azzurri e della «placca» con l'impronta del leone di San Marco.
Pure in quel torno di tempo il colore bianco degli abiti della fanteria italiana—che ne era stato a lungo il distintivo caratteristico, come il cremisi lo era stato per gli oltremarini ed il grigio ferro per gli artiglieri—venne sostituito dal panno azzurro. Così le vecchie velade e bragoni di panno bianco cedettero il campo ad abiti di colore e di taglia alquanto più succinta, chiusi sul davanti da bottoni metallici fin sotto alla cravatta; e ciò per ovviare all'incomodo svolazzamento delle falde e per meglio riparare il soldato nella cattiva stagione. Tale riforma aveva anche una portata economica, perchè il nuovo abito meglio serrato alla vita del fante rendeva possibile l'abolizione delle così dette camiciole, o corsetti di colore che si usavano sotto la «velada.»
Il soldato portava una cravatta di pelle nera, due incrociature, o bandoliere di bulgaro, una per sorreggere il tasco o bisaccia, l'altra per sostenere la baionetta. Le cartucce—venti di regola—costituenti il munizionamento del fante italiano erano riposte nel tasco.
Il governo amministrativo della fanteria italiana si differenziava in qualche parte da quello dell'oltremarina. Un sostanziale divario concerneva anzitutto il vestiario, che nell'italiana era fornito dallo Stato e mantenuto dai comandanti di compagnia, laddove per gli oltremarini—come è detto più sopra—era fornito dai capitani.
Al ramo delicato ed importante dell'amministrazione sopravvegliavano i magistrati sopra camere, cioè i funzionari delle tesorerie locali, impegnando a tal'uopo le somme che ciascuna di esse aveva disponibili per le cose della milizia (Casse al Quartieron).
Le stoffe per le uniformi militari provenivano dall'industria privata, ed erano fornite dalle fabbriche e lanifici di Schio, Castelfranco[115] ed Alzano nel Bergamasco[116]. Anche Venezia si distingueva in quest'arte con due stabilimenti di molta fama, specie nella confezione dei panni colorati di scarlatto, di cremisi e di azzurro, che si esportavano pure largamente in Dalmazia e nelle contigue terre balcaniche.
Le merci che l'industria privata così offriva alla Repubblica erano collaudate di regola presso i depositi al Quartieron, o magazzini di equipaggiamento e di vestiario della truppa. I lanifici e le fabbriche di cui sopra, erano oltre a ciò ispezionate ogni bimestre da due dei cinque Savi alla mercanzia, i quali dovevano vegliare sulla qualità e sulla quantità delle lane da incettarsi per confezionare i panni per uso militar. Queste lane dovevano essere tassativamente della specie nominata sacco, scopia o Puglia[117].
Le medesime cautele vigevano per la fornitura delle buffetterie e dei cuoî necessari per esse: incrociature, taschi, pendoni, o centurini da sciabole, baionette, palossi e palossetti, che erano pure somministrati dall'industria privata e più precisamente dai fratelli Zaghis di Treviso.
I reggimenti di fanteria italiana alla caduta della Serenissima erano in numero di 18. Per decreto del Senato, nel maggio 1790 i reggimenti di cui sopra assunsero un numero progressivo fisso, oltre al nome variabile derivato dal rispettivo colonnello comandante. E questi numeri erano:
Reggimento Veneto Real n. I del colonnello Alberti—reggimento n. II
del colonnello Mario Alberti—reggimento n. III del colonnello Marin
Conti—reggimento n. IV del colonnello Francesco Guidi—reggimento n.
V del colonnello Teodoro Volo—reggimento n. VI del colonnello
Giambattista Galli—reggimento n. VII del colonnello Lòdoli—
reggimento n. VIII del colonnello Pacmor—reggimento n. IX del
colonnello Marco Conti—reggimento n. X del colonnello Francesco
Covi—reggimento n. XI del colonnello Andrea Toffoletti—reggimento n.
XII del colonnello Marino Stamula—reggimento n. XIII del colonnello
Giacomo Sarotti—reggimento n. XIV del colonnello Francesco
Galli—reggimento n. XV di Rovigo—reggimento n. XVI di
Treviso—reggimento n. XVII di Padova—reggimento n. XVIII di
Verona[118].
Il numero di questi reggimenti era marchiato a caratteri romani sui grossi bottoni di metallo dorato di cui erano adorni gli abiti dei fanti italiani. Come gli oltramarini, anche reggimenti di italiani si suddividevano in 9 compagnie ciascuno.[119] La loro forza complessiva oscillava nel 1790 intorno ai 6276 uomini, ripartiti in 162 compagnie organiche. Di queste, 43 con 2712 uomini erano nelle guarnigioni di terraferma, raccolte in massima parte nei presidi di Verona, Legnago e Peschiera, quando a quelle terre venne ad affacciarsi Napoleone Buonaparte.
Le milizie paesane.
L'esercito assoldato del vecchio regime agonizzava adunque a Venezia sotto il peso degli anni, degli errori e dell'universale indifferenza. Indebolito nel principio di autorità, roso dal tarlo profondo dell'indisciplina, conscio di essere diventato da ultimo uno strumento inutile a sè medesimo, maleviso ai novatori come un'arma da tirannide decrepita, trascurato dai medesimi governanti che ne sapevano tutta l'intima debolezza organica e morale, l'esercito assoldato veneto più non rappresentava alla caduta della Repubblica se non l'ombra di sè medesimo, una sopravvivenza intristita che il primo soffio di fronda sarebbe stato sufficiente a rovesciare nella polvere.
Causa dunque la pertinace riluttanza della Serenissima nel concedere all'organismo nato ai bei tempi dei condottieri del Trecento le riforme e l'evoluzione che esso richiedeva, l'organismo medesimo stava per giungere all'ultima mèta del suo travagliato ciclo nella città delle lagune.
Si spiega così come nello spirito dei migliori—per quanto pochi—si rappresentasse la necessità di surrogare alla imminente rovina delle armi regolate venete qualche altro istituto che valesse a raffermare nelle medesime quella fiducia che sembrava oramai spenta nei cuori. Ed il rimedio meglio adatto alle esigenze pressanti dell'ora sembrava consistere in una risurrezione delle vecchie cernide veneziane, in un adattamento cioè degli ordini di queste—nate in tempi non meno travagliati per la Repubblica—alle condizioni militari, economiche e sociali delle nuove età. Nella fede ancora superstite in questi illusi, la maschia e vigorosa fondazione di Bartolomeo d'Alviano pareva ancora sorridere, piena di promesse e di lusinghe, come dopo la Ghiara d'Adda e la perdita dei domini Veneti di terraferma, nel 1794, come al tempo della Lega di Cambrai. Alla perfine non si erano perduti dai Veneti nè terreni, nè battaglie ordinate, e l'uniforme tranquillità dell'epoca pareva propizia, purchè si volesse, a restaurare la milizia secondo forme meno viete e più progredite.
Si trattava in sostanza di fare ritorno alla semplicità ed alla spontaneità delle funzioni dell'istituto militare, reso pesante dagli attriti, rugginoso dalla lunga e sfibrante inazione, improduttivo per essersi ridotto—causa la sfiaccolata bontà dei governanti—a disimpegnare insieme i còmpiti di istituto di beneficenza e di vasta casa di correzione. Le cerne, vera e prima milizia territoriale ed archetipo della Landwehr di Stato, dovevano perciò evoluzionare nelle forme e nella sostanza. Di conseguenza, al concetto della prestazione personale dei componenti di tale milizia derivato dalle antiche compagnie del popolo, durante una campagna di guerra o un determinato periodo di neutralità armata, doveva sostituirsi quello di un servizio temporaneo sotto le bandiere, anche all'infuori delle dette eventualità; un criterio da coscrizione progressiva, una specie di prefazione insomma al servizio personale individuale ed obbligatorio. La riforma era dunque ardita perchè i tempi della decadenza veneta repubblicana potessero accoglierla, comprenderla ed attuarla.
Nondimeno, per qualche sintomo, essa poteva sembrare ancora possibile a coloro che la vagheggiavano. Anzitutto il buon volere con cui, dopo tanti anni di dissuetudine, le cerne erano accorse alle armi nella primavera del 1794 per rimpolpare le scheletrite compagnie dei soldati di mestiere, ed in secondo luogo l'arrendevolezza con cui le cerne medesime si erano sottomesse agli sbandi resi necessari per colmare in modo uniforme le deficienze dei diversi presidi militari di terraferma. In linea di diritto e di organica militare adunque l'evoluzione aveva compiuto indubbiamente un grande passo.
L'elemento campagnuolo delle cerne rassicurava oltre a ciò i più retrivi e timorosi del governo della Serenissima, coloro cioè che a tutto si sarebbero rassegnati pur di non toccare di un punto il vetusto e tradizionale edificio degli ordini repubblicani.
Il rinvigorimento delle cerne infatti, mentre poteva rafforzare i ben noti spiriti conservatori della popolazione delle campagne, affezionate all'antico ordine delle cose, ligie ai patrizi ed al clero, poteva nel contempo costituire nelle mani di questi ultimi un sicurissimo presidio da contrapporre a qualunque novità avesse potuto arrecare l'avvenire.
I documenti di tali sensi di ossequio, come pure la presunzione che essi avrebbero corrisposto al caso di una reazione improvvisata non facevano difetto nelle masse rurali nelle quali le cerne si reclutavano. Nella primavera del 1796 i contadini del Bergamasco, sorpresi dalla mareggiata giacobina nelle loro campagne in fiore, affluivano a torme al capoluogo della terra, si accalcavano allo sbocco delle vallate, si armavano ed eccitavano il loro podestà Ottolini ad organizzarli in vasta e tenace guerriglia e capitanarli nel nome della patria in pericolo.
«Non sarà però molesto a V. E.—scriveva l'Ottolini al Doge, il 2 giugno 1796—se, con la mia solita ingenuità. confermo esser sempre vivi i miei timori sulle direzioni della popolazione all'arrivo dei Francesi. Ravviso anzi in generale una tale e tanta animosità contro di essi, che attribuirò sempre ad un tratto di fortuna se non succede inconveniente, sebbene dal canto mio faccia tutto il possibile per evitarlo. Ho rinnovato quindi le commissioni di fare stare tutti tranquilli ai capi dei comuni ed ai parroci della città e provincia, ed impegnai i sacerdoti a secondarmi con tutto il fervore possibile»[120].
Non molto tempo dopo, accompagnando lo stesso Ottolini una proposta fatta dai campagnuoli bergamaschi al Doge, di levarsi cioè a massa, quel magistrato soggiungeva:
«In relazione a quanto ebbi a rassegnare alla E. V. intorno alle spiegate generose impazienze di numerose popolazioni delle vallate di questo territorio, di esporre tutte volontarie le vite proprie per la difesa e la gloria del Principato, precise come sono e confermate in reale proposizione accolta dall'universale uniforme voto dei rispettivi consigli, mi formo dovere di assoggettarla devotamente a cognizione di V. E. raccolta nell'unita parte (deliberazione) del General Consiglio… con cui si offrono a pubblica disposizione 10,000 uomini riuniti delle loro armi, tutta gente scelta, capace e ben diretta, che può prestare un ottimo servizio… desiderosa infine di sacrificarsi per la perpetua e felice costituzione loro sotto il Veneto dolcissimo impero» [121].
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Adunque, se a questo slancio delle popolazioni rurali soggette a Venezia avesse corrisposto l'opera prudente e cosciente del governo della Repubblica, si sarebbe per certo acceso sui fianchi e sul tergo degli eserciti di Napoleone Buonaparte nella loro marcia dall'Adda all'Isonzo un terribile incendio reazionario da Vandea[122].
In realtà, al tempo di cui si parla, la Serenissima aveva preso oramai il suo partito riguardo alle milizie paesane ed alle cerne, il partito grigio delle mezze misure, dei compromessi e dei destreggiamenti, tutto proprio delle individualità e delle collettività fiacche e malate. Alle prime novelle della rivoluzione di Francia, il Senato aveva deciso di risciorinare la vecchia e comoda divisa della neutralità armata, quella medesima che aveva servito così bene a nascondere le magagne della Serenissima, nel 1701, nel 1735 e nel 1743.
Ma, dileguatasi alquanto l'impressione del primo momento, si vide che quella vecchia e sdrucita zimarra della neutralità in armi si rivestiva in circostanze ben diverse da quelle degli anni precedenti. La Serenissima era minacciata questa volta da un lato dalla nuova Francia nelle basi del suo reggimento politico e fors'anco nei suoi domini, e dall'altro dall'Impero che, per ragioni di frontiere e di militari interessi, poteva violare la proclamata neutralità ad ogni occasione propizia. La Serenissima doveva quindi essere pronta a tutelare un bene senza disporre della necessaria forza per allontanare il male.
In questi frangenti l'unica forza e speranza erano le cerne. Per rimetterle in valore si presentavano due partiti: l'uno derivato dalla consorteria conservatrice militare veneta, l'altro dal piccolo nucleo dei riformatori. Il primo caldeggiava un largo e fecondo innesto delle cerne nelle truppe prezzolate, per scansarle dalla prossima morte mediante una trasfusione di sangue rigoglioso in un corpo infermo, e proponeva quindi un amalgama; il secondo partito mirava invece decisamente a soppiantare i regolati ed a surrogarli senza compromessi di sorta con le milizie paesane.
Vinse il partito dell'amalgama, dopo molte discussioni accademiche sui pregi di un metodo e sugli svantaggi dell'altro, mentre il vento di fronda che veniva dalla Francia si era oramai tramutato in procella.
Fino dalla primavera del 1791, il Savio aveva esortato le primarie cariche militari a riunirsi per concretare i provvedimenti più adatti a riordinare le cerne.
Per questi studi mancavano però i dati di fatto, poichè la costumanza delle mostre generali e dei mostrini era passata in dissuetudine come un'anticaglia, sicchè convenne attendere ancora un'altra primavera per riordinare i ruoli e raggranellare gli inscritti, «essendo questi quasi tutti ammogliati, laonde si credono dispensati, quantunque non cassi, oltrechè non sono poche le emigrazioni nel territorio e le morti avvenute da tempo»[123].
Finalmente, nella primavera del 1794, le cerne riapparvero alla luce in uno degli ultimi tramonti della Serenissima. La fusione di esse con i regolati era allora al sommo dei pensieri del Senato, «che si proponeva, non già di ripetere da questo corpo una truppa agguerrita, capace di marciar subito tutta unita e direttamente contro il nemico, ma bensì un corpo da potersi, tutto o in porzione, prontamente unire alle altre truppe… disposto ad essere in assai più breve tempo delle reclute comuni istruito nelle militari evoluzioni, reso capace a presidî, difese e battaglie. Tale essendo il servizio che da esso corpo si propone di ritrarre il Senato, basterà disporre quello che può essere atto a preparare ed ottenere dalle cerne subito l'occorrente da poter divenire, con poche istruzioni, un ottimo soldato»[124].
Ma per questo amalgama—compiuto per di più in evidente condizione di inferiorità delle cerne rispetto ai regolati—occorreva una certa misura tra gli elementi da fondersi, affinchè riuscisse una forte e vigorosa combinazione non già un miscuglio instabile. Si addivenne così al partito del sorteggio, ossia all'estrazione tra le cerne, ed all'adozione di una ferma biennale da attribuirsi a quei descritti cui sarebbe toccato in sorte di amalgamarsi con i regolati.
La costumanza d'altronde aveva qualche precedente nei periodi delle neutralità anteriori, specie nel 1703 e nel 1709[125], sicchè fu accolta dalle masse campagnuole con uno spirito di rassegnazione che parve superare le aspettative. L'esempio del piccolo ma forte Piemonte—rievocato a proposito dal Fontana ambasciatore Veneto a Torino—aveva persuaso alla fine anche i più scettici in materia di cerne[126]. Quivi i reggimenti stanziali erano assai di frequente rincalzati con uomini tratti dai reggimenti provinciali, cioè dalle milizie paesane piemontesi, e mercè tale incorporamento periodico, replicato a più riprese e quindi numeroso di elementi scelti del paese obbligati temporariamente alle armi, ben sicuri di far ritorno alle case al termine della ferma, il sistema di reclutamento dell'esercito subalpino aveva fatto un grande passo verso i metodi in fiore ai nostri giorni[127].
In queste buone predisposizioni ed in queste analogie organiche, i novatori di cui sopra scorgevano da ultimo un indizio benaugurante per la propria tesi.
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Adunque, nel maggio dell'anno 1794, dietro istanza del brigadiere Stràtico—il miglior campione del partito conservatore militare veneto del tempo—il Savio di Terraferma alla Scrittura Antonio Zen emanò un decreto con il quale si prescriveva, «di effettuare l'estrazione tra le cerne dell'Istria e la _coscrizione tra le craine della Dalmazia, di un competente numero di individui per essere imbarcati ed inoltrati al Lido per rinforzo occorrente ai soldati di Terraferma»[128].
L'obbligo alle armi dei sorteggiati doveva essere di un biennio, i compensi di 2 ducati a titolo di donativo da corrispondersi all'atto del loro innesto nella milizia regolata, la paga eguale in tutto e per tutto a quella dei soldati di mestiere, cioè a 31 lire venete nominali.